Il Castello di Rivoli

Dopo qualche anno dall’ultima visita, ho trovato il Castello di Rivoli meno frizzante e meno curato di quanto mi aspettassi. Qualche installazione mal funzionante o spenta, i custodi che non sanno più o meno nulla di quello che custodiscono (o forse i mediatori e i volontari di altre istituzioni stanno abituando i visitatori troppo bene)… Insomma sarà un’impressione ma il Castello è parso un po’ sottotono.

La prima sala presenta una video installazione di William Kentridge. Nel 1988 nasce l’animazione 3D negli studi Pixar.
Il mondo dell’arte reagisce tornando alla lavorazione con tecniche artigianali, creando un’animazione ‘povera’. Con il ritorno alle tecniche di inizio ‘900 Kentridge realizza una forma di animazione cancellando e disegnando sopra lo stesso foglio per creare immagini in movimento basate sulla carta e sulla stratificazione del gesto. Geniale. Una tecnica di inizio ‘900 in totale contrapposizione con la sofisticata tecnologia le costose produzione di oggi.


Divide la sala con Kentridge, un’ opera “ambientale” di Richard Long in pietra di tufo romano intitolata Romulus circle del 1997: elementi naturali del mondo organico e presenza dell’uomo in natura sono alla base delle opere di questo artista, noto per essere uno dei protagonisti della Land Art. Presente nella sala anche Michelangelo Pistoletto con la grande scultura in acrilico su poliuretano espanso dell’ 84 intitolata Persone Nere.

Le opere contemporanee si mischiano a maschere dell’800 e del ‘900 del Gabon e del Mali in prestito da una collezione torinese.  Elemento di raccordo tra contemporaneo e maschere è un’opera di Beau Dick, un artista nativo canadese che ritrae creature soprannaturali della tradizione occidentale americana.

Charlie don’t surf è il titolo dell’ opera di Maurizio Cattelan da una citazione tratta da Apocalypse Now di Francis Ford Coppola con una scena del film in cui gli americani attaccano e distruggono un villaggio vietnamita per accedere alla spiaggia e cavalcare le onde con il sole. A partire da questa scena Cattelan elaborare un’opera assolutamente crudele in cui si intuisce che il bambino apparentemente sereno seduto a scuola ma in realtà ha le mani trafitte da matite che lo tengono in una situazione immobile.
Fallimento, disperazione, e impossibilità di far uscire l’energia sono alla base della scultura intitolata Novecento del 1997 con un cavallo in tassidermia imbragato, appesa al soffitto.


Oltre alle opere di Cattelan, una scultura di Marisa Merz, una tempera di Picasso e un olio di Alexej von Jawlensky, questa sala presenta un’opera di Bracha Ettinger. L’opera, della serie Euridice, appartiene a un gruppo di opere accomunate dal riferimento alla ninfa che è stata restituita agli inferi a causa del marito Orfeo che non ha saputo resistere alla tentazione di guardarla. L’artista prende l’avvio dalle fotografie di archivio scattate nel 1942 che documentano bambini ebrei prima di essere uccisi dalla polizia tedesca. L’artista usa una fotocopiatrice riproducendo le fotografie fino a ridurle ad una sorta di matrice e moltiplicando gli strappi per ottenere immagini sospese tra l’essere e il non essere. Il risultato è un’opera davvero intensa.

Si dividono la sala seguente l’artista britannica Cecily Brown. Pinot Gallizio, Anselm Kiefer con una bellissima nave in tempesta in piombo ed un girasole essiccato, Lin May Seed, Enzo Cucchi, Emilio Vedova con una grande tela dell’83 e l’artista del Cairo Anna Boghiguian.


Dell’artista olandese  Bas Jan Ader è un film muto che raffigura l’artista che si strofina gli occhi fino a farli lacrimare, aumentando via via l’intensità emotiva. La riflessione dell’artista è tutta incentrata sulla fragilità umana. D’altronde l’artista stesso nel 1975, dopo alcuni anni in California, partì per un viaggio solitario nell’Atlantico e non venne mai ritrovato…
La sua opera è affiancata a un meraviglioso piccolo trittico devozionale di Simone dei Crocifissi in prestito dalla collezione Cerruti.
Bertand Lavier, appena visto in collezione Pinaul a Parigi, occupa il resto della sala con un pianoforte ricoperto da dense pennellate. Dagli anni 80 questa tecnica viene utilizzata dall’artista per effettuare la scelta di alcuni oggetti privati della loro funzionalità e sublimati in opere. É il linguaggio determinare il reale e non viceversa.

Il collasso modernista di un cumulo di rifiuti che dà forma a un’abitazione è alla base dell’opera della tedesca Isa Genzken.

Chris Burden, artista americano, nella sala successiva come un monologo in francese contro la xenofobia.

Non poteva mancare una m**** d’artista di Piero Manzoni del 1961 prestata dalla collezione Casoli di Pienza. L’inscatolamento di un rifiuto mette in discussione il feticismo per la traccia lasciata dall’artista. La profonda critica dei mezzi del sistema socio-economico dell’arte è portata all’estremo con il processo di innalzamento del rifiuto allo status di opera d’arte, offrendo al pubblico le vestigia dell’autore mercificandole e trasformandole in reliquia contemporanee…

Conclude il giro del piano una selezione di video di Regina José Galindo artista del Guatemala che personalmente apprezzo molto. Tematiche politico-sociali economiche ed ecologiche con un’attenzione volta a denunciare le violazioni dei diritti umani, costituiscono il nucleo della riflessione dell’artista. Crea performance a radicali e scomode perché racconta abusi di potere, ingiustizie sociali e violenze.

Interessante e complessa installazione di Fabio Mauri, drammaturgo e artista contemporaneo, che accosta una foto di Goebbels scattata mentre questi visita all’esposizione del 1936 Entartete Kunst, una litografia De Chirico, un altoparlante che ripete continuamente la frase ‘Che cos’è la natura’ in diverse lingue, una equazione matematica presentata su una lavagna e due gabbie che riproducono il suono del terremoto. L’installazione, presentata alla Biennale di Venezia del 78 è una riflessione sulla vita l’arte la cultura e rapporti umani e si intitola i Numeri Malefici.

Tra le più strane installazioni contemporanee troviamo due opere di George Grosz in cui segno, disarmonia cromatica e velocità nella linea che definisce i contorni restituiscono scene e di forte impatto, assolutamente moderne per l’epoca in cui vengono realizzate, gli anni 30.

Michelangelo Pistoletto e Giacomo Balla insieme a Marzia Migliora occupano la sala successiva. La celebre Venere degli stracci del 67 di Pistoletto esemplifica l’opera dell’artista a metà tra il linguaggio dell’arte povera e linguaggio dell’arte concettuale, in un dimensione particolare e universale. L’opera ritrae Venere, metafora in assoluto della memoria della Bellezza, nell’atto di volgere le spalle allo spettatore e al mondo stesso, mentre affonda sguardo in un cumulo di stracci colorati simbolo della temporaneità e della vivacità della quotidianità.

Magnifica l’opera La pazza di Giacomo Balla del 1905, dedicata all’emergenza sociale, realizzata con tecnica divisionista e taglio di ispirazione fotografica. Espressivo il decorativismo della cornice, anch’essa dipinta da Balla, e assolutamente unica questa figura di donna con capelli arruffati e abiti dimessi, sullo sfondo di un campo illuminato dal sole.
La tensione degli arti, l’espressione del volto, la posizione dei piedi, tutto di quest’opera parla, persino la cornice.

Fortissimo il video di Monica Bonvicini, che conosco da Art Basel e che apprezzo molto. L’opera del 1998 rappresenta il martellamento senza fine di un muro: l’artista espone lo stretto rapporto che lega lo spazio edificato all’immagine del potere e mette in questione il ruolo passivo tradizionalmente attribuito alle donne. Costruire è una prerogativa maschile. La mano femminile abbatte quindi il muro ma il video non mostra mai la distruzione completa, l’ intonaco si sgretola, appaiono i mattoni e poi l’azione ricomincia.
Metafora dell’esistenza femminile, direi.

Il secondo piano è dedicato alla mostra su Achille Bonito Oliva, critico e curatore d’arte contemporanea. La prima sezione della mostra è dedicata alla curatela delle esposizioni attraverso una selezione di opere che rievocano tutti gli appuntamenti più importanti da lui curati.
La seconda opera ricostruisce lo spazio privato dello studio con le più importanti pubblicazioni scientifiche. La terza area è dedicata all’espressione comportamentale, al rilievo di Bonito Oliva come personaggio pubblico. Tra le opere più interessanti della prima sezione, un De Dominicis del 1988, un Paladino dell’83 e un de Chirico in prestito dalla Collezione Cerruti.

Molto interessanti le sale dedicate alle mostre storiche  ‘Vitalità del negativo’ e ‘Contemporanea’, con opere di Luciano Fabro, Daniel Buren, Dan Flavin, Schifano e Rauschenberg, in prestito da diverse collezioni per ricostruire quelle che furono tappe di assoluto rilievo nella vita lavorativa di Bonito Oliva e nella storia della critica italiana.


Segue la sala ‘Punti cardinali dell’arte’, dedicata alla biennale del 1992 curata da lui. Tra gli artisti Matthew Barney e  Louise Bourgeois, entrambi riconosciuti oggi come grandi artisti.


Segue una sala dedicata a Ubi Fluxus ibi motus mostra del 1990 agli ex granai della Repubblica alle Zitelle, Giudecca. Allan Kaprow, Nitsch, Boetti e Shimamoto tra i protagonisti.

“MINIMALIA” del 1997 la protagonista della sala successiva con opere, tra gli altri, di Giulio Paolini e di Francesco Lo Savio.

Magnifica l’ installazione di Giovanni Anselmo con foglie secche racchiuse da una fitta rete di metallo. La stanza rievoca la mostra ‘Le stanze’ a Castello Colonna a Genazzano nel 1979,inaugurata a meno di un mese dalla mostra ‘Opere fatte ad arte’ che segna l’esordio della transavanguardia, a Acireale. Nel titolo ‘Le stanze’ la rievocazione delle stanze per La Giostra del poeta Poliziano. In questa esposizione è forte il dialogo tra gli artisti e lo spazio del Castello. a differenza della mostra di Acireale, quella di Genazzano non si focalizzò sulla transavanguardia includendo i diversi protagonisti ma attivò un dialogo tra loro e le ricerche afferenti all’arte povera di cui importante esponente fu appunto Giuseppe Penone. ‘Le stanze’ quindi come momento di sintesi critica sul decennio che era appena trascorso e al contempo una prospettiva su quelli che dovevano venire, elemento che da un lato la accomunava quella mostra a ‘Vitalità del negativo’ e dall’altra preannunciava le mostre successive come ‘Aperto 80 ‘e ‘Avanguardia transavanguardia’ del 68-77.
Una figura quindi, quella di Achille Bonito Oliva, di difficile lettura ma che ha avuto nel corso dei decenni ruoli grande importanza e indubbio talento.

