Le raccolte del Castello Sforzesco

Gli arredi di Palazzo Sormani, i cassettoni di Maggiolini, la sala da pranzo di Ludovico Pogliaghi…

…il liberty di Bugatti, di Quarti, di Mazzucotelli.

È sempre piacevole fare un salto in questo museo cosí importante per la nostra città ma forse troppo dato per scontato da noi milanesi.

Tutti corriamo a vedere le mostre del Mudec o di Palazzo Reale ma…chi sa che i due migliori Canaletto si trovano proprio al Museo del Castello? Così come si possono vedere magnifiche opere di Marco d’Oggiono, Andrea Solario, Lippi, Morazzone, Guardi, de Mura, Magnasco etc etc etc.

La verita è che anche il Castello avrebbe bisogno di operazioni di marketing forti come quelle che hanno interessato la GAM e Brera negli ultimi due anni.

Il nuovo allestimento della Pietà Rondanini

Niente più magia dietro alla paratía, niente più mistero. Si entra nella nuova sala e si vede l’opera dal retro… Francamente preferivo l’aspettativa che veniva creata dall’installazione anni ’50 dello Studio BBPR, invariata fino agli anni ’90. Capisco che l’arrivo delle nuove sculture del Bambaia abbia sovraffollato un po’ la sala ma… Speravo in una soluzione più esaltante. Se non altro il nuovo piedistallo è antisismico…

De Chirico a Palazzo Reale

Et quidam amabo nisi quod aenigma est?

Cosa amerò se non l’enigma?

E’ la domanda che si pone e ci pone De Chirico con l’autoritratto dipinto nel 1911, anno seguente alla folgorazione per la metafisica. Tre sono i mirabili esempi in mostra della fase precedente al passaggio ed in essi si ravvisa chiaramente una pitture gestuale  rapida, il colore corposo, l’ispirazione simbolista.

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Passando attraverso lo studio della ritrattistica, del simbolismo e del post-impressionismo con ferma contrapposizione all’ “immobilismo” -come lo definisce lui- di Cézanne, De Chirico approda all’esperienza metafisica in cui l’architettura della piazza completa e valorizza la natura. L’ “Enigma di una giornata” o “La mattinata angosciante” esemplificano l’indagine che De Chirico condurrà per oltre 40 anni.

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Il portico come spazio solido ma vuoto si riempie ben presto di figure inaspettate, esseri inumani ma con capacità cognitive: i manichini. Comparsi nel 1914 come proiezioni dell’artista, i manichini diventano emblema riconoscibile per tutti della sua pittura.

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Le ombre – che sottolineano anche il trascorrere del tempo -, le arcate e le architetture dominano le Piazze dal 1914 e a partire dagli anni ferraresi (1915-19) si aggiungono il Castello Estense, le vie di Ferrara, il palazzo dei Diamanti che vanno a popolare lo spazio della tela. Anche il colorismo di Cosmé Tura e di Ercole de Roberti entrano con prepotenza nella tavolozza in questi anni.

Dal 1917 trova posto nelle tele anche il Trovatore, personificazione del sapere intuitivo e profondo in contrapposizione con le Accademie che vogliono tutto il sapere come appreso.

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Il periodo che segue è dominato dalla forte virata verso la pittura classica e dell’800, virata circoscrivibile in pochi anni ma che porterà ad una decisa rottura con i surrealisti che mai gli perdoneranno il tradimento.

Dal 1922 De Chirico torna alla metafisica con il meraviglioso “Figliol prodigo” in cui il padre, elegante e ingessato, scende dal piedistallo per abbracciare il figlio che, sebbene cresciuto e divenuto muscoloso e potente, non dimentica da dove viene. L’umiltà delle figure che si ritrovano è sottolineata anche dal capo chino di entrambi. Il vecchio e il nuovo che si incontrano e si accettano.

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Le opere dal 1926 sono dipinte con maggiore rapidità e inferiore cura delle tinte e dei dettagli, mancanza di attenzione che verrà anche rimproverata dai galleristi al maestro.

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La produzione per casa Rosenberg porta lo spettatore direttamente tra i protagonisti di lotte senza enfasi, di battaglie tra  morbidi giocattoli modellini che si ritrovano anche nelle tele prestate da quel gioiello milanese che è Casa Museo Boschi di Stefano e dal Museo del’900.

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Della stessa serie, il “Trofeo” del 1928 -venduto l’anno scorso in asta da Pandolfini per oltre 600.000 euro- riporta oggetti un tempo fondamentali emblemi di virilità ma accatastati e costretti in una cornice troppo piccola. Quante le possibili letture di quest’opera!

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Passando per la serie dei bagni Misteriosi del 1934, che viene eseguita per illustrare la Mythologie di Jean Cocteau, e passando attraverso la breve (ma significativa!) parentesi  di New York, De Chirico avvia una fase barocca che dal 1940 dominerà per parecchi anni la sua pittura.

Un abisso separa i valori di mercato dei capolavori degli anni ’10 e ’20 dalle opere barocche e forse perché questa logica dominava anche la sua contemporaneità, De Chirico dal 1950 torna alla metafisica e dà vita alla celebre serie delle Muse Inquietanti, visibili in mostra in tre declinazioni.

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La mostra di Palazzo Reale è completa, quasi ogni opera è accompagnata da un interessante pannello esplicativo e nel complesso il percorso restituisce un’immagine molto interessante di questo maestro che ha saputo con la sua arte parlare al mondo intero e tutt’ora lo fa.

La Biennale di Venezia

“May you live in interesting times” é il tema suggerito dal curatore della 58′ biennale di Venezia, Ralph Rugoff, agli artisti invitati. Diverse le tematiche affrontate dai partecipanti, dalle problematiche ambientaliste alla violenza, dalle profonde indagini sull’IO universale alle incomprensioni tra esseri umani.

Impressionante il padiglione della Russia che presenta i lavori degli artisti Alexander Sokurov e Alexander Shishkin-Hokusai.

L’invito del curatore viene qui accolto con una riflessione sul ritorno del figliol prodigo in chiave moderna: a partire dalla meravigliosa tela di Remdrandt che rappresenta questa scena -custodita alll’Ermitage che ha curato il padiglione-, Sokurov ha realizzato imponenti sculture in creta raffiguranti il padre e il figlio che dialogano con due video a tema guerra e fine del mondo.

La conclusione con esplosioni di luce rimanda alla speranza della redenzione che sottende alla scena del figliol prodigo. Al piano di sotto del padiglione, Shishkin-Hokusai propone una riflessione sul ruolo dei musei e sulla maniera di viverli. L’ installazione consta di diversi pannelli dipinti, -con enfasi sull’ importanza della cornice scelta dai musei stessi per valorizzare e proteggere le opere-, e presenta una serie di marionette-visitatori: quando il meccanismo si attiva, le silhouettes dei visitatori si alzano e si abbassano quasi fossero una giostra. La domanda dell’artista é piuttosto evidente: siamo sicuri che i nostri musei non stiano diventando dei luna park?

Il padiglione Germania presenta una riflessione piuttosto critica nei confronti dell’Italia presentando, tra le altre opere, alcuni video che trattano dei richiedenti asilo, un’installazione che ricorda lo sfruttamento dei braccianti nei campi di pomodori italiani e un’installazione che rimanda ad una nave di salvataggio sequestrata dal Porto doganale di Trapani.

Il padiglione canadese si interroga, tramite alcuni interessanti video, sulla legittimità della concessione delle ferrovie in una zona abitata dagli inuit, chiedendosi se all’epoca degli accordi la comunità locale fosse stata informata e consultata in maniera indipendente dalle autorità.

