Joaquín Sorolla, pittore di luce

Dopo aver ospitato Monet, Palazzo Reale a Milano ha aperto le porte a Joaquín Sorolla y Bastida, artista poco conosciuto in Italia ma estremamente noto e amato in Spagna. La sua fama è stata oscurata negli anni dai cugini francesi ma merita di essere conosciuto e apprezzato. La mostra -di gran lunga più bella di quella dedicata a Monet- chiuderà purtroppo i battenti a breve ma lascerà un segno memorabile sugli amanti dall’impressionismo e della Belle Époque che -concentrati unicamente sui francesi- non avevano forse mai sentito parlare di lui.

In una Spagna tormentata dalle tensioni sociali, negli anni 90 dell’800 Sorolla si concentra inizialmente sui temi sociali. La Tratta delle bianche ne è una prova: l’azzardata prospettiva ed il realismo dei colori suggeriscono che probabilmente quest’opera sia stata dipinta ‘in loco’, vale a dire su un treno durante il trasferimento di alcune giovani prostitute accompagnate dell’anziana protettrice. Già in questa fase l’artista lascia lo studio per gli esterni, scelta che resterà una costante della sua carriera.

A parte questa prima opera che racconta gli esordi dell’artista, tutta la mostra è l’esemplificazione della passione di Sorolla per la luce e per la pittura en plein air.

Cucendo la vela del 1896 è la prima opera di grandi dimensioni esposta. La cucitura della tela è davvero una scena poco eroica ma protagonista dell’opera non è l’azione svolta ma la luce nella quale i personaggi sono immersi. La tavolozza è gestita con assoluta sicurezza. Presentata a Parigi, l’opera fu da subito un successo. Esposta alla Biennale del 1905, venne acquistata con lungimiranza dal Comune di Venezia e destinata a Ca Pesaro.

L’assenza di contorno e la libertà del tocco sulla tela ci ricordano la lezione dell’impressionismo, rispetto alla quale temporalmente Sorolla è leggermente in ritardo ma che tradurrà in maniera molto personale e protrarrà per anni.

I ritratti di famiglia gli consentono di sperimentare le tecniche che utilizzerà nei ritratti ufficiali, poiché in vita è stato apprezzato come ritrattista da aristocratici e reali.

Nel 1906 un viaggio a Biarritz porta Sorolla a rinfrescare la sua tavolozza. In Istantanea, Biarritz, la moglie Clotilde tiene in mano una piccola Kodak.

Un inno alla joie de vivre. Il mare cangiante, le pennellate rapide, la luce sui corpi dei bimbi… opere favolose nascono in questo periodo.

Clotilde, Maria ed Elena ed una cugina riposano nella tela 1911 intitolata giustamente La siesta. Il punto di vista rialzato e la posa delle protagoniste, raccontano anche l’ audacia di questo straordinario artista che, trovata la propria strada, ha comunque continuato personali ricerche sul colore sulla prospettiva.

La fortuna di Sorolla si deve anche all’amore che per lui nutrirono i collezionisti americani. Grazie al mecenate Archer M.Huntington, fondatore della Hispanic Society di New York, Sorolla ebbe l’occasione di farsi conoscere negli Stati Uniti e di potersi confrontare con un’arte più ‘giovane’, libera dalle tradizioni europee e già matura per digerire e premiare artisti straordinari come Mary Cassatt. L’opera più bella del periodo americano è il ritratto di Mr.Tiffany a Long Island.

Dopo la parentesi dedicata alle opere commissionate dalla Hispanic Society americana, la mostra torna a concentrarsi sulla luce e ci porta alle opere valenciane del 1915 e 1916. Nella delicatissima opera La veste rosa si ravvisano gli elementi appresi a Roma negli anni 80 del 1800, studiando la classicità e la raffigurazione del panneggio.

Magnifico il dipinto Dopo il bagno del 1915. La scena, di grande spontaneità, è ancora una volta invasa dalla luce dell’estate.

La lezione sulla luce di questo eccezionale artista lascia il segno a Milano e non solo in chi ama impressionismo e Belle Époque ma anche in tutti coloro che apprezzano nell’arte la celebrazione della vita.

Leonor Fini. Italian Fury

Ultima chance di visitare domani a Milano la mostra dedicata da Tommaso Calabro a Leonor Fini. Soprannominata dall’amato Max Ernst Italian Fury, Leonor fu un perfetto mix di “scandalosa eleganza, capriccio e passione” come lo stesso Ernst scrisse. Nata a Buenos Aires nel 1907 ma cresciuta nella Trieste di Saba, di Svevo ma soprattutto di Leo Castelli, Leonor frequentò l’Accademia di Brera con Achille Funi, poi visse a Parigi dove morì nel 1996.

Affascinante ed intrigante, Leonor era anche avvezza ai travestimenti poiché la madre da piccola la travestiva da maschietto per proteggerla dai tentativi di rapimento del padre… Un personaggio complesso, di grande fascino.

La sorprendente mostra prende l’avvio dall’opera di Stanislao Lepri che nel dipinto la Chambre de Leonor del 1967 raffigura la camera della pittrice. A questo dipinto è ispirato l’avvio della mostra milanese.

In un allestimento assolutamente geniale voluto dall’artista Francesco Vezzoli curatore della mostra, illusione e realtà si incrociano e nella camera dipinta sono appese opere reali.

Dalla camera di Leonor prende l’avvio la mostra che si snoda nelle varie eleganti stanze della galleria Tommaso Calabro. Le indubbie capacità pittoriche di Leonor sono qui confermate da una serie di ritratti della fine degli anni 40, inizi anni 50.

Presenti anche opere degli amici come Max Ernst stesso e Giorgio de Chirico.

In Présence sans issue del 1966 Leonor Fini pare si diverta a lavorare con un colorismo quasi klimtiano su una base di simbolismo, con qualche elemento che impreziosisce ulteriormente la tela. Lo stesso dicasi per Le retour des absents del 1965 in cui ci sono addirittura particolari che emergono dalla tela quasi fossero in filigrana.

L’opera L’amitié del 1958 è il manifesto del simbolismo che permea tutta la produzione di Leonor Fini e sorprende per intensità e modernità, così come i paraventi esposti a seguire.

