Il Corpo e l’ Anima, da Donatello a Michelangelo. Scultura italiana del Rinascimento

Magnifica la mostra al Castello Sforzesco di Milano dedicata alla scultura. Volutamente altisonante, il titolo suggerisce la presenza di opere importanti e imperdibili e stimola la curiosità dei visitatori che probabilmente non avrebbero risposto altrettanto entusiasticamente se la mostre si fosse chiamata solo Scultura italiana del Rinascimento.
Intelligente marketing a parte, la mostra presenta 120 opere di artisti più e meno noti al grande pubblico, con eccellenti cartellini esplicativi su ogni singola opera.

Meritoria l’operazione del Castello che ha lavorato côte-à-côte con il Louvre di Parigi. Le opere provengono da molti musei tra cui il Metropolitan Museum di New York, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Prado di Madrid, il Museo Nazionale del Bargello di Firenze, il Victoria&Albert Museum di Londra e la British Royal Collection. 
Tra le prime opere, il rilievo in bronzo di Bertoldo di Giovanni datato 1475-1480 affiancato ad un fronte di sarcofago romano degli inizi del III secolo d.C.: la ferocia a fattore comune così come la classe.

Ercole e Anteo, matita su carta di Luca Signorelli, prestato dal Castello di Windsor, segue nel percorso, rivaleggiando con le sculture nonostante la bidimensionalità. Protagonista è la torsione dei corpi dal modello arci-noto dell’Ercole e Anteo del Pollaiolo in prestito dal Bargello.

Da Vienna uno studio di Andrea Mantegna del 1490-1505.

Presenti nella rassegna anche Francesco Di Giorgio Martini e Andrea Del Verrocchio con opere rispettivamente del 1474-1480 e del 1475.


La ‘zuffa’ di Francesco Rustici del 1505-1510 in terracotta costituisce la resa tridimensionale della battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci nel Salone dei 500 di Palazzo Vecchio a Firenze. Gli uomini sfigurati dallo sforzo della lotta non hanno nulla di eroico e risultano addirittura paragonabili a bestie feroci…

Da Rennes invece arriva l’opera di Michelangelo del 1504, una penna ed inchiostro su carta, disegno preparatorio per una figura della Battaglia di Cascina che avrebbe dovuto contrapporsi alla battaglia di Anghiari di Leonardo nel Salone di 500 di Palazzo Vecchio.

Certamente rinascimentali sono gli angeli in terracotta del 1480 di Andrea del Verrocchio prestati dal Louvre, mentre altri deliziosi esempi di virtuosismo scultoreo sono offerti dalle sculture di Giovanni Dalmata e Mino da Fiesole.
Una scultura di arte romana raffigurante le tre grazie del secondo secolo dopo Cristo ci ricorda come lo slancio rinascimentale abbia radici solide nella nostra cultura.

Interessantissimo il bassorilievo di Giovanni Antonio Piatti del 1478-1480 in prestito dal Louvre. In questo bassorilievo risultano chiare le lezioni di Donatello e di Mantegna e l’influenza degli artisti ferraresi in particolare di Ercole de Roberti.

La disperazione sui volti e il dolore che pervadono la scena sono le caratteristiche fondamentali dell’ importante bronzo di Donatello databile al 1455-1460 e prestato dal Victoria and Albert Museum di Londra.

Tutta la sezione delicata alle scene sacre dimostra come in questo ambito negli anni ’80 del ‘400 gli artisti abbiano sfruttato appieno le potenzialità espressive del legno e il magnifico compianto sul Cristo morto Di Bartolomeo Bellano del 1480-90 in prestito da museo Jaquemart-André di Parigi dimostra come anche le potenzialità della terracotta siano state indagate e sfruttate appieno dagli artisti. In quest’ opera il senso del dolore e lo strazio della separazione sono portato davvero all’ estremo.

Straordinaria anche la carica drammatica della Maria Maddalena di Guido Mazzoni del 1485-1489 che nonostante la frammentarietà è ancora capace di trasmettere la tragedia.

La ricerca di verosomiglianza è alla base anche delle due sculture di Francesco di Giorgio Martini, l’una in prestito dal Louvre, l’altra da Siena.

Andrea della Robbia è presente in mostra con un magnifico Christo in pietà del 1495.
La naturalezza della figura, la plasticità della posa e la verità del volto sono caratteristiche che hanno reso i della Robbia immortali.

Straordinaria è l’opportunità di vedere il nudo maschile di Michelangelo Buonarroti in prestito dal Castello di Windsor. Datato 1515-1520 è l’unico disegno di Michelangelo con le indicazioni sulle proporzioni, con il corpo umano che misura 10 teste. Da solo questo disegno vale la mostra.

Magnifiche anche le lesene provenienti dal monumento funebre di Gaston de Foix non finito dal Bambaia e disperso. Molte parti sono proprio al Castello ma questa mostra ci aiuta anche a ricordare quanto abbiamo a disposizione e troppo spesso ignoriamo…

La mostra a Milano si conclude con la pietà Rondanini di Michelangelo, mentre al Louvre si chiudeva con i Prigioni, anch’essi di Michelangelo e anch’essi assolutamente inamovibili. Curiosa specificità che valorizza in entrambi i casi la fine del percorso.

Casa Museo Ludovico Pogliaghi e il Sacro Monte di Varese

Io sono senza dubbio un’esterofila ma tante volte mi chiedo cosa andiamo a fare all’estero. E soprattutto me lo chiedo quando scopro qualcosa di straordinario a due passi da casa.
Quanti lombardi conoscono la Casa Museo Ludovico Pogliaghi al Sacro Monte di Varese? Credo pochissimi. Donata alla Santa Sede da Pogliaghi stesso, la villa è poi passata all’Ambrosiana nell’ottica di agevolare la gestione ma è rimasta chiusa per anni. Riaperta dal 2014 grazie a fondazione Cariplo e a Regione Lombardia, è ora un gioiello aggiuntivo al Sacro Monte. Ma rimane molto scarsa la promozione sul territorio.

La casa è di una bellezza sconvolgente, senza mezzi termini.
Per chi non sapesse cosa si intende per eclettismo, una visita a questo posto incantato varrebbe più di mille spiegazioni. 1500 le opere e oltre 500 i reperti collezionati da questo eccentrico artista vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Un vaso cinese di epoca Ming del ‘600 accoglie i visitatori in una delle prime sale. Il pezzo era già bello di suo ma Pogliaghi gli costruì una base in marmo e applicò ricche decorazioni in bronzo per renderlo più ‘contemporaneo’.
Commistione, contaminazione, conciliazione sono alla base dell’eclettismo che esplode in tutte le arti nella seconda metà del XIX secolo e tante opere qui ne sono testimonianza.

Sul terrazzino si trova un bozzetto del braciere realizzato dal proprietario di casa per la tomba del Canova a Possagno. Sicuramente Pogliaghi apprezzava molto l’opera del celebre scultore.

Dallo stesso terrazzino si vedono le colonne prelevate dal Lazzaretto di Milano e riutilizzate per creare una loggia all’ingresso, nonchè le finestre in stile veneziano.
Diversi sono i reperti anche nel giardino visibile dal terrazzo. Tra questi un prezioso pulvino. I reperti provenivano da luoghi ‘spogliati’. Oggi non lo faremmo più ma all’epoca non si faceva caso alla legittima provenienza dei pezzi quindi si prelevava e si ricollocava, anzi il riutilizzo era una pratica piuttosto usuale.

Ma è rientrando in casa e passando alla sala successiva che si rimane senza parole. È semplicemente in scala 1:4 una replica del bagno turco che Pogliaghi realizzò per lo Scia di Persia.

E questi, oltre al cospicuo pagamento, ripagò l’artista con una gigantesca e magnifica lastra di alabastro esposta qui. Il soffitto è in gesso e stucco mentre il pavimento è in marmo, ma uno dei marmi più preziosi al mondo.

La saletta ospita anche due sarcofagi del 750 a.C, uno dei quali, in condizioni particolarmente eccellenti, era di una delle cantanti di Karnak.

Da questa ‘sobria’ saletta si accede ad un enorme salone in cui a sorpresa si erge…

Un modello della porta centrale del Duomo di Milano in scala 1:1, alta 10 metri e realizzata unendo le formelle di gesso (che risulta non bianco a causa delle terre che lo scultore utilizzava per creare i chiaro-scuri).
Nel 1906/8 la porta in bronzo venne fissata al Duomo di Milano ma non sappiamo quando furono fissate qui queste formelle di prova, probabilmente negli anni ’20. L’evidenza ci dice che nemmeno le grandi dimensioni frenarono il Pogliaghi perchè fece sfondare il tetto per far stare l’altissima porta all’interno del salone…

Un tappet del ‘600 e due dipinti del Magnasco si godono lo stupore dei visitatori dalle pareti dello stesso salone. “Poveretti -sembrano dire- vanno sempre all’estero e non sanno quello che si perdono!”

Proseguendo si giunge ad una micro-galleria di antichità che toglie il fiato: tra i reperti, una ceramica di Luca Della Robbia appoggiata distrattamente per terra, un vaso greco del V secolo a.C., acquistato dai Borghese e un Ermes alato. La testa non era originale quindi Pogliaghi l’ha tolta e e gliene ha rifatta una più bella…

Grottesche, un forse-Tiepolo e uno pseudocaravaggio riportano verso l’ingresso della casa-meraviglia-museo Ludovico Pogliaghi.

Trovo turisti da tutta Europa qui a Varese nonostante la pandemia. Tutti qui per ammirare le 14 cappelle del Sacro Monte.


Il viale delle Cappelle è stato costruito a partire dal 1603 e completato nel 1660 circa.
Archistar del Sacro Monte è stato Giuseppe Bernascone (1565-1627) che qui lavorò tutta la vita: sue le cappelle ed anche il campanile del Santuario. Il percorso è dedicato ai
Misteri del Rosario, si snoda lungo 2 km circa ed è composto da 14 cappelle.
Perchè 14 e non 15 se i Misteri sono 15? Perchè la 15′ cappella è il Santuario stesso.
Notevoli in particolare la terza, la quinta e la tredicesima cappella con opere del Nuvolone e la settima con opere del Morazzone.
In particolare la quinta presenta sia affreschi di Francesco Nuvolone del 1650 sia 22 personaggi in terracotta  creati da Francesco Silva e dipinti a freddo dal Nuvolone nel 1651.
La decima cappella, che è la più grande di tutte, presenta opere di Dionigi Bussola e gli affreschi di Antonio Busca.

Accanto alla terza cappella si trova la più inaspettata delle opere, un murales ad acrilico del 1983 di Renato Guttuso che rappresenta la Fuga in Egitto.

Accanto al Santuario invece si trova l’enorme bronzo raffigurante Papa Paolo VI di Floriano Bodini, opera molto contestata ai tempi della collocazione perchè ritenuta troppo ‘contemporanea’. Floriano Bodini era proprio di queste parti, per l’esattezza di Gemonio, dove ora esiste un museo a lui dedicato. In vita ebbe molto successo e diversi musei e collezioni posseggono sue opere.

Ma il ‘900 ha lasciato un forte segno in questi luoghi, non solo all’esterno ma anche all’interno. Il piccolo museo racchiude una sala che non ti aspetti tutta dedicata ad opere religiose del ‘900. E allora scopriamo che non solo c’è il bozzetto del murales del Guttuso, diverse opere di Bodini, ci sono anche un Cristo di Rouault, una piccola Croceffissione di Sironi, una Deposizione di Sassu ed anche una strepitosa Incoronazione della Vergine di Bernard Buffet del 1961.

Mentre si medita su come promuovere questo posto e le sue bellezze, si potrebbe cominciare se non altro a dotare le opere di cartellini senza vistose correzioni…

‘Fermati! Contempla…’ sembrano dire le opere di Robert Irwin a Villa Panza di Biumo

Villa Panza di Biumo è sempre un’ottima risposta ad un sabato pomeriggio libero.
Ha la giusta pacatezza, non è mai affollata ed è sempre in ordine. Dicono che la casa rispecchi la persona e in effetti pare che Giuseppe Panza fosse un uomo di grande cultura, molto pacato e di grande sobrietà, sia nei gusti che nell’attitudine.

Il corpo principale della Villa a forma di U è del 1750 ma quando Pompeo Litta Visconti Arese acquistò la proprietà intorno al 1830, decise di ingradirla con un magnifico salone ad opera di Luigi Canonica, una rimessa per le carrozze e i rustici sopra ad essa.
La serra ed il cortile furono invece creati da Piero Portaluppi, incaricato nel 1934 dal padre del Conte Panza collezionista.

Due volte all’anno i coniugi Giuseppe e Giovanna Panza, animati dalla stessa passione verso l’arte contemporanea, si recavano negli Stati Uniti. Sidney Janis e Leo Castelli furono i primi ‘fornitori’ del Conte ma Castelli non capiva come mai un giovane ragazzo italiano comprasse tutte quelle opere perciò volle venire a Varese a capire. E capì che aveva per le mani un collezionista straordinario, al quale non importava nulla della moda.