Molto tempo richiede il padiglione il della Francia che in tanti pensavamo avrebbe vinto questa edizione della Biennale. Straordinaria artista, Laure Prouvost omangia la propria terra del nord della Francia, al confine con le Fiandre, presentando arazzi tipici della regione in abbinata ad un video a ciclo continuo che racconta di un viaggio tra coscienza e incoscienza, tra periferie francesi ed Europa fino ad arrivare a Venezia. Gli oggetti presenti nel video vengono poi riproposti nel padiglione, ricreati in vetro con il supporto di un artista di Murano. Scarpe, cellulari, fontane, sono parte della narrazione del video che, pur essendo autobiografico, propone riflessioni universali.

É il racconto di un mondo che passa attraverso immagini forti e simboliche, come la piovra che con i suoi otto cervelli negli otto tentacoli che inviano messaggi, stimoli e riflessioni al cervello principale ci invita a fare lo stesso rendendo ogni parte del nostro corpo creativa e in dialogo con il nostro cervello.

Per sottolineare l’universalità del suo messaggio, l’artista ha scelto di creare un accesso al padiglione dal retro, quasi a voler imporre al visitatore un percorso di purificazione tra le fronde dei giardini che consenta di affrontare le installazioni privo di pregiudizi. Sotto il padiglione Laure Prouvost ha anche immaginato la presenza di un tunnel di collegamento al padiglione della Gran Bretagna -situato a fianco-, ponendo sotto un faro il tema della Brexit. Lo stesso scottante tema é paradossalmente del tutto ignorato invece dagli inglesi, quasi volessero tenere l’argomento per sé e non proporlo sul tavolo delle discussioni artistiche.

Per sua stessa vocazione, visto che ospita al suo interno tre fusti di alberi, é il padiglione dei paesi nordici a porre più di tutti sotto la lente d’ingrandimento la tematica ambientalista con le opere di due artisti e di un collettivo. Il padiglione riflette sull’ impatto dell’uomo sull’ambiente, sulle varie forme di vita, fino alla riflessione su come rendere ancora più ecocompatibile il padiglione stesso: i numerosi sacchi che compongono il padiglione sono riempiti di una sabbia che a fine esposizione verrà liberata nel giardino antistante, mentre un’installazione riflette sui dissuasori per piccioni visti quasi fossero un’arma ingiusta poiché anche il piccione dovrebbe essere un ospite gradito in Biennale…

Il padiglione degli Stati Uniti presenta in questa edizione il noto sculture Martin Puryear.

La sua scultura che sfida le aspettative, mette in discussione la storia, modifica la consapevolezza e soprattutto indaga il concerto di libertà, stupisce per la semplicità e la compostezza. Il berretto frigio e il carro sono da sempre simboli di libertà per l’artista, mentre la colonna posta al centro del padiglione ricorda Sally Hemings, la ragazza africana schiava di Thomas Jefferson e madre dei suoi figli.

Nella terza sala l’opera Cloistered Doubt propone una riflessione sul fervore religioso di questi anni mentre il chepì rimanda alla fanteria unionista della guerra di indipendenza, così come il copricapo Asa Oke che nuovamente simboleggia libertà. In particolare il chepí affronta anche il forte tema della violenza a mano armata negli Stati Uniti.

Israele presenta direttamente un ospedale per patologie sociali, senza mezzi termini. Molto forte l’approccio di Aya Ben Ron che si concentra su problematiche universali oltre che specifiche d’Israele. Dopo un’attesa volutamente snervante del biglietto, il visitatore può scegliere un tema tra resistenza palestinese, violenza antitransgender, abusi in famiglia, rapimenti di bambini, ed il video scelto viene proiettato. Questo é il modo scelto dall’artista per portare alla ribalta problemi di portata universale che troppo spesso vengono ignorati.

Tra gli interventi più suggestivi nel padiglione centrale, va citato sicuramente quello di Teresa Margolles che porta alla Biennale un tratto di muro di una città messicana crivellato dai proiettili e sovrastato da un filo spinato: Teresa Margolles indaga per scelta sul risultato delle violenze più che sulle violenze stesse.

L’artista é presente anche all’Arsenale con una significativa installazione sulla violenza e sulle donne sparite in Messico nell’ambito della guerra tra Narcos.

Violenza fisica e psicologica e dolore che la separazione o il divorzio provocano sono le tematiche presentate dall’artista Andra Ursuta che presenta casse toraciche svuotate e riempite di ricordi.

Gli artisti cinesi Sun Yuan e Peng Yu propongono invece il tema dell’ impossibilità di arginare l’arte, così come è impossibile per il robot della loro installazione, arginare il liquido simile a sangue: nonostante la macchina infatti sia programmata per tenere il liquido all’interno di un’area circoscritta, esso tende a fuoriuscire senza controllo.

Altre opere interessanti sono i Manichini Cyborg di Ad Minoliti che riportano il pensiero ai personaggi di de Chirico, la figura aliena creata da Cyprien Gaillard che ci ricorda le intrinseche capacità distruttive dell’uomo, l’installazione del sudafricano Kemang Wa Lehulere che tramite il riutilizzo di materiali di recupero delle scuole africane ci ricorda come i programmi scolastici africani siero inadeguati, mentre i cani di ceramica e lo pneumatico avvolto nel metallo alludono alle apirazioni della classe operaia contro la brutalità della polizia.

E ancora: Shilpa Gupta, artista indiana di grande successo, rielabora uno dei classici cancelli utilizzati per proteggere la propria privacy allungandone le punte e creando un’area del cancello stesso come fosse un cervello: un cancello dunque dall’ aspetto inquietante che può chiudersi a suo piacimento con cattiveria e in ogni momento. La stessa artista all’Arsenale affronta anche il tema della censura attraverso una sinfonia di voci registrate che leggono versi dei poeti perseguitati per le loro idee.

Halil Altindere, artista turco, affida invece a Muhamed Ahmed Faris, il primo cosmonauta siriano, il compito di raccontare in un video il viaggio dei profughi siriani e la vita dei rifugiati in Turchia.

Numerose sono le opere che propongono riflessioni sull’ecologia come, all’Arsenale, le grandi opere del cinese Yin Xiuzhen che tramite l’assemblaggio di vestiti usati, acciaio, specchi e luci ricrea parte di un aereo in totale ribellione contro la globalizzazione eccessiva e l’eccessiva velocità che hanno influenzato la crescita della Cina negli ultimi anni.

Critica alla velocità della nostra società arriva anche dall’ artista tedesca Alexandra Bircken che con l’ installazione di una lunga scala presenta una visione di come potrebbe apparire la fine dell’umanità, con personaggi neri che salgono ed arrivano fino al soffitto ma non si capisce dove vadano realmente. L’unica triste certezza è il desiderio di salire sempre più in alto nonostante le cadute che la salita può comportare.

Numerosi dunque gli spunti proposti dalla Biennale che come al solito ci ricorda come l’arte sia specchio e diario della realtà.

Broken Nature

Ha chiuso i battenti domenica Broken Nature, XXII Triennale di Milano una mostra diversa da quelle sono solita visitare.