La manica lunga del Castello presenta un’esposizione di Anne Imhof intitolata Sex, costruita in buona parte di transenne con pannelli di vetro, espressione del nostro tempo tra separazione delle persone e negazione della stessa separazione tramite il vetro. Si creano strutture quasi attraversabili, discontinue e definite da trasparenze. Un’esposizione complessa formata da una performance sonora, elementi architettonici, musica, disegni e dipinti. L’artista si appropria di diverse opere anche antiche sviluppando una sequenza di performance con un nutrito gruppo di collaboratori.
La mostra prevede inoltre che alla restituzione del dipinto Narciso di Caravaggio, in prestito da Roma, venga realizzata una performance funebre. Altri prestiti illustri sono Artemisia Gentileschi dalle collezioni di Intesa Sanpaolo, Gioacchino Assereto dalla collezione Cerruti, Jusepe de Ribera di nuovo dalla collezione Cerruti e ancora De Chirico e Giacometti. Tutti quindi in dialogo con Anne Imhof e le sue transenne nonché le sue serigrafie ed i suoi olii su tela.

La collezione Cerruti, perla del Piemonte

Nella tranquilla cittadina di Rivoli, tra le villette immerse nel verde della collina, c’é una casa che non si può immaginare, una casa che non si può definire in altro modo se non ‘perla’.
Dalla fine degli anni 70 fino al 2014 l’imprenditore collezionista Francesco Federico Cerruti ha raccolto in maniera riservata, attenta ma da grande conoscitore un insieme di opere che vanno da un trittico del trecento di Agnolo Gaddi a un Concetto Spaziale con quattro tagli rosso di Fontana, passando per Medardo Rosso e Modigliani.

La riservatezza che ha contraddistinto in vita  il collezionista, contraddistingue anche ora questa casa-museo dove non è possibile fare fotografie. Proverò a descrivere quello che ho visto perchè gli occhi sono pieni di meraviglia.

Si accede a uno studio dove si distinguono una scrivania alla mazzarina attribuita a Pietro Piffetti e una scrivania opera probabilmente di Giovanni Battista Galletti. Francesco Cerruti non si rivolgeva certo a qualcuno a caso ma si affidava a Pietro Accorsi, il migliore degli antiquari piemontesi-noto a tutti gli appassionati di mobili antichi- che ha arredato le migliori case di Torino, e non solo, diffondendo la conoscenza dell’arte del ‘700 in tutto il mondo. In questa sala vi sono, tra gli altri, un ritratto attribuito a Federico Barocci e un San Benedetto tra i rovi del 1633 di Tanzio da Varallo. È presente anche l’ultima opera acquistata da Cerruti, Jeune fille aux roses del 1897 di Renoir.
Ma c’è da dire che Cerruti era un grande imprenditore nel settore dell’editoria e aveva importato in Italia un sistema per le rilegature avveniristico, facendo fortuna. La fortuna gli consentì di acquistare opere eccezionali ma non dimenticò il valore dei libri antichi tant’ è che sono numerosi i pezzi di valore in collezione. In questa prima sala, tra gli altri, un testo di Francesco Colonna pubblicato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499.

Proseguendo, la sala della musica presenta distrattamente su un pianoforte opere di Medardo Rosso, Giacometti e Manzù, mentre alle pareti, tra gli altri, un Dosso Dossi e un’ opera di Paris Bordone.

Lo Scalone che porta al primo piano lascia letteralmente di stucco: si susseguono sulle pareti un Autoritratto del 1912 di Gino Severini, Antigrazioso di Umberto Boccioni sempre del 1912, un ritratto di Peter Lacy di Francis Bacon del 1956, Mattino di Felice Casorati del 1919-20, Il compasso del 1926 di Fernand Leger e, non ultima, la Donna dal vestito giallo (detta anche La bella spagnola) del 1918 di Amedeo Modigliani..
Sulla parete opposta alla scala un’opera di Savinio del 1928 e una Sirena del 1929 di Scipione, oltre a un piccola opera di Pablo Picasso del 1913, ad un’opera di Nicolas de Stael e a un piccolo dipinto di Mirò del ’52…

A questo punto già la testa gira ma non è ancora finita perché l’ingresso vero della casa -quello dal quale accedevano gli ospiti di Cerruti- è popolato da un’opera di Valerio Castello del 1655, da un olio di Simone Cantarini del 1637, da un Sisley del 1881 e da un Cézanne de 1877-78. Il tutto sopra un divano del ‘700 intagliato e dipinto in policromia.

Entrando nella sala da pranzo arriva un primo mancamento: sulle pareti, una delle collezioni private più importanti del mondo di De Chirico: otto le tele in collezione, di cui attualmente tre in prestito. Già la cosa sarebbe straordinaria in sé, ma oltretutto queste opere sono tutte degli anni ’10 e ’20, della fase quindi assolutamente più importante dell’artista!!

Prima di accedere alle stanze vi è una piccola anticamera che non solo ha in terra un Ushak a medaglioni anatolico del 1500 e un armadietto pensile di Piffetti, ma alle pareti presenta un’opera del 1902 di Giacomo Balla con originale cornice sagomata, due deliziosi Campigli, un paesaggio di Carrà, un Magritte, un Savigno e un Hartung.

A questo punto ci si chiede come mai questa collezione non sia maggiormente conosciuta ma poi si accede alle camere e si trova risposta nell’intimità in cui questi ambienti sono immersi. La camera della madre è stata predisposta perché la madre dell’imprenditore potesse soggiornarvi ma non è stata poi in effetti quasi mai utilizzata. Alle pareti un’opera di René Magritte, uno strepitoso Balla intitolato Velocità astratta del 1913, uno Chagall, una Danzatrice di Severini, un Sironi del 1919, un Max Ernst, un Yves Tanguy, tre Kandinskij e -giusto per non essere troppo prosaici- una Madonna con Bambino sopra al letto. Ma non una qualunque. Un’ opera del 1516 di Marco D’Oggiono, allievo di Leonardo. E il letto? naturalmente di Giuseppe Maria Bonzanigo della fine del ‘700.

Anche la camera successiva, chiamata Camera delle Rose, è uno scrigno di meraviglie con bene cinque opere di Morandi alla pareti oltre a una Madonna di Bernardo Strozzi e a un ritratto di fra’ Galgario.
E i mobili? Naturalmente del settecento e di Pietro Piffetti.

Il salone rettangolare presenta il sopracitato trittico di Agnolo Gaddi, figlio di Taddeo allievo di Giotto, una coppia di capricci architettonici di Francesco Guardi e due vedute veneziane del figlio di questi, Giacomo. Oltre a questi, una Sacra Famiglia di Domenichino, un San Lorenzo di Jusepe De Ribera, e un Giuseppe Pelizza da Volpedo intitolato Membra stanche (Famiglia di emigranti) del 1907.

Nel salone circolare due allegorie di Pompeo Batoni nonché una Madonna con Bambino di Francesco Francia, una commode francese laccata ‘alla cinese’ della metà del 1700 e un tavolino piemontese anch’esso del ‘700 decorato ad arte povera. Sotto a questo -con nonchalance- un tappeto Isfahan, detto anche polonese, del 1600 con nodo in seta e filo metallico su armatura in cotone.

Ultima delle camere, la camera nella torre.  Ideata e costruita come camera per l’ultimo addio dell’imprenditore, la stanza vede protagonista un piccolo letto circondato da opere di devozione, in particolare Madonne con Bambino. Qui l’opera più antica della collezione, una scultura policroma degli inizi del trecento. Tra gli altri dipinti, un San Rocco e un San Sebastiano del Bergognone, una Crocifissione di Marco di Paolo Veneziano e un Sant’Agostino del Sassetta.

Ma è il seminterrato a riservare ancora incredibili sorprese. E qui prende un secondo mancamento: De Dominicis, Casorati, Zandomeneghi e Robert Delaunay trovano  casa insieme a De Pisis, Campigli, Manzoni, Vedova, Burri, Sutherland, Licini, Kline e Fontana…
Non a caso su un pilastro portante della casa è esposto il primo acquisto di Cerruti, un acquerello del 1919 di Kandinskij. La sala dell’Ottocento poi propone opere di Boldini, Silvestro Lega, Angelo Morbelli, Fattori, Delleani e Signorini in una carrellata verso l’ultimo corridoio che presenta due opere di Warhol, tanto per chiarire -ce ne fosse stato bisogno- che il bello è bello, a prescindere salle epoche e dalle mode.

La Venaria Reale

È come se si nascondesse agli occhi di chi passa ma non è determinato a visitarla. É immensa rispetto al borgo che la circonda, eppure è come se questo la nascondesse per proteggerla. Poi si accede al cortile e finalmente se ne percepisce l’ampiezza.

Guido Reni, Guercino e Paolo Veronese nelle sale della Venaria Reale in prestito dalle gallerie Sabaude, danno il benvenuto nelle prime sale insieme a tre scena di caccia una di De Vos, e due attribuite a Frans Snyder.

I telamoni angolari con trofei militari e le iniziali intrecciate con sopra la corona sottolineano il ruolo di questa stanza come anticamera dall’appartamento reale destinato a Vittorio Amedeo II il quale incaricò Michelangelo Garove di trasformare secondo i canoni dell’architettura francese la raffinata reggia. A quell’epoca i Savoia avevano appena guadagnato il titolo Regio dopo aver liberato dai francesi la città di Torino nel 1706.

Della Camera di udienza della Regina colpiscono non solo gli arredi ma anche l’usanza:  pare che la Sovrana si sedesse su una poltrona in mezzo alla sala e ponesse domande a chi aveva l’onore di poter presenziare. In assenza di domanda della Regina nessuno era autorizzato a parlare… una noia mortale ma l’importante era esserci.
Fra gli arredi, un tavolino, una magnifica console di Piffetti e un tappeto Ushak del 1650, oltre a un magnifico lampadario in vetro di Murano del 1790.

Lo stesso Piffetti protagonista della stanza da letto successiva con un arcolaio e tavolino legno lastronato intarsiato in avorio e tartaruga di metallo.

Di Luigi Prinotto invece la ‘mazzarina ‘ della stanza successiva. Magnifici anche gli stucchi del soffitto di Pietro Somasso del 1703-8.

Le consoles del ‘700 piemontese si sprecano…

…finchè si arriva alla Galleria Grande… la maraviglia! Impreziosita dagli stucchi, la galleria del ‘700 è ora popolata dall’installazione contemporanea di Valerio Berruti, la Giostra di Nina. Magnifico l’accostamento di antico e contemporaneo.

Notevoli anche le quattro stagioni scolpite da Simone Martinez per Palazzo Reale ma portate qui nel 1753.

Dalla Reggia si passa alle scuderie dove sono esposte le carrozze e… il bucintoro!
Il bucintoro dei Savoia è l’unico esemplare di imbarcazione veneziana originale del ‘700 poichè l’ultimo bucintoro dei Dogi è andato in fiamme a fine ‘700.

Ma non è ancora finita perche dopo le scuderie il percorso prevede la cappella di Sant’Uberto, capolavoro di Juvarra, iniziata nel 1716. La pianta circolare porta come riferimento le architetture di Palladio, Bernini e Borromini ma la cappella è rimasta incompiuta nella facciata e nella cupola, completate successivamente. L’altare maggiore e i dottori della chiesa sono opera dello scultore Giovanni Baratta mentre le tele negli altari del transetto sono di Francesco Trevisani e Sebastiano Ricci.