Francesco Vezzoli, curatore della mostra, non poteva non concludere il percorso con il ricamo-omaggio alla pittrice Enjoy the New fragrance (Leonor Fini for Greed) del 2009,

ma, per quanto Vezzoli sia molto amato in patria e all’estero, l’opera più bella rimane un disegno di Leonor, Girl with Shells, del 1947 utilizzata per la copertina del numero di giugno di Harper’s Bazaar. Magnifico.

48 ore di arte e cultura in Veneto

Dopo la giornata all’insegna del Rinascimento di Giulio Romano e di Mantegna a Mantova, il nostro peregrinare a caccia di arte digeribile per i bambini ci porta in Veneto, dove decidiamo di visitare -o almeno dare una prima occhiata- a Verona, Padova e Vicenza. In viaggio con i bambini si sa, non si può avere la pretesa di vedere tutto ma si può certamente cominciare a dare un’idea dei territori e delle città.

Tra lo stupore di alcuni beni mai visti prima ed il piacere di ritrovarne ben conservati altri già visti in un passato colpevolmente troppo lontano, mi sento di affermare che il Veneto sia una regione bellissima e ricchissima la cui conoscenza non può limitarsi a Venezia.

VERONA

Alla prima volta in Veneto, non si può prescindere dal visitare Verona. E da qui infatti partiamo con l’Arena del I secolo, famosa in tutto il mondo al pari del Colosseo. Certamente più piccola del cugino romano, l’Arena ha fornito la base intorno alla quale la città si è sviluppata nel corso dei secoli e naturalmente risulta subito di forte impatto per i bimbi.

L’altra attrazione macroscopicamente imperdibile di Verona è il balcone di Giulietta. Il maestro Franco Zeffirelli, con le scene più salienti del film del 1968, mi facilita il compito di raccontare la tragedia dei due giovani veronesi. E qui le foto sono proprio d’obbligo.

STRA, VILLA PISANI

All’interno della Villa Pisani di Stra si trova l’ultima opera di Giambattista Tiepolo realizzata in Italia prima di partire per l’estero.

Gli arredi e le decorazioni della magnifica villa rivelano i vari passaggi di proprietà nei secoli. Tra tutti gli ospiti illustri va senza dubbio citato l’imperatore Napoleone che qui si fermò nelle notti del 28 novembre e del 13 dicembre 1807. La villa fu donata dall’imperatore al Vicerè d’Italia Eugenio Beauharnais. Le pitture ottocentesche di Giovanni Carlo Bevilacqua impreziosiscono molti dei soffitti, mentre gli arredi valorizzano gli spazi.

Giuseppe Maggiolini -il massimo esponente dell’ebanisteria neoclassica italiana- aveva organizzato un’importante bottega per rispondere alle commissioni di Ferdinando d’Austria, allora Arciduca del lombardo-veneto. I motivi figurativi dei mobili di Maggiolini qui presenti, pur di origine classica, sono proposti attraverso la mediazione del gusto rinascimentale.

Un salto indietro nel tempo ci porta alle decorazioni di Jacopo Guaranà (1720 1800) con scene ispirate al mito di Bacco e Arianna.

Nonostante tutto, sono la vasca da bagno e la toilette d’epoca a destare maggiore sorpresa…

…almeno fino ad arrivare al salone. La vera meraviglia arriva infatti con il salone da ballo affrescato da Giambattista Tiepolo nel 1761. Il committente Luigi Pisani viene ritratto accanto ai suoi figli insieme alla Divina Sapienza, alle Virtù, alle Arti, alla Pace, all’Abbondanza, alla Discordia, all’ Eresia, ai Continenti, all’Italia e a Venezia. Satiri con le zampe a penzoloni arricchiscono gli angoli mentre la famiglia Pisani, che aveva partecipato alla terza crociata, viene guardata con benevolenza dalla Vergine al centro del soffitto accompagnata dall’angelo della fama, mentre le allegorie dei Continenti sono visibili dall’altro lato del soffitto.

PADOVA

L’ ambiziosa prima giornata si conclude con la Cappella degli Scrovegni, la tappa in realtà più importante di tutte. Realizzata nel 1305 circa da Giotto, la cappella fu commissionata da Enrico degli Scrovegni, figlio del ricco banchiere al quale Enrico desiderava garantire un posto in paradiso con questa commissione.

Approfittiamo delle aperture serali per godere della cappella in notturna: il nuovo sistema di illuminazione della iGuzzini consente di godere appieno dei colori in tutte le fasi del giorno poiché la luce artificiale si regola in base alla luminosità che penetra dalle finestre, garantendo tra l’altro il 60% del risparmio energetico rispetto a prima. Prima dell’ingresso nella cappella è necessario il passaggio in una sala apposita per consentire una corretta conservazione degli affreschi, così come avviene al Cenacolo di Milano. Ormai si sa che le visite hanno un impatto problematico sugli affreschi per via dell’inquinamento e del respiro dei visitatori, ma con questi accorgimenti ed una permanenza ridotta nella cappella, si cerca di ovviare il più possibile al degrado delle pitture.

La cappella è magnifica: sulla sinistra dell’ingresso si apre la parte absidale decorata poco dopo l’intervento di Giotto e qui si conservano le sculture di Andrea Pisano. Il resto della Cappella è diviso in quattro registri con un programma iconografico molto preciso: nel registro superiore sono rappresentate le storie di Gioacchino e Anna, subito sotto storie di Giuseppe e Maria, sotto e ben visibili le storie della vita di Cristo e infine, nel registro più basso ad altezza uomo, Vizi contrapposti a Virtù, gli uni sulla parete di destra, le altre sulla parete di sinistra. Tra le scene più belle il primo bacio della storia dell’arte tra Gioacchino e Anna davanti alla porta di Gerusalemme, la Natività di Cristo, la strage degli Innocenti, il tradimento di Giuda, Giuda stesso con il diavolo alle spalle e la crocifissione. Straordinarie le novità introdotte da Giotto: il linearismo, il colore, l’espressività dei volti. Tutto contribuisce a rendere questo ciclo di affreschi una pietra miliare nella storia dell’arte a livello mondiale.