Si é trattato di un’indagine, più che di una mostra, sul rapporto tra l’ambiente e l’uomo e più nello specifico sul design come creatura dell’uomo che impatta sull’ambiente. Il percorso si sviluppava tra diverse sezione, la prima delle quali già dava un’idea dell’importanza della tematica trattata: attraverso la proiezione su due megaschermi di immagini scattate negli anni ’70-’80 affiancate a scatti di oggi, si percepiva l’urgenza di una riflessione per un cambiamento reale ed immediato della società: i ghiacciai dell’Himalaya, i ghiacciai della Patagonia, la crescita esponenziale delle città, la creazione delle isole artificiali negli Emirati Arabi offrivano un raffronto diretto tra ciò che abbiamo ricevuto in eredità e quello che stiamo facendo.

Conglomerati materiali naturali e plastici creati dalle correnti oceaniche rappresentavano i fossili del futuro, riconoscimento dell’antropocene come la nuova era geologica in cui gli esseri umani hanno lasciato segni indelebili su un ecosistema …

L’opera “Reliquaries menù” del 2018 di Armando Bruno metteva in evidenza la sacralità degli elementi naturali: una goccia d’acqua pulita, una manciata di terra o una raccolta di minerali evidenziavano la caducità delle cose che ci circondano, sottolineando quanto sbagliato sia il nostro approccio attuale alla natura.

Rassicurava, ma al tempo stesso spaventava, scoprire che alcuni laboratori stanno creando delle campionature e delle banche dati in tutto il mondo nel tentativo di preservare la biodiversità.

Tanti i progetti interessanti, come “Maldives sandbars”, un video che presentava alcune strutture geometriche dinamiche ancorate al fondale oceanico con le quali sarebbe possibile convogliare l’energia delle onde per creare sedimenti in punti specifici, proteggendo quindi aree costiere a rischio.

Presenti anche idee un po’ più estreme come quelle in cui si rivede e si progetta un tratto gastrointestinale esternalizzato in modo da consentire all’uomo di nutrirsi di risorse già presenti come radici terra e cellulosa.

“Water tasting” presentava invece una sorta di buffet di assaggio dell’acqua suggerendo come si possa filtrare attraverso legno di pino quarzo acqua di rose e semi, l’acqua del pianeta intendendo suggerire una soluzione a uno dei problemi più gravi come la mancanza d’acqua

Diversi altri progetti erano legati all’acqua, come le taniche utilizzate dai messicani per la raccolta dell’acqua piovana o i cilindri che ruotano su se stessi per consentire alle donne africane di trasportare l’acqua in maniera più agevole dalle fonti ai villaggi spesso lontani.

Dopo questa importante parte, “The great Animal Orchestra” accoglieva i visitatori per un’esperienza davvero unica: commissionata dalla Fondazione Cartier a Bernie Krause, l’installazione proponeva l’ascolto della registrazione di oltre 5000 ore di vocalizzazioni di animali, con il chiaro intendimento di ricordare allo sbadato visitatore moderno che…l’uomo non é l’ unico abitante del pianeta Terra.

Allo stesso modo la sezione dedicata alle piante ci ricordava che noi rappresentiamo solo lo 0,3% del creato rispetto all’81% delle piante!

Con una suggestiva installazione finale, “La Nazione delle piante” evidenziava che …c’erano anche le piante nei momenti storici più importanti e sempre ci saranno e quindi meritano attenzione.

Broken Nature suggeriva che il design può diventare anche uno strumento riparativo e che i designers si possono attivare per creare un mondo diverso e più rispettoso dell’ambiente in cui viviamo.

Lygia Pape

Interessantissima la mostra di Lygia Pape alla fondazione Carriero di Milano. La fondazione è uno spazio no-profit in pieno centro a Milano che presenta sempre progetti di qualità. Stavolta si é superata con la personale dell’artista brasiliana mancata nel 2004.

Ho conosciuto l’opera di Lygia Pape alla Biennale del 2009 dove presentava una grande versione di Tteia, una bellissima installazione che in questa sede viene riproposta in dimensione più contenuta, al secondo piano.

La mostra si sviluppa sui tre piani della Fondazione e presenta le diverse fasi del lavoro dell’artista, dagli anni ’50 fino agli ultimi anni di vita ma senza una soluzione di continuità temporale.

Al piano terra sono esposte le opere della fine degli anni ’50 e primi anni ’60 delle serie Livro de Criaçao, Livro do Tiempo e Livro Noite e Dia.

Una scultura di grandi dimensioni (1mx1m) della serie Livro do Tiempo é esposta da sola nella prima sala come a chiarire subito di cosa tratterà la mostra, mentre altri pezzi della stessa serie (stavolta della dimensione media cm50x50) sono esposti a seguire, in dialogo con 95 pezzi della serie Livro Noite e Dia, creata in bianco e nero per la fascinazione verso il cinema degli anni ’50. La comprensione delle opere è piuttosto immediata poiché il concetto chiave é la scomposizione della forma base quadrata di piccole/medie/grandi dimensioni e la ricomposizione più o meno casuale in 365 modi diversi, uno per ogni giorno dell’anno. Il risultato è interessante perché oltre a prestarsi al basico gioco della ricomposizione, si presta alle letture più varie e personali, invita ognuno di andare oltre e vedere all’interno delle forme qualcosa di diverso. Così avviene anche per la disposizione dei pezzi nella sala e sui muri, dove la collocazione casuale dei 95 quadrati lascia immaginare i vari possibili accostamenti e il possibile posizionamento dei pezzi mancanti per raggiungere il numero dei 365.Salendo al primo piano si trovano altre opere degli anni 50, chine a mano libera su carta, che rivelano gli studi dell’artista sul concetto di bidimensionalità e la ricerca di una tridimensionalità…non così diversa in fondo dalla ricerca intrapresa negli stessi anni da Lucio Fontana. Nessun artista é un’isola alla fine e il dialogo tra gli artisti e la possibilità di vedere dei parallelismi anche tra personalità molto diverse è uno degli aspetti che più mi affascina della storia dell’arte. Al secondo piano infine, nella splendida sala del palazzo accanto verso il quale la fondazione Carriero si protende con garbo, si trova l’installazione Ttetia. Un filo di metallo dorato crea diverse linee parallele ed accoglie la luce che lo colpisce, mentre si riflette e si confronta con la magnifica specchiera antica della sala. Il risultato é una suggestiva, delicata ed elegante installazione di luce.

Quando il dialogo non c’é…

…o é incomprensibile.

Lascio uno spiraglio nella speranza di essere stata io non capire questa mostra.

Conosco l’opera di Stefano Arienti da quando presentó una bellissima personale allo Studio Guenzani di Milano oltre 10 anni fa. Amo il suo stile e i suoi lavori ma questa volta devo proprio dire che la mostra a Sant’Eustorgio non mi è piaciuta per niente.

Il dialogo tra contemporaneo e antico, in questi anni molto in voga, viene spesso e volentieri utilizzato per riportare all’attenzione del pubblico l’antico, vittima di un cambio di gusto che ha bandito l’arte antica dalle case e ha portato un forte ridimensionamento dei visitatori dei musei meno considerati meno cool.