Una stanza intravista per caso prima dell’uscita dalla cappella svela le ultime due meraviglie di Venaria: un tabernacolo di Luigi Prinotto del1750 e la Battaglia di Lepanto di Palma il Giovane, il cui stile si può dire sia una sintesi tra Tiziano, Tintoretto e Veronese. Alla morte di questi, il Palma divenne protagonista della pittura veneziana, a partire dal 1590 circa. Mirabile l’immensa tela qui esposta.

La Venaria Reale è organizzata meno bene di Stupinigi ma in compenso è estremamente apprezzabile il fatto che in certi periodi dell’anno Reggia e giardino siano aperte fino alle 22.

La palazzina di caccia di Stupinigi

Gli arredi in stile tradiscono un passato movimentato alla Reggia di Stupinigi. Molto è stato ricollocato nel corso del tempo ma le grandi tele e i decori dell’architettura in grande parte non hanno subito i danni del tempo (e dell’uomo).
Originali le volte almeno, la prima di Giovan Pietro Pozzo nel 1765 decorata a grottesche che fa da sfondo ai dipinti di Wehrlin con cineserie.

La seconda affrescata da Gaetano Perego nel 1765 che realizzò anche i sopraporta.

Pregevoli invece gli arredi della sala degli Specchi, raffinato ambiente creato nel 1763 di Giovanni Pietro Pozzo.

Di stampo Rococò la sala esagonale databile al 1753 con la volta a prospettiva.

Simpaticissimi i gabinetti cinesi con una tappezzeria di carta dipinta a tempera della seconda metà del settecento, importata dalla Cina meridionale che raffigura scene di vita cinese su sfondo roccioso. Il gusto per le cineserie era molto diffuso nel 1700.

La sala dedicata allo scultore e artigiano Bonzanigo è occupata da un bellissimo stipo medagliere bianco e azzurro della fine del ‘700.

Il gabinetto del Pregadio completa la rassegna degli ebanisti piemontesi con il Pregadio di Pietro Piffetti eseguito nel 1758 su disegno dell’architetto di corte Benedetto Alfieri. Presente anche un mobile doppio corpo in noce biondo attribuito anch’esso al Piffetti.

La volta affrescata nel 1761 da Giuseppe Pietro Pozzo e la tappezzeria in taffetà della seconda metà del XVII fanno da contorno a un tavolino e una ribaltina di Giuseppe Galletti successore del Piffetti nel ruolo di ebanista del re a partire dal 1777.

Di Prinotto la mazzarina, di Piffetti l’inginocchiatoio e il cassettone della sala successiva.

Originale anche il salotto dell’intagliatore Giuseppe Maria Bonzanigo del 1780- 90.

Quattro grandi tele di Vittorio Amedeo Gaetano Cignaroli del 1771-77 sono dedicate a scene caccia e conducono al salone centrale di forma ellittica, progettato dall’architetto di corte Filippo Juvarra e affrescato dai bolognesi Domenico e Giuseppe Valeriani con il Trionfo di Diana e le Ninfe a caccia di pavoni e pernici, tutto del ‘700, lampadario gigante compreso.

Magnifiche le 4 specchiere di Giuseppe Maria Bonzanigo databili al 1780-90 nell’appartamento del re, mentre l’anticamera  della regina è decorata da un affresco con il Sacrificio di Ifigenia dipinto da Giovanni Battista Crosato nel 1733.

La Palazzina, ben organizzata, soddisfa appieno la voglia di ‘700 piemontese e invita a proseguire sulle orme dei Savoia.

La collezione Pinault alla Bourse de Commerce di Parigi

Il ritardo su un volo di rientro da Parigi mi regala il tempo di visitare la Bourse de Commerce, nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea nella capitale francese. L’operazione di trasformazione dello storico immobile ha preso l’avvio per volontà del magnate francese François Pinault -proprietario tra l’altro per chi non lo sapesse della casa d’aste Christie’s- che ha incaricato l’Archistar Tadao Ando di creare questa meraviglia.


Dell’antica struttura edificata nel 1767 come magazzino del grano, rimangono solo le 25 arcate della facciata interna e la scala a doppia elica che su un fianco conduce fino al piano più alto ma molto di ciò che è visibile si può attribuire agli interventi strutturali del XIX che trasformarono il magazzino del grano in borsa del commercio.
A quel periodo risale anche la grande pittura murale che decora la fascia sotto alla cupola di vetro posata nel 1813: è tra il 1886 ed il 1889 che il pittore Alexis-Joseph Mazerolle insieme ad altri quattro artisti dipinge questi 1400 mq di tela con scene di scambi internazionali ampiamente caratterizzati da una visione folkloristica e immaginata delle popolazioni degli altri continenti.

Tutto il resto è bianco e lascia un enorme spazio neutro a disposizione della collezione Pinault, sia per la collocazione dei pezzi già di proprietà, sia per la creazione delle opere site specific.
Un olio su tela di dimensioni colossali accoglie i visitatori nella prima sala: Martial Raysse propone in questa tela di dimensioni importanti una riflessione sul paradosso permanente della nostra contemporaneità, tra gli scontri violenti sullo sfondo e la popolazione gioiosa in primo piano che nei colori riporta la mente la produzione della fase pop dell’artista negli anni sessanta. A tratti crudo nella sua rappresentazione, Raysse ritrae e denuncia la nostra contemporaneità fatta, in estrema sintesi, di molta apparenza e poca sostanza.

Il Futurismo e il ritorno al passato si sposano nell’ opera di Tatiana Trouvé intitolata The Guardian del 2018: otto sedie di guardiani fantomatici disseminate nell’esposizione e realizzate con materiali vari sono simboli che lasciano il segno e inducono a una riflessione sul nostro rapporto con la natura, sulla nostra maniera di abitare il mondo e sul potere dell’immaginazione.

Si arriva così al salone centrale sovrastato dalla grande cupola di vetro, emblema di quella modernità industriale che nel XIX secolo ha portato Parigi in vetta alla classifica delle città più rivoluzionarie, affascinanti e moderne del mondo.
Assolutamente eccezionale l’opera di Urs Fischer creata a partire da una scultura realizzata per la Biennale del 2011, una replica esatta del Ratto delle Sabine del Giambologna, posizionata qui e terminata nel 2020 con un intervento specifico per questa prestigiosa sede. Il punto di partenza è ovviamente la fontana del Giambologna ma Fischer realizza opere in cera che si consumano con il tempo dell’esposizione fino a non lasciare traccia di sé. Una fiammella brucia infatti tutti i giorni eviene viene spenta solo la notte. Attorno alla scultura principale -oltre a un ritratto sempre in cera dell’artista amico Rudolf Stingel anch’esso in cera e soggetto alla progressiva liquefazione- diverse sedie, riproduzioni di quattro pezzi storici africani esposti al museo Quai Branly e semplici sedie da aereoporto o da ufficio, che inducono a riflettere sulla caducità dell’essere umano, sul passare del tempo, sul colonialismo, sul nostro passato e sul nostro futuro.

Tutto attorno alla rotonda al piano terra 24 vetrine propongono oggetti scelti da Bertrand Lavier che utilizza il potere dell’esposizione per qualificare come oggetti artistici alcuni simboli della vita moderna. Il valore dell’uso dell’oggetto è annullato per diventare puro simbolo. Il prelievo, la sovrapposizione e la scomposizione sono gesti fondamentali dell’ artista.

Le opere di David Hammons popolano la galleria 2.
Per la prima volta viene mostrato in Europa un nucleo così corposo di opere di questo artista, stabilito a Harlem dove dagli anni ’70 porta avanti la riflessione che nutre il suo lavoro: recupero, assemblaggio, riqualificazione e ritorno alla vita per gli oggetti recuperati dalla strada sono i concetti alla base delle sue produzioni che si prestano come paradossi, forti della loro usura, a una riflessione su fasti e derive, colonialismo imperialismo, black power e white cube.
Le opere ‘forgotten dream’ e ‘on loan’ ben esemplificano la visione dissacrante  dell’artista che ricrea dunque veri e propri mondi a partire da oggetti eliminati.

Artisti la cui opera si è sviluppata a partire dagli anni ’70 sono protagonisti della galleria 3. Un approccio critico alla società contemporanea, attraverso la messa in scena con serialità nelle opere fotografiche di Michel Journiac, Cindy Sherman  e Martha Wilson: mettendo in gioco gli stereotipi e i ruoli definiti nella società, questi artisti mettono in dubbio i limiti di genere, di status e di età attraverso il travestimento e la messa in scena di se stessi.

Negli anni ’80 le ricerche di Louise Lawler, Sherrie Levine e Richard Prince tra logiche di appropriazione ed attivismo politico prolungano queste riflessioni ponendo l’accento su cosa possa essere considerato opera d’arte gesto e artistico.
Forte la critica di Louise Lawler  nell’opera Helms Amendment del 1989. 94 fotografie di altrettanti bicchieri e sei testi applicati sui muri denunciano il momento in cui il Senato degli Stati Uniti decise che i fondi messi a disposizione non dovessero essere utilizzati per la ricerca sull’Aids.

La galleria 4 è dedicata a Rudolf Stingler, celebre artista italiano che nel 1988 ha pubblicato un manuale tramite il quale spiegava la sua tecnica pittorica. Qui tre opere molto diverse sono state scelte appositamente per confermare la sua visione dell’arte come condivisione: una delle tre grandi riproduzioni fotografiche rappresenta Franz West amico dell’artista, un’altra Paola Cooper, sua gallerista a New York, la terza Kirchner, il noto pittore espressionista. Per Stingler dipingere è anzitutto un’operazione concettuale, un’ esplorazione dei parametri dell’opera d’arte.

In un continuum tutto attorno alla circonferenza rivisitata da Tadao Ando si susseguono le gallerie 5, popolata da opere di Martin Kippenberger, Florian Krewer e Thomas Schütte, la galleria 6 con opere di Miriam Cahn, Antonio Oba e Luc Tuymans e la galleria 7 con Xinyi Cheng, Peter Doig, Marlene Dumas, Kerry James Marshall, Ser Serpas, Claire Tabouret e Lynette Yiadon-Boake.
Questa esposizione riunisce attorno alla rappresentazione della figura umana alcuni artisti nati negli anni ’50 affiancati ad artisti più giovani ed emergenti.
Figure oniriche o reali, allegoriche o ibride inducono a riflettere sull’essere senza un’ interpretazione unica ma con voci multiple.

A conclusione della visita, i sotterranei presentano l’installazione sonora di Tarek Atoui artista francese formato alla musica elettroacustica.
Oggetti installati sono al contempo sculture e strumenti che stabiliscono una piattaforma di ascolto e di composizione:lo spettatore è invitato a entrare nel cuore dell’esperienza unica a ogni secondo; allo stesso tempo si tratta di una composizione perché ognuno di questi oggetti suona in maniera autonoma una musica unica. Intrecciati tra loro con moderne tecnologie, gli oggetti sono spesso di origine minerale o vegetale, a testimonianza di un percorso che dal passato porta al futuro. L’installazione frutto di 5 anni di studi di tecniche popolari in Cina, è stata presentata a Guangzhou, a Singapore oltre che a Venezia nella Biennale del 2019.