In alto, lo strazio nei volti delle madri nella scena della Strage degli Innocenti. I corpicini colpiscono per la posa scomposta, assolutamente innovativa.
L’espressività del volto di Cristo.
Innovativa la posa di spalle del personaggio che sembra tirare un sipario.
Incredibile nella Natività la naturalezza della posa di Maria

VICENZA

Poco fuori Vicenza abbiamo modo di visitare la magnifica Villa Valmarana ai nani. La leggenda racconta che una principessa nana fu rinchiusa dai genitori in questa villa e circondata solo da nani in modo da non rendersi conto della sua diversità. Ma un triste giorno la realtà irruppe nella villa, la principessa si rese conto di tutto e decise di uccidersi gettandosi dalla torre. La morte della fanciulla portò alla pietrificazione dei nani nelle 17 statue che ora si trovano sul muro di cinta. Qui le collocò la nuora di Giustino Valmarana alla fine del 1700. Da allora la villa si chiama Valmarana ai nani.

Da subito, appena si entra, ci si trova confrontati agli affreschi di Giambattista Tiepolo nel salone centrale: il Sacrificio di Ifigenia in cui il sacerdote Calcante, con un pugnale in mano, si appresta a uccidere la giovane alla presenza di tutti mentre Agamennone si copre il volto per non vedere il sacrificio della figlia.

Sul soffitto è raffigurata la dea Diana che ha commissionato l’orrore, mentre sulla parete di fronte si vede, nascosto tra le colonne, Giustino Valmarana, proprietario della villa, commosso davanti alla scena. Dalla parte opposta, un bellissimo cane, come spesso si ritrova nei dipinti di Tiepolo. Dietro a Giustino Valmarana si intravedono le Vele delle navi greche che si preparano a salpare. Dopo il sacrificio di Ifigenia infatti, la flotta di Agamennone poteva ritenersi nuovamente autorizzata da Diana a prendere il mare.

Nella seconda sala, affrescata questa volta da Giandomenico Tiepolo -il figlio di Giambattista-, Agamennone fa rapire la schiava troiana di Achille, Briseide. Sulla seconda parete Achille viene tenuto per i capelli da Atena, dea della guerra, mentre sulla terza Achille viene consolato dalla madre Teti che emerge con una Nereide dai flutti del mare. La quarta parete invece è dedicata ad una scena paesana ma Cupido ci ricorda che tutte le scene rappresentate parlano di amore.

La stanza dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto è dedicata all’amore tra Angelica e Medoro. In una prima raffigurazione Angelica è legata ad uno scoglio e sta per essere divorata da un’orca marina, quando Ruggero, cavalcando un Ippogrifo, arriva a liberarla. Sulla seconda parete, Angelica incontra Medoro, lo cura e si innamora di lui. Sulla terza parete i due sono ospitati da due contadini ai quali Medoro regala un anello d’oro e sulla quarta parete si vede Angelica incidere il nome di Medoro su un tronco.

La stanza seguente è dedicata alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso ed alla storia della maga Armida. Nell’intento di proteggere l’esercito saraceno, Armida con un canto riesce ad addormentare il cavaliere crociato Rinaldo e, con l’aiuto di uno specchio e di un incantesimo, lo fa innamorare di sé, allontanandolo dalla battaglia. Ma Goffredo di Buglione, comandante dell’armata Cristiana, manda due soldati alla ricerca di Rinaldo per riportarlo sul campo di battaglia e questi -grazie a uno scudo incantato nel quale si specchia- capisce di essere stato vittima di un sortilegio. Il valoroso combattente decide quindi di ripartire per la guerra, nonostante Armida cerchi di trattenerlo a sè.

Nella sala dedicata all’ Eneide, Enea sbarca dopo una tempesta sulla costa africana. Gli viene in aiuto la madre Venere, Dea dell’Amore che gli suggerisce di incontrare la regina Didone. Enea si innamora perdutamente di Didone -complice Cupido- ma in sogno gli compare Mercurio che lo esorta a lasciare Cartagine e a riprendere il viaggio verso il Lazio dove poi sposerà Lavinia.

Tutta diversa è invece la Foresteria, affrescata da Giandomenico Tiepolo , il figlio di Giambattista. Le scene di vita campestre sostituiscono le scene dei miti e degli eroi, ormai non ritenute più di attualità. La prima sala è dedicata alle cineserie per come nel 1700 l’ Europa vedeva la Cina.

Il pennello torna al padre nella sala dedicata all’Olimpo l’unica da lui affrescata nella foresteria.

La sala che segue è dedicata al carnevale e i due magnifici scaloni raffigurati sono una vera prova dell’abilità dell’artista in ambito prospettico. Un moro scende le scale con alcune tazze per la cioccolata: è Alì, un servitore rappresentato molto spesso nelle scene di Giambattista Tiepolo.

Nell’ultima, insieme ai putti che giocano, troviamo il pappagallo dalle piume policrome, simbolo e firma dei Tiepolo.

Entrando a VICENZA, lascia senza parole il Teatro Olimpico, ultima opera di Andrea Palladio. Primo teatro moderno al chiuso, fu realizzato nel 1584 per volontà dell’Accademia Olimpica. Straordinario per l’illusione della profondità, il teatro è davvero un unicum mondiale per ricchezza delle decorazioni e magnificenza delle linee prospettiche.

Ma l’impronta Palladiana è ovunque Vicenza, dalla basilica alla cattedrale. La costruzione della cattedrale prende l’avvio dal 1482 ma è solo nel 1557 che finalmente viene completata. Il responsabile del progetto è anche in questo caso Andrea Palladio.

La basilica invece vede l’apporto di Palladio dal 1500 per la parte che si va a sovrapporre al loggiato preesistente. Il nome di basilica inganna i turisti che si aspettano di entrare in una chiesa ma la meraviglia è tanta anche se di chiesa non si tratta poiché la volta interna è una sorta di chiglia di nave lignea rovesciata.

Bellissima anche la chiesa della Santa Corona che contiene opere di Montagna, di Domenico Veneziano, del Veronese, del Pittoni, del Bellini -attualmente in restauro- oltre a due lunette pressoché nascoste di Michelino da Besozzo e la cripta del Palladio.