All’epoca tutti gli occhi erano puntati sulla scuola di New York e sulla Pop Art ma Giuseppe Panza intuì il valore dell’avanguardia, del non detto, della sobrietà. E dal ’66-67 si innamorò dell’arte minimalista americana. Acquistò anche opere di artisti come Rauschenberg, Lichtenstein e Claes Oldenburg -che di certo non si possono definire minimal- ma strada facendo si focalizzò sull’aspetto spirituale e sulla sobrietà della minimal e da quella non si allontanò più.
Robert Ryman, Donald Judd, Robert Morris tra gli arristi in collezione. In totale contrapposizione con la chiassosa arte newyorkese, era Los Angeles -grande come l’intera Toscana- la vera patria dell’arte ‘desertica’, misteriosa, silenziosa.

Le opere di David Simson sono le prime ad accogliere i visitatori ma la commistione di stili e di arti è di casa a Villa Panza perciò queste vengono accompagnate nelle magnifiche sale 700-800esche da ceramiche contemporanee decorate da Piera Crovetti e da vasi Venini.

Alfonso Fratteggiani Bianchi è uno dei pochi artisti italiani in collezione. Le sue opere sono realizzate su pietra serena.

Al primo piano mirabili sono gli esempi di compresenza di antico e contemporaneo: Phil Sims è protagonista ma lo è insiema a Venini, a due consoles del 1700, a due strepitose poltrone di Fantoni di nuovo del 1700 e a due antiche balaustre di area parmense.

La leggerezza delle opere di Christiane Löhr, costruite ad imitazione di strutture architettoniche, sono poste in dialogo con le tre tele degli anni ’80 di Ford Beckman.

Sembra che i due mondi trovino conciliazione nelle opere pesanti ma al contempo leggere di Allan Graham della sala successiva. Telai incurvati, spezzati, interrotti…

E in antitesi alle grandi tele, i ‘cubetti’ di Stuart Arends, distribuiti nelle varie sale, creano quasi un percorso parallelo. Le piccole dimensioni suggeriscono leggerezza ma il cuore, che li rende una via di mezzo tra pittura e scultura, è di piombo.

La parte più straordinaria di villa Panza è comunque quella cui si accede dopo tutti questi ambienti e dopo la carrellata di opere sopra descritte, quasi si dovesse affrontare un percorso per giungere preparati all’incontro con l’eccellenza: è la parte dedicata all’arte ambientale degli anni ’60 e ’70 con interventi site specific degli artisti.
Diversi soggiornarono per mesi in Villa. James Turrell per esempio rimase tre mesi. E ognuno di loro lasciò la propria impronta, concentrandosi su qualcosa di diverso. Fattor comune la luce ma… quanta differenza tra un intervento e l’altro! Non si può descrivere, questa parte va realmente vista e bisogna goderne come esperienza sensoriale per assaporarne realmente l’eccezionalità.
Dan flavin si concentrò sull’illuminazione artificiale e decise di creare il famoso corridoio e le celeberrime stanze illuminate con neon colorati che vi si affacciano.
Robert Irwin si concentrò invece sull’illuminazione naturale e creò finestre, magnifiche aperture sul verde che circonda la villa. Sono queste a mio parere le sale più belle e tutte le volte lasciano senza fiato. L’artista sembra dire al visitatore ‘Fermati!’. E colpisce nel segno perchè oggi viviamo correndo e di rado prendiamo il tempo di fermarci a contemplare. Il silenzio poi in cui è immersa la villa completa il quadro di pace che l’artista ha inteso offrire con il suo percorso.
James Turrell infine fu lo straordinario interprete che operò una sintesi tra il percorso di Flavin e quello di Irwin arrivando a creare la stanza ‘Valeriane’, con l’apertura nel soffitto, quasi punto di arrivo estremo di questo viaggio nell’arte.

Oltre la suggestione, una meraviglia, un’esperienza sensoriale che va vissuta per essere capita e che si rinnova ogni volta che si torna ospiti a Villa Panza.

Le Signore dell’ Arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600

Sorprende fino a un certo punto che per vedere un numero adeguato di opere di donne esposte sia stato necessario organizzare una mostra dedicata solo all’arte delle donne.
Caso vuole poi che proprio il biennio 2020-2021 dedicato dal Comune di Milano al talento delle donne sia stato proprio quello massacrato dalla pandemia ma tant’è…

La mostra Le Signore dell’arte celebra finalmente a 34 artiste vissute tra rinascimento e barocco con 133 opere tra ricami, stampe, opere su carta e dipinti su tavola e su tela.

Apre la mostra Sofonisba Anguissola (1535-1625) con la Madonna dell’Itria del 1578, unica opera del periodo siciliano dell’artista.
L’opera racconta del matrimonio della pittrice cremonese con il nobile siciliano Fabrizio Moncada, morto in giovane età durante un viaggio per mare. La pittrice lasciò il dipinto al convento di San Francesco di Paternò, che lo custodisce tuttora, che si impegnò a dire una Messa tutti gli anni nell’anniversario della morte dell’amato Fabrizio. Chiari cenni autobiografici sono nell’autoritratto dalla Madonna e nelle due navi naufraganti sullo sfondo.
In seconde nozze Sofonisba sposò Lomellini anche in assenza dell’ approvazione del re di Spagna suo protettore. Protettore e ammiratore invece delle sue capacità di pittrice fu Michelangelo, nonchè Bernardino Cambi di cui era allieva.

Presente in mostra il capolavoro Partita a scacchi del 1555, concesso in prestito dalla Polonia.
Il gioco é una chiara allusione al rafforzamento della figura femminile: la regina che si muove liberamente sulla scacchiera ed è la più forte di tutti è emblema di questo rafforzamento e le tre sorelle dell’artista, rappresentate nel dipinto, ne prendono coscienza e se ne rallegrano.

Dopo Sofonisba, la mostra celebra
Claudia del Bufalo (date non certe), Lucrezia Quistelli (1541-1594) e la straordinaria ricamatrice Caterina Cantoni (1542-1601).

Tra le artiste attive in convento, Plautilla Nelli apprese le tecniche della pittura da autodidatta. L’arte vista come elevazione spirituale fu motore di apprendimento e di insegnamento,  tant’è che fu anche a capo di un’officina sacra all’interno della quale insegnava secondo i canoni del Savonarola.

Di Orsola Caccia (1596-1676) interessante il dipinto del 1630-40 Natività di San Giovanni Battista, tutto popolato da sole donne.

Magnifico anche il ritratto di Eleonora Gonzaga I del 1622 realizzato da Suor Lucrina Fetti.

Tra le figlie d’arte, Lavinia Fontana (1552-1614) era figlia di Prospero.
Sostenuta dalla famiglia (e anche dal marito e dagli 11 figli!) Lavinia dipinse per tutta la vita facendo dell’arte la propria professione, ritraendo l’aristocrazia del tempo.

Tra le opere esposte Galatea e amorini del 1590 e Giuditta e Oloferne del 1595. Giuditta è da includersi tra le eroine protagoniste delle rappresentazioni post concilio di Trento in reazione alle dottrine calviniste e luterane.

Bellissima la Consacrazione della Vergine del 1599 in prestito da Marsiglia.

Coetanea di Lavinia Fontana fu Barbara Longhi (1552-1638) che mosse i primi passi nella bottega paterna. La sua carriera non andò mai oltre l’area di Ravenna, ciò nonostante Vasari la ricorda nelle Vite quando accenna al padre Luca Longhi. Elegantissimo il suo ritratto di Santa Caterina d’Alessandria del 1580.

Oltre 200 le tele dipinte da Elisabetta Sirani (1638-1665) prolifica e rapidissima pittrice, rispettata da molti e direttrice della bottega paterna. Sepolta accanto a Guido Reni -ben più noto esponente della pittura bolognese-, Elisabetta si impegnò a diffondere il classicismo barocco di Guido e si specializzò in rappresentazioni di donne eroiche e ritratti.
Tra le opere, Porzia che si ferisce alla coscia del 1664. Moglie di Bruto, la donna si ferì per convincere della propria forza il marito e lo convinse a rivelarle della congiura ai danni di Cesare. Generalmente Porzia viene raffigurata mentre si suicida ingoiando carboni ardenti ma Elisabetta Sirani scelse di raffigurarla in un momento di estremo coraggio e forza.

Sulla stessa scia di celebrazione della forza femminile, Elisabetta Sirani rappresenta Timoclea nell’atto di uccidere il Capitano di Alessandro Magno che le aveva usato violenza. L’opera del 1659 raffigura il momento in cui la donna di Tebe reagisce al tentativo di furto e suggerendo al Capitano che i suoi beni siano in fondo a un pozzo, lo spinge dentro e, non paga di questo, gli lancia anche delle pietre addosso…

Delicatissime in compenso le giovani donne dipinta da Ginevra Cantofoli (1618-1672), un’altra artista bolognese del 600.

La sala successiva è dedicata a Fede Galizia e alla Tintoretta.
Fede Galizia (1574-1630?), molto vicino all’ Arcimboldo, si dedicò per lo più alle nature morte, genere nel quale eccelse per qualità ma produsse molto anche nella ritrattistica e nella pittura sacra. Purtroppo è presente in mostra solo una sua opera.

Come Tintoretta (1554-1590) è invece nota Marietta Robusti figlia del Tintoretto. Riconosciuta come grande artista, Marietta fu invitata alla Corte degli Asburgo ma il padre non le permise di lasciare a Venezia. Pare fosse di grande bellezza ma che si vestisse da uomo per poter lavorare nella bottega del padre…

Chiara Varotari (1584-1663) era invece sorella di Alessandro detto il Padovanino, pittore all’epoca di grande fama. Quando il fratello si trasferì a Venezia nel 1614, Chiara lo seguì. Come fece Elisabetta Sirani a Bologna, Chiara organizzò una scuola di pittura per donne a Venezia. Eccellente pare fosse la sua capacità di dipingere i tessuti.

Le tre figlie del pittore borgognone Vincent Voulot – italianizzato in Vincenzo Volò- divennero note per la capacità di dipingere fiori e Nature morte.
La più famosa fu Margherita che nacque nel 1648 e imparò tutto dal padre. Seguì a 19 anni Il marito Ludovico Caffi a Cremona e da quel momento iniziò l’ascesa di questa donna che guadagnò un posto nella storia dell’arte. Lavorò per grandi famiglie e corti europee ma non si dedico mai all’illustrazione di altro soggetto. Gli Este furono tra i suoi committenti. Notevole anche la sorella Francesca che portò avanti con successo la bottega del padre a Milano.

Giovanna Guerzoni (1600-1670) fu la migliore miniaturista barocca. Il guazzo, un tipo di tempera, fu la tecnica preferita dall’artista. Molto amata dalla Granduchessa di Toscana Vittoria della Rovere, Giovanna creò per lei anche magnifici ventagli. Le opere in mostra sono assolutamente strepitose.

Virgilia Vezzi (1601-1638) sposò Simon Vouet e divenne membro dell’Accademia di San Luca, tributo straordinario per un artista di sesso femminile. Per tutta la -purtroppo- breve vita assistette il marito, altrettanto talentuoso e naturalmente più noto di lei.

La mostra si conclude ovviamente con un tributo ad Artemisia Gentileschi, artista finalmente conosciuta ed adeguatamente apprezzata anche dal mercato dell’arte. Artemisia, una donna di straordinaria forza che riuscì a ribaltare la drammatica situazione nella quale si trovò  trasformandola in un punto di partenza, riuscì con le sue sole forze a riabilitare il proprio nome e a diventare una pittrice molto richiesta.
Dolcissima la Madonna del Latte del 1617,

mentre fortissimo e spavaldo è David con la testa di Golia del 1630.

Appresi rudimenti e tecnica nella bottega del padre Orazio, Artemisia fu capace di trarre insegnamenti dal manierismo cinquecentesco e sintetizzarli in un drammatico realismo seicentesco.
Forte l’impatto dell’ultima opera in mostra. La tela – appena ricondotta alla produzione della pittrice – si trova in Italia insieme ad un’altra per essere sottoposta ad un delicato restauro poichè rimasta fortemente danneggiata dall’esplosione del 2020 a Beirut.

La mostra, ricca e molto ben congegnata con diversi video esplicativi, punta i riflettori su artiste quasi completamente dimenticate ma che dimostrano, nelle spendide opere esposte, consapevolezza, tenacia, sapienza e …sicuramente una buona dose di resilienza per essere riuscite ad emergere -o se non altro a non soccombere- in un mondo dominato ieri come oggi da uomini.