Divide il sottosuolo con Tarek Atoui Pierre Huyghe che con la sua installazione visiva pone la questione del limite tra l’umano e l’animale e della nostra relazione con le macchine: in quest’opera diversi fattori come la temperatura, l’umidità, il movimento dei visitatori sono registrati da strumenti in grado di captare ed emettere suoni e luci in base a quanto captato.

Divertenti e irriverenti infine i piccioni realizzati da Maurizio Cattelan che poggiano minacciosi sulla prestigiosa ed elegante balconata…

Il restauro di Palazzo Spadaro Libertini a Caltagirone: un lodevole esempio di recupero e di valorizzazione del patrimonio

Caltagirone, perla barocca della Val di Noto, riconosciuta Patrimonio dell’Unesco nel 2002, finalmente può vantare l’apertura al pubblico di Palazzo Spadaro Libertini, uno degli edifici più antichi e preziosi della città e dell’intera zona. Visti il pregio e la rilevanza storica e artistica, il Palazzo stesso è stato dichiarato bene monumentale di rilevante interesse artistico.

Grazie alla determinazione delle eredi e ad un lavoro durato diversi anni, il Palazzo ha finalmente aperto le porte al pubblico questa primavera in occasione della giornata delle Dimore Storiche dopo un’inaugurazione per pochi eletti alla presenza delle autorità cittadine e del baritono Luca Salsi che si è esibito prima della trionfale Prima della Scala di Milano del 7 dicembre dove è stato osannato per il suo ruolo del Barone Scarpia nella Tosca. 

La possibilità di vista al Palazzo arricchisce l’offerta culturale della città che fino ad oggi si limitava al museo della Ceramica, alla celeberrima scalinata di Santa Maria del Monte, al Carcere Borbonico oggi purtroppo chiuso, ed a qualche chiesa antica.

Il Palazzo

Il Palazzo è costituito da un quadrilatero in stile barocco ricostruito su un impianto preesistente cinquecentesco, sicuramente riconducibile al palazzo appartenuto a Bonaventura Secusio, vescovo di Catania e diplomatico nato a Caltagirone nel 1558. I lavori di ricostruzione dopo il terribile terremoto del 1693 che distrusse la maggior parte dei monumenti e palazzi della Sicilia orientale, iniziarono nel 1725 e si conclusero nel 1732.

L’ingresso principale del Palazzo si trova al civico 22 di Via San Bonaventura -a pochi passi dalla celeberrima scalinata e in prossimità della Chiesa di San Bonaventura- si presenta con un imponente androne attraverso il quale si accede ad un cortile barocco decorato con una pregevole fontana.

Ai lati di questa ci sono le ex scuderie, diventate poi magazzini e trasformati successivamente in negozi.  Sul lato destro si sviluppa uno scalone barocco in pietra di Comiso illuminato da finestroni e finestre più piccole ad “oculo” che danno sul cortile interno. Salendo i comodi gradini “da cavallo” dello scalone si accede al piano primo/ammezzato ed al secondo ed ultimo piano.

Nel 1871 la maggior parte del Palazzo venne venduta a Michelangelo Libertini dei Baroni di S. Marco Lo Vecchio, Patrizio di Caltagirone, il quale ne fece, al piano nobile, la propria fastosa dimora arredandola con infissi laccati bianco e oro, mobili prodotti in Francia, damaschi e tappeti creati dalle celebri manifatture tessili di Aubusson e di Versailles. Questi tessili, creati appositamente per i saloni ai quali erano destinati, rimangono ad oggi pezzi di notevole pregio ed importanza storico-artistica.

Le volte dei Saloni, il cui impianto è stato rimaneggiato rispetto a quello originario, sono state fatte decorare dai migliori artisti locali e arricchite da pitture di Francesco Vaccaro, appartenente alla rinomata famiglia di artisti calatini, autori di opere presenti nelle chiese e musei di Caltagirone sino al territorio del ragusano.

Le porte dei Saloni di Rappresentanza sono in vetro impreziosito da splendide pitture raffiguranti animali esotici e fiori che richiamano le decorazioni delle volte in un unico inscindibile motivo decorativo che rende equilibrato il decoro degli spazi.

Nei Saloni di Rappresentanza si tennero negli anni riunioni di stampo culturale e divennero salotto politico e culturale del Senatore Libertini, uomo politico di spicco e benemerito, morto nel 1945. In seguito, per scelta della proprietà, i Saloni del Palazzo divennero sede di primarie istituzioni accogliendo personalità di rilievo del mondo della letteratura e della politica non solo siciliane ma anche di livello nazionale.

Il Gran Coda Pleyel Wolff del Salone degli Specchi

Si narra che il Patrizio Michelangelo Libertini di S. Marco non si fosse limitato ad ordinare in Francia tutti gli arredi del Palazzo, ma che ordinasse anche un magnifico pianoforte alla rinomatissima ditta Pleyel, insieme ad arpe ed altri strumenti, affinché nei Saloni di Rappresentanza si potesse assistere a momenti di intrattenimento musicale.

Dopo un restauro conservativo durato oltre un anno, durante il quale tutte le parti originali (corde, martelletti e tastiera in avorio) sono state integralmente recuperate, è stato riportato a nuova vita il Gran Coda Pleyel Wolff, databile intorno al 1878, che ha potuto ricevere un’accordatura di poco inferiore allo standard odierno 440Hz, così da consentire un pieno utilizzo per concerti e per accompagnamento di cantanti lirici.

Le memorie degli eredi riportano che Richard Wagner in visita a Ramacca alla figliastra Blandine, nipote di Franz Liszt, fidanzata e poi convolata a nozze con Biagio Gravina di Ramacca, si fosse recato anche a Caltagirone e avesse suonato su questo splendido strumento

La proprietà

Michelangelo Libertini donò la propria parte di Palazzo ai figli ma dopo alcune vicissitudini la stessa proprietà venne riunita nelle mani di Francesco Spadaro di Passanitello, insigne storico, araldista e archeologo, nonché sindaco di Caltagirone.

L’altra parte del Palazzo, il primo piano ed i magazzini/negozi, venne lasciata in eredità al padre del conte Michele Gravina nonno degli eredi Spadaro di Passanitello.

Il Palazzo che prima veniva chiamato Palazzo Libertini, prese quindi il nome di Palazzo Spadaro Libertini o Palazzo Spadaro per brevità.

Negli ultimi anni l’Architetto Alvise Spadaro Gravina, noto storico dell’arte, grande conoscitore di Caravaggio, ha “ceduto il testimone” di tutta la parte di rappresentanza del piano alla cugina Lara Marina Gravina del ramo di Belmonte Beaumont, la quale ha così ricevuto la responsabilità di “riportare in vita il cuore del Palazzo”.

Nell’ambito, quindi, di un passaggio generazionale in famiglia che vede legate da stretti vincoli di parentela le famiglie Maggiore, Libertini, Spadaro e Gravina, l’Avvocato Lara Marina Gravina di Belmonte, milanese di nascita ma siciliana di cuore e profondamente legata alle radici e tradizioni millenarie siciliane della propria importante famiglia, insieme alla madre Gemma ha intrapreso con grande energia il ripristino integrale di tutta la parte di rappresentanza insieme a quello di altre parti del Palazzo e ha portato alla nascita di una nuova realtà adibita a location per eventi e momenti speciali destinati ad un pubblico selezionato in grado di apprezzare tutta la storia, il fasto e la bellezza che i luoghi della dimora storica racchiudono. Ecco, dunque, che la parte di rappresentanza -oltre a essere visibile e visitabile in alcuni periodi dell’anno- può ora ospitare eventi come concerti, mostre, conferenze /meeting e set fotografici, pubblicitari e cinematografici.

Gli spazi dedicati a queste attività sono i cinque saloni denominati in base ai decori ed alle tappezzerie che li caratterizzano, ovvero degli Stemmi, dei Marmi, Giallo, degli Specchi o Rosso e Azzurro. L’eccezionale acustica del Salone degli Specchi e del Salone Giallo ne fanno l’ideale spazio per concerti e recital di canto lirico.

L’ingresso ai saloni, denominato Castello, si caratterizza per un muro sovrastato da volta crociera che offre una suggestiva atmosfera “medievale” ideale come spazio espositivo.

Oggi la parte di rappresentanza di Palazzo Spadaro Libertini, è tornata a vivere per un atto d’amore delle eredi non solo verso le proprie origini ma nei confronti della città di Caltagirone e della amata Sicilia, quale testimonianza che le origini sono una parte di noi che nessuna distanza può cancellare. Proprio lo spirito di “ridare vita a ciò che sembrava essere destinato all’oblio” ha convinto le Principesse Gravina di Belmonte a coniugare la destinazione della Dimora come abitazione privata “di delizia” a quella di location per eventi e momenti “speciali” destinati ad un pubblico selezionato, in grado di apprezzare la storia oltre al fasto dei luoghi.

 

Divine e avanguardie. Le donne nell’arte russa

La mostra di Palazzo Reale offre un interessante viaggio all’interno del mondo russo, proponendo un percorso curiosamente misto tra rappresentazione della donna nella pittura e ruolo della donna artista. Lo strano tentativo riesce bene e nonostante personalmente preferisca i percorsi che seguono un ordine cronologico e non tematico, ho trovato il tutto molto piacevole e ricco di spunti di approfondimento.

Dopo una prima sala dedicata alle icone, ritratti di nobildonne e imperatrici conducono direttamente il visitatore nel diciannovesimo e ventesimo secolo.

Ma è la donna contadina a essere vero oggetto di attenzione. Se il primo a rappresentare quelle che fino al 1861 erano solo serve della gleba fu Aleksej Venetsianov,

è a Filipp Maljavin che dobbiamo i primi ritratti di donne forti e consapevoli. Con un’esplosione di colore ‘Donne di campagna’ del 1905 mostra una donna completamente diversa dalle precedenti.

Kazimir Malevič capisce ben presto che il suprematismo degli anni ’10 non è più d’attualità e ci offre una visione della contadine e della fatica dei campi con tre dipinti su compensato della fine degli anni ’20 in arrivo dal Museo di Stato di San Pietroburgo (come del resto tutte le opere esposte).

Dopo l’avanguardia rivisitata di Malevič il curioso allestimento ci riporta a Il’ja Repin, l’indiscusso protagonista della pittura russa dell’800. Lo splendido ritratto della figlia ci ricorda come per tanti versi il ‘loro impressionismo’ non sia stato poi così diverso dal ‘nostro…

Anna Achmatova, celebre poetessa amata da tutti i russofili, non poteva non comparire in questa rassegna ed è infatti presente in un intenso ritratto di Kuzma Petrov Vodkin del 1922. Ritratta anche da Modigliani, Anna fu moglie del poeta Gumilev fucilato nel 1921 con l’accusa di essere controrivoluzionario. La sua figura emerge dal blu malinconico dello sfondo.

Torniamo alle avanguardie poco dopo con la lavandaia di Vladimir Lebedev del 1925. Chiare le influenze cubiste sia sullo stile che sui materiali.

Sempre meno suprematista, ritroviamo Malevič con un’operaia del 1933.