La realtà è che non sempre questa operazione di accostamento antico/contemporaneo dà buoni risultati e la mostra di Arienti a Sant’Eustorgio a mio parere ne é una prova. La brochure con la lettura di Angela Vettese aiuta ad avvicinare il visitatore alla concezione sottesa alle opere ma non é sufficiente: gli accostamenti dei lavori di Arienti alle opere antiche delle cappelle non trovano spiegazioni, né parallelismi, alcun rapporto! Paiono solo azzardati posizionamenti di opere che non dialogano per niente con l’ambiente in cui vengono collocate: le rivisitazioni ad esempio di Van Gogh e Monet dei fiori su fondo oro pretenderebbero di dialogare con i fondi oro antichi ma non sono nemmeno collocati accanto a fondi oro…Stesso discorso per i tappeti tinti collocati nella Sagrestia, mentre le stampe con cerniere o cuciture non hanno motivo di essere collocate in mezzo agli affreschi…

Non trovano grande motivazione per me nemmeno le stampe su carta ricomposte in un puzzle che evidenziando la riflessione necessaria per creare un puzzle pretenderebbero di rimandare alla concentrazione necessaria per la preghiera…

Gli unici interventi che trovo sensati ed esteticamente piacevoli sono i teloni dipinti che, seppure passino piuttosto inosservati ai visitatori, hanno un legame reale con le opera della chiesa (con l’Adorazione del Magi di Michelino da Besozzo ad esempio).

Insomma, ben venga il dialogo con il contemporaneo se serve a svecchiare un’istituzione come il complesso di Sant’Eustorgio/Museo Diocesano che di certo non é tra le più cool di Milano, ma… riproviamoci perché stavolta non é stato un gran successo.

I fotografi di Magnum al museo Diocesano

La mostra prende il via dal ritrovamento nel 2006 a Innsbruck di due casse di legno contenenti la documentazione e le fotografie esposte alla mostra dimenticata Gesicht der Zeit (il volto del tempo) presentata tra giugno 1955 e febbraio 1956 in cinque città austriache, la prima mostra indipendente organizzata dal gruppo Magnum.

Tre fotografie di Robert Capa aprono l’esposizione. Nato a Budapest con il nome di Endré Friedmann, Robert Capa adotta lo pseudonimo insieme a Gerda Taro, sua collega e compagna, nel 1933 a Parigi. Le fotografie ritraggono scene popolari a Biarritz nel 1951.

Un soggetto diverso da quello che siamo soliti vedere, vale a dire la guerra e soprattutto la guerra civile spagnola di cui Capa si occupò lungamente e che gli portò via anche l’amatissima Gerda Taro a soli 26 anni.

Di Marc Riboud sono presenti alcuni scatti giovanili con scene folkloristiche della Dalmazia, mentre di Werner Bischof sono esposte 6 fotografie che ben esprimono la sua poetica lontana dal sensazionalismo e più vicina alla quotidianità, soprattutto dei popoli sudamericani.

Henri Cartier-Bresson é presente in mostra con un’ampia serie di fotografie, 17 in tutto, che raccontano il viaggio in India in occasione del quale conobbe Mahatma Gandhi e ritrae alcuni momenti importanti poco prima dell’uccisione di Gandhi nel 1948.

Di Ernst Haas sono esposte 12 fotografie che raccontano in modo veritiero le riprese del kolossal hollywoodiano La regina delle piramidi nei risvolti difficili che queste ebbero sui lavoratori a causa delle tempeste di sabbia nel deserto e del Ramadan durante le riprese del 1954.

Erich Lessing é presente in mostra con 10 fotografie molto belle e molto poetiche che ritraggono bambini a Vienna nel 1954 mentre l’Austria del dopoguerra cercava un’intesa con gli alleati sull’assetto futuro dello Stato.

Di Jean Marquis sono invece esposte fotografie del 1954 scattate in Ungheria, tra la tradizione popolare e l’ eleganza di un paese in un anno cruciale, mentre Inge Morath, l’unica donna del gruppo Magnum, racconta allo spettatore, con 9 fotografie, Londra nel 1953 tra Soho e Mayfair.

Una mostra piacevole dal punto di vista estetico -senza essere da capogiro- ma soprattutto interessante dal punto storico sia per conoscere il reportage negli anni ’50 sia, soprattutto, per conoscere più da vicino l’esperienza di questo collettivo di fotografi che, seppure molto diversi, hanno fatto insieme la storia della fotografia, partendo da principi per noi oggi basilari ma che allora erano tutt’altro che scontati, come la proprietà della pellicola ed il diritto d’ autore.

I PreRaffaelliti…non un granché la mostra a Palazzo Reale

Come si fa a rendere noiosa una mostra sui PreRaffaelliti?? Andiamo a Palazzo Reale e lo scopriamo subito.

La mostra comincia un po’ in sordina con opere mediocri -a parte Ophelia di Millais-, disegni e stampe.

William Holman Hunt, Dante Gabriel Rossetti e John Everett Millais vengono dichiarati protagonisti della mostra ma poche sono le opere degne di nota. Pochi dipinti si distinguono per qualità: tra questi, Il torchio di John Roddam Spencer Stan hope che testimonia chiaramente la passione dei preraffaelliti per il gusto bizantino e La lezione di scrittura di Kit di Robert Braithwaite Martineau del 1852, divertente e quasi Rockwelliano…

A un certo punto della mostra si trovano alcuni pannelli che mettono in relazione temporale gli avvenimenti della seconda metà del XIX secolo in Inghilterra con quelli in Italia e si evidenzia un iteressante parallelismo tra gli inglesi e Giulio Aristide Sartorio, eccezionale artista italiano ancora poco apprezzato dal mercato e dai più. La mostra però purtroppo non si spinge più in là e si limita a una piccola immagine nel bel mezzo del pannello.Poco rilevanti poi alcune opere tra cui di Ford Madox Brown L’ultimo sguardo all’Inghilterra e La nave di Hunt, di una tristezza davvero notevole.

Miglioriamo con Charles Allston Collins e la sua Regent’s Park e la piccola sezione dedicata alla natura raffigurata spesso e volentieri con estrema fedeltà ma l’unica sala davvero interessante é quella delle donne di Dante Gabriel rossetti che risollevano le sorti della mostra: Aurelia, Beata Beatrix, Monna Vanna e Monna Pomona finalmente danno un senso a questa esposizione trascinata tra i drammi descritti nei quadri (che sembrano scelti davvero per tragicità) e portano quasi a fine percorso.

Nell’ultima sala Edward Coley Burne -Jones (di cui finora si sono visti solo mediocri disegni) finalmente propone un bel Tempio dell’amore in cui é chiara l’attenzione alla classicità, al Rinascimento e soprattutto al Mantegna (i putti in alto!).Splendido per fortuna il dipinto che chiude la mostra La Dama di Shalott di John William Waterhouse in cui una splendida fanciulla (naturalmente vittima di un terribile sortilegio) va incontro al suo destino.

Diciamo che é davvero molto distante dalla mostra ironica, innovativa e coraggiosa che ho avuto il privilegio di visitare nel 2017 alla Tate di Londra intitolata QUEER. BRITISH ART 1861-1967: indagando le connessioni tra l’arte e la sessualità dell’epoca Vittoriana -tra omosessualità in via di sdoganamento (grazie anche all’abolizione della pena di morte per sodomia nel 1861!) e bisessualità- la mostra ricostruiva il contesto in cui si collocano le esperienze di Bloomsbury e di molti PreRaffaelliti. E questo contesto non si puó tacere a mio avviso altrimenti si consente solo una parziale lettura delle opere. Anche la scelta dei temi antichi e la carica erotica sottesa a molti dipinti non vengono esaminate…

Insomma belle le opere (alcune) ma peccato non essere andati oltre.