Maurizio Cattelan e Neil Beloufa all’Hangar Bicocca

Il buio, uno spazio immenso a disposizioni e solo tre opere installate. Una scelta molto forte da parte di questo artista ormai celebre in tutto il mondo non tanto per la sua capacità plastica ma per il genio creativo. Pochissime delle opere di Cattelan sono fatte manualmente da lui ma la progettualità e lo studio che sono alle spalle dei suoi pezzi sono sempre alla base di tutto il lavoro e danno vita ad opere sempre pertinenti e molto incisive. Si apre così la ‘piazza’ dell’Hangar con la prima scultura.
Un uomo che dorme davanti a un cane. L’intento di Cattelan è di indurre a riflettere, creando immagini che si possano offrire a più letture, a più punti di vista.
In questo caso vediamo l’uomo con i bermuda, una maglietta e un cappellino di lana ma a scalzo.
Può essere un clochard con il suo cane?
Può essere una persona che si è addormentata sul divano ed il divano è stato sottratto dalla rappresentazione?
Può essere un cadavere?
Tante le possibili letture.
Anche la scelta del materiale ha un senso nella produzione di Cattelan. Qui la scelta è caduta sul marmo di Carrara che da solo attribuisce un senso aulico alla scultura e la nobilita l’opera proiettandola direttamente, con la sua stringente quotidianità, nell’olimpo delle rappresentazioni artistiche. Se il cane fosse stata una tassidermia o l’uomo fosse stato in cera l’esito sarebbe stato profondamente differente.
Ma la scena quindi è una riflessione sul sonno? Una riflessione sulla morte? Una riflessione sul rapporto tra uomo e cane?
Forse tutto insieme, verrebbe da dire.

La seconda opera esposta è un’ infinità di piccioni realizzati con la tecnica della tassidermia, ricorrente nella produzione di Cattelan proprio per il continuo sottendere della riflessione su vita e morte. Una parte di questi piccioni è stata sicuramente creata per l’occasione perché sono migliaia ma una parte è la rivisitazione della Biennale di Germano Celant del 1998 dove l’installazione era chiamata Tourists. Alla Biennale del 2011 l’installazione simile fatta sempre di piccioni era chiamata Others.
Qui si chiama Ghosts.
Sono loro i veri protagonisti della scena e i visitatori sono quelli che infastidiscono? Sono loro i veri protagonisti o sono fantasmi? Oppure siamo noi i fantasmi che attraversiamo Hangar? Anche qui la domanda rimane senza risposta univoca.

L’ultima opera è un diretto riferimento all’ 11 settembre. Per motivi personali l’artista è rimasto particolamente colpito dall’evento perché si trovava a New York, città in cui vive e lavora quando non è a Milano. Quest’opera si presta anch’ essa -come tutta la produzione di Cattelan- a diverse interpretazioni. In questo caso il monolite con l’aereo, realizzati in legno e resina, rappresentano in un certo senso la caducità dell’uomo e la morte che sopravviene. Il titolo é Blind perchè la morte rende ciechi.
Genio o non genio Cattelan riesce sempre a far parlare di sé e questo già contribuisce a renderlo un personaggio interessante. E la suggestione degli spazi dell’Hangar concorre a creare un palcoscenico davvero molto ‘scenico’.

Tutti parlano di Cattelan ma la sua mostra è preceduta da quella del giovane artista francese Neil Beloufa che merita altrettanta attenzione.
Nervosismo, frustrazione e spaesamento sono le sensazioni che inizialmente si provano visitando questa mostra perchè -obiettivamente- non si capisce niente.
E si sa che dietro la tenda nera comincia l’esposizione dedicata a Cattelan quindi questa mostra risulta ancor più complicata da capire. Passano tutti oltre, impazienti. Ma io mi ostino perchè nella sua assurdità la voglio capire e consacrarle il giusto tempo. Mi aiutano in questa scoperta i mediatori di Hangar Bicocca, eccezionali come sempre.

La mostra è completamente pilotata da tre “host” (intesi come identità digitali) identificati con tre colori che a propria discrezione accendono e spengono le varie installazioni e proiezioni.
Per visitare questa interessantissima mostra occorrerebbero in effetti 4 o 5 ore perché ognuno dei video proiettati è solo un frammento del video integrale messo a disposizione dall’artista tramite un QRCode.
Il totale spaesamento che prova lo spettatore è l’effetto desiderato dall’artista il cui obiettivo è far riflettere sul potere e sul potere soprattutto quando non è nelle proprie mani.
Il visitatore non ha la possibilità di attivare alcuna delle installazioni, nè quelle sonore né quelle visive, ma i temi affrontati sono molteplici, dall’inter-relazione tra le persone, agli effetti psicologici della guerra sui soldati dei vari eserciti. Diverse interviste sono proposte in monitor installati sopra a futuristiche panche da ginnastica.
E’ come se si avesse l’impressione di entrare in un luna park ma di quelli che fanno anche un po’ paura…
Interessante dunque e molto intensa. Da non ‘passare oltre’ insomma.

Il Castello di Rivoli

Dopo qualche anno dall’ultima visita, ho trovato il Castello di Rivoli meno frizzante e meno curato di quanto mi aspettassi. Qualche installazione mal funzionante o spenta, i custodi che non sanno più o meno nulla di quello che custodiscono (o forse i mediatori e i volontari di altre istituzioni stanno abituando i visitatori troppo bene)… Insomma sarà un’impressione ma il Castello è parso un po’ sottotono.

La prima sala presenta una video installazione di William Kentridge. Nel 1988 nasce l’animazione 3D negli studi Pixar.
Il mondo dell’arte reagisce tornando alla lavorazione con tecniche artigianali, creando un’animazione ‘povera’. Con il ritorno alle tecniche di inizio ‘900 Kentridge realizza una forma di animazione cancellando e disegnando sopra lo stesso foglio per creare immagini in movimento basate sulla carta e sulla stratificazione del gesto. Geniale. Una tecnica di inizio ‘900 in totale contrapposizione con la sofisticata tecnologia le costose produzione di oggi.


Divide la sala con Kentridge, un’ opera “ambientale” di Richard Long in pietra di tufo romano intitolata Romulus circle del 1997: elementi naturali del mondo organico e presenza dell’uomo in natura sono alla base delle opere di questo artista, noto per essere uno dei protagonisti della Land Art. Presente nella sala anche Michelangelo Pistoletto con la grande scultura in acrilico su poliuretano espanso dell’ 84 intitolata Persone Nere.

Le opere contemporanee si mischiano a maschere dell’800 e del ‘900 del Gabon e del Mali in prestito da una collezione torinese.  Elemento di raccordo tra contemporaneo e maschere è un’opera di Beau Dick, un artista nativo canadese che ritrae creature soprannaturali della tradizione occidentale americana.

Charlie don’t surf è il titolo dell’ opera di Maurizio Cattelan da una citazione tratta da Apocalypse Now di Francis Ford Coppola con una scena del film in cui gli americani attaccano e distruggono un villaggio vietnamita per accedere alla spiaggia e cavalcare le onde con il sole. A partire da questa scena Cattelan elaborare un’opera assolutamente crudele in cui si intuisce che il bambino apparentemente sereno seduto a scuola ma in realtà ha le mani trafitte da matite che lo tengono in una situazione immobile.
Fallimento, disperazione, e impossibilità di far uscire l’energia sono alla base della scultura intitolata Novecento del 1997 con un cavallo in tassidermia imbragato, appesa al soffitto.


Oltre alle opere di Cattelan, una scultura di Marisa Merz, una tempera di Picasso e un olio di Alexej von Jawlensky, questa sala presenta un’opera di Bracha Ettinger. L’opera, della serie Euridice, appartiene a un gruppo di opere accomunate dal riferimento alla ninfa che è stata restituita agli inferi a causa del marito Orfeo che non ha saputo resistere alla tentazione di guardarla. L’artista prende l’avvio dalle fotografie di archivio scattate nel 1942 che documentano bambini ebrei prima di essere uccisi dalla polizia tedesca. L’artista usa una fotocopiatrice riproducendo le fotografie fino a ridurle ad una sorta di matrice e moltiplicando gli strappi per ottenere immagini sospese tra l’essere e il non essere. Il risultato è un’opera davvero intensa.

Si dividono la sala seguente l’artista britannica Cecily Brown. Pinot Gallizio, Anselm Kiefer con una bellissima nave in tempesta in piombo ed un girasole essiccato, Lin May Seed, Enzo Cucchi, Emilio Vedova con una grande tela dell’83 e l’artista del Cairo Anna Boghiguian.


Dell’artista olandese  Bas Jan Ader è un film muto che raffigura l’artista che si strofina gli occhi fino a farli lacrimare, aumentando via via l’intensità emotiva. La riflessione dell’artista è tutta incentrata sulla fragilità umana. D’altronde l’artista stesso nel 1975, dopo alcuni anni in California, partì per un viaggio solitario nell’Atlantico e non venne mai ritrovato…
La sua opera è affiancata a un meraviglioso piccolo trittico devozionale di Simone dei Crocifissi in prestito dalla collezione Cerruti.
Bertand Lavier, appena visto in collezione Pinaul a Parigi, occupa il resto della sala con un pianoforte ricoperto da dense pennellate. Dagli anni 80 questa tecnica viene utilizzata dall’artista per effettuare la scelta di alcuni oggetti privati della loro funzionalità e sublimati in opere. É il linguaggio determinare il reale e non viceversa.

Il collasso modernista di un cumulo di rifiuti che dà forma a un’abitazione è alla base dell’opera della tedesca Isa Genzken.

Chris Burden, artista americano, nella sala successiva come un monologo in francese contro la xenofobia.

Non poteva mancare una m**** d’artista di Piero Manzoni del 1961 prestata dalla collezione Casoli di Pienza. L’inscatolamento di un rifiuto mette in discussione il feticismo per la traccia lasciata dall’artista. La profonda critica dei mezzi del sistema socio-economico dell’arte è portata all’estremo con il processo di innalzamento del rifiuto allo status di opera d’arte, offrendo al pubblico le vestigia dell’autore mercificandole e trasformandole in reliquia contemporanee…

Conclude il giro del piano una selezione di video di Regina José Galindo artista del Guatemala che personalmente apprezzo molto. Tematiche politico-sociali economiche ed ecologiche con un’attenzione volta a denunciare le violazioni dei diritti umani, costituiscono il nucleo della riflessione dell’artista. Crea performance a radicali e scomode perché racconta abusi di potere, ingiustizie sociali e violenze.

Interessante e complessa installazione di Fabio Mauri, drammaturgo e artista contemporaneo, che accosta una foto di Goebbels scattata mentre questi visita all’esposizione del 1936 Entartete Kunst, una litografia De Chirico, un altoparlante che ripete continuamente la frase ‘Che cos’è la natura’ in diverse lingue, una equazione matematica presentata su una lavagna e due gabbie che riproducono il suono del terremoto. L’installazione, presentata alla Biennale di Venezia del 78 è una riflessione sulla vita l’arte la cultura e rapporti umani e si intitola i Numeri Malefici.

Tra le più strane installazioni contemporanee troviamo due opere di George Grosz in cui segno, disarmonia cromatica e velocità nella linea che definisce i contorni restituiscono scene e di forte impatto, assolutamente moderne per l’epoca in cui vengono realizzate, gli anni 30.

Michelangelo Pistoletto e Giacomo Balla insieme a Marzia Migliora occupano la sala successiva. La celebre Venere degli stracci del 67 di Pistoletto esemplifica l’opera dell’artista a metà tra il linguaggio dell’arte povera e linguaggio dell’arte concettuale, in un dimensione particolare e universale. L’opera ritrae Venere, metafora in assoluto della memoria della Bellezza, nell’atto di volgere le spalle allo spettatore e al mondo stesso, mentre affonda sguardo in un cumulo di stracci colorati simbolo della temporaneità e della vivacità della quotidianità.

Magnifica l’opera La pazza di Giacomo Balla del 1905, dedicata all’emergenza sociale, realizzata con tecnica divisionista e taglio di ispirazione fotografica. Espressivo il decorativismo della cornice, anch’essa dipinta da Balla, e assolutamente unica questa figura di donna con capelli arruffati e abiti dimessi, sullo sfondo di un campo illuminato dal sole.
La tensione degli arti, l’espressione del volto, la posizione dei piedi, tutto di quest’opera parla, persino la cornice.

Fortissimo il video di Monica Bonvicini, che conosco da Art Basel e che apprezzo molto. L’opera del 1998 rappresenta il martellamento senza fine di un muro: l’artista espone lo stretto rapporto che lega lo spazio edificato all’immagine del potere e mette in questione il ruolo passivo tradizionalmente attribuito alle donne. Costruire è una prerogativa maschile. La mano femminile abbatte quindi il muro ma il video non mostra mai la distruzione completa, l’ intonaco si sgretola, appaiono i mattoni e poi l’azione ricomincia.
Metafora dell’esistenza femminile, direi.

Il secondo piano è dedicato alla mostra su Achille Bonito Oliva, critico e curatore d’arte contemporanea. La prima sezione della mostra è dedicata alla curatela delle esposizioni attraverso una selezione di opere che rievocano tutti gli appuntamenti più importanti da lui curati.
La seconda opera ricostruisce lo spazio privato dello studio con le più importanti pubblicazioni scientifiche. La terza area è dedicata all’espressione comportamentale, al rilievo di Bonito Oliva come personaggio pubblico. Tra le opere più interessanti della prima sezione, un De Dominicis del 1988, un Paladino dell’83 e un de Chirico in prestito dalla Collezione Cerruti.