Ma è dopo le belle operaie tessili del 1927 dipinte da Aleksandr Dejneka

che torniamo al XIX secolo con una sala che indaga il ruolo della donna in famiglia.

La disperazione di una giovane per un matrimonio stabilito dalla famiglia, una giovane moglie molestata dal suocero, una vedova finita in povertà offrono uno spaccato dell’epoca ante-rivoluzione, quando il destino della donna era indissolubilmente legato al marito. Anche dopo lo sarà ma la donna sarà anche designata spesso e volentieri eroina sovietica.

Le madri, vere eroine di tutti i tempi, vengono celebrate da alcune magnifiche tele del 1904 e del 1906, intime e tenere, di Boris Kustodiev

Due splendide opere di Zinaida Serebrjakova pongono l’accento anche sul rilievo che ebbero le sconosciute artiste russe del XIX secolo

così come il magnifico ‘Ombrello’ del 1883 di Marija Baškirtseva che va letto come manifesto dell’inquietudine della donna pittrice per la propria posizione in un mondo tutto al maschile. L’ombrello come ombra nera sul proprio futuro.

La rassegna continua con le artiste del XX secolo più note al grande pubblico come Ljubov Popova, Natalja Gončarova e Aleksandra Exter,

per poi chiudersi con la celebrazione della donna forte e sovietica accanto all’ uomo staliniano nella gruppo bronzeo del 1937 di Vera Muchina ‘L’operaio e la kolkotsiana’.

Una mostra nel complesso piacevole che consente di vedere opere altrimenti non di facile accesso e che consente sopratutto di approfondire la conoscenza di alcune artiste di grande talento.

Carla Accardi al Museo del’900

In una Milano quasi deserta, visito oggi la mostra di Carla Accardi al Museo del ‘900. Di tutto questo anno dedicato dal Comune alle donne nell’arte rimane ben poco. Persino la pandemia ha remato contro quello che per il lodevole intento del Comune, dove essere l’anno giusto per celebrare la donna artista.

Mentre a Londra si fa la fila per ammirare alla National Gallery il genio di Artemisia, in un Museo del ‘900 pressochè vuoto si espone Carla Accardi.

Figura di spicco degli anno ’50, Carla ha seguito, accompagnato e a tratti guidato il percorso dei più noti colleghi maschi, da Turcato a Perilli, da Dorazio a Consagra. Le prime mirabili opere, che prendono le mosse dal più classico dei Balla futuristi, sono affiancate alle opere degli amici di sempre.

Fra tutti, colui che dal 49 sarà suo marito, Antonio Sanfilippo.

Vicini al Partito Comunista, gli amici firmano il manifesto che li registrerà nella storia dell’arte come Gruppo Forma 1. Ne è esposta un’interessante copia.

Dal 1953 Carla sviluppa uno stile personalissimo, fatto della luce e delle onde della sua Trapani, fatto delle sedimentazioni visive delle saline della sua terra natìa. Nel ’54 a seguito di una personale a Roma viene inserita dal critico Tapié nel gruppo internazionale dell’Informel; la “matericità” di alcune opere trovo la avvicini molto al Gruppo Cobra.

L’intervento dell’Urss in Ungheria nel ’56 la allontana dal Partito Comunista e svincola la sua pittura dalla politica. La riflessione sul colore, sulla contrapposizione dei toni domina il periodo successivo.

Una riflessione continua fra micro e macroscala, corpi cosmici e microorganismi.

Pierre Restany nel 59 definisce la sua arte “Una scrittura simbolica, arcaica, magica e rituale” e le opere esposte ben rappresentano questo periodo.

E poi arriva il colore, con una dirompente virata dalla Biennale del 64. Evidente il cambiamento di questa donna la cui ricerca non si è mai fermata. Come Fontana e come tutti gli artisti del loro tempo, Carla non può non essere influenzata dalla scienza, dal neon, della fosforescenza. Guarda a Matisse e lo celebra con una serie di acquerelli che celebrano il colore.

La riflessione sulla modernità e sull’innovazione la porta direttamente alle plastiche che usa con disinvoltura insieme a vernice fluorescente, con l’intento di indagare lo straordinario materiale che cambierà il mondo.

Il segno archetipico viene quindi dagli anni 60 in poi applicato al materiale piu innovativo del mondo, un matrimonio straordinario per un’artista molto prolifica che ha dominato buona parte della storia della seconda metà del ‘900.

Il percorso si conclude con alcune opere che mettono in evidenza l’ulteriore riflessione sulla pittura come pratica a sé stante, restituendo dignità anche al telaio ed a parti di esso come base estetica e strutturale dell’opera e dunque meritevoli di attenzione.

Una mostra a mio parere interessante e completa.

Il Quarto Stato, storia di un acquisto milanese

1920: i milanesi acquistano il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo per 50.000 lire.

Al 20 maggio di 100 anni fa risale la delibera della Giunta di Milano.
Il capolavoro entra nelle raccolte civiche grazie alla generosità dei milanesi, al sostegno del gallerista Lino Pesaro ed al Corriere che, oltre a lanciare e sostenere l’operazione, pubblica nomi, cognomi e importo donato, incentivando di fatto la partecipazione.
Precoce esempio di crowdfunding e di lungimiranza.
Qualche anno fa ho avuto la fortuna di partecipare alle rievocazione storica a Volpedo, dove gli eredi delle persone ritratte, pieni di orgoglio, hanno dato vita ad uno spettacolo straordinario.
Ho imparato ad amare quest’opera alla Galleria d’Arte Moderna di via Palestro dove è stata esposta per tanti anni, fino a quando è stata chiamata ad aprire il percorso del Museo del Novecento di Milano.

Un posto d’onore per un’opera ricca di significati il più attuale dei quali è la speranza di passare da uno sfondo ombroso ad un futuro radioso.

https://www.museodelnovecento.org/it/mostra/il-quarto-stato-cronaca-di-un-acquisto-2

Georges de la Tour

Ha aperto i battenti a inizio febbraio la mostra dedicata a questo artista francese di cui si sa relativamente poco ma che gli storici dell’arte, a partire da Longhi fino a Rosenberg, hanno cercato di fare conoscere e rivalutare. Georges de la Tour ha saputo coniugare la lezione di Caravaggio allo studio della luce tipicamente nordico, sintetizzando il tutto in una formula chiaramente identificabile.
La mostra segue l’importante esposizione del 1972 a Parigi. È divisa per temi, cosa che a me in genere piace poco ma che in questo caso ha consentito di affiancare diverse opere di contemporanei pur non creando la solita confusione. Davvero riconoscibile infatti il tocco del primo periodo (dal 1615) rispetto a quello del secondo (dal 1640 circa), testimoniato in particolare da diverse opere del 1650.

Purezza, umiltà e rigore in questa Maddalena in prestito dalla National Gallery di Washington. Datata 1635-40, questa opera va letta in chiave cattolica, con tutte le declinazioni di austerità che impone il Concilio di Trento all’arte a partire dagli anni ’60 del 1500.

La serie dei Santi di Albi precede la bellissima “Cena con sponsali” di Gherardo delle Notti, in prestito dagli Uffizi, prestata in questa occasione vista la vicinanza stilistica a de la Tour.

Bellissima l’opera “Il denaro versato” in arrivo dalla galleria nazionale di Leopoli in Ucraina: la luce, chiave di tutto per i cosiddetti caravaggeschi, sottolinea il carattere confidenziale della scena ed il taglio del tavolo invita quasi lo spettatore a entrare nella trattativa.
Sarebbe stato interessante vedere le radiografie dell’opera che hanno confermato l’attribuzione a Georges de la Tour per saperne di più degli evidenti squilibri prospettici nei personaggi dietro il tavolo ma purtroppo non sono esposte in mostra.

Grande espressività anche nei personaggi della “Rissa tra musici” del 1625-30 prestato dal Getty. La propensione di Georges de la Tour per le scene complesse viene qui confermata e si possono notare tanti particolari che vanno dal limone che uno dei due litiganti vuole strizzare nell’occhio dell’altro, al sorriso divertito del personaggio a destra. In questo caso la stesura appare meno uniforme e meno corposa.

Tratto completamente diverso nell’opera “I Giocatori di dadi” del 1651, emblematico della seconda fase dell’artista, quella definita semplicisticamente ‘delle notti’.
Una tavolozza di colori ridotta ai soli toni del rosso e marrone e una semplificazione delle forme sono peculiari di questa fase, come evidente nella “Negazione di Pietro” del 1650.

In “Educazione della Vergine” del 1650 in prestito dalla Frick Collection Di New York troviamo la giovana Maria -in una moderna versione priva di aureola- che protegge la fiamma della fede al centro della tela. La luce le illumina il viso e rivela una scena di austera serenità.
Peccato che il Metropolitan non abbia prestato la celebre “Buona Ventura” che avrebbe ulteriormente arricchito la mostra, comunque opere di Paulus Bor, di Saraceni e due del Maestro del Lume di candela completano il percorso, portando, insieme a Gherardo delle Notti, una testimonianza della pittura coeva a Georges de la Tour.

Emilio Vedova nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale

Bellissima e suggestiva la mostra di Palazzo Reale dedicata a Emilio Vedova.

La storia artistica di Vedova comincia prestissimo, a 11 anni quando comincia a lavorare in una fabbrica di decorazioni a smalto.

Questo gli consente di prendere confidenza con le superfici e con i colori e accresce in lui l’interesse per il disegno e la decorazione. Imparentato con il pittore Antonio Mancini, riceve a 18 anni l’invito a soggiornare un anno a Roma presso lo zio per approfondire gli studi all’Accademia e, tornato a Venezia, continua dedicarsi assiduamente allo studio e alla pittura, assecondando quella che era già percepita dalla famiglia come una predisposizione naturale.

Di fede antifascista, si lega presto ad artisti come Giulio Turcato e negli anni ’40 approda a quello che sarà il suo inconfondibile stile.

Queste due bellissime tele in mostra attestano anche la breve fase creativa caratterizzata dalla geometria che permea un periodo tra gli anni ’49-’50 ma ben presto Vedova abbandona la rigidità per tornare a quello che in America sarebbe stato definito un personalissimo espressionismo astratto.

Artista creativo ed eclettico, realizza anche scenografie, costumi e bozzetti per l’opera lntolleranza del 1960 di Luigi Nono.

Nel ’63-’65 vedova si trasferisce a Berlino dove realizza il ciclo dei Plurimi e sette di essi verranno esposti a Documenta III. È chiamato in seguito negli Stati Uniti e a Salisburgo, dove insegna per cinque anni.

Dal ’66 lavora nella ex Abbazia di San Gregorio Venezia e nella Fornace di Venini a Murano per la preparazione di Percorso Plurimo Luce. La sua partecipazione al padiglione italiano per l’esposizione universale di Montréal del 1967 lo rende ancora più noto a livello internazionale. Gli viene assegnato uno studio ai Magazzini del Sale affacciati sul canale della Giudecca tuttora sede della Fondazione Vedova.

Solidale con il movimento studentesco giovanile, rifiuta l’invito alla Biennale di Venezia e si dedica alla grafica. Nel ’74 invece è viva la sua partecipazione agli eventi correlati della Biennale dedicata alla difesa del popolo cileno.

