La mostra alle Gallerie di Italia di Milano presenta non solo l’opera di Giovan Battista Moroni ma anche il suo rapporto con il maestro Alessandro Bonvicino, detto il Moretto, nonchè con Lorenzo Lotto. É certo che Moroni conoscesse le opere di Lotto poiché molte delle famiglie committenti avevano in casa sue opere ed è altrettanto certo che fu la conoscenza di Lotto a spingere Moroni allo studio della psicologia dei personaggi.
Nei ritratti di Moroni pare che i protagonisti si siano improvvisamente fermati, quasi noi spettatori fossimo giunti ad interromperli. Questo si nota in particolare nel Ritratto di Giulio Gilardi del 1548 conservato a San Francisco

e nel Ritratto di M.A.Savelli del 1545 jn prestito dal museo Goulbekian di Lisbona.

Incredibilmente moderno, quasi impressionista, il Ritratto di Capitano bergamasco del 1550.

Il manifesto della produzione di Moroni potrebbe essere un testo di Gabriele Paleotti del 1582 nel quale si legge “poiché si chiamano ritratti dal naturale, si dovria curare ancora che la faccia o altra parte del corpo non fosse fatta o più bella o più grave”. Vale a dire, bella o brutta che sia si deve raffigurare. A favorire l’immediatezza del tratto è anche l’assenza di disegno preparatorio che non pare fosse d’uso per Moroni.


Ho trovato il Ritratto di Gian Gerolamo Grumelli (il cavaliere in rosa) di Palazzo Moroni ancora più bello del celeberrimo Ritratto di sarto qui esposto in prestito dalla National Gallery di Londra. La scelta del colore e la cura del particolare rendono l’opera davvero eccezionale.


Estremamente interessante è l’ultima sezione della mostra, dedicata alla raffigurazione dell”orazione mentale’. Diversi testi parlavano di questa pratica religiosa, suggerendo che il devoto immaginasse e ricreasse le scene sacre mentalmente. Il testo più famoso era quello di Sant’Ignazio di Loyola pubblicato del 1548 che invitava alla “visita del luogo”. Ecco dunque nelle opere in mostra la compresenza di devoto e scena immaginata dallo stesso, con una partizione dello spazio davvero magistrale.




Non a caso prima Longhi e poi Mina Gregori scrissero che inizialmente Moretto e successivamente Moroni aprirono la strada a Caravaggio ed agli olandesi del Seicento. L’apporto del Moroni nella ritrattistica e nello studio dal vero fu fondamentalmente per i successori.