Art Basel IV

Il contemporaneo offre tantissimi spunti di riflessione e dialogo tra cui il tema del consumismo sfrenato, -trattato da Olaf Nikolaj con la sua ‘big sneaker’ e da Pistoletto con un lavoro evocativo intitolato ‘Agenda 2030’ in cui la Venere degli Stracci si trova davanti un mucchio di plastica-,
il tema dell’apparenza sociale -trattato da Daniel Knorr con le automobili più o meno sofisticate composte da tele in via di colorazione e da Marc Brandenburg con i suoi ‘Camouflage pullovers’-
e infine il tema della parità di genere.
Mentre infatti le donne svizzere scioperano per chiedere la parità nella remunerazione, diverse sono le artiste che tornano sul femminismo: le tre installazioni di Monica Bonvicini, Alicia Framis e Andrea Bowers mettono sul piatto temi come molestie, movimento metoo e lavoro, tutte molto interessanti.

Art Basel

Le gallerie più importanti del mondo si danno l’appuntamento tutti gli anni a meta giugno a Basilea.Un museo suddiviso in diversi autorevoli stand. Ecco come si può definire Art Basel. Non é una semplice fiera. É La Fiera. Come Tefaf per l’antico, Art Basel rappresenta il top sul moderno e contemporaneo. Se vai ad Art Basel non avrai tempo di mangiare o bere -sebbene ci siano chioschi e bar per tutti i gusti anche nel piacevolissimo cortile interno-, non avrai tempo perché non saprai più dove girarti. Alcuni esempi nelle foto che seguono.Lo stand di Helly NahmadGalleria Landau

Antico Vs Contemporaneo

Nel 2017 i visitatori dei maggiori poli culturali mondiali hanno mostrato maggiore interesse per l’antico…

British Museum Londra 5.9 milioni

Louvre Parigi 10.2 milioni

VS

Moma New York 2.7 milioni

Pompidou Parigi 3.37 milioni.

…Ma il mercato dice altro. Christie’s ha rilevato i seguenti dati per il 2018:

le due aste di Antiquities di Londra hanno raccolto 34,4 milioni di sterline, mentre le due di New York 31 milioni di dollari

VS

Post war 1.344.270.000 sterline…

La distanza tra i risultati dei due lotti più importanti dell’uno e dell’altro settore conferma il divario:

il rilievo assiro dal palazzo reale di Ashurnasirpal II a Nimrud é stato venduto a 31 milioni di dollari,

mentre Portrait of an Artist (Pool with two figures) di David Hockney per 90.3 milioni di dollari.

Altri esempi -accostabili se non altro per il titolo- ribadiscono il distacco:

14 milioni di sterline per il gruppo in marmo antico Leda e il cigno,

52 milioni di dollari per la versione moderna di Cy Twombly.

Torso di Venere del I secolo é stata venduta a 175.000 dollari,

mentre Venus Bleu di Yves Klein in 300 esemplari ha raggiunto per uno di questi 300.000 dollari.

Ma siamo certi che i due ambiti non siano avvicinabili e che si possa parlare di due mondi veramente lontani?

Recenti ed innovative prove di convivenza rivelano che l’accostamento di antico e modeno eleva entrambi i settori. Christian Levett, importante colleziomista francese, ha creato a Mougins un intero museo basato sulla compresenza e sul dialogo tra le due epoche e le esposizioni vanno sempre più in questa direzione.
La Fondazione Prada a Milano ha addirittura inaugurato nel 2015 gli spazi per l’arte contemporanea con ua mostra intitolata Serial Classics tutta dedicata alle antichità classiche e curata dal noto archeologo Salvatore Settis.

Può sorprendere dunque l’idea di Christie’s di proporre nel 2017 il tanto discusso Salvator Mundi di Leonardo in un catalogo di arte contemporanea?? Assolutamente no. Tutto rientra in questo schema.

Ma siamo sicuri che queste prove di convivenza non siano anche un tentativo di riaccendere i riflettori sull’antico?



Milano e Leonardo. Gli eventi 2019 dedicati ai 500 anni dalla morte

Nessun’altra città ha avuto il privilegio di una presenza così lunga e così feconda. A partire dal 1482 e per 20 anni in età matura, Leonardo ha offerto al duca Ludovico il Moro il meglio della sua capacità creativa: dal sistema di navigazione dei Navigli lombardi al Cenacolo nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie, dal Ritratto di Musico all’invenzione grafica e pittorica della Sala delle Asse al Castello Sforzesco, che sarà straordinariamente riaperta al pubblico dopo una lunga sessione di studi e restauri proprio il 2 maggio 2019, a 500 anni esatti dalla morte di Leonardo ad Amboise in Francia.

Da maggio 2019 a gennaio 2020, 9 mesi di celebrazioni presso diverse sedi di Milano
AL CASTELLO…
Il palinsesto dedicato a Leonardo da Vinci prenderà il via il 2 maggio 2019 con la riapertura straordinaria della Sala delle Asse del Castello Sforzesco. Il cantiere di studio e restauro della Sala, aperto nel 2013, era stato sospeso temporaneamente per la prima volta durante il semestre di Expo 2015, permettendo ad oltre 355.000 visitatori di ammirare il Monocromo leonardesco, la possente radice che si insinua tra le rocce disegnata sulla parete est della Sala, già stata oggetto di un accurato restauro. Ora la Sala riapre, smonta integralmente i suoi ponteggi e si ripresenta al pubblico dopo una nuova fase di lavori, svelando le molte porzioni di disegno preparatorio emerse durante la rimozione degli strati di scialbo dalle pareti. Con una scenografica installazione multimediale i visitatori saranno poi guidati nella lettura dello spazio integrale, spostando l’attenzione dalla volta (molto compromessa dai restauri del passato e che sarà oggetto nel 2020 di un restauro specifico) alle pareti e scoprirà come Leonardo abbia qui sviluppato il suo concetto di imitazione della natura tanto da immaginare un sottobosco, case e colline all’orizzonte, al di là degli alberi: dalla stanza del duca Sforza all’esterno, al territorio da lui governato.
Le sale del Castello Sforzesco saranno sede di altri due progetti dedicati a Leonardo.
dal 16 maggio al 18 agosto 2019
La mostra “Leonardo e la Sala delle Asse tra Natura, Arte e Scienza”, in programma dal 16 maggio al 18 agosto 2019 nella Cappella Ducale, permetterà di individuare le relazioni iconografiche e stilistiche tra le decorazioni artistiche della Sala delle Asse e la cultura figurativa di altri maestri di ambito toscano, dei Paesi d’Oltralpe e della stessa Milano, grazie a una selezione di disegni originali di Leonardo da Vinci, di leonardeschi e di altri artisti del Rinascimento, provenienti da importanti istituzioni italiane e straniere.
dal 2 maggio 2019 al 2 gennaio 2020
Un percorso multimediale, allestito nella Sala delle Armi dal 2 maggio 2019 al 2 gennaio 2020, trasporterà il visitatore nella Milano di Leonardo, conducendolo alla scoperta della nostra città così come doveva apparire ai suoi occhi durante i suoi soggiorni milanesi (in diversi momenti tra il 1482 e il 1512). Nel percorso sarà inserita una mappatura visiva georeferenziata di quanto ancora si conserva di quei luoghi, sia in città che all’interno di musei, chiese ed edifici del territorio. Al visitatore non resterà quindi che uscire dal Castello Sforzesco e passeggiare per Milano alla ricerca dei luoghi in cui Leonardo si muoveva quotidianamente.
A PALAZZO REALE…
Palazzo Reale, luogo tradizionalmente deputato al potere della Signoria milanese e che riacquistò importanza quando il Castello Sforzesco a inizio Cinquecento decadde, ai tempi di Leonardo era il Palazzo Ducale. Questa sede così ricca di storia, che Leonardo frequentò senz’altro durante il suo lungo soggiorno milanese, ospiterà, anche se in altra foggia e in altro ruolo, due mostre a lui dedicate.
dal 4 marzo al 23 giugno 2019
La prima in ordine cronologico, dal titolo “Il meraviglioso mondo della natura prima e dopo Leonardo”, ha come filo conduttore il modo in cui Leonardo è stato in grado di modificare la percezione e la rappresentazione della natura nella Lombardia del Cinquecento. La mostra, in programma dal 4 marzo al 23 giugno 2019, seguirà le tracce dell’eredità leonardesca fino più o meno al 1570, data in cui si colloca la realizzazione della pala di San Marco di Paolo Lomazzo. Fondamentale sarà anche il rapporto con il Museo di Storia Naturale, dove il rimando agli elementi naturali (animali impagliati, fossili, minerali) potrà aggiungere senso alla comprensione delle opere d’arte.
dal 7 ottobre 2019 al 23 gennaio 2020
La seconda mostra, dal titolo “La Cena di Leonardo per Francesco I: un capolavoro in seta e argento”, in programma dal 7 ottobre 2019 al 23 gennaio 2020, presenterà per la prima volta dopo il suo restauro la copia del Cenacolo di Leonardo realizzata ad arazzo fra il 1505 e il 1510 su commissione di Luisa di Savoia e di Francesco Duca d’Angouleme, poi re Francesco I di Francia. L’arazzo, che fu tessuto probabilmente in Fiandra su cartone di un artista lombardo (forse Bramantino?), rappresenta una delle primissime copie del capolavoro di Leonardo, realizzata per soddisfare le esigenze della corte francese che intendeva portare con sé l’immagine di un’opera che non poteva in alcun modo essere trasportata. Donato nel 1533 a Papa Clemente VII, l’arazzo fece ritorno in Italia e da allora non è mai uscito dai Musei Vaticani.
Tra novembre e dicembre 2019, l’Ente Raccolta Vinciana, in collaborazione con Mibact e Comune di Milano, organizzerà a Palazzo Reale un Convegno internazionale di studi sull’ultimo decennio della vita di Leonardo, esaminando le sue attività, le sue ricerche teoriche e i suoi diversi committenti fra il 1510 e il 1519, cercando di mettere a fuoco il rapporto tra le sue attività teoriche e il fallimento dei progetti, sia pittorici che architettonici che tecnici o ingegneristici che gli venivano affidati. Nessuno infatti dei grandi progetti cui egli si dedicò nell’ultimo decennio della sua vita venne mai portato a termine: dal Monumento equestre al Maresciallo Trivulzio alla bonifica delle Paludi Pontine, dai progetti per San Pietro a Roma a quelli per il Palazzo Reale di Romorantin.