Molto interessanti le sale dedicate alle mostre storiche  ‘Vitalità del negativo’ e ‘Contemporanea’, con opere di Luciano Fabro, Daniel Buren, Dan Flavin, Schifano e Rauschenberg, in prestito da diverse collezioni per ricostruire quelle che furono tappe di assoluto rilievo nella vita lavorativa di Bonito Oliva e nella storia della critica italiana.


Segue la sala ‘Punti cardinali dell’arte’, dedicata alla biennale del 1992 curata da lui. Tra gli artisti Matthew Barney e  Louise Bourgeois, entrambi riconosciuti oggi come grandi artisti.


Segue una sala dedicata a Ubi Fluxus ibi motus mostra del 1990 agli ex granai della Repubblica alle Zitelle, Giudecca. Allan Kaprow, Nitsch, Boetti e Shimamoto tra i protagonisti.

“MINIMALIA” del 1997 la protagonista della sala successiva con opere, tra gli altri, di Giulio Paolini e di Francesco Lo Savio.

Magnifica l’ installazione di Giovanni Anselmo con foglie secche racchiuse da una fitta rete di metallo. La stanza rievoca la mostra ‘Le stanze’ a Castello Colonna a Genazzano nel 1979,inaugurata a meno di un mese dalla mostra ‘Opere fatte ad arte’ che segna l’esordio della transavanguardia, a Acireale. Nel titolo ‘Le stanze’ la rievocazione delle stanze per La Giostra del poeta Poliziano. In questa esposizione è forte il dialogo tra gli artisti e lo spazio del Castello. a differenza della mostra di Acireale, quella di Genazzano non si focalizzò sulla transavanguardia includendo i diversi protagonisti ma attivò un dialogo tra loro e le ricerche afferenti all’arte povera di cui importante esponente fu appunto Giuseppe Penone. ‘Le stanze’ quindi come momento di sintesi critica sul decennio che era appena trascorso e al contempo una prospettiva su quelli che dovevano venire, elemento che da un lato la accomunava quella mostra a ‘Vitalità del negativo’ e dall’altra preannunciava le mostre successive come ‘Aperto 80 ‘e ‘Avanguardia transavanguardia’ del 68-77.
Una figura quindi, quella di Achille Bonito Oliva, di difficile lettura ma che ha avuto nel corso dei decenni ruoli grande importanza e indubbio talento.

La manica lunga del Castello presenta un’esposizione di Anne Imhof intitolata Sex, costruita in buona parte di transenne con pannelli di vetro, espressione del nostro tempo tra separazione delle persone e negazione della stessa separazione tramite il vetro. Si creano strutture quasi attraversabili, discontinue e definite da trasparenze. Un’esposizione complessa formata da una performance sonora, elementi architettonici, musica, disegni e dipinti. L’artista si appropria di diverse opere anche antiche sviluppando una sequenza di performance con un nutrito gruppo di collaboratori.
La mostra prevede inoltre che alla restituzione del dipinto Narciso di Caravaggio, in prestito da Roma, venga realizzata una performance funebre. Altri prestiti illustri sono Artemisia Gentileschi dalle collezioni di Intesa Sanpaolo, Gioacchino Assereto dalla collezione Cerruti, Jusepe de Ribera di nuovo dalla collezione Cerruti e ancora De Chirico e Giacometti. Tutti quindi in dialogo con Anne Imhof e le sue transenne nonché le sue serigrafie ed i suoi olii su tela.

La collezione Cerruti, perla del Piemonte

Nella tranquilla cittadina di Rivoli, tra le villette immerse nel verde della collina, c’é una casa che non si può immaginare, una casa che non si può definire in altro modo se non ‘perla’.
Dalla fine degli anni 70 fino al 2014 l’imprenditore collezionista Francesco Federico Cerruti ha raccolto in maniera riservata, attenta ma da grande conoscitore un insieme di opere che vanno da un trittico del trecento di Agnolo Gaddi a un Concetto Spaziale con quattro tagli rosso di Fontana, passando per Medardo Rosso e Modigliani.

La riservatezza che ha contraddistinto in vita  il collezionista, contraddistingue anche ora questa casa-museo dove non è possibile fare fotografie. Proverò a descrivere quello che ho visto perchè gli occhi sono pieni di meraviglia.

Si accede a uno studio dove si distinguono una scrivania alla mazzarina attribuita a Pietro Piffetti e una scrivania opera probabilmente di Giovanni Battista Galletti. Francesco Cerruti non si rivolgeva certo a qualcuno a caso ma si affidava a Pietro Accorsi, il migliore degli antiquari piemontesi-noto a tutti gli appassionati di mobili antichi- che ha arredato le migliori case di Torino, e non solo, diffondendo la conoscenza dell’arte del ‘700 in tutto il mondo. In questa sala vi sono, tra gli altri, un ritratto attribuito a Federico Barocci e un San Benedetto tra i rovi del 1633 di Tanzio da Varallo. È presente anche l’ultima opera acquistata da Cerruti, Jeune fille aux roses del 1897 di Renoir.
Ma c’è da dire che Cerruti era un grande imprenditore nel settore dell’editoria e aveva importato in Italia un sistema per le rilegature avveniristico, facendo fortuna. La fortuna gli consentì di acquistare opere eccezionali ma non dimenticò il valore dei libri antichi tant’ è che sono numerosi i pezzi di valore in collezione. In questa prima sala, tra gli altri, un testo di Francesco Colonna pubblicato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499.

Proseguendo, la sala della musica presenta distrattamente su un pianoforte opere di Medardo Rosso, Giacometti e Manzù, mentre alle pareti, tra gli altri, un Dosso Dossi e un’ opera di Paris Bordone.

Lo Scalone che porta al primo piano lascia letteralmente di stucco: si susseguono sulle pareti un Autoritratto del 1912 di Gino Severini, Antigrazioso di Umberto Boccioni sempre del 1912, un ritratto di Peter Lacy di Francis Bacon del 1956, Mattino di Felice Casorati del 1919-20, Il compasso del 1926 di Fernand Leger e, non ultima, la Donna dal vestito giallo (detta anche La bella spagnola) del 1918 di Amedeo Modigliani..
Sulla parete opposta alla scala un’opera di Savinio del 1928 e una Sirena del 1929 di Scipione, oltre a un piccola opera di Pablo Picasso del 1913, ad un’opera di Nicolas de Stael e a un piccolo dipinto di Mirò del ’52…

A questo punto già la testa gira ma non è ancora finita perché l’ingresso vero della casa -quello dal quale accedevano gli ospiti di Cerruti- è popolato da un’opera di Valerio Castello del 1655, da un olio di Simone Cantarini del 1637, da un Sisley del 1881 e da un Cézanne de 1877-78. Il tutto sopra un divano del ‘700 intagliato e dipinto in policromia.

Entrando nella sala da pranzo arriva un primo mancamento: sulle pareti, una delle collezioni private più importanti del mondo di De Chirico: otto le tele in collezione, di cui attualmente tre in prestito. Già la cosa sarebbe straordinaria in sé, ma oltretutto queste opere sono tutte degli anni ’10 e ’20, della fase quindi assolutamente più importante dell’artista!!

Prima di accedere alle stanze vi è una piccola anticamera che non solo ha in terra un Ushak a medaglioni anatolico del 1500 e un armadietto pensile di Piffetti, ma alle pareti presenta un’opera del 1902 di Giacomo Balla con originale cornice sagomata, due deliziosi Campigli, un paesaggio di Carrà, un Magritte, un Savigno e un Hartung.

A questo punto ci si chiede come mai questa collezione non sia maggiormente conosciuta ma poi si accede alle camere e si trova risposta nell’intimità in cui questi ambienti sono immersi. La camera della madre è stata predisposta perché la madre dell’imprenditore potesse soggiornarvi ma non è stata poi in effetti quasi mai utilizzata. Alle pareti un’opera di René Magritte, uno strepitoso Balla intitolato Velocità astratta del 1913, uno Chagall, una Danzatrice di Severini, un Sironi del 1919, un Max Ernst, un Yves Tanguy, tre Kandinskij e -giusto per non essere troppo prosaici- una Madonna con Bambino sopra al letto. Ma non una qualunque. Un’ opera del 1516 di Marco D’Oggiono, allievo di Leonardo. E il letto? naturalmente di Giuseppe Maria Bonzanigo della fine del ‘700.

Anche la camera successiva, chiamata Camera delle Rose, è uno scrigno di meraviglie con bene cinque opere di Morandi alla pareti oltre a una Madonna di Bernardo Strozzi e a un ritratto di fra’ Galgario.
E i mobili? Naturalmente del settecento e di Pietro Piffetti.

Il salone rettangolare presenta il sopracitato trittico di Agnolo Gaddi, figlio di Taddeo allievo di Giotto, una coppia di capricci architettonici di Francesco Guardi e due vedute veneziane del figlio di questi, Giacomo. Oltre a questi, una Sacra Famiglia di Domenichino, un San Lorenzo di Jusepe De Ribera, e un Giuseppe Pelizza da Volpedo intitolato Membra stanche (Famiglia di emigranti) del 1907.

Nel salone circolare due allegorie di Pompeo Batoni nonché una Madonna con Bambino di Francesco Francia, una commode francese laccata ‘alla cinese’ della metà del 1700 e un tavolino piemontese anch’esso del ‘700 decorato ad arte povera. Sotto a questo -con nonchalance- un tappeto Isfahan, detto anche polonese, del 1600 con nodo in seta e filo metallico su armatura in cotone.

Ultima delle camere, la camera nella torre.  Ideata e costruita come camera per l’ultimo addio dell’imprenditore, la stanza vede protagonista un piccolo letto circondato da opere di devozione, in particolare Madonne con Bambino. Qui l’opera più antica della collezione, una scultura policroma degli inizi del trecento. Tra gli altri dipinti, un San Rocco e un San Sebastiano del Bergognone, una Crocifissione di Marco di Paolo Veneziano e un Sant’Agostino del Sassetta.

Ma è il seminterrato a riservare ancora incredibili sorprese. E qui prende un secondo mancamento: De Dominicis, Casorati, Zandomeneghi e Robert Delaunay trovano  casa insieme a De Pisis, Campigli, Manzoni, Vedova, Burri, Sutherland, Licini, Kline e Fontana…
Non a caso su un pilastro portante della casa è esposto il primo acquisto di Cerruti, un acquerello del 1919 di Kandinskij. La sala dell’Ottocento poi propone opere di Boldini, Silvestro Lega, Angelo Morbelli, Fattori, Delleani e Signorini in una carrellata verso l’ultimo corridoio che presenta due opere di Warhol, tanto per chiarire -ce ne fosse stato bisogno- che il bello è bello, a prescindere salle epoche e dalle mode.

La Venaria Reale

È come se si nascondesse agli occhi di chi passa ma non è determinato a visitarla. É immensa rispetto al borgo che la circonda, eppure è come se questo la nascondesse per proteggerla. Poi si accede al cortile e finalmente se ne percepisce l’ampiezza.

Guido Reni, Guercino e Paolo Veronese nelle sale della Venaria Reale in prestito dalle gallerie Sabaude, danno il benvenuto nelle prime sale insieme a tre scena di caccia una di De Vos, e due attribuite a Frans Snyder.

I telamoni angolari con trofei militari e le iniziali intrecciate con sopra la corona sottolineano il ruolo di questa stanza come anticamera dall’appartamento reale destinato a Vittorio Amedeo II il quale incaricò Michelangelo Garove di trasformare secondo i canoni dell’architettura francese la raffinata reggia. A quell’epoca i Savoia avevano appena guadagnato il titolo Regio dopo aver liberato dai francesi la città di Torino nel 1706.

Della Camera di udienza della Regina colpiscono non solo gli arredi ma anche l’usanza:  pare che la Sovrana si sedesse su una poltrona in mezzo alla sala e ponesse domande a chi aveva l’onore di poter presenziare. In assenza di domanda della Regina nessuno era autorizzato a parlare… una noia mortale ma l’importante era esserci.
Fra gli arredi, un tavolino, una magnifica console di Piffetti e un tappeto Ushak del 1650, oltre a un magnifico lampadario in vetro di Murano del 1790.

Lo stesso Piffetti protagonista della stanza da letto successiva con un arcolaio e tavolino legno lastronato intarsiato in avorio e tartaruga di metallo.

Di Luigi Prinotto invece la ‘mazzarina ‘ della stanza successiva. Magnifici anche gli stucchi del soffitto di Pietro Somasso del 1703-8.

Le consoles del ‘700 piemontese si sprecano…

…finchè si arriva alla Galleria Grande… la maraviglia! Impreziosita dagli stucchi, la galleria del ‘700 è ora popolata dall’installazione contemporanea di Valerio Berruti, la Giostra di Nina. Magnifico l’accostamento di antico e contemporaneo.

Notevoli anche le quattro stagioni scolpite da Simone Martinez per Palazzo Reale ma portate qui nel 1753.

Dalla Reggia si passa alle scuderie dove sono esposte le carrozze e… il bucintoro!
Il bucintoro dei Savoia è l’unico esemplare di imbarcazione veneziana originale del ‘700 poichè l’ultimo bucintoro dei Dogi è andato in fiamme a fine ‘700.