Visitiamo anche le Gallerie d’Italia all’interno di Palazzo Leoni Montanari. La parte che colpisce di più è senza dubbio la Galleria della Verità affrescata da Giuseppe Alberti nel 1600 e decorata dagli stucchi del 1688 di Andrea Pelli e Giacomo Aliprandi. Muse, putti, virtù e vizi rendono questa sala davvero molto opulenta.

Simpaticissimi i putti che nella sala degli stemmi sostengono lo stemma dei Leoni Montanari con i simboli del leone e dell’aquila. In questa stessa sala una selezione di dipinti di Pietro Longhi ci riporta alla quotidianità veneziana del Settecento.

Bellissima la loggia esterna con stucchi di nuovo di Giacomo Aliprandi

Magnifiche le vedute veneziane da Canaletto a Francesco Guardi, da Michele Marieschi a Luca Carlevaris esposte a seguire. La sala è dominata da una scultura in marmo di Carrara raffigurante la Caduta degli Angeli ribelli del 1725 di Francesco Bertos.

Prima di tornare a Milano ci concediamo un’ultima visita a Palazzo Chiericati e di nuovo troviamo Giambattista Tiepolo che ci dà il benvenuto con la tela La verità svelata dal tempo, del 1744. Insieme a lui, due Pittoni del 1720 circa danno l’avvio al percorso museale.

Il ciclo dei lunettoni dei Podestà, qui riunito per la prima volta dopo secoli, rappresenta simbolicamente il massimo splendore della città avvenuto tra Cinquecento e Seicento, grazie al grande rinnovamento architettonico palladiano. Sviluppatasi attorno a un nucleo di epoca romana, Vicenza conoscete grandi sconvolgimenti durante il medioevo ma la fase di stabilità e di benessere che segue gli scontri di potere tra le fazioni vicentine, favorisce il clima culturale in cui vive Andrea Palladio che trasforma la sua amata città. Interessante il ciclo di Francesco Maffei e le raffigurazioni dei Podestà che erano collocate nel palazzo dei podestà che sorgeva di fianco alla Basilica Palladiana ed è stato distrutto dai bombardamenti del ’45.

Il primo piano di Palazzo Chiericati è dedicato alla scuola vicentina, dopo un passaggio tra Domenico Veneziano e Hans Memling. Massimo esponente della scuola vicentina fu Domenico Montagna molto ben rappresentato qui. Bellissima la Madonna con il Bambino sotto un pergolato tra i santi Giovanni Battista e Onofrio e magnifici i Globi di Vincenzo Coronelli.

Anche la pittura del 1600 è molto ben rappresentata con diverse tele di Luca Giordano ma anche di artisti locali come Antonio Balestra e Pietro Bartolomeo Cittadella.

Francesco Maffei e Pietro della Vecchia sono i due vicentini celebrati nelle sale che seguono. Pietro della Vecchia fu tra gli artisti più originali della scena veneta del 1600 per il suo eclettismo, il gusto per il grottesco, per la caricatura e per l’allegria. Adottò una tavolozza cupa e austera ma poi la abbandonò per dedicarsi allo studio dei grandi maestri veneziani del secolo precedente, in particolare Tiziano e Veronese. Lavorò anche accanto alle opere di Tintoretto, ebbe modo di studiarne stile e colori e la sua pittura nonché la tavolozza ne subirono l’influenza.

Pietro della vecchia Il chiromante, 1650

Con questo approfondimento sulla pittura antica si chiude il nostro weekend veneto e torniamo a Milano. Negli occhi tanta bellezza e nel cuore la speranza di riuscire a a tornare sulle rive del Brenta presto per vedere le altre meraviglie di questa zona.

Tiziano a Palazzo Reale

Devo dire che la mostra in corso a Milano non mi ha emozionato particolarmente. Per carità, le molte prestigiose provenienze rendono l’esposizione ricca ma non ho trovato quel ‘quid’ che cerco in una mostra per definirla SUPER.
Basti dire che le opere che mi sono piaciute maggiormente sono state lo strepitoso ritratto di bimba di Moroni e le due coppie di promessi sposi di Paris Bordone e Bernardino Licinio.. quindi non proprio Tiziano.

La grandezza di Tiziano si comincia ad assaporare solo nella sala dedicata a Lucrezia dove, precedute da un bel Veronese, una Lucrezia del 1515 ed una del 1572 vengono messe a confronto. Ne emerge con forza l’evoluzione pittorica di Tiziano che passa da un tratto assolutamente ‘classico’ a qualcosa di incredibilmente moderno. Se non fosse un’eresia, direi quasi che sembra un’opera ottocentesca.

Già la Lucrezia del 1515 pare molto determinata, quasi un’eroina moderna che decide per se stessa con ferma decisione ma… quanta forza nella Lucrezia del 1572 che si difende con tutte le sue forze dell’aggressore!

Anche la Lucrezia di Veronese che divide la sala con queste due di Tiziano è realizzata nell’ultima fase della vita del pittore (1580 circa) ma emerge con chiarezza che mentre Veronese ha continuato per tutta la vita a lavorare su colori e luci, Tiziano ha trovato altro…si direbbe che abbia trovato il sentimento e che l’abbia indagato non poco negli ultimi anni.

Dopo una sessione dedicata alle belle veneziane e la sessione dedicata a Lucrezia, troviamo raffigurazioni di altri personaggi femminili ed eroine delle Scritture, da Giuditta a Susanna, che nella splendida tela del Tintoretto, si trova insidiata dai due vecchioni, contrapposti con goffaggine alla sua eleganza

Torniamo a trovare forte il sentimento di Tiziano nella tela Venere, Marte e Amore in prestito -come buona parte delle opere- dalla Gemäldegalerie del Kunsthistorishes di Vienna. Un appassionato bacio ci sorprende per la data, 1550,

e di poco lo seguono Venere e Adone, opera in cui la modernissima torsione di Venere è vera protagonista.

La mostra si conclude poche opere dopo, senza davvero lasciare -a mio modesto parere- un gran segno.

L’orgoglio di presentare Mantova alle mie figlie

Ma quanto è bello far scoprire il mondo ai bambini?

Noi cominciamo da Mantova, culla del Rinascimento.