AL MUSEO DELLA SCIENZA E TECNOLOGIA…
“Leonardo da Vinci Parade” è la prima iniziativa realizzata dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia in occasione delle celebrazioni per il cinquecentenario della morte di Leonardo, a cui il Museo stesso è dedicato. Curata e realizzata dal Museo in collaborazione con la Pinacoteca di Brera, la mostra mette in dialogo, in una visione d’insieme inedita, i modelli storici e gli affreschi di pittori lombardi del XVI secolo, concessi in deposito nel 1952 da Fernanda Wittgens, allora Direttrice della Pinacoteca, a Guido Ucelli, fondatore del Museo. Un’insolita parata, appunto, in cui si esibiscono sul palco del Museo modelli e affreschi, in un accostamento inconsueto di arte e scienza. Un percorso che permetterà di attraversare i diversi campi di interesse e studio di Leonardo sul tema dell’ingegneria e della tecnica, valorizzando la collezione storica con cui il Museo apriva al pubblico nel 1953, in occasione dei 500 anni dalla sua nascita.
ALLA BIBLIOTECA AMBROSIANA…
La Veneranda Biblioteca Ambrosiana, in occasione delle celebrazioni leonardesche, valorizzerà il proprio patrimonio di opere di Leonardo da Vinci, e degli artisti della sua cerchia, con un ciclo di quattro mostre di alto profilo scientifico incentrate su tre temi principali. Il ciclo espositivo si aprirà a dicembre 2018, con un progetto dedicato ai disegni realizzati da Leonardo e dagli artisti della sua cerchia, mentre nel marzo 2019 una mostra dedicata al Codice Atlantico a cura del Collegio dei Dottori della Veneranda Biblioteca Ambrosiana proporrà 23 tra i fogli più significativi della raccolta: dagli studi ingegneristici e militari, ai progetti architettonici, fino ai celebri studi per la macchina volante, ripercorrendo la carriera dell’artista nella sua quasi totalità, dagli anni fiorentini fino all’ultimo periodo trascorso in Francia al servizio di Francesco I. E proprio su questo tema si concentrerà la terza rassegna, a cura di Pietro C. Marani, che presenterà una selezione di 23 fogli dal Codice Atlantico databili al soggiorno francese di Leonardo. Si tratterà quindi di un approfondimento sugli ultimi anni di attività del maestro, con l’obiettivo di realizzare una pubblicazione che includa tutti i fogli del Codice databili a questo periodo. A settembre, il ciclo espositivo si concluderà con una seconda mostra dedicata ai fogli più celebri del Codice Atlantico, in continuità con la precedente e sempre curata dal Collegio dei Dottori della Veneranda Biblioteca Ambrosiana.
Nell’autunno del 2019 Palazzo Litta, con la mostra “La corte del gran maestro. Leonardo da Vinci, Charles d’Amboisee il quartiere di Porta Vercellina”, omaggerà la figura del mecenate Charles d’Amboise e, grazie all’esposizione di due fogli del Codice Atlantico nei quali Leonardo traccia il disegno dell’isolato della sua residenza milanese (l’attuale Palazzo Litta), ricostruirà attraverso materiale ottocentesco inedito l’aspetto del quartiere di Porta Vercellina (corso Magenta) ai tempi di Leonardo.
ALL’IPPODROMO…
Snaitech, proprietaria del Cavallo di Leonardo (realizzato in epoca contemporanea da Nina Akamu su disegno di Leonardo stesso), che dal 1999 accoglie i visitatori dell’Ippodromo di San Siro, ha pensato in occasione di queste celebrazioni di valorizzare l’opera offrendola come base per la creatività contemporanea. Snaitech selezionerà infatti un pool di artisti, designer e illustratori, a cui assegnerà il compito di decorare, ognuno secondo la propria cifra stilistica, una riproduzione in scala del Cavallo. Le riproduzioni d’autore, insieme al Cavallo originale, diventeranno da maggio a novembre 2019 il soggetto di un’installazione collettiva all’Ippodromo, per poi essere posizionati in diversi punti della città, creando una contaminazione cittadina. Una app di realtà aumentata permetterà al pubblico di inquadrare i cavalli dislocati in città, attivando contenuti interattivi esclusivi su Leonardo e sugli artisti che hanno realizzato le riproduzioni d’autore.
ALLA FONDAZIONE STELLINE…
Dimostrare l’innegabile influenza di Leonardo sugli artisti contemporanei è l’obiettivo della mostra che sarà allestita alla Fondazione Stelline tra aprile e giugno 2019. “L’Ultima Cena dopo Leonardo” – questo il titolo del progetto – sottolineerà come Leonardo da Vinci sia stato (e sia tuttora) fonte di ispirazione per artisti di diversa tradizione culturale, come Anish Kapoor, Nicola Samorì, Wang Guangyi, Yue Minjun, Zhang Huan.
AL MUSEO DEL’900…
Sempre in chiave di riflessi sul presente, il Comune di Milano|Cultura, attraverso il Museo del Novecento, sta attivando un percorso per giungere nel 2019 all’acquisizione di una nuova opera d’arte contemporanea dedicata al genio di Leonardo, che andrà ad incrementare la collezione permanente del Museo.
A TEATRO…
Al palinsesto concorreranno anche le istituzioni e i soggetti culturali cittadini dedicati allo spettacolo, a partire dal Piccolo Teatro di Milano che ha programmato tre progetti speciali dedicati a Leonardo: “Il miracolo della cena”, produzione del Piccolo Teatro che vedrà nell’autunno 2019 l’attrice Sonia Bergamasco leggere – sia al Museo del Cenacolo Vinciano che al Teatro Grassi – scritti, appunti e note di Fernanda Wittgens, storica dell’arte che divenne una figura di cruciale importanza sia nell’opera di protezione della Pinacoteca di Brera e dei principali luoghi e monumenti milanesi, sia nel sostenere con passione l’urgenza della loro ricostruzione. All’Ultima Cena di Leonardo e al suo restauro dopo le profonde ferite belliche diede un tributo fondamentale che lei stessa descrive con “una quantità di forza vitale” sacrificata, per otto anni, a Leonardo. Un’altra produzione, in scena nel gennaio 2019, è dedicata ai ragazzi e alla passione per il volo. “Il volo di Leonardo” appunto, scritto, diretto e interpretato da Flavio Albanese, racconterà la vita, le peripezie, i miracoli e i segreti del più grande genio dell’umanità e, soprattutto, la ragione della sua voglia di volare.