Ma non è ancora finita perche dopo le scuderie il percorso prevede la cappella di Sant’Uberto, capolavoro di Juvarra, iniziata nel 1716. La pianta circolare porta come riferimento le architetture di Palladio, Bernini e Borromini ma la cappella è rimasta incompiuta nella facciata e nella cupola, completate successivamente. L’altare maggiore e i dottori della chiesa sono opera dello scultore Giovanni Baratta mentre le tele negli altari del transetto sono di Francesco Trevisani e Sebastiano Ricci.

Una stanza intravista per caso prima dell’uscita dalla cappella svela le ultime due meraviglie di Venaria: un tabernacolo di Luigi Prinotto del1750 e la Battaglia di Lepanto di Palma il Giovane, il cui stile si può dire sia una sintesi tra Tiziano, Tintoretto e Veronese. Alla morte di questi, il Palma divenne protagonista della pittura veneziana, a partire dal 1590 circa. Mirabile l’immensa tela qui esposta.

La Venaria Reale è organizzata meno bene di Stupinigi ma in compenso è estremamente apprezzabile il fatto che in certi periodi dell’anno Reggia e giardino siano aperte fino alle 22.

La palazzina di caccia di Stupinigi

Gli arredi in stile tradiscono un passato movimentato alla Reggia di Stupinigi. Molto è stato ricollocato nel corso del tempo ma le grandi tele e i decori dell’architettura in grande parte non hanno subito i danni del tempo (e dell’uomo).
Originali le volte almeno, la prima di Giovan Pietro Pozzo nel 1765 decorata a grottesche che fa da sfondo ai dipinti di Wehrlin con cineserie.

La seconda affrescata da Gaetano Perego nel 1765 che realizzò anche i sopraporta.

Pregevoli invece gli arredi della sala degli Specchi, raffinato ambiente creato nel 1763 di Giovanni Pietro Pozzo.

Di stampo Rococò la sala esagonale databile al 1753 con la volta a prospettiva.

Simpaticissimi i gabinetti cinesi con una tappezzeria di carta dipinta a tempera della seconda metà del settecento, importata dalla Cina meridionale che raffigura scene di vita cinese su sfondo roccioso. Il gusto per le cineserie era molto diffuso nel 1700.

La sala dedicata allo scultore e artigiano Bonzanigo è occupata da un bellissimo stipo medagliere bianco e azzurro della fine del ‘700.

Il gabinetto del Pregadio completa la rassegna degli ebanisti piemontesi con il Pregadio di Pietro Piffetti eseguito nel 1758 su disegno dell’architetto di corte Benedetto Alfieri. Presente anche un mobile doppio corpo in noce biondo attribuito anch’esso al Piffetti.

La volta affrescata nel 1761 da Giuseppe Pietro Pozzo e la tappezzeria in taffetà della seconda metà del XVII fanno da contorno a un tavolino e una ribaltina di Giuseppe Galletti successore del Piffetti nel ruolo di ebanista del re a partire dal 1777.

Di Prinotto la mazzarina, di Piffetti l’inginocchiatoio e il cassettone della sala successiva.

Originale anche il salotto dell’intagliatore Giuseppe Maria Bonzanigo del 1780- 90.

Quattro grandi tele di Vittorio Amedeo Gaetano Cignaroli del 1771-77 sono dedicate a scene caccia e conducono al salone centrale di forma ellittica, progettato dall’architetto di corte Filippo Juvarra e affrescato dai bolognesi Domenico e Giuseppe Valeriani con il Trionfo di Diana e le Ninfe a caccia di pavoni e pernici, tutto del ‘700, lampadario gigante compreso.

Magnifiche le 4 specchiere di Giuseppe Maria Bonzanigo databili al 1780-90 nell’appartamento del re, mentre l’anticamera  della regina è decorata da un affresco con il Sacrificio di Ifigenia dipinto da Giovanni Battista Crosato nel 1733.

La Palazzina, ben organizzata, soddisfa appieno la voglia di ‘700 piemontese e invita a proseguire sulle orme dei Savoia.

La collezione Pinault alla Bourse de Commerce di Parigi

Il ritardo su un volo di rientro da Parigi mi regala il tempo di visitare la Bourse de Commerce, nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea nella capitale francese. L’operazione di trasformazione dello storico immobile ha preso l’avvio per volontà del magnate francese François Pinault -proprietario tra l’altro per chi non lo sapesse della casa d’aste Christie’s- che ha incaricato l’Archistar Tadao Ando di creare questa meraviglia.


Dell’antica struttura edificata nel 1767 come magazzino del grano, rimangono solo le 25 arcate della facciata interna e la scala a doppia elica che su un fianco conduce fino al piano più alto ma molto di ciò che è visibile si può attribuire agli interventi strutturali del XIX che trasformarono il magazzino del grano in borsa del commercio.
A quel periodo risale anche la grande pittura murale che decora la fascia sotto alla cupola di vetro posata nel 1813: è tra il 1886 ed il 1889 che il pittore Alexis-Joseph Mazerolle insieme ad altri quattro artisti dipinge questi 1400 mq di tela con scene di scambi internazionali ampiamente caratterizzati da una visione folkloristica e immaginata delle popolazioni degli altri continenti.

Tutto il resto è bianco e lascia un enorme spazio neutro a disposizione della collezione Pinault, sia per la collocazione dei pezzi già di proprietà, sia per la creazione delle opere site specific.
Un olio su tela di dimensioni colossali accoglie i visitatori nella prima sala: Martial Raysse propone in questa tela di dimensioni importanti una riflessione sul paradosso permanente della nostra contemporaneità, tra gli scontri violenti sullo sfondo e la popolazione gioiosa in primo piano che nei colori riporta la mente la produzione della fase pop dell’artista negli anni sessanta. A tratti crudo nella sua rappresentazione, Raysse ritrae e denuncia la nostra contemporaneità fatta, in estrema sintesi, di molta apparenza e poca sostanza.

Il Futurismo e il ritorno al passato si sposano nell’ opera di Tatiana Trouvé intitolata The Guardian del 2018: otto sedie di guardiani fantomatici disseminate nell’esposizione e realizzate con materiali vari sono simboli che lasciano il segno e inducono a una riflessione sul nostro rapporto con la natura, sulla nostra maniera di abitare il mondo e sul potere dell’immaginazione.

Si arriva così al salone centrale sovrastato dalla grande cupola di vetro, emblema di quella modernità industriale che nel XIX secolo ha portato Parigi in vetta alla classifica delle città più rivoluzionarie, affascinanti e moderne del mondo.
Assolutamente eccezionale l’opera di Urs Fischer creata a partire da una scultura realizzata per la Biennale del 2011, una replica esatta del Ratto delle Sabine del Giambologna, posizionata qui e terminata nel 2020 con un intervento specifico per questa prestigiosa sede. Il punto di partenza è ovviamente la fontana del Giambologna ma Fischer realizza opere in cera che si consumano con il tempo dell’esposizione fino a non lasciare traccia di sé. Una fiammella brucia infatti tutti i giorni eviene viene spenta solo la notte. Attorno alla scultura principale -oltre a un ritratto sempre in cera dell’artista amico Rudolf Stingel anch’esso in cera e soggetto alla progressiva liquefazione- diverse sedie, riproduzioni di quattro pezzi storici africani esposti al museo Quai Branly e semplici sedie da aereoporto o da ufficio, che inducono a riflettere sulla caducità dell’essere umano, sul passare del tempo, sul colonialismo, sul nostro passato e sul nostro futuro.

Tutto attorno alla rotonda al piano terra 24 vetrine propongono oggetti scelti da Bertrand Lavier che utilizza il potere dell’esposizione per qualificare come oggetti artistici alcuni simboli della vita moderna. Il valore dell’uso dell’oggetto è annullato per diventare puro simbolo. Il prelievo, la sovrapposizione e la scomposizione sono gesti fondamentali dell’ artista.

Le opere di David Hammons popolano la galleria 2.
Per la prima volta viene mostrato in Europa un nucleo così corposo di opere di questo artista, stabilito a Harlem dove dagli anni ’70 porta avanti la riflessione che nutre il suo lavoro: recupero, assemblaggio, riqualificazione e ritorno alla vita per gli oggetti recuperati dalla strada sono i concetti alla base delle sue produzioni che si prestano come paradossi, forti della loro usura, a una riflessione su fasti e derive, colonialismo imperialismo, black power e white cube.
Le opere ‘forgotten dream’ e ‘on loan’ ben esemplificano la visione dissacrante  dell’artista che ricrea dunque veri e propri mondi a partire da oggetti eliminati.

Artisti la cui opera si è sviluppata a partire dagli anni ’70 sono protagonisti della galleria 3. Un approccio critico alla società contemporanea, attraverso la messa in scena con serialità nelle opere fotografiche di Michel Journiac, Cindy Sherman  e Martha Wilson: mettendo in gioco gli stereotipi e i ruoli definiti nella società, questi artisti mettono in dubbio i limiti di genere, di status e di età attraverso il travestimento e la messa in scena di se stessi.

Negli anni ’80 le ricerche di Louise Lawler, Sherrie Levine e Richard Prince tra logiche di appropriazione ed attivismo politico prolungano queste riflessioni ponendo l’accento su cosa possa essere considerato opera d’arte gesto e artistico.
Forte la critica di Louise Lawler  nell’opera Helms Amendment del 1989. 94 fotografie di altrettanti bicchieri e sei testi applicati sui muri denunciano il momento in cui il Senato degli Stati Uniti decise che i fondi messi a disposizione non dovessero essere utilizzati per la ricerca sull’Aids.

La galleria 4 è dedicata a Rudolf Stingler, celebre artista italiano che nel 1988 ha pubblicato un manuale tramite il quale spiegava la sua tecnica pittorica. Qui tre opere molto diverse sono state scelte appositamente per confermare la sua visione dell’arte come condivisione: una delle tre grandi riproduzioni fotografiche rappresenta Franz West amico dell’artista, un’altra Paola Cooper, sua gallerista a New York, la terza Kirchner, il noto pittore espressionista. Per Stingler dipingere è anzitutto un’operazione concettuale, un’ esplorazione dei parametri dell’opera d’arte.

In un continuum tutto attorno alla circonferenza rivisitata da Tadao Ando si susseguono le gallerie 5, popolata da opere di Martin Kippenberger, Florian Krewer e Thomas Schütte, la galleria 6 con opere di Miriam Cahn, Antonio Oba e Luc Tuymans e la galleria 7 con Xinyi Cheng, Peter Doig, Marlene Dumas, Kerry James Marshall, Ser Serpas, Claire Tabouret e Lynette Yiadon-Boake.
Questa esposizione riunisce attorno alla rappresentazione della figura umana alcuni artisti nati negli anni ’50 affiancati ad artisti più giovani ed emergenti.
Figure oniriche o reali, allegoriche o ibride inducono a riflettere sull’essere senza un’ interpretazione unica ma con voci multiple.

A conclusione della visita, i sotterranei presentano l’installazione sonora di Tarek Atoui artista francese formato alla musica elettroacustica.
Oggetti installati sono al contempo sculture e strumenti che stabiliscono una piattaforma di ascolto e di composizione:lo spettatore è invitato a entrare nel cuore dell’esperienza unica a ogni secondo; allo stesso tempo si tratta di una composizione perché ognuno di questi oggetti suona in maniera autonoma una musica unica. Intrecciati tra loro con moderne tecnologie, gli oggetti sono spesso di origine minerale o vegetale, a testimonianza di un percorso che dal passato porta al futuro. L’installazione frutto di 5 anni di studi di tecniche popolari in Cina, è stata presentata a Guangzhou, a Singapore oltre che a Venezia nella Biennale del 2019.

Divide il sottosuolo con Tarek Atoui Pierre Huyghe che con la sua installazione visiva pone la questione del limite tra l’umano e l’animale e della nostra relazione con le macchine: in quest’opera diversi fattori come la temperatura, l’umidità, il movimento dei visitatori sono registrati da strumenti in grado di captare ed emettere suoni e luci in base a quanto captato.

Divertenti e irriverenti infine i piccioni realizzati da Maurizio Cattelan che poggiano minacciosi sulla prestigiosa ed elegante balconata…

Il restauro di Palazzo Spadaro Libertini a Caltagirone: un lodevole esempio di recupero e di valorizzazione del patrimonio

Caltagirone, perla barocca della Val di Noto, riconosciuta Patrimonio dell’Unesco nel 2002, finalmente può vantare l’apertura al pubblico di Palazzo Spadaro Libertini, uno degli edifici più antichi e preziosi della città e dell’intera zona. Visti il pregio e la rilevanza storica e artistica, il Palazzo stesso è stato dichiarato bene monumentale di rilevante interesse artistico.

Grazie alla determinazione delle eredi e ad un lavoro durato diversi anni, il Palazzo ha finalmente aperto le porte al pubblico questa primavera in occasione della giornata delle Dimore Storiche dopo un’inaugurazione per pochi eletti alla presenza delle autorità cittadine e del baritono Luca Salsi che si è esibito prima della trionfale Prima della Scala di Milano del 7 dicembre dove è stato osannato per il suo ruolo del Barone Scarpia nella Tosca. 