Dopo tanti anni di assenza ritrovo una cittadina piacevole, pulita, molto ben organizzata e davvero a misura di famiglia.

Cominciamo da Palazzo Te perchè -per quanto cronologicamente successivo al Castello di San Giorgio- è più impegnativo e con i bambini è consigliabile programmare le tappe più faticose per prime. Subito Mantova ci sorprende per l’organizzazione, fornendo alle bambine due mappe per una caccia al tesoro all’interno delle sale…E per questo ai miei occhi Palazzo Te guadagna già 1000 punti!

La bellezza degli affreschi lascia tutti senza parole e procediamo segnando diligentemente sulle mappe quanto richiesto.

Da una sala all’altra, le bambine si mostrano sempre più sorprese dalla ricchezza dei particolari e si aggirano con la loro mappa a caccia delle risposte da fornire per procedere nel gioco. Al di là dell’aspetto ludico, racconto loro di Giulio Romano, del Manierismo, del Rinascimento e del ruolo che ha avuto Mantova in tutto questo come centro propulsore delle arti.

Arriviamo alla sala dei Giganti: le enormi figure, le colonne che sembrano crollare per davvero, l’ espressività dei mostruosi personaggi… tutto qui dentro è impressionante. Questo palazzo è davvero unico al mondo ed è bene che questo sia chiaro da subito nelle giovani menti italiane. Se c’è una cosa di cui l’Italia può essere fiera è questa: il suo patrimonio artistico.

Dagli equilibri e dalle armonie di Palazzo Te ci spostiamo nel centro città dove la prenotazione al Castello di San Giorgio ci consente di entrare senza attesa e qui… BAM! Subito nella Camera degli Sposi! Che emozione!

Qui ho l’occasione di raccontare cosa sia la prospettiva, quale straordinaria trovata sia il far passare le figure dietro alle colonne, di quanto Mantegna abbia saputo utilizzare le architetture a proprio favore: gli angeli poggiano sulla sommità della porta, mentre una tenda aperta mostra la scena come fosse uno spettacolo. Ogni particolare è stato lungamente studiato dal Mantegna e le scene meritano tutte le attenzioni ma…inevitabilmente gli occhi sono puntati all’incredibile sfondamento del soffitto. L’oculo, celebre in tutto il mondo, si apre sopra di noi e l’emozione è fortissima. Gruppi di turisti stranieri aspettano il proprio turno per entrare subito dopo di noi nella Camera, ma..siamo sicuri che gli italiani (o almeno i lombardi) siano già stati qui? Di nuovo mi chiedo se noi italiani ci meritiamo tutta questa meraviglia, se siamo all’altezza per custodirla, se ci diamo la pena di conoscerla prima di andare in Messico, alle Maldive o a Parigi. Se non altro mi conforta vedere la quantità di turisti stranieri che girano per la città.

Le sale del Castello di San Giorgio si susseguono una dietro l’altra, ognuna con la propria storia. Interessante il parallelo proposto tra rilievi romani e affreschi cinquecenteschi. Sappiamo quanto abbiano impattato sull’arte rinascimentale i ritrovamenti della Domus Aurea e del gruppo del Laocoonte a Roma tra la fine del’400 e l’inizio del’500 e questo fortissimo legame è qui esemplificato dal parallelismo tra rilievi romani e affreschi.

Ho raccontato alle mie figlie la storia di Isabella d’Este, dell’autorevolezza e del peso che ha avuto sull’arte e sulla cultura del suo Ducato, in un’epoca in cui cultura e studi non erano per niente scontati per una donna. Un grande regalo che fa Mantova ai suoi giovani visitatori è il fumetto Isavincetutto, disponibile su Instagram, in cui una moderna Isabella d’Este, primogenita dei duchi di Ferrara, si ritrova Signora di Mantova a seguito del matrimonio con Francesco Gonzaga. Il fumetto racconta di lei, degli Este, dei Gonzaga, di Ludovico il Moro al quale va in sposa la sorella di Isa, Bea.

Un momento storico come questo in cui la parità di genere viene ricercata in tutti gli ambiti ed un anno come questo in cui la Biennale di Venezia viene dedicata alla visione dell’arte da parte delle donne, risultano favorevoli alla rilettura più onesta della storia, che consente di dare il giusto peso a figure femminili che meritano di essere non solo ricordate ma anche valorizzate e studiate.

Complimenti a Mantova per il coraggio, le energie e l’orgoglio con i quali si presenta al mondo.

Un giro a misura di bambino alle Gallerie d’Italia di Milano

Dopo mesi di divieti, imposizioni e privazioni, finalmente torniamo liberamente nei musei.

E personalmente ci torno nel modo più bello: con due bimbi interessati e pieni di domande.

Con i miei accompagnatori scegliamo le Gallerie d’Italia di Milano, dove temporaneamente l’ingresso consente di partire da Canova per poi progressivamente approdare al ‘900. Questa è una fortuna in realtà per noi perché per i bambini l’approccio e la scoperta del moderno possono essere più graduali. L’ingresso dalle sale del Canova consente anzitutto di spiegare cosa sia il figurativismo. La macro differenza tra figurativo e astratto che per noi adulti sembra banale per i bambini non lo è affatto quindi prima di tutto spiego loro cosa si intenda per opere figurative e per opere astratte e anticipo loro che prima vedremo tanti esempi della prima categoria e poi tanti della seconda. Naturalmente davanti a Canova approfitto per spiegare loro che vi sono diverse forme d’arte, pittura, scultura etc, ma su questo mi sembrano già piuttosto ferrati.. talvolta mi sorprende la loro capacità di apprendimento naturale dalla semplice osservazione.

Canova mi permette il lusso di raccontare i miti come lui li ha scolpiti e come l’arte li ha tramandati ai nostri giorni.

Dopo Canova è il momento dell’ 800 pieno, come solo le Gallerie d’Italia sanno raccontarlo.
Si parte al Romanticismo incentrato sulla storia e permeato dalla ‘milanesità’ più accentuata delle vedute di Arturo Ferrari, Giuseppe Canella e di Angelo Inganni.

La tragedia delle guerre di indipendenza mi permette di spiegare loro che cosa sia stato veramente l’Ottocento, che secolo ricco e straordinario sia per le arti che per la storia d’Italia.