Il Piccolo Teatro Studio Melato, infine, dal 2 al 5 maggio 2019 ospiterà “Essere Leonardo da Vinci. Un’intervista impossibile”, diretto e interpretato da Massimiliano Finazzer Flory. L’intervista, scritta in una lingua che ricostruisce il parlato dell’epoca rinascimentale, sarà condotta da Gianni Quillico e Jacopo Rampini, mentre la sceneggiatura è costruita su testi originali di Leonardo, in particolare dal Trattato di Pittura.

* fonte comunicato stampa

Francesco Solimena spiegato dal prof. Spinosa

Questo é un settore nel quale più ne sai e più sai di non sapere. Soprattutto se poi ti trovo davanti Nicola Spinosa. Chi é Nicola Spinosa? Lo storico e stoico Soprintendente di Capodimonte, Professore universitario e grande studioso della pittura antica napoletana. Ebbene questo signore ha presentato a Milano in Brera, ospitato dal sempre ottimo James Bradburne, la monografia su Francesco Solimena, grande artista napoletano, del 1700.

Introdotto da Carlo Orsi, grande antiquario milanese, e da Philippe Daverio, che tutti conosciamo, il professor Spinosa ha -in una scarsa ventina di minuti- gettato in pasto alla sala affamata e affollata di ammiratori, un affresco di quello che era l’ambiente artistico della Napoli del ‘700 ed il background di Solimena. Senza fronzoli ha snocciolato in venti minuti una serie di perle di cultura come solo i grandi divulgatori sanno fare.

Cosciente del fatto che come si tenta di  pubblicare una monografia sull’opera completa di un artista, subito saltano fuori altre tele precedentemente sconosciute, Spinosa si é limitato a includere la parte di opere da lui preferita e contestualizzata all’interno del ‘700 a Napoli, accompagnando i dipinti ai disegni con la collaborazione di Cristiana Romalli, nota specialista di Sotheby’s e grande esperta di disegni.

Francesco Solimena é stato un pittore estremamente prolifico, con all’attivo (oggi) più di 1000 opere e numerosi giovani apprendisti in bottega. E i committenti chiedevano anche repliche di tele gia eseguite quindi stiamo parlando di una produzione molto vasta, simile per numero a quella di Luca Giordano, suo maestro.

Ma l’aspetto più interessante della monografia, come sottolineava Daverio durante la presentazione, é la contestualizzazione di Solimena all’interno delle arti napoletane, descritta marcando il confronto con Fernando San Felice architetto e con Vaccaro, con i musici, con i poeti suoi contemporanei. Lo stesso Solimena era anche un poeta dell’Arcadia napoletana.

I suoi predecessori furono Lanfranco, Domenichino,  Luca Giordano, Pietro da Cortona, i cui insegnamenti risultano palesi nei dipinti.
Suoi allievi invece furono Francesco de Mura e Gaspare Traversi, tra i molti.
Ma con la sua presentazione piena della classica enfasi napoletana, il professor Spinosa mi ha ricordato come non ci si possa fermare al nozionismo di “chi ha fatto cosa” ma si debbano considerare influenze e impatti di un artista per apprezzarlo appieno.

Non si può quindi dimenticare che Solimema cominció da piccolo, a 10 anni, nella bottega del padre con l’influenza di Francesco Fracanzano per le nature morte. Lasció Nocera per Napoli e lí trovó… il barocco di Luca Giordano e di Benaschi. A questo punto respiró barocco e su consiglio di Giordano si spostó a Roma. E lí trovó…. Bernini e Pietro da Cortona. E li respiró, lavoró con loro. Portó nelle sue opere le nature morte giovanili, il Luca Giordano di Napoli, ma anche il Mattia Preti, il Battistello Caracciolo…il colorismo dei veneti!

Le sue opere diventarono monumentali e celebrative senza perdere la concretezza napoletana di bottega.
E mentre Luca Giordano portó colore all’ Escorial quando si spostó a Madrid, Solimena occupó lo spazio lasciato libero dal maestro con il colorismo veneto, il caravaggismo di Mattia Preti senza perdere le istanze classiciste di Carlo Maratta.

La preparazione di questa monografia con la collaborazione di alcuni dei più noti antiquari italiani (Voena, Moretti, Orsi, Alessandra di Castro) e la presenza del Gotha di Sotheby’s e Christie’s alla presentazione in Brera, hanno dimostrato come Spinosa abbia saputo, con la sua mirabile preparazione, avvicinare due mondi che sono spesso troppo distanti: studiosi e mercanti.

Carlo Carrà a Palazzo Reale

La mostra dedicata a Carlo Carrà, aperta al Palazzo Reale di Milano fino al 3 febbraio, presenta l’ interessante percorso artistico di questo protagonista della pittura italiana del XXesimo secolo, noto ai più per la fase futurista ma ben lontano dall’essere stato “solo” futurista.
La prima importante opera esposta é l’allegoria del lavoro del 1905 prestata da Brera che testimonia la vicinanza a Pellizza da Volpedo ed ai divisionisti, non solo per la tecnica ma anche per la tematica. In quest’opera peró, l’atmosfera vagamente sognante e l’idealizzazione del soggetto lo dividono dal rigore di Pellizza e quasi lo avvicinano più a Sartorio (anche se il paragone é per altri versi azzardato). Confermano l’iniziale vicinanza al divisionismo anche le opere provenienti dalla Estorick Collection di Londra e dal Museo del Novecento. Si prosegue con i primi affascinanti disegni del secondo decennio del secolo nei quali il futurismo, la critica, la grafica e cronaca sono indiscusse protagoniste. Le provenienze di queste carte sono delle più disparate tanto che un ritratto di Soffici arriva addirittura da Yale. Fa piacere sapere che qualcosa del nostro futurismo sia arrivato fino a Yale! Nelle tele degli stessi anni si ravvisano somiglianze con Kirchner come in “Luci notturne” del 1911 e con il cubismo scoperto durante il soggiorno parigino. La seconda sala é invece dedicata alle opere a partire dal 1915: il distacco dal futurismo é chiaramente riscontrabile nella sintetica resa dei volumi puri di “La Carrozzella” che anticipa la stagione metafisica degli anni subito successivi, caratterizzati da un personale colorismo e primitivismo. Magnifici i capolavori di questo periodo ferrarese nel quale Carrà conobbe De Chirico e Savinio! Da questo periodo si passa all’anno della svolta, il 1922, l’anno in cui Carrà decise di non accompagnarsi più ad altri ma di proseguire da solo. Paesaggi caratterizzati da scorci tra le case, barche, vedute marine e i luoghi del cuore come Forte dei Marmi -protagonista della vita dell’artista a partire dal ’29- sono i soggetti prediletti. Passando per le nature morte degli anni ’30 si arriva alle volumetrie dei corpi che lo avvicinano al Novecento di Sironi, a Campigli o anche alla solidità del figurativismo di Picasso di quegli anni. Magnifiche le opere prestate del Museo del Novecento e i Nuotatori della collezione Falsitta. Completano la mostra le sale dedicate agli anni ’40 ’50 e ’60 in cui la plasticità é protagonista nelle nature morte, nei paesaggi e nei ritratti.