La possibilità di vista al Palazzo arricchisce l’offerta culturale della città che fino ad oggi si limitava al museo della Ceramica, alla celeberrima scalinata di Santa Maria del Monte, al Carcere Borbonico oggi purtroppo chiuso, ed a qualche chiesa antica.

Il Palazzo

Il Palazzo è costituito da un quadrilatero in stile barocco ricostruito su un impianto preesistente cinquecentesco, sicuramente riconducibile al palazzo appartenuto a Bonaventura Secusio, vescovo di Catania e diplomatico nato a Caltagirone nel 1558. I lavori di ricostruzione dopo il terribile terremoto del 1693 che distrusse la maggior parte dei monumenti e palazzi della Sicilia orientale, iniziarono nel 1725 e si conclusero nel 1732.

L’ingresso principale del Palazzo si trova al civico 22 di Via San Bonaventura -a pochi passi dalla celeberrima scalinata e in prossimità della Chiesa di San Bonaventura- si presenta con un imponente androne attraverso il quale si accede ad un cortile barocco decorato con una pregevole fontana.

Ai lati di questa ci sono le ex scuderie, diventate poi magazzini e trasformati successivamente in negozi.  Sul lato destro si sviluppa uno scalone barocco in pietra di Comiso illuminato da finestroni e finestre più piccole ad “oculo” che danno sul cortile interno. Salendo i comodi gradini “da cavallo” dello scalone si accede al piano primo/ammezzato ed al secondo ed ultimo piano.

Nel 1871 la maggior parte del Palazzo venne venduta a Michelangelo Libertini dei Baroni di S. Marco Lo Vecchio, Patrizio di Caltagirone, il quale ne fece, al piano nobile, la propria fastosa dimora arredandola con infissi laccati bianco e oro, mobili prodotti in Francia, damaschi e tappeti creati dalle celebri manifatture tessili di Aubusson e di Versailles. Questi tessili, creati appositamente per i saloni ai quali erano destinati, rimangono ad oggi pezzi di notevole pregio ed importanza storico-artistica.

Le volte dei Saloni, il cui impianto è stato rimaneggiato rispetto a quello originario, sono state fatte decorare dai migliori artisti locali e arricchite da pitture di Francesco Vaccaro, appartenente alla rinomata famiglia di artisti calatini, autori di opere presenti nelle chiese e musei di Caltagirone sino al territorio del ragusano.

Le porte dei Saloni di Rappresentanza sono in vetro impreziosito da splendide pitture raffiguranti animali esotici e fiori che richiamano le decorazioni delle volte in un unico inscindibile motivo decorativo che rende equilibrato il decoro degli spazi.

Nei Saloni di Rappresentanza si tennero negli anni riunioni di stampo culturale e divennero salotto politico e culturale del Senatore Libertini, uomo politico di spicco e benemerito, morto nel 1945. In seguito, per scelta della proprietà, i Saloni del Palazzo divennero sede di primarie istituzioni accogliendo personalità di rilievo del mondo della letteratura e della politica non solo siciliane ma anche di livello nazionale.

Il Gran Coda Pleyel Wolff del Salone degli Specchi

Si narra che il Patrizio Michelangelo Libertini di S. Marco non si fosse limitato ad ordinare in Francia tutti gli arredi del Palazzo, ma che ordinasse anche un magnifico pianoforte alla rinomatissima ditta Pleyel, insieme ad arpe ed altri strumenti, affinché nei Saloni di Rappresentanza si potesse assistere a momenti di intrattenimento musicale.

Dopo un restauro conservativo durato oltre un anno, durante il quale tutte le parti originali (corde, martelletti e tastiera in avorio) sono state integralmente recuperate, è stato riportato a nuova vita il Gran Coda Pleyel Wolff, databile intorno al 1878, che ha potuto ricevere un’accordatura di poco inferiore allo standard odierno 440Hz, così da consentire un pieno utilizzo per concerti e per accompagnamento di cantanti lirici.

Le memorie degli eredi riportano che Richard Wagner in visita a Ramacca alla figliastra Blandine, nipote di Franz Liszt, fidanzata e poi convolata a nozze con Biagio Gravina di Ramacca, si fosse recato anche a Caltagirone e avesse suonato su questo splendido strumento

La proprietà

Michelangelo Libertini donò la propria parte di Palazzo ai figli ma dopo alcune vicissitudini la stessa proprietà venne riunita nelle mani di Francesco Spadaro di Passanitello, insigne storico, araldista e archeologo, nonché sindaco di Caltagirone.

L’altra parte del Palazzo, il primo piano ed i magazzini/negozi, venne lasciata in eredità al padre del conte Michele Gravina nonno degli eredi Spadaro di Passanitello.

Il Palazzo che prima veniva chiamato Palazzo Libertini, prese quindi il nome di Palazzo Spadaro Libertini o Palazzo Spadaro per brevità.

Negli ultimi anni l’Architetto Alvise Spadaro Gravina, noto storico dell’arte, grande conoscitore di Caravaggio, ha “ceduto il testimone” di tutta la parte di rappresentanza del piano alla cugina Lara Marina Gravina del ramo di Belmonte Beaumont, la quale ha così ricevuto la responsabilità di “riportare in vita il cuore del Palazzo”.

Nell’ambito, quindi, di un passaggio generazionale in famiglia che vede legate da stretti vincoli di parentela le famiglie Maggiore, Libertini, Spadaro e Gravina, l’Avvocato Lara Marina Gravina di Belmonte, milanese di nascita ma siciliana di cuore e profondamente legata alle radici e tradizioni millenarie siciliane della propria importante famiglia, insieme alla madre Gemma ha intrapreso con grande energia il ripristino integrale di tutta la parte di rappresentanza insieme a quello di altre parti del Palazzo e ha portato alla nascita di una nuova realtà adibita a location per eventi e momenti speciali destinati ad un pubblico selezionato in grado di apprezzare tutta la storia, il fasto e la bellezza che i luoghi della dimora storica racchiudono. Ecco, dunque, che la parte di rappresentanza -oltre a essere visibile e visitabile in alcuni periodi dell’anno- può ora ospitare eventi come concerti, mostre, conferenze /meeting e set fotografici, pubblicitari e cinematografici.

Gli spazi dedicati a queste attività sono i cinque saloni denominati in base ai decori ed alle tappezzerie che li caratterizzano, ovvero degli Stemmi, dei Marmi, Giallo, degli Specchi o Rosso e Azzurro. L’eccezionale acustica del Salone degli Specchi e del Salone Giallo ne fanno l’ideale spazio per concerti e recital di canto lirico.

L’ingresso ai saloni, denominato Castello, si caratterizza per un muro sovrastato da volta crociera che offre una suggestiva atmosfera “medievale” ideale come spazio espositivo.

Oggi la parte di rappresentanza di Palazzo Spadaro Libertini, è tornata a vivere per un atto d’amore delle eredi non solo verso le proprie origini ma nei confronti della città di Caltagirone e della amata Sicilia, quale testimonianza che le origini sono una parte di noi che nessuna distanza può cancellare. Proprio lo spirito di “ridare vita a ciò che sembrava essere destinato all’oblio” ha convinto le Principesse Gravina di Belmonte a coniugare la destinazione della Dimora come abitazione privata “di delizia” a quella di location per eventi e momenti “speciali” destinati ad un pubblico selezionato, in grado di apprezzare la storia oltre al fasto dei luoghi.

 

Divine e avanguardie. Le donne nell’arte russa

La mostra di Palazzo Reale offre un interessante viaggio all’interno del mondo russo, proponendo un percorso curiosamente misto tra rappresentazione della donna nella pittura e ruolo della donna artista. Lo strano tentativo riesce bene e nonostante personalmente preferisca i percorsi che seguono un ordine cronologico e non tematico, ho trovato il tutto molto piacevole e ricco di spunti di approfondimento.

Dopo una prima sala dedicata alle icone, ritratti di nobildonne e imperatrici conducono direttamente il visitatore nel diciannovesimo e ventesimo secolo.

Ma è la donna contadina a essere vero oggetto di attenzione. Se il primo a rappresentare quelle che fino al 1861 erano solo serve della gleba fu Aleksej Venetsianov,

è a Filipp Maljavin che dobbiamo i primi ritratti di donne forti e consapevoli. Con un’esplosione di colore ‘Donne di campagna’ del 1905 mostra una donna completamente diversa dalle precedenti.

Kazimir Malevič capisce ben presto che il suprematismo degli anni ’10 non è più d’attualità e ci offre una visione della contadine e della fatica dei campi con tre dipinti su compensato della fine degli anni ’20 in arrivo dal Museo di Stato di San Pietroburgo (come del resto tutte le opere esposte).

Dopo l’avanguardia rivisitata di Malevič il curioso allestimento ci riporta a Il’ja Repin, l’indiscusso protagonista della pittura russa dell’800. Lo splendido ritratto della figlia ci ricorda come per tanti versi il ‘loro impressionismo’ non sia stato poi così diverso dal ‘nostro…

Anna Achmatova, celebre poetessa amata da tutti i russofili, non poteva non comparire in questa rassegna ed è infatti presente in un intenso ritratto di Kuzma Petrov Vodkin del 1922. Ritratta anche da Modigliani, Anna fu moglie del poeta Gumilev fucilato nel 1921 con l’accusa di essere controrivoluzionario. La sua figura emerge dal blu malinconico dello sfondo.

Torniamo alle avanguardie poco dopo con la lavandaia di Vladimir Lebedev del 1925. Chiare le influenze cubiste sia sullo stile che sui materiali.

Sempre meno suprematista, ritroviamo Malevič con un’operaia del 1933.

Ma è dopo le belle operaie tessili del 1927 dipinte da Aleksandr Dejneka

che torniamo al XIX secolo con una sala che indaga il ruolo della donna in famiglia.

La disperazione di una giovane per un matrimonio stabilito dalla famiglia, una giovane moglie molestata dal suocero, una vedova finita in povertà offrono uno spaccato dell’epoca ante-rivoluzione, quando il destino della donna era indissolubilmente legato al marito. Anche dopo lo sarà ma la donna sarà anche designata spesso e volentieri eroina sovietica.

Le madri, vere eroine di tutti i tempi, vengono celebrate da alcune magnifiche tele del 1904 e del 1906, intime e tenere, di Boris Kustodiev

Due splendide opere di Zinaida Serebrjakova pongono l’accento anche sul rilievo che ebbero le sconosciute artiste russe del XIX secolo

così come il magnifico ‘Ombrello’ del 1883 di Marija Baškirtseva che va letto come manifesto dell’inquietudine della donna pittrice per la propria posizione in un mondo tutto al maschile. L’ombrello come ombra nera sul proprio futuro.

La rassegna continua con le artiste del XX secolo più note al grande pubblico come Ljubov Popova, Natalja Gončarova e Aleksandra Exter,

per poi chiudersi con la celebrazione della donna forte e sovietica accanto all’ uomo staliniano nella gruppo bronzeo del 1937 di Vera Muchina ‘L’operaio e la kolkotsiana’.

Una mostra nel complesso piacevole che consente di vedere opere altrimenti non di facile accesso e che consente sopratutto di approfondire la conoscenza di alcune artiste di grande talento.

Carla Accardi al Museo del’900

In una Milano quasi deserta, visito oggi la mostra di Carla Accardi al Museo del ‘900. Di tutto questo anno dedicato dal Comune alle donne nell’arte rimane ben poco. Persino la pandemia ha remato contro quello che per il lodevole intento del Comune, dove essere l’anno giusto per celebrare la donna artista.

Mentre a Londra si fa la fila per ammirare alla National Gallery il genio di Artemisia, in un Museo del ‘900 pressochè vuoto si espone Carla Accardi.

Figura di spicco degli anno ’50, Carla ha seguito, accompagnato e a tratti guidato il percorso dei più noti colleghi maschi, da Turcato a Perilli, da Dorazio a Consagra. Le prime mirabili opere, che prendono le mosse dal più classico dei Balla futuristi, sono affiancate alle opere degli amici di sempre.

Fra tutti, colui che dal 49 sarà suo marito, Antonio Sanfilippo.

Vicini al Partito Comunista, gli amici firmano il manifesto che li registrerà nella storia dell’arte come Gruppo Forma 1. Ne è esposta un’interessante copia.

Dal 1953 Carla sviluppa uno stile personalissimo, fatto della luce e delle onde della sua Trapani, fatto delle sedimentazioni visive delle saline della sua terra natìa. Nel ’54 a seguito di una personale a Roma viene inserita dal critico Tapié nel gruppo internazionale dell’Informel; la “matericità” di alcune opere trovo la avvicini molto al Gruppo Cobra.

L’intervento dell’Urss in Ungheria nel ’56 la allontana dal Partito Comunista e svincola la sua pittura dalla politica. La riflessione sul colore, sulla contrapposizione dei toni domina il periodo successivo.

Una riflessione continua fra micro e macroscala, corpi cosmici e microorganismi.

Pierre Restany nel 59 definisce la sua arte “Una scrittura simbolica, arcaica, magica e rituale” e le opere esposte ben rappresentano questo periodo.