E dalle battaglie e dalla precisione del segno, passando attraverso il realismo dei poverelli di Mancini e compagni, arriviamo ai primi cenni di dissoluzione delle forme con Irolli, Boldini e poi Previati, che divide la sala con le magnifiche opere di Giulio Aristide Sartorio.

Dai divisionisti arriviamo a Boccioni e da qui all’arte del’900 pieno il gioco è fatto ma mi soffermo sulle tre donne di Boccioni, non solo sullo stile ma anche sul significato dell’opera. Arricchita da indovinelli, anche questa parte del percorso risulta assolutamente fattibile per i bimbi.

A questo punto riprendo il concetto di astrattismo e approdiamo al moderno, con tutte le sue stranezze. Scopriamo che un simpatico tizio di nome Pino Pascali decide di creare una sorta di bruco gigante con gli spazzolini per pulire casa e che un altro interessante personaggio di nome Alik Cavaliere crea un albero in una gabbia, con tanto di rifiuti all’interno.

Poi ci avviciniamo a Fontana, a Manzoni e a Crippa e scopriamo anche quanto sia interessante leggere i cartellini e quanto questi ci raccontino di un’opera, dall’epoca in cui è vissuto l’artista al titolo che ha scelto per l’opera, dall’anno alla tecnica utilizzata.

E così, con gli occhi pieni di meraviglia usciamo dalle Gallerie, esausti (io…) ma soddisfatti delle bellissime scoperte.

Il Divisionismo alla GAM di Milano

Due collezioni a confronto: quella della Villa Reale di Milano (oggi nota con uno degli acronimi più amati, GAM) e quella della Fondazione C.R. di Tortona.
La mostra prende l’avvio da una sala dedicata alla Scapigliatura lombarda, che senza dubbio è alla base delle sperimentazioni divisioniste.
Luigi Conconi, Gaetano Previati, Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni rinnovano i soggetti romantici attraverso una nuova modalità di stesura del colore.
Eccezionali gli esempi di Gaetano Previati con Le penombre del 1889- 1891 e di Luigi Conconi con Motivo medievale del 1888.

La seconda sala è dedicata alla rappresentazione della natura, tema molto caro ai divisionisti. Le opere esposte sono di Segantini, di Fornara e del celebre Giuseppe Pellizza da Volpedo, divisionista per eccellenza.

In Plinio Nomellini la tecnica divisionista ed i temi sociali si fondono dando vita a capolavori come Piazza del Caricamento a Genova del 1891. Nella stessa sala, fortissima la denuncia del lavoro minorile di Emilio Longoni.

Il pastello ritrova vigore con il Divisionismo che ben si presta all’utilizzo di questo medium tradizionale. Straordinaria l’espressività nelle opere di Longoni e Giuseppe Mentessi.

Anche Boccioni e Balla si cimentano nella nuova tecnica divisionista tra il 1900 ed il 1910 ma sono l’ esplosione del colore nell’opera di Plinio Nomellini e la matericità della sua pittura che catalizzano l’attenzione dei visitatori.

Le opere prestate per la mostra si integrano alla perfezione con il percorso della GAM e con estrema naturalezza ci si ritrova alla parete dei Segantini e alla luce delle opere di Nomellini e di Sottocornola esposte in permanenza al museo di via Palestro. Ottima questa occasione per rimettere l’accento sul patrimonio a disposizione di noi milanesi, talvolta ingrati e dimentichi di certe fortune…

Alla fine del percorso ci si ritrova tra le opere della Scapigliatura da cui tutto è cominciato, con i capolavori di Daniele Ranzoni e Tranquillo Cremona della collezione permanente.

Alta l’attenzione sull’Ottocento in questo momento, tra questa bella mostra, quella splendida sul mito di Venezia al Castello di Novara e la monografica su Boldini a Bologna. Nel semestre appena concluso il mercato ha risposto bene a questo rinnovato interesse. Speriamo sia l’inizio di una rinascita che la pittura e la scultura del XIX secolo senza dubbio meritano.

Grand tour. Sogno d’ Italia da Venezia a Pompei

Il centrotavola con trionfo di Bacco e Arianna, Apollo e le Muse che occupa la parte centrale del salone vale tutta la mostra allestita alle alle Gallerie d’Italia. Realizzato in Biscuit e metallo nel 1786 da Giovanni Volpato, è un’ assoluta meraviglia di capacità tecniche ed espressive.

Il Grand Tour, un viaggio d’istruzione e di formazione in Italia che tra 1700 e 1800 coinvolse le élites di Europa, Russia e di America come passaggio imprescindibile per la maturazione dello spirito e delle conoscenze della migliore gioventù.
Il nostro Paese come terra di cultura straordinaria.
Momento eccellente, questo di grande crisi, per ricordare chi siamo, da dove veniamo e perché tutti venivano -e vengono- da noi per riempirsi gli occhi di meraviglia.

Si dice che fossero 100 le città da visitare ma in primis sicuramente Roma, ma poi Firenze, Venezia, Napoli.

In arrivo dalla National Gallery di Londra la Regata sul Canal Grande del 1740 circa del Canaletto, presente accanto a Vanvitelli e a Francesco Zuccarelli, altri grandi testimoni dell’epoca.

La bellezza delle nostre rovine è alla base della fortuna dei capricci sul mercato antiquario di ieri e di oggi. L’ Italia come terra di scoperta e di scavi dalla cui esplorazione il giovane colto non poteva esimersi. E lo studio della quotidianità nell’ antichità, seguito alla riscoperta di Ercolano e Pompei, inevitabilmente amplificò l’attrattiva che l’archeologia esercitava sui forestieri.

Nutrita la schiera dei giovani rampolli ritratti da Pompeo Batoni e Stefano Tofanelli, tutti con l’immancabile rovina a fianco nonchè  aristocratico fido in adorazione…

Assolutamente magnifico il dipinto I pellegrini di Roma di Paul Delaroche  in prestito da Poznan.

Tischbein, Anton Raphael Mengs e Angelica Kauffmann gli artisti più richiesti per i ritratti, ma anche Ingres e Bertel Thorvaldsen, scultore eccezionale.
Emblematico il ritratto di Goethe di Kolbe.