Un interessante viaggio dunque nella pittura italiana del XX secolo attraverso le opere di un artista che in 85 anni di vita ha attraversato alcune delle correnti più importanti del secolo, ignorandone completamente altre in una personalissima cernita che ha fatto di lui uno degli artisti più riconoscibili del ‘900. Dal punto di vista del mercato, la vastità della sua produzione dagli anni ’40 in poi non consente per ora il raggiungimento di apici significativi mentre molto apprezzate risultano le opere del periodo futurista, finalmente premiate anche all’estero. La luce si accende ora sulle opere degli anni ’30, sotto i riflettori di chi sta tentando di rivalutare un periodo di figurativismo a lungo trascurato. La mostra dedicata a Margherita Sarfatti al Museo del Novecento, l’esposizione dedicata agli anni ’30 tenutasi presso la Fondazione Prada l’anno scorso e ora questa personale di Carrà, confermano quanto auspicato dalla critica da tempo.

Il mercato italiano del design

Il momento di gloria che vive Milano grazie al Salone del Mobile è il risultato di un’evoluzione in corso da anni nel settore del design, evoluzione sostenuta con entusiasmo da alcune case d’asta che hanno intravisto tempo fa le grandi possibilità di questo settore. Tra le prime ad interessarsi Boetto, Cambi, della Rocca seguite ora da Wanneness, Pandolfini e Finarte.

Alcune operazioni hanno cercato di recente di legare il design all’arte moderna nel tentativo di sfruttare l’ ascesa di quest’ultima per portare sotto i riflettori anche l’arredamento moderno. In particolare durante l’ultima asta di arte moderna di Sotheby’s a Milano un coraggioso inserimento di lotti di Osvaldo Borsani in relazione ai lavori di Lucio Fontana ha acceso i riflettori sull’opera di Borsani. Non a caso il designer di Varedo è stato oggetto di un un’importante mostra personale alla Triennale di Milano curata da Norman Foster e Tommaso Fantoni. Nel tentativo di esportare questo modello di successo anche Sotheby’s Parigi ha proposto alcuni arredi nati dalla collaborazione tra Borsani e Fontana e ha raccolto interessante risultati.

Altri designers sono stati premiati durante le ultime aste ad esempio Giò Ponti la cui “parete attrezzata” è stata venduta per €25000 mentre il tavolo creato per la motonave Conta Grande  è stato ceduto per €22500. Buon esito ha registrato anche la coppia di poltrone realizzate con Giulio Minoletti che è stata venduta a €32500: questi due pezzi storici, prodotti in 190 esemplari, furono creati per il treno ETR Settebello della Breda nel 1952 quando i treni dovevano essere i portavoce della ripresa post-bellica, emblema di raffinatezza e ambasciatori di eleganza. Successo anche per lo specchio da parete di Sottsass prodotto dalla Sant’Ambrogio De Berti aggiudicato a 37500 euro. La libreria LIB2 di Gardella di Azucena del 1950 è stata venduta da Cambi per €22500 mentre le poltroncine a conca modello 839 di Ico Parisi per Cassina sono passate di mano per €24000 al Ponte, così come le poltrone Digamma di Gardella per €19000.

Per quanto i risultati del design siano ancora lontani da quelli dei dipinti moderni, il settore è in crescita ed esemplificativi sono i risultati di Cambi: se già in primavera aveva raggiunto ben €837000 per il solo design, in giugno ha replicato il successo raggiungendo 1,5 milioni di euro proponendo in vendita gli arredi di Franco Albini provenienti dalla celebre CASA C di Milano. Presentati astutamente in concomitanza con il Salone del Mobile di aprile, questi pezzi da soli hanno totalizzato 180.000 euro. Unica pecca: l’acquirente anglofono al telefono conferma ancora una volta che mentre noi cerchiamo di imparare a fare marketing dei nostri prodotti migliori, qualcun altro dall’estero si é gia accorto di quello che sta accadendo e fa incetta nelle nostre case.

Impressionismo e avanguardie da Philadelphia a Milano

Si è conclusa domenica 2 settembre la mostra di Palazzo Reale intitolata “Impressionisti e avanguardie” che ha portato a Milano 50 importanti dipinti dal Philadelphia Museum of Art. Esemplificativo di quanto i lungimiranti collezionisti americani siano riusciti a mettere insieme tra la fine del XIX ed il XX secolo, il Museo di Philadelphia testimonia anche a quali straordinari risultati abbia portato la politica a favore del mecenatismo negli Stati Uniti. È davvero sulle donazioni e sui lasciti delle grandi famiglie di industriali che sono nate i maggiori musei nord americani. Nel caso di Philadelphia, il progressivo arricchimento dovuto alla costruzione della ferrovia ha portato alla creazione di grandi raccolte, tra le quali per esempio quella di Mary Cassatt che insieme al fratello imprenditore compiva viaggi in Francia sia per dipingere con amici impressionisti che per selezionare i lavori degli stessi da portare oltre oceano con il fratello. Presente in mostra anche con alcune opere, Mary fu un’artista straordinaria -ineguagliabile quanto a dolcezza-, ed insieme a Berthe Morisot fu l’unica donna ammessa tra gli Impressionisti. Tra le altre collezioni alla base del Philadelphia Museum, in mostra sono state ben rappresentate le raccolte White e soprattutto Arensberg. Dalla collezione White una scultura di Rodin che ritrae proprio il giovane erede White di passaggio a Parigi che -essendo evidentemente prestante-, posò per l’artista e poi, in età adulta, coltivò la passione per l’arte arricchendo la propria raccolta anche grazie alla moglie, pittrice e grande conoscitrice. Tra tutte le opere esposte -da Monet, Renoir, Degas, Cezanne, Van Gogh, Picasso, Braque, Gleizes, Metzinger &company- a mio avviso spiccava la scultura “Il bacio” di Constantin Brancusi. Forse proprio perché io non amo Brancusi, ho trovato questa appassionata scultura davvero bella. Scolpita in pietra nel 1916, apparteneva alla collezione di Walter e Louise Arensberg dal 1932. Ultima delle quattro versioni esistenti, “il bacio” è stata esposta nell’ultima sala della mostra, poco prima di un ovvio Picasso a conclusione del percorso ed è stata collocata semplicemente sulla sua base, cosi come voleva lo scultore e come i collezionisti l’avevano collocata a casa loro ad Hollywood, su una panca tra due sculture precolombiane. Non male davvero.