E poi arriva il colore, con una dirompente virata dalla Biennale del 64. Evidente il cambiamento di questa donna la cui ricerca non si è mai fermata. Come Fontana e come tutti gli artisti del loro tempo, Carla non può non essere influenzata dalla scienza, dal neon, della fosforescenza. Guarda a Matisse e lo celebra con una serie di acquerelli che celebrano il colore.

La riflessione sulla modernità e sull’innovazione la porta direttamente alle plastiche che usa con disinvoltura insieme a vernice fluorescente, con l’intento di indagare lo straordinario materiale che cambierà il mondo.

Il segno archetipico viene quindi dagli anni 60 in poi applicato al materiale piu innovativo del mondo, un matrimonio straordinario per un’artista molto prolifica che ha dominato buona parte della storia della seconda metà del ‘900.

Il percorso si conclude con alcune opere che mettono in evidenza l’ulteriore riflessione sulla pittura come pratica a sé stante, restituendo dignità anche al telaio ed a parti di esso come base estetica e strutturale dell’opera e dunque meritevoli di attenzione.

Una mostra a mio parere interessante e completa.

Il Quarto Stato, storia di un acquisto milanese

1920: i milanesi acquistano il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo per 50.000 lire.

Al 20 maggio di 100 anni fa risale la delibera della Giunta di Milano.
Il capolavoro entra nelle raccolte civiche grazie alla generosità dei milanesi, al sostegno del gallerista Lino Pesaro ed al Corriere che, oltre a lanciare e sostenere l’operazione, pubblica nomi, cognomi e importo donato, incentivando di fatto la partecipazione.
Precoce esempio di crowdfunding e di lungimiranza.
Qualche anno fa ho avuto la fortuna di partecipare alle rievocazione storica a Volpedo, dove gli eredi delle persone ritratte, pieni di orgoglio, hanno dato vita ad uno spettacolo straordinario.
Ho imparato ad amare quest’opera alla Galleria d’Arte Moderna di via Palestro dove è stata esposta per tanti anni, fino a quando è stata chiamata ad aprire il percorso del Museo del Novecento di Milano.

Un posto d’onore per un’opera ricca di significati il più attuale dei quali è la speranza di passare da uno sfondo ombroso ad un futuro radioso.

https://www.museodelnovecento.org/it/mostra/il-quarto-stato-cronaca-di-un-acquisto-2

Georges de la Tour

Ha aperto i battenti a inizio febbraio la mostra dedicata a questo artista francese di cui si sa relativamente poco ma che gli storici dell’arte, a partire da Longhi fino a Rosenberg, hanno cercato di fare conoscere e rivalutare. Georges de la Tour ha saputo coniugare la lezione di Caravaggio allo studio della luce tipicamente nordico, sintetizzando il tutto in una formula chiaramente identificabile.
La mostra segue l’importante esposizione del 1972 a Parigi. È divisa per temi, cosa che a me in genere piace poco ma che in questo caso ha consentito di affiancare diverse opere di contemporanei pur non creando la solita confusione. Davvero riconoscibile infatti il tocco del primo periodo (dal 1615) rispetto a quello del secondo (dal 1640 circa), testimoniato in particolare da diverse opere del 1650.

Purezza, umiltà e rigore in questa Maddalena in prestito dalla National Gallery di Washington. Datata 1635-40, questa opera va letta in chiave cattolica, con tutte le declinazioni di austerità che impone il Concilio di Trento all’arte a partire dagli anni ’60 del 1500.

La serie dei Santi di Albi precede la bellissima “Cena con sponsali” di Gherardo delle Notti, in prestito dagli Uffizi, prestata in questa occasione vista la vicinanza stilistica a de la Tour.

Bellissima l’opera “Il denaro versato” in arrivo dalla galleria nazionale di Leopoli in Ucraina: la luce, chiave di tutto per i cosiddetti caravaggeschi, sottolinea il carattere confidenziale della scena ed il taglio del tavolo invita quasi lo spettatore a entrare nella trattativa.
Sarebbe stato interessante vedere le radiografie dell’opera che hanno confermato l’attribuzione a Georges de la Tour per saperne di più degli evidenti squilibri prospettici nei personaggi dietro il tavolo ma purtroppo non sono esposte in mostra.

Grande espressività anche nei personaggi della “Rissa tra musici” del 1625-30 prestato dal Getty. La propensione di Georges de la Tour per le scene complesse viene qui confermata e si possono notare tanti particolari che vanno dal limone che uno dei due litiganti vuole strizzare nell’occhio dell’altro, al sorriso divertito del personaggio a destra. In questo caso la stesura appare meno uniforme e meno corposa.

Tratto completamente diverso nell’opera “I Giocatori di dadi” del 1651, emblematico della seconda fase dell’artista, quella definita semplicisticamente ‘delle notti’.
Una tavolozza di colori ridotta ai soli toni del rosso e marrone e una semplificazione delle forme sono peculiari di questa fase, come evidente nella “Negazione di Pietro” del 1650.

In “Educazione della Vergine” del 1650 in prestito dalla Frick Collection Di New York troviamo la giovana Maria -in una moderna versione priva di aureola- che protegge la fiamma della fede al centro della tela. La luce le illumina il viso e rivela una scena di austera serenità.
Peccato che il Metropolitan non abbia prestato la celebre “Buona Ventura” che avrebbe ulteriormente arricchito la mostra, comunque opere di Paulus Bor, di Saraceni e due del Maestro del Lume di candela completano il percorso, portando, insieme a Gherardo delle Notti, una testimonianza della pittura coeva a Georges de la Tour.

Emilio Vedova nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale

Bellissima e suggestiva la mostra di Palazzo Reale dedicata a Emilio Vedova.

La storia artistica di Vedova comincia prestissimo, a 11 anni quando comincia a lavorare in una fabbrica di decorazioni a smalto.

Questo gli consente di prendere confidenza con le superfici e con i colori e accresce in lui l’interesse per il disegno e la decorazione. Imparentato con il pittore Antonio Mancini, riceve a 18 anni l’invito a soggiornare un anno a Roma presso lo zio per approfondire gli studi all’Accademia e, tornato a Venezia, continua dedicarsi assiduamente allo studio e alla pittura, assecondando quella che era già percepita dalla famiglia come una predisposizione naturale.

Di fede antifascista, si lega presto ad artisti come Giulio Turcato e negli anni ’40 approda a quello che sarà il suo inconfondibile stile.

Queste due bellissime tele in mostra attestano anche la breve fase creativa caratterizzata dalla geometria che permea un periodo tra gli anni ’49-’50 ma ben presto Vedova abbandona la rigidità per tornare a quello che in America sarebbe stato definito un personalissimo espressionismo astratto.

Artista creativo ed eclettico, realizza anche scenografie, costumi e bozzetti per l’opera lntolleranza del 1960 di Luigi Nono.

Nel ’63-’65 vedova si trasferisce a Berlino dove realizza il ciclo dei Plurimi e sette di essi verranno esposti a Documenta III. È chiamato in seguito negli Stati Uniti e a Salisburgo, dove insegna per cinque anni.

Dal ’66 lavora nella ex Abbazia di San Gregorio Venezia e nella Fornace di Venini a Murano per la preparazione di Percorso Plurimo Luce. La sua partecipazione al padiglione italiano per l’esposizione universale di Montréal del 1967 lo rende ancora più noto a livello internazionale. Gli viene assegnato uno studio ai Magazzini del Sale affacciati sul canale della Giudecca tuttora sede della Fondazione Vedova.

Solidale con il movimento studentesco giovanile, rifiuta l’invito alla Biennale di Venezia e si dedica alla grafica. Nel ’74 invece è viva la sua partecipazione agli eventi correlati della Biennale dedicata alla difesa del popolo cileno.

Nel ’76 torna a dedicarsi alla pittura con il ciclo De America, grandi teleri quasi monocromi che si riferiscono ai viaggi negli Stati Uniti.

Nel biennio successivo, ’77-’78, inizia lavorare anche al ciclo Lacerazione. Plurimi/ binari e avvia i due cicli di Cosiddetti Carnevali e Frammenti scheggia.

Dopo il lungo viaggio in Messico compiuto con la moglie si dedica ai cicli Compresenze (’81-’82), Recording (’81-’82), Supporti transitori (1982), Rossi (’83), Als ob (’83-’84), Emerging (’83-’84), Da dove (’83-’84) , Di umano (’83-’85).

Infaticabile, nel 1981 organizza la mostra Compresenze 1946 1981 a San Marino, cui segue Documenta VII nel ’82 alla quale presenta cinque grandi teleri dai cicli Compresenze ed Emerging.

Nell’83 conclude i Cosiddetti Carnevali e lo stesso anno torna dedicarsi all’opera per le musiche di Luigi Nono.

Dal 1985 comincia a lavorare ai Dischi, grandi forme circolari su legno di importante spessore che dipinge su entrambe le facce. La forma del cerchio verrà utilizzata anche nei cicli dei tondi degli Oltre e dei Non dove.

Sempre attento all’attualità, rimane profondamente colpito dalla guerra in Jugoslavia e in particolare dall’incendio della biblioteca di Sarajevo nel 1992 in memoria della quale realizza la splendida Chi brucia un libro brucia un uomo esposta in mostra.

L’allestimento studiato dallo studio Kirimoto con una parete di 34 metri che taglia trasversalmente la Sala delle Cariatidi rende ancora più maestose e suggestive le opere esposte.

Giuseppe Uncini. La conquista dell’ombra

Sì è chiusa a ridosso delle vacanze di Natale, il 21 dicembre, la mostra “Giuseppe Uncini. La conquista dell’ombra” dedicata dalla Fondazione Marconi alla produzione dell’artista fra gli anni 1968 e 1977.

Incentrata sullo studio delle ombre, centrale in quegli anni per l’artista, la mostra è stata organizzata con l’Archivio Uncini che ha anche prestato alcune importanti opere, accostate a progetti e disegni. Da sempre vicino a Marconi ed alla galleria Christian Stein, Uncini organizza nel 1976 la mostra presso lo Studio Marconi e in quella occasione realizza Grande parete Studio Marconi, protagonista di questa mostra ed esposta con il modello originale.

A Roma dal 1953, proveniente da Fabriano, Uncini inizia il suo cammino al fianco di Cagli, Afro, Colla, per poi entrare nel gruppo della giovane Scuola Romana con Festa e Schifano fra gli altri e poi in Gruppo Uno, contrapposto agli artisti informali.

Al ciclo di opere chiamato “Terre” del 1956-7 con il quali inizia a prendere confidenza con tufi, sabbia, cenere e colori, seguono i primi “Cementarmati” in cui compaiono ferro, reti e cemento che inaugurano un dialogo tra materia compatta e struttura metallica che lascia intravedere da cosa il tutto sia realmente composto.

Dal 1962 al 65 Uncini si dedica ai “Ferrocementi” cui seguono i lavori “Strutturespazio”.

È nel 1968 che Uncini incentra le sue riflessioni in particolare sulla funzione dell’ombra che a lungo lo accompagnerà nella realizzazione delle sue opere. Proprio in quell’anno Palma Bucarelli gli commissiona un’opera per dividere i due ambienti nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma ed egli presenta “Porta aperta con ombra”, esito di questa straordinaria stagione creativa.

Tra il 1969 e il 1972 Uncini si dedica alla serie dei “Mattoni” mentre le “Ombre” dominano nuovamente il periodo tra il 1972 e il 1978.

L’architettura che già lo affascinava diventa protagonista negli anni ’80 con “Dimore”.

Nel 1994 inizia la serie dello “Spazicemento” e inaugura la collaborazione con la Galleria Fumagalli di Bergamo, terzo importante riferimento per il suo mercato.

Prosegue il suo lavoro con le serie dei “Muri di cemento”,“Architetture” ed “Artifici” finché non si spegne nel 2008.

Le raccolte del Castello Sforzesco

Gli arredi di Palazzo Sormani, i cassettoni di Maggiolini, la sala da pranzo di Ludovico Pogliaghi…

…il liberty di Bugatti, di Quarti, di Mazzucotelli.

È sempre piacevole fare un salto in questo museo cosí importante per la nostra città ma forse troppo dato per scontato da noi milanesi.

Tutti corriamo a vedere le mostre del Mudec o di Palazzo Reale ma…chi sa che i due migliori Canaletto si trovano proprio al Museo del Castello? Così come si possono vedere magnifiche opere di Marco d’Oggiono, Andrea Solario, Lippi, Morazzone, Guardi, de Mura, Magnasco etc etc etc.

La verita è che anche il Castello avrebbe bisogno di operazioni di marketing forti come quelle che hanno interessato la GAM e Brera negli ultimi due anni.

Il nuovo allestimento della Pietà Rondanini

Niente più magia dietro alla paratía, niente più mistero. Si entra nella nuova sala e si vede l’opera dal retro… Francamente preferivo l’aspettativa che veniva creata dall’installazione anni ’50 dello Studio BBPR, invariata fino agli anni ’90. Capisco che l’arrivo delle nuove sculture del Bambaia abbia sovraffollato un po’ la sala ma… Speravo in una soluzione più esaltante. Se non altro il nuovo piedistallo è antisismico…

De Chirico a Palazzo Reale

Et quidam amabo nisi quod aenigma est?