Nel ’76 torna a dedicarsi alla pittura con il ciclo De America, grandi teleri quasi monocromi che si riferiscono ai viaggi negli Stati Uniti.

Nel biennio successivo, ’77-’78, inizia lavorare anche al ciclo Lacerazione. Plurimi/ binari e avvia i due cicli di Cosiddetti Carnevali e Frammenti scheggia.

Dopo il lungo viaggio in Messico compiuto con la moglie si dedica ai cicli Compresenze (’81-’82), Recording (’81-’82), Supporti transitori (1982), Rossi (’83), Als ob (’83-’84), Emerging (’83-’84), Da dove (’83-’84) , Di umano (’83-’85).

Infaticabile, nel 1981 organizza la mostra Compresenze 1946 1981 a San Marino, cui segue Documenta VII nel ’82 alla quale presenta cinque grandi teleri dai cicli Compresenze ed Emerging.

Nell’83 conclude i Cosiddetti Carnevali e lo stesso anno torna dedicarsi all’opera per le musiche di Luigi Nono.

Dal 1985 comincia a lavorare ai Dischi, grandi forme circolari su legno di importante spessore che dipinge su entrambe le facce. La forma del cerchio verrà utilizzata anche nei cicli dei tondi degli Oltre e dei Non dove.

Sempre attento all’attualità, rimane profondamente colpito dalla guerra in Jugoslavia e in particolare dall’incendio della biblioteca di Sarajevo nel 1992 in memoria della quale realizza la splendida Chi brucia un libro brucia un uomo esposta in mostra.

L’allestimento studiato dallo studio Kirimoto con una parete di 34 metri che taglia trasversalmente la Sala delle Cariatidi rende ancora più maestose e suggestive le opere esposte.

Giuseppe Uncini. La conquista dell’ombra

Sì è chiusa a ridosso delle vacanze di Natale, il 21 dicembre, la mostra “Giuseppe Uncini. La conquista dell’ombra” dedicata dalla Fondazione Marconi alla produzione dell’artista fra gli anni 1968 e 1977.

Incentrata sullo studio delle ombre, centrale in quegli anni per l’artista, la mostra è stata organizzata con l’Archivio Uncini che ha anche prestato alcune importanti opere, accostate a progetti e disegni. Da sempre vicino a Marconi ed alla galleria Christian Stein, Uncini organizza nel 1976 la mostra presso lo Studio Marconi e in quella occasione realizza Grande parete Studio Marconi, protagonista di questa mostra ed esposta con il modello originale.

A Roma dal 1953, proveniente da Fabriano, Uncini inizia il suo cammino al fianco di Cagli, Afro, Colla, per poi entrare nel gruppo della giovane Scuola Romana con Festa e Schifano fra gli altri e poi in Gruppo Uno, contrapposto agli artisti informali.

Al ciclo di opere chiamato “Terre” del 1956-7 con il quali inizia a prendere confidenza con tufi, sabbia, cenere e colori, seguono i primi “Cementarmati” in cui compaiono ferro, reti e cemento che inaugurano un dialogo tra materia compatta e struttura metallica che lascia intravedere da cosa il tutto sia realmente composto.

Dal 1962 al 65 Uncini si dedica ai “Ferrocementi” cui seguono i lavori “Strutturespazio”.

È nel 1968 che Uncini incentra le sue riflessioni in particolare sulla funzione dell’ombra che a lungo lo accompagnerà nella realizzazione delle sue opere. Proprio in quell’anno Palma Bucarelli gli commissiona un’opera per dividere i due ambienti nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma ed egli presenta “Porta aperta con ombra”, esito di questa straordinaria stagione creativa.

Tra il 1969 e il 1972 Uncini si dedica alla serie dei “Mattoni” mentre le “Ombre” dominano nuovamente il periodo tra il 1972 e il 1978.

L’architettura che già lo affascinava diventa protagonista negli anni ’80 con “Dimore”.

Nel 1994 inizia la serie dello “Spazicemento” e inaugura la collaborazione con la Galleria Fumagalli di Bergamo, terzo importante riferimento per il suo mercato.

Prosegue il suo lavoro con le serie dei “Muri di cemento”,“Architetture” ed “Artifici” finché non si spegne nel 2008.

Le raccolte del Castello Sforzesco

Gli arredi di Palazzo Sormani, i cassettoni di Maggiolini, la sala da pranzo di Ludovico Pogliaghi…

…il liberty di Bugatti, di Quarti, di Mazzucotelli.

È sempre piacevole fare un salto in questo museo cosí importante per la nostra città ma forse troppo dato per scontato da noi milanesi.

Tutti corriamo a vedere le mostre del Mudec o di Palazzo Reale ma…chi sa che i due migliori Canaletto si trovano proprio al Museo del Castello? Così come si possono vedere magnifiche opere di Marco d’Oggiono, Andrea Solario, Lippi, Morazzone, Guardi, de Mura, Magnasco etc etc etc.

La verita è che anche il Castello avrebbe bisogno di operazioni di marketing forti come quelle che hanno interessato la GAM e Brera negli ultimi due anni.

Il nuovo allestimento della Pietà Rondanini

Niente più magia dietro alla paratía, niente più mistero. Si entra nella nuova sala e si vede l’opera dal retro… Francamente preferivo l’aspettativa che veniva creata dall’installazione anni ’50 dello Studio BBPR, invariata fino agli anni ’90. Capisco che l’arrivo delle nuove sculture del Bambaia abbia sovraffollato un po’ la sala ma… Speravo in una soluzione più esaltante. Se non altro il nuovo piedistallo è antisismico…

De Chirico a Palazzo Reale

Et quidam amabo nisi quod aenigma est?

Cosa amerò se non l’enigma?

E’ la domanda che si pone e ci pone De Chirico con l’autoritratto dipinto nel 1911, anno seguente alla folgorazione per la metafisica. Tre sono i mirabili esempi in mostra della fase precedente al passaggio ed in essi si ravvisa chiaramente una pitture gestuale  rapida, il colore corposo, l’ispirazione simbolista.

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Passando attraverso lo studio della ritrattistica, del simbolismo e del post-impressionismo con ferma contrapposizione all’ “immobilismo” -come lo definisce lui- di Cézanne, De Chirico approda all’esperienza metafisica in cui l’architettura della piazza completa e valorizza la natura. L’ “Enigma di una giornata” o “La mattinata angosciante” esemplificano l’indagine che De Chirico condurrà per oltre 40 anni.

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Il portico come spazio solido ma vuoto si riempie ben presto di figure inaspettate, esseri inumani ma con capacità cognitive: i manichini. Comparsi nel 1914 come proiezioni dell’artista, i manichini diventano emblema riconoscibile per tutti della sua pittura.

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Le ombre – che sottolineano anche il trascorrere del tempo -, le arcate e le architetture dominano le Piazze dal 1914 e a partire dagli anni ferraresi (1915-19) si aggiungono il Castello Estense, le vie di Ferrara, il palazzo dei Diamanti che vanno a popolare lo spazio della tela. Anche il colorismo di Cosmé Tura e di Ercole de Roberti entrano con prepotenza nella tavolozza in questi anni.

Dal 1917 trova posto nelle tele anche il Trovatore, personificazione del sapere intuitivo e profondo in contrapposizione con le Accademie che vogliono tutto il sapere come appreso.

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Il periodo che segue è dominato dalla forte virata verso la pittura classica e dell’800, virata circoscrivibile in pochi anni ma che porterà ad una decisa rottura con i surrealisti che mai gli perdoneranno il tradimento.

Dal 1922 De Chirico torna alla metafisica con il meraviglioso “Figliol prodigo” in cui il padre, elegante e ingessato, scende dal piedistallo per abbracciare il figlio che, sebbene cresciuto e divenuto muscoloso e potente, non dimentica da dove viene. L’umiltà delle figure che si ritrovano è sottolineata anche dal capo chino di entrambi. Il vecchio e il nuovo che si incontrano e si accettano.

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Le opere dal 1926 sono dipinte con maggiore rapidità e inferiore cura delle tinte e dei dettagli, mancanza di attenzione che verrà anche rimproverata dai galleristi al maestro.

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La produzione per casa Rosenberg porta lo spettatore direttamente tra i protagonisti di lotte senza enfasi, di battaglie tra  morbidi giocattoli modellini che si ritrovano anche nelle tele prestate da quel gioiello milanese che è Casa Museo Boschi di Stefano e dal Museo del’900.

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Della stessa serie, il “Trofeo” del 1928 -venduto l’anno scorso in asta da Pandolfini per oltre 600.000 euro- riporta oggetti un tempo fondamentali emblemi di virilità ma accatastati e costretti in una cornice troppo piccola. Quante le possibili letture di quest’opera!

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Passando per la serie dei bagni Misteriosi del 1934, che viene eseguita per illustrare la Mythologie di Jean Cocteau, e passando attraverso la breve (ma significativa!) parentesi  di New York, De Chirico avvia una fase barocca che dal 1940 dominerà per parecchi anni la sua pittura.

Un abisso separa i valori di mercato dei capolavori degli anni ’10 e ’20 dalle opere barocche e forse perché questa logica dominava anche la sua contemporaneità, De Chirico dal 1950 torna alla metafisica e dà vita alla celebre serie delle Muse Inquietanti, visibili in mostra in tre declinazioni.

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La mostra di Palazzo Reale è completa, quasi ogni opera è accompagnata da un interessante pannello esplicativo e nel complesso il percorso restituisce un’immagine molto interessante di questo maestro che ha saputo con la sua arte parlare al mondo intero e tutt’ora lo fa.

La Biennale di Venezia

“May you live in interesting times” é il tema suggerito dal curatore della 58′ biennale di Venezia, Ralph Rugoff, agli artisti invitati. Diverse le tematiche affrontate dai partecipanti, dalle problematiche ambientaliste alla violenza, dalle profonde indagini sull’IO universale alle incomprensioni tra esseri umani.

Impressionante il padiglione della Russia che presenta i lavori degli artisti Alexander Sokurov e Alexander Shishkin-Hokusai.

L’invito del curatore viene qui accolto con una riflessione sul ritorno del figliol prodigo in chiave moderna: a partire dalla meravigliosa tela di Remdrandt che rappresenta questa scena -custodita alll’Ermitage che ha curato il padiglione-, Sokurov ha realizzato imponenti sculture in creta raffiguranti il padre e il figlio che dialogano con due video a tema guerra e fine del mondo.

La conclusione con esplosioni di luce rimanda alla speranza della redenzione che sottende alla scena del figliol prodigo. Al piano di sotto del padiglione, Shishkin-Hokusai propone una riflessione sul ruolo dei musei e sulla maniera di viverli. L’ installazione consta di diversi pannelli dipinti, -con enfasi sull’ importanza della cornice scelta dai musei stessi per valorizzare e proteggere le opere-, e presenta una serie di marionette-visitatori: quando il meccanismo si attiva, le silhouettes dei visitatori si alzano e si abbassano quasi fossero una giostra. La domanda dell’artista é piuttosto evidente: siamo sicuri che i nostri musei non stiano diventando dei luna park?