Come avviene anche oggi, il va e vieni di turisti fece fiorire l’industria del ‘souvenir’: micromosaici, commessi in pietre dure, servizi di piatti, riproduzione di vasi antichi, bronzi di ogni tipo e misura amplificarono nel corso dei decenni l’interesse dei viaggiatori e la predilezione degli appassionati verso l’arte del nostro Paese.

Come di consueto alle Gallerie d’Italia, una mostra sofisticata e di grande qualità.

Mario Sironi al Museo del ‘900

Una figura interessante e complessa come quella di Mario Sironi avrebbe meritato a mio parere una migliore contestualizzazione. Avrebbe meritato l’ accostamento a qualcuno degli artisti che hanno percorso un tratto di strada con lui, in un secolo difficile, complesso e ricco di esperienze come è stato il ‘900. La contaminazione è alla base della nascita dei grandi artisti e in questo caso purtroppo è solo raccontata ma non presentata.

Nel 1906 Mario Sironi compie un viaggio a Parigi con Boccioni, la cui produzione giovanile non è difforme da quella di Sironi, anzi.

Due anni dopo il viaggio a Parigi, Sironi si reca in Germania -dove tornerà anche nel 1910-11- e nel 1913 aderisce al Futurismo. Allo scoppio della guerra si arruola nel Battaglione Volontari Ciclisti e poi nel Genio.
Molte delle sue opere confermano la condivisione dell’estetica futurista, sebbeno il gruppo forse non l’abbia mai integrato davvero.

Dopo il congedo nel 1919 torna a Roma dove ha modo di conoscere dalle pagine della rivista Valori Plastici la pittura metafisica: le ballerine e i temi futuristi si mescolano ora ai manichini ma i suoi manichini non si allontanano dalla vita reale come quelli di De Chirico, conservano piuttosto una dimensione umana.

Dal 1919 si stabilisce definitivamente a Milano dove si concentra sui paesaggi urbani e su forme potenti e sintetiche di ispirazione classica. Molto frequenti sul mercato delle aste, i suoi paesaggi urbani riscuotono quasi sempre esiti positivi.

Margherita Sarfatti è tra i primi a notarlo ed a farlo conoscere e nel ’22 Sironi è tra i fondatori di Novecento italiano. Magnifici i disegni esposti dai quali emergono con forza le influenze dall’estero, in particolare da Cézanne e da Picasso. Questa a mio parere è la sezione della mostra più bella.

Negli anni ’30 Sironi abbandona la pittura su tela e si dedica alla pittura murale di dimensioni monumentali, diventandone il maggior teorico.
Nel 1933 scrive infatti il Manifesto della pittura murale che viene firmato anche da Carrà, da Funi e da Campigli.

Nel 1945 sta per essere fucilato ma si salva grazie all’intervento di Gianni Rodari che pur essendo partigiano è un suo estimatore ma il crollo degli ideali politici e l’angoscia per la morte della figlia Rossana, suicida a 18 anni nel ’48, minano la sua stabilità e l’inquietudine, che era già una caratteristica presente nella sua produzione, permea le opere degli ultimi anni.

Il realismo magico a Palazzo Reale

Il realismo magico non è uno stile o una corrente organizzata ma un modo di percepire ed interpretare la realtà attraverso una pittura opposta al futurismo ed all’espressionismo. Nasce alla fine della grande guerra. Si distingue dal gruppo Novecento di Margherita Sarfatti ma condivide con esso alcuni artisti. Si oppone alle deformazioni espressioniste e si distingue da tutto, anche dalla metafisica.
Il realismo magico vede la coesistenza di una rappresentazione oggettiva con un’atmosfera sospesa e surreale. La realtà è il punto di partenza di una trasfigurazione che passa attraverso l’immaginazione, la meraviglia capace di rivelare il mistero che si nasconde dietro al mondo rappresentato.
L’illustrazione è oggettiva ed è una sorta di rivelazione della magia del quotidiano.

Le figure sono icone di ieraticità in una luce tagliente che dà sostanza alla scena.

La mostra a Palazzo Reale, visitabile fino a fine febbraio 2022, consente di avvicinarsi ed approfondire la conoscenza degli artisti più rappresentativi del realismo magico, da Felice Casorati ad Ubaldo Oppi, da Antonio Donghi a Cagnaccio di San Pietro, da Mario Sironi a Giorgio de Chirico ed a Carlo Carrá.

Apre la mostra l’emblematico ritratto di Silvana Cenni di Felice Casorati, artista che sceglie Torino dopo la guerra perchè è una città ‘quadrata’ dove sente che la sua pittura può svilupparsi.

Negli anni della guerra Carlo Carrà abbandona il futurismo, si volge al ‘300 e ‘400 italiano e torna al primitivismo. Le figlie di Lot del 1919 è una delle opere che segna l’ inizio del realismo magico.
L’opera non è stata subito capita (soprattutto dagli amici futuristi). La calma che sottende la scena è parte fondante della stessa.

Il ritorno alle origini è auspicato e ricercato anche da De Chirico. La sua dichiarazione pubblicata sulla rivista Valori Plastici è una delle frasi simbolo del movimento: “Bisogna scoprire il demone in ogni cosa”. De Chirico ritiene sia saggio e necessario per l’artista imparare a dipingere studiando i quadri dei grandi maestri e confrontandosi con le tecniche ed i generi della tradizione. L’obiettivo non è un ritorno a-critico ma è cercare di reinterpretare l’equilibrio e la levigatezza cromatica alla luce delle conquiste della pittura.

Mano a mano che si percorre la mostra, si scopre che bene o male tantissimi artisti sono passati per il realismo magico. Tra questi Severini, presente con La maternità del 1920 in prestito da una collezione privata, Mario Sironi con L’allieva del 1924 della collezione Etro ed Achille Funi con due opere del 1921: Maternità e La Terra.

L’atmosfera di calma quotidianità caratterizza la scena della Maternità. Funi partecipa alla mostra organizzata da Margherita Sarfatti nel 1923. La solidità della forma ereditata dalla tradizione quattrocentesca ferrarese caratterizza tutta la produzione di Funi.