Cosa amerò se non l’enigma?

E’ la domanda che si pone e ci pone De Chirico con l’autoritratto dipinto nel 1911, anno seguente alla folgorazione per la metafisica. Tre sono i mirabili esempi in mostra della fase precedente al passaggio ed in essi si ravvisa chiaramente una pitture gestuale  rapida, il colore corposo, l’ispirazione simbolista.

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Passando attraverso lo studio della ritrattistica, del simbolismo e del post-impressionismo con ferma contrapposizione all’ “immobilismo” -come lo definisce lui- di Cézanne, De Chirico approda all’esperienza metafisica in cui l’architettura della piazza completa e valorizza la natura. L’ “Enigma di una giornata” o “La mattinata angosciante” esemplificano l’indagine che De Chirico condurrà per oltre 40 anni.

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Il portico come spazio solido ma vuoto si riempie ben presto di figure inaspettate, esseri inumani ma con capacità cognitive: i manichini. Comparsi nel 1914 come proiezioni dell’artista, i manichini diventano emblema riconoscibile per tutti della sua pittura.

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Le ombre – che sottolineano anche il trascorrere del tempo -, le arcate e le architetture dominano le Piazze dal 1914 e a partire dagli anni ferraresi (1915-19) si aggiungono il Castello Estense, le vie di Ferrara, il palazzo dei Diamanti che vanno a popolare lo spazio della tela. Anche il colorismo di Cosmé Tura e di Ercole de Roberti entrano con prepotenza nella tavolozza in questi anni.

Dal 1917 trova posto nelle tele anche il Trovatore, personificazione del sapere intuitivo e profondo in contrapposizione con le Accademie che vogliono tutto il sapere come appreso.

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Il periodo che segue è dominato dalla forte virata verso la pittura classica e dell’800, virata circoscrivibile in pochi anni ma che porterà ad una decisa rottura con i surrealisti che mai gli perdoneranno il tradimento.

Dal 1922 De Chirico torna alla metafisica con il meraviglioso “Figliol prodigo” in cui il padre, elegante e ingessato, scende dal piedistallo per abbracciare il figlio che, sebbene cresciuto e divenuto muscoloso e potente, non dimentica da dove viene. L’umiltà delle figure che si ritrovano è sottolineata anche dal capo chino di entrambi. Il vecchio e il nuovo che si incontrano e si accettano.

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Le opere dal 1926 sono dipinte con maggiore rapidità e inferiore cura delle tinte e dei dettagli, mancanza di attenzione che verrà anche rimproverata dai galleristi al maestro.

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La produzione per casa Rosenberg porta lo spettatore direttamente tra i protagonisti di lotte senza enfasi, di battaglie tra  morbidi giocattoli modellini che si ritrovano anche nelle tele prestate da quel gioiello milanese che è Casa Museo Boschi di Stefano e dal Museo del’900.

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Della stessa serie, il “Trofeo” del 1928 -venduto l’anno scorso in asta da Pandolfini per oltre 600.000 euro- riporta oggetti un tempo fondamentali emblemi di virilità ma accatastati e costretti in una cornice troppo piccola. Quante le possibili letture di quest’opera!

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Passando per la serie dei bagni Misteriosi del 1934, che viene eseguita per illustrare la Mythologie di Jean Cocteau, e passando attraverso la breve (ma significativa!) parentesi  di New York, De Chirico avvia una fase barocca che dal 1940 dominerà per parecchi anni la sua pittura.

Un abisso separa i valori di mercato dei capolavori degli anni ’10 e ’20 dalle opere barocche e forse perché questa logica dominava anche la sua contemporaneità, De Chirico dal 1950 torna alla metafisica e dà vita alla celebre serie delle Muse Inquietanti, visibili in mostra in tre declinazioni.

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La mostra di Palazzo Reale è completa, quasi ogni opera è accompagnata da un interessante pannello esplicativo e nel complesso il percorso restituisce un’immagine molto interessante di questo maestro che ha saputo con la sua arte parlare al mondo intero e tutt’ora lo fa.

La Biennale di Venezia

“May you live in interesting times” é il tema suggerito dal curatore della 58′ biennale di Venezia, Ralph Rugoff, agli artisti invitati. Diverse le tematiche affrontate dai partecipanti, dalle problematiche ambientaliste alla violenza, dalle profonde indagini sull’IO universale alle incomprensioni tra esseri umani.

Impressionante il padiglione della Russia che presenta i lavori degli artisti Alexander Sokurov e Alexander Shishkin-Hokusai.

L’invito del curatore viene qui accolto con una riflessione sul ritorno del figliol prodigo in chiave moderna: a partire dalla meravigliosa tela di Remdrandt che rappresenta questa scena -custodita alll’Ermitage che ha curato il padiglione-, Sokurov ha realizzato imponenti sculture in creta raffiguranti il padre e il figlio che dialogano con due video a tema guerra e fine del mondo.

La conclusione con esplosioni di luce rimanda alla speranza della redenzione che sottende alla scena del figliol prodigo. Al piano di sotto del padiglione, Shishkin-Hokusai propone una riflessione sul ruolo dei musei e sulla maniera di viverli. L’ installazione consta di diversi pannelli dipinti, -con enfasi sull’ importanza della cornice scelta dai musei stessi per valorizzare e proteggere le opere-, e presenta una serie di marionette-visitatori: quando il meccanismo si attiva, le silhouettes dei visitatori si alzano e si abbassano quasi fossero una giostra. La domanda dell’artista é piuttosto evidente: siamo sicuri che i nostri musei non stiano diventando dei luna park?

Il padiglione Germania presenta una riflessione piuttosto critica nei confronti dell’Italia presentando, tra le altre opere, alcuni video che trattano dei richiedenti asilo, un’installazione che ricorda lo sfruttamento dei braccianti nei campi di pomodori italiani e un’installazione che rimanda ad una nave di salvataggio sequestrata dal Porto doganale di Trapani.

Il padiglione canadese si interroga, tramite alcuni interessanti video, sulla legittimità della concessione delle ferrovie in una zona abitata dagli inuit, chiedendosi se all’epoca degli accordi la comunità locale fosse stata informata e consultata in maniera indipendente dalle autorità.

Molto tempo richiede il padiglione il della Francia che in tanti pensavamo avrebbe vinto questa edizione della Biennale. Straordinaria artista, Laure Prouvost omangia la propria terra del nord della Francia, al confine con le Fiandre, presentando arazzi tipici della regione in abbinata ad un video a ciclo continuo che racconta di un viaggio tra coscienza e incoscienza, tra periferie francesi ed Europa fino ad arrivare a Venezia. Gli oggetti presenti nel video vengono poi riproposti nel padiglione, ricreati in vetro con il supporto di un artista di Murano. Scarpe, cellulari, fontane, sono parte della narrazione del video che, pur essendo autobiografico, propone riflessioni universali.

É il racconto di un mondo che passa attraverso immagini forti e simboliche, come la piovra che con i suoi otto cervelli negli otto tentacoli che inviano messaggi, stimoli e riflessioni al cervello principale ci invita a fare lo stesso rendendo ogni parte del nostro corpo creativa e in dialogo con il nostro cervello.

Per sottolineare l’universalità del suo messaggio, l’artista ha scelto di creare un accesso al padiglione dal retro, quasi a voler imporre al visitatore un percorso di purificazione tra le fronde dei giardini che consenta di affrontare le installazioni privo di pregiudizi. Sotto il padiglione Laure Prouvost ha anche immaginato la presenza di un tunnel di collegamento al padiglione della Gran Bretagna -situato a fianco-, ponendo sotto un faro il tema della Brexit. Lo stesso scottante tema é paradossalmente del tutto ignorato invece dagli inglesi, quasi volessero tenere l’argomento per sé e non proporlo sul tavolo delle discussioni artistiche.

Per sua stessa vocazione, visto che ospita al suo interno tre fusti di alberi, é il padiglione dei paesi nordici a porre più di tutti sotto la lente d’ingrandimento la tematica ambientalista con le opere di due artisti e di un collettivo. Il padiglione riflette sull’ impatto dell’uomo sull’ambiente, sulle varie forme di vita, fino alla riflessione su come rendere ancora più ecocompatibile il padiglione stesso: i numerosi sacchi che compongono il padiglione sono riempiti di una sabbia che a fine esposizione verrà liberata nel giardino antistante, mentre un’installazione riflette sui dissuasori per piccioni visti quasi fossero un’arma ingiusta poiché anche il piccione dovrebbe essere un ospite gradito in Biennale…

Il padiglione degli Stati Uniti presenta in questa edizione il noto sculture Martin Puryear.

La sua scultura che sfida le aspettative, mette in discussione la storia, modifica la consapevolezza e soprattutto indaga il concerto di libertà, stupisce per la semplicità e la compostezza. Il berretto frigio e il carro sono da sempre simboli di libertà per l’artista, mentre la colonna posta al centro del padiglione ricorda Sally Hemings, la ragazza africana schiava di Thomas Jefferson e madre dei suoi figli.

Nella terza sala l’opera Cloistered Doubt propone una riflessione sul fervore religioso di questi anni mentre il chepì rimanda alla fanteria unionista della guerra di indipendenza, così come il copricapo Asa Oke che nuovamente simboleggia libertà. In particolare il chepí affronta anche il forte tema della violenza a mano armata negli Stati Uniti.

Israele presenta direttamente un ospedale per patologie sociali, senza mezzi termini. Molto forte l’approccio di Aya Ben Ron che si concentra su problematiche universali oltre che specifiche d’Israele. Dopo un’attesa volutamente snervante del biglietto, il visitatore può scegliere un tema tra resistenza palestinese, violenza antitransgender, abusi in famiglia, rapimenti di bambini, ed il video scelto viene proiettato. Questo é il modo scelto dall’artista per portare alla ribalta problemi di portata universale che troppo spesso vengono ignorati.

Tra gli interventi più suggestivi nel padiglione centrale, va citato sicuramente quello di Teresa Margolles che porta alla Biennale un tratto di muro di una città messicana crivellato dai proiettili e sovrastato da un filo spinato: Teresa Margolles indaga per scelta sul risultato delle violenze più che sulle violenze stesse.

L’artista é presente anche all’Arsenale con una significativa installazione sulla violenza e sulle donne sparite in Messico nell’ambito della guerra tra Narcos.

Violenza fisica e psicologica e dolore che la separazione o il divorzio provocano sono le tematiche presentate dall’artista Andra Ursuta che presenta casse toraciche svuotate e riempite di ricordi.

Gli artisti cinesi Sun Yuan e Peng Yu propongono invece il tema dell’ impossibilità di arginare l’arte, così come è impossibile per il robot della loro installazione, arginare il liquido simile a sangue: nonostante la macchina infatti sia programmata per tenere il liquido all’interno di un’area circoscritta, esso tende a fuoriuscire senza controllo.

Altre opere interessanti sono i Manichini Cyborg di Ad Minoliti che riportano il pensiero ai personaggi di de Chirico, la figura aliena creata da Cyprien Gaillard che ci ricorda le intrinseche capacità distruttive dell’uomo, l’installazione del sudafricano Kemang Wa Lehulere che tramite il riutilizzo di materiali di recupero delle scuole africane ci ricorda come i programmi scolastici africani siero inadeguati, mentre i cani di ceramica e lo pneumatico avvolto nel metallo alludono alle apirazioni della classe operaia contro la brutalità della polizia.

E ancora: Shilpa Gupta, artista indiana di grande successo, rielabora uno dei classici cancelli utilizzati per proteggere la propria privacy allungandone le punte e creando un’area del cancello stesso come fosse un cervello: un cancello dunque dall’ aspetto inquietante che può chiudersi a suo piacimento con cattiveria e in ogni momento. La stessa artista all’Arsenale affronta anche il tema della censura attraverso una sinfonia di voci registrate che leggono versi dei poeti perseguitati per le loro idee.

Halil Altindere, artista turco, affida invece a Muhamed Ahmed Faris, il primo cosmonauta siriano, il compito di raccontare in un video il viaggio dei profughi siriani e la vita dei rifugiati in Turchia.

Numerose sono le opere che propongono riflessioni sull’ecologia come, all’Arsenale, le grandi opere del cinese Yin Xiuzhen che tramite l’assemblaggio di vestiti usati, acciaio, specchi e luci ricrea parte di un aereo in totale ribellione contro la globalizzazione eccessiva e l’eccessiva velocità che hanno influenzato la crescita della Cina negli ultimi anni.

Critica alla velocità della nostra società arriva anche dall’ artista tedesca Alexandra Bircken che con l’ installazione di una lunga scala presenta una visione di come potrebbe apparire la fine dell’umanità, con personaggi neri che salgono ed arrivano fino al soffitto ma non si capisce dove vadano realmente. L’unica triste certezza è il desiderio di salire sempre più in alto nonostante le cadute che la salita può comportare.

Numerosi dunque gli spunti proposti dalla Biennale che come al solito ci ricorda come l’arte sia specchio e diario della realtà.