Il padiglione Germania presenta una riflessione piuttosto critica nei confronti dell’Italia presentando, tra le altre opere, alcuni video che trattano dei richiedenti asilo, un’installazione che ricorda lo sfruttamento dei braccianti nei campi di pomodori italiani e un’installazione che rimanda ad una nave di salvataggio sequestrata dal Porto doganale di Trapani.

Il padiglione canadese si interroga, tramite alcuni interessanti video, sulla legittimità della concessione delle ferrovie in una zona abitata dagli inuit, chiedendosi se all’epoca degli accordi la comunità locale fosse stata informata e consultata in maniera indipendente dalle autorità.

Molto tempo richiede il padiglione il della Francia che in tanti pensavamo avrebbe vinto questa edizione della Biennale. Straordinaria artista, Laure Prouvost omangia la propria terra del nord della Francia, al confine con le Fiandre, presentando arazzi tipici della regione in abbinata ad un video a ciclo continuo che racconta di un viaggio tra coscienza e incoscienza, tra periferie francesi ed Europa fino ad arrivare a Venezia. Gli oggetti presenti nel video vengono poi riproposti nel padiglione, ricreati in vetro con il supporto di un artista di Murano. Scarpe, cellulari, fontane, sono parte della narrazione del video che, pur essendo autobiografico, propone riflessioni universali.

É il racconto di un mondo che passa attraverso immagini forti e simboliche, come la piovra che con i suoi otto cervelli negli otto tentacoli che inviano messaggi, stimoli e riflessioni al cervello principale ci invita a fare lo stesso rendendo ogni parte del nostro corpo creativa e in dialogo con il nostro cervello.

Per sottolineare l’universalità del suo messaggio, l’artista ha scelto di creare un accesso al padiglione dal retro, quasi a voler imporre al visitatore un percorso di purificazione tra le fronde dei giardini che consenta di affrontare le installazioni privo di pregiudizi. Sotto il padiglione Laure Prouvost ha anche immaginato la presenza di un tunnel di collegamento al padiglione della Gran Bretagna -situato a fianco-, ponendo sotto un faro il tema della Brexit. Lo stesso scottante tema é paradossalmente del tutto ignorato invece dagli inglesi, quasi volessero tenere l’argomento per sé e non proporlo sul tavolo delle discussioni artistiche.

Per sua stessa vocazione, visto che ospita al suo interno tre fusti di alberi, é il padiglione dei paesi nordici a porre più di tutti sotto la lente d’ingrandimento la tematica ambientalista con le opere di due artisti e di un collettivo. Il padiglione riflette sull’ impatto dell’uomo sull’ambiente, sulle varie forme di vita, fino alla riflessione su come rendere ancora più ecocompatibile il padiglione stesso: i numerosi sacchi che compongono il padiglione sono riempiti di una sabbia che a fine esposizione verrà liberata nel giardino antistante, mentre un’installazione riflette sui dissuasori per piccioni visti quasi fossero un’arma ingiusta poiché anche il piccione dovrebbe essere un ospite gradito in Biennale…

Il padiglione degli Stati Uniti presenta in questa edizione il noto sculture Martin Puryear.

La sua scultura che sfida le aspettative, mette in discussione la storia, modifica la consapevolezza e soprattutto indaga il concerto di libertà, stupisce per la semplicità e la compostezza. Il berretto frigio e il carro sono da sempre simboli di libertà per l’artista, mentre la colonna posta al centro del padiglione ricorda Sally Hemings, la ragazza africana schiava di Thomas Jefferson e madre dei suoi figli.

Nella terza sala l’opera Cloistered Doubt propone una riflessione sul fervore religioso di questi anni mentre il chepì rimanda alla fanteria unionista della guerra di indipendenza, così come il copricapo Asa Oke che nuovamente simboleggia libertà. In particolare il chepí affronta anche il forte tema della violenza a mano armata negli Stati Uniti.

Israele presenta direttamente un ospedale per patologie sociali, senza mezzi termini. Molto forte l’approccio di Aya Ben Ron che si concentra su problematiche universali oltre che specifiche d’Israele. Dopo un’attesa volutamente snervante del biglietto, il visitatore può scegliere un tema tra resistenza palestinese, violenza antitransgender, abusi in famiglia, rapimenti di bambini, ed il video scelto viene proiettato. Questo é il modo scelto dall’artista per portare alla ribalta problemi di portata universale che troppo spesso vengono ignorati.

Tra gli interventi più suggestivi nel padiglione centrale, va citato sicuramente quello di Teresa Margolles che porta alla Biennale un tratto di muro di una città messicana crivellato dai proiettili e sovrastato da un filo spinato: Teresa Margolles indaga per scelta sul risultato delle violenze più che sulle violenze stesse.

L’artista é presente anche all’Arsenale con una significativa installazione sulla violenza e sulle donne sparite in Messico nell’ambito della guerra tra Narcos.

Violenza fisica e psicologica e dolore che la separazione o il divorzio provocano sono le tematiche presentate dall’artista Andra Ursuta che presenta casse toraciche svuotate e riempite di ricordi.

Gli artisti cinesi Sun Yuan e Peng Yu propongono invece il tema dell’ impossibilità di arginare l’arte, così come è impossibile per il robot della loro installazione, arginare il liquido simile a sangue: nonostante la macchina infatti sia programmata per tenere il liquido all’interno di un’area circoscritta, esso tende a fuoriuscire senza controllo.

Altre opere interessanti sono i Manichini Cyborg di Ad Minoliti che riportano il pensiero ai personaggi di de Chirico, la figura aliena creata da Cyprien Gaillard che ci ricorda le intrinseche capacità distruttive dell’uomo, l’installazione del sudafricano Kemang Wa Lehulere che tramite il riutilizzo di materiali di recupero delle scuole africane ci ricorda come i programmi scolastici africani siero inadeguati, mentre i cani di ceramica e lo pneumatico avvolto nel metallo alludono alle apirazioni della classe operaia contro la brutalità della polizia.

E ancora: Shilpa Gupta, artista indiana di grande successo, rielabora uno dei classici cancelli utilizzati per proteggere la propria privacy allungandone le punte e creando un’area del cancello stesso come fosse un cervello: un cancello dunque dall’ aspetto inquietante che può chiudersi a suo piacimento con cattiveria e in ogni momento. La stessa artista all’Arsenale affronta anche il tema della censura attraverso una sinfonia di voci registrate che leggono versi dei poeti perseguitati per le loro idee.

Halil Altindere, artista turco, affida invece a Muhamed Ahmed Faris, il primo cosmonauta siriano, il compito di raccontare in un video il viaggio dei profughi siriani e la vita dei rifugiati in Turchia.

Numerose sono le opere che propongono riflessioni sull’ecologia come, all’Arsenale, le grandi opere del cinese Yin Xiuzhen che tramite l’assemblaggio di vestiti usati, acciaio, specchi e luci ricrea parte di un aereo in totale ribellione contro la globalizzazione eccessiva e l’eccessiva velocità che hanno influenzato la crescita della Cina negli ultimi anni.

Critica alla velocità della nostra società arriva anche dall’ artista tedesca Alexandra Bircken che con l’ installazione di una lunga scala presenta una visione di come potrebbe apparire la fine dell’umanità, con personaggi neri che salgono ed arrivano fino al soffitto ma non si capisce dove vadano realmente. L’unica triste certezza è il desiderio di salire sempre più in alto nonostante le cadute che la salita può comportare.

Numerosi dunque gli spunti proposti dalla Biennale che come al solito ci ricorda come l’arte sia specchio e diario della realtà.

Broken Nature

Ha chiuso i battenti domenica Broken Nature, XXII Triennale di Milano una mostra diversa da quelle sono solita visitare.

Si é trattato di un’indagine, più che di una mostra, sul rapporto tra l’ambiente e l’uomo e più nello specifico sul design come creatura dell’uomo che impatta sull’ambiente. Il percorso si sviluppava tra diverse sezione, la prima delle quali già dava un’idea dell’importanza della tematica trattata: attraverso la proiezione su due megaschermi di immagini scattate negli anni ’70-’80 affiancate a scatti di oggi, si percepiva l’urgenza di una riflessione per un cambiamento reale ed immediato della società: i ghiacciai dell’Himalaya, i ghiacciai della Patagonia, la crescita esponenziale delle città, la creazione delle isole artificiali negli Emirati Arabi offrivano un raffronto diretto tra ciò che abbiamo ricevuto in eredità e quello che stiamo facendo.

Conglomerati materiali naturali e plastici creati dalle correnti oceaniche rappresentavano i fossili del futuro, riconoscimento dell’antropocene come la nuova era geologica in cui gli esseri umani hanno lasciato segni indelebili su un ecosistema …

L’opera “Reliquaries menù” del 2018 di Armando Bruno metteva in evidenza la sacralità degli elementi naturali: una goccia d’acqua pulita, una manciata di terra o una raccolta di minerali evidenziavano la caducità delle cose che ci circondano, sottolineando quanto sbagliato sia il nostro approccio attuale alla natura.

Rassicurava, ma al tempo stesso spaventava, scoprire che alcuni laboratori stanno creando delle campionature e delle banche dati in tutto il mondo nel tentativo di preservare la biodiversità.

Tanti i progetti interessanti, come “Maldives sandbars”, un video che presentava alcune strutture geometriche dinamiche ancorate al fondale oceanico con le quali sarebbe possibile convogliare l’energia delle onde per creare sedimenti in punti specifici, proteggendo quindi aree costiere a rischio.

Presenti anche idee un po’ più estreme come quelle in cui si rivede e si progetta un tratto gastrointestinale esternalizzato in modo da consentire all’uomo di nutrirsi di risorse già presenti come radici terra e cellulosa.

“Water tasting” presentava invece una sorta di buffet di assaggio dell’acqua suggerendo come si possa filtrare attraverso legno di pino quarzo acqua di rose e semi, l’acqua del pianeta intendendo suggerire una soluzione a uno dei problemi più gravi come la mancanza d’acqua

Diversi altri progetti erano legati all’acqua, come le taniche utilizzate dai messicani per la raccolta dell’acqua piovana o i cilindri che ruotano su se stessi per consentire alle donne africane di trasportare l’acqua in maniera più agevole dalle fonti ai villaggi spesso lontani.

Dopo questa importante parte, “The great Animal Orchestra” accoglieva i visitatori per un’esperienza davvero unica: commissionata dalla Fondazione Cartier a Bernie Krause, l’installazione proponeva l’ascolto della registrazione di oltre 5000 ore di vocalizzazioni di animali, con il chiaro intendimento di ricordare allo sbadato visitatore moderno che…l’uomo non é l’ unico abitante del pianeta Terra.

Allo stesso modo la sezione dedicata alle piante ci ricordava che noi rappresentiamo solo lo 0,3% del creato rispetto all’81% delle piante!

Con una suggestiva installazione finale, “La Nazione delle piante” evidenziava che …c’erano anche le piante nei momenti storici più importanti e sempre ci saranno e quindi meritano attenzione.

Broken Nature suggeriva che il design può diventare anche uno strumento riparativo e che i designers si possono attivare per creare un mondo diverso e più rispettoso dell’ambiente in cui viviamo.