Proseguendo nel percorso della mostra,i tre ritratti della famiglia Gualino di Casorati contribuiscono ad affermare Casorati come alfiere del gruppo.
C’è un’atmosfera familiare ma una sensazione perturbante.

Felice Casorati ed Ubaldo Oppi sono probabilmente le figure più presenti in mostra e constato con piacere finalmente una riscoperta della figura di Oppi -dimenticato dal mercato negli ultimi anni così come Mario Tozzi che forse non ha ancora avuto il riscontro che gli sarebbe dovuto. In Mattutino del 1927, in prestito dal vicino Museo del Novecento, si riscontrano le caratteristiche di sacralità del quotidiano e di magia di un’ambientazione sospesa che sono alla base del realismo magico. Su Tozzi, sposato con una francese e molto spesso spesso in Francia, fortissima anche l’influenza di Cézanne.
Cézanne, la metafisica che isola i soggetti e non li fa dialogare con lo spettatore e la solidità delle forme arcaicizzate sono alla base della ricetta di Tozzi.

L’influenza dei macchiaioli si vede invece nella produzione di Baccio Maria Bacci che si era formato infatti con Fattori. Splendido il suo Pomeriggio a Fiesole del 1926-1929.

Alla base della poetica di Marco Broglio invece composizioni monumentali con volontà di ritorno all’ordine ma desiderio di apertura verso l’ Europa e verso gli influssi della nuova oggettività. Broglio darà vita con la moglie alla rivista Valori Plastici che coinvolgerà non solo De Chirico ma anche Carrà e tanti altri artisti.

Uno dei manifesti del realismo magico è senza dubbio l’opera del 1928 di Cagnaccio di San Pietro intitolata Dopo l’orgia.
Straniamento, potenza descrittiva. La modella è la stessa, l’inquadratura assolutamente innovativa. La carica erotica è anesterizzata dall’atmosfera che rimanda all’oggettività tedesca. Il fascio littorio sul polsino e la sottile allusione alla corruzione morale dell’élite fascista lo portano all’esclusione alla Biennale di Venezia presieduta dalla Sarfatti e la critica varrà a Cagnaccio di San Pietro l’oblio.

Gino Severini ha un ruolo chiave e di cerniera tra Francia e Italia. Nel 1921 pubblica Dal cubismo al classicismo e passa effettivamente dall’ estetica cubista al neoclassicismo, dove Pulcinella e gli Arlecchini diventano personaggi chiave.
Le maschere gli permettono di umanizzare le sue geometrie.

La semplificazione formale, il classicismo italiano e la semplicità dell’ impostazione sono i primi aspetti che emergono nelle opere di Antonio Donghi ma in realtà c’è un mondo dietro alle sue figure. Eccezionali le donne che si siedono da sole al bar, autonome e moderne.

La mostra si conclude con l’opera L’alzana del 1926 di Cagnaccio di San Pietro, emblema della nuova oggettività italiana. Uomini usati come bestie da soma, rappresentati nel momento massimo dello sforzo ma al contempo assolutamente astratti dalla scena e sospesi in un atmosfera surreale così come tutte le figure di Antonio Donghi che condividono la stanza con la grande opera di Cagnaccio.

Solidità plastica e spazialità intrisa di un realismo arcaicizzante. Ecco la ricetta di questo realismo magico così ben raccontato dalla mostra a Palazzo Reale. Davvero interessante.

Il Corpo e l’ Anima, da Donatello a Michelangelo. Scultura italiana del Rinascimento

Magnifica la mostra al Castello Sforzesco di Milano dedicata alla scultura. Volutamente altisonante, il titolo suggerisce la presenza di opere importanti e imperdibili e stimola la curiosità dei visitatori che probabilmente non avrebbero risposto altrettanto entusiasticamente se la mostre si fosse chiamata solo Scultura italiana del Rinascimento.
Intelligente marketing a parte, la mostra presenta 120 opere di artisti più e meno noti al grande pubblico, con eccellenti cartellini esplicativi su ogni singola opera.

Meritoria l’operazione del Castello che ha lavorato côte-à-côte con il Louvre di Parigi. Le opere provengono da molti musei tra cui il Metropolitan Museum di New York, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Prado di Madrid, il Museo Nazionale del Bargello di Firenze, il Victoria&Albert Museum di Londra e la British Royal Collection. 
Tra le prime opere, il rilievo in bronzo di Bertoldo di Giovanni datato 1475-1480 affiancato ad un fronte di sarcofago romano degli inizi del III secolo d.C.: la ferocia a fattore comune così come la classe.

Ercole e Anteo, matita su carta di Luca Signorelli, prestato dal Castello di Windsor, segue nel percorso, rivaleggiando con le sculture nonostante la bidimensionalità. Protagonista è la torsione dei corpi dal modello arci-noto dell’Ercole e Anteo del Pollaiolo in prestito dal Bargello.

Da Vienna uno studio di Andrea Mantegna del 1490-1505.

Presenti nella rassegna anche Francesco Di Giorgio Martini e Andrea Del Verrocchio con opere rispettivamente del 1474-1480 e del 1475.


La ‘zuffa’ di Francesco Rustici del 1505-1510 in terracotta costituisce la resa tridimensionale della battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci nel Salone dei 500 di Palazzo Vecchio a Firenze. Gli uomini sfigurati dallo sforzo della lotta non hanno nulla di eroico e risultano addirittura paragonabili a bestie feroci…

Da Rennes invece arriva l’opera di Michelangelo del 1504, una penna ed inchiostro su carta, disegno preparatorio per una figura della Battaglia di Cascina che avrebbe dovuto contrapporsi alla battaglia di Anghiari di Leonardo nel Salone di 500 di Palazzo Vecchio.

Certamente rinascimentali sono gli angeli in terracotta del 1480 di Andrea del Verrocchio prestati dal Louvre, mentre altri deliziosi esempi di virtuosismo scultoreo sono offerti dalle sculture di Giovanni Dalmata e Mino da Fiesole.
Una scultura di arte romana raffigurante le tre grazie del secondo secolo dopo Cristo ci ricorda come lo slancio rinascimentale abbia radici solide nella nostra cultura.

Interessantissimo il bassorilievo