Lygia Pape

Interessantissima la mostra di Lygia Pape alla fondazione Carriero di Milano. La fondazione è uno spazio no-profit in pieno centro a Milano che presenta sempre progetti di qualità. Stavolta si é superata con la personale dell’artista brasiliana mancata nel 2004.

Ho conosciuto l’opera di Lygia Pape alla Biennale del 2009 dove presentava una grande versione di Tteia, una bellissima installazione che in questa sede viene riproposta in dimensione più contenuta, al secondo piano.

La mostra si sviluppa sui tre piani della Fondazione e presenta le diverse fasi del lavoro dell’artista, dagli anni ’50 fino agli ultimi anni di vita ma senza una soluzione di continuità temporale.

Al piano terra sono esposte le opere della fine degli anni ’50 e primi anni ’60 delle serie Livro de Criaçao, Livro do Tiempo e Livro Noite e Dia.

Una scultura di grandi dimensioni (1mx1m) della serie Livro do Tiempo é esposta da sola nella prima sala come a chiarire subito di cosa tratterà la mostra, mentre altri pezzi della stessa serie (stavolta della dimensione media cm50x50) sono esposti a seguire, in dialogo con 95 pezzi della serie Livro Noite e Dia, creata in bianco e nero per la fascinazione verso il cinema degli anni ’50. La comprensione delle opere è piuttosto immediata poiché il concetto chiave é la scomposizione della forma base quadrata di piccole/medie/grandi dimensioni e la ricomposizione più o meno casuale in 365 modi diversi, uno per ogni giorno dell’anno. Il risultato è interessante perché oltre a prestarsi al basico gioco della ricomposizione, si presta alle letture più varie e personali, invita ognuno di andare oltre e vedere all’interno delle forme qualcosa di diverso. Così avviene anche per la disposizione dei pezzi nella sala e sui muri, dove la collocazione casuale dei 95 quadrati lascia immaginare i vari possibili accostamenti e il possibile posizionamento dei pezzi mancanti per raggiungere il numero dei 365.Salendo al primo piano si trovano altre opere degli anni 50, chine a mano libera su carta, che rivelano gli studi dell’artista sul concetto di bidimensionalità e la ricerca di una tridimensionalità…non così diversa in fondo dalla ricerca intrapresa negli stessi anni da Lucio Fontana. Nessun artista é un’isola alla fine e il dialogo tra gli artisti e la possibilità di vedere dei parallelismi anche tra personalità molto diverse è uno degli aspetti che più mi affascina della storia dell’arte. Al secondo piano infine, nella splendida sala del palazzo accanto verso il quale la fondazione Carriero si protende con garbo, si trova l’installazione Ttetia. Un filo di metallo dorato crea diverse linee parallele ed accoglie la luce che lo colpisce, mentre si riflette e si confronta con la magnifica specchiera antica della sala. Il risultato é una suggestiva, delicata ed elegante installazione di luce.

Quando il dialogo non c’é…

…o é incomprensibile.

Lascio uno spiraglio nella speranza di essere stata io non capire questa mostra.

Conosco l’opera di Stefano Arienti da quando presentó una bellissima personale allo Studio Guenzani di Milano oltre 10 anni fa. Amo il suo stile e i suoi lavori ma questa volta devo proprio dire che la mostra a Sant’Eustorgio non mi è piaciuta per niente.

Il dialogo tra contemporaneo e antico, in questi anni molto in voga, viene spesso e volentieri utilizzato per riportare all’attenzione del pubblico l’antico, vittima di un cambio di gusto che ha bandito l’arte antica dalle case e ha portato un forte ridimensionamento dei visitatori dei musei meno considerati meno cool.

La realtà è che non sempre questa operazione di accostamento antico/contemporaneo dà buoni risultati e la mostra di Arienti a Sant’Eustorgio a mio parere ne é una prova. La brochure con la lettura di Angela Vettese aiuta ad avvicinare il visitatore alla concezione sottesa alle opere ma non é sufficiente: gli accostamenti dei lavori di Arienti alle opere antiche delle cappelle non trovano spiegazioni, né parallelismi, alcun rapporto! Paiono solo azzardati posizionamenti di opere che non dialogano per niente con l’ambiente in cui vengono collocate: le rivisitazioni ad esempio di Van Gogh e Monet dei fiori su fondo oro pretenderebbero di dialogare con i fondi oro antichi ma non sono nemmeno collocati accanto a fondi oro…Stesso discorso per i tappeti tinti collocati nella Sagrestia, mentre le stampe con cerniere o cuciture non hanno motivo di essere collocate in mezzo agli affreschi…

Non trovano grande motivazione per me nemmeno le stampe su carta ricomposte in un puzzle che evidenziando la riflessione necessaria per creare un puzzle pretenderebbero di rimandare alla concentrazione necessaria per la preghiera…

Gli unici interventi che trovo sensati ed esteticamente piacevoli sono i teloni dipinti che, seppure passino piuttosto inosservati ai visitatori, hanno un legame reale con le opera della chiesa (con l’Adorazione del Magi di Michelino da Besozzo ad esempio).

Insomma, ben venga il dialogo con il contemporaneo se serve a svecchiare un’istituzione come il complesso di Sant’Eustorgio/Museo Diocesano che di certo non é tra le più cool di Milano, ma… riproviamoci perché stavolta non é stato un gran successo.

I fotografi di Magnum al museo Diocesano

La mostra prende il via dal ritrovamento nel 2006 a Innsbruck di due casse di legno contenenti la documentazione e le fotografie esposte alla mostra dimenticata Gesicht der Zeit (il volto del tempo) presentata tra giugno 1955 e febbraio 1956 in cinque città austriache, la prima mostra indipendente organizzata dal gruppo Magnum.

Tre fotografie di Robert Capa aprono l’esposizione. Nato a Budapest con il nome di Endré Friedmann, Robert Capa adotta lo pseudonimo insieme a Gerda Taro, sua collega e compagna, nel 1933 a Parigi. Le fotografie ritraggono scene popolari a Biarritz nel 1951.

Un soggetto diverso da quello che siamo soliti vedere, vale a dire la guerra e soprattutto la guerra civile spagnola di cui Capa si occupò lungamente e che gli portò via anche l’amatissima Gerda Taro a soli 26 anni.

Di Marc Riboud sono presenti alcuni scatti giovanili con scene folkloristiche della Dalmazia, mentre di Werner Bischof sono esposte 6 fotografie che ben esprimono la sua poetica lontana dal sensazionalismo e più vicina alla quotidianità, soprattutto dei popoli sudamericani.

Henri Cartier-Bresson é presente in mostra con un’ampia serie di fotografie, 17 in tutto, che raccontano il viaggio in India in occasione del quale conobbe Mahatma Gandhi e ritrae alcuni momenti importanti poco prima dell’uccisione di Gandhi nel 1948.

Di Ernst Haas sono esposte 12 fotografie che raccontano in modo veritiero le riprese del kolossal hollywoodiano La regina delle piramidi nei risvolti difficili che queste ebbero sui lavoratori a causa delle tempeste di sabbia nel deserto e del Ramadan durante le riprese del 1954.

Erich Lessing é presente in mostra con 10 fotografie molto belle e molto poetiche che ritraggono bambini a Vienna nel 1954 mentre l’Austria del dopoguerra cercava un’intesa con gli alleati sull’assetto futuro dello Stato.

Di Jean Marquis sono invece esposte fotografie del 1954 scattate in Ungheria, tra la tradizione popolare e l’ eleganza di un paese in un anno cruciale, mentre Inge Morath, l’unica donna del gruppo Magnum, racconta allo spettatore, con 9 fotografie, Londra nel 1953 tra Soho e Mayfair.

Una mostra piacevole dal punto di vista estetico -senza essere da capogiro- ma soprattutto interessante dal punto storico sia per conoscere il reportage negli anni ’50 sia, soprattutto, per conoscere più da vicino l’esperienza di questo collettivo di fotografi che, seppure molto diversi, hanno fatto insieme la storia della fotografia, partendo da principi per noi oggi basilari ma che allora erano tutt’altro che scontati, come la proprietà della pellicola ed il diritto d’ autore.

I PreRaffaelliti…non un granché la mostra a Palazzo Reale

Come si fa a rendere noiosa una mostra sui PreRaffaelliti?? Andiamo a Palazzo Reale e lo scopriamo subito.

La mostra comincia un po’ in sordina con opere mediocri -a parte Ophelia di Millais-, disegni e stampe.

William Holman Hunt, Dante Gabriel Rossetti e John Everett Millais vengono dichiarati protagonisti della mostra ma poche sono le opere degne di nota. Pochi dipinti si distinguono per qualità: tra questi, Il torchio di John Roddam Spencer Stan hope che testimonia chiaramente la passione dei preraffaelliti per il gusto bizantino e La lezione di scrittura di Kit di Robert Braithwaite Martineau del 1852, divertente e quasi Rockwelliano…

A un certo punto della mostra si trovano alcuni pannelli che mettono in relazione temporale gli avvenimenti della seconda metà del XIX secolo in Inghilterra con quelli in Italia e si evidenzia un iteressante parallelismo tra gli inglesi e Giulio Aristide Sartorio, eccezionale artista italiano ancora poco apprezzato dal mercato e dai più. La mostra però purtroppo non si spinge più in là e si limita a una piccola immagine nel bel mezzo del pannello.Poco rilevanti poi alcune opere tra cui di Ford Madox Brown L’ultimo sguardo all’Inghilterra e La nave di Hunt, di una tristezza davvero notevole.

Miglioriamo con Charles Allston Collins e la sua Regent’s Park e la piccola sezione dedicata alla natura raffigurata spesso e volentieri con estrema fedeltà ma l’unica sala davvero interessante é quella delle donne di Dante Gabriel rossetti che risollevano le sorti della mostra: Aurelia, Beata Beatrix, Monna Vanna e Monna Pomona finalmente danno un senso a questa esposizione trascinata tra i drammi descritti nei quadri (che sembrano scelti davvero per tragicità) e portano quasi a fine percorso.

Nell’ultima sala Edward Coley Burne -Jones (di cui finora si sono visti solo mediocri disegni) finalmente propone un bel Tempio dell’amore in cui é chiara l’attenzione alla classicità, al Rinascimento e soprattutto al Mantegna (i putti in alto!).Splendido per fortuna il dipinto che chiude la mostra La Dama di Shalott di John William Waterhouse in cui una splendida fanciulla (naturalmente vittima di un terribile sortilegio) va incontro al suo destino.

Diciamo che é davvero molto distante dalla mostra ironica, innovativa e coraggiosa che ho avuto il privilegio di visitare nel 2017 alla Tate di Londra intitolata QUEER. BRITISH ART 1861-1967: indagando le connessioni tra l’arte e la sessualità dell’epoca Vittoriana -tra omosessualità in via di sdoganamento (grazie anche all’abolizione della pena di morte per sodomia nel 1861!) e bisessualità- la mostra ricostruiva il contesto in cui si collocano le esperienze di Bloomsbury e di molti PreRaffaelliti. E questo contesto non si puó tacere a mio avviso altrimenti si consente solo una parziale lettura delle opere. Anche la scelta dei temi antichi e la carica erotica sottesa a molti dipinti non vengono esaminate…

Insomma belle le opere (alcune) ma peccato non essere andati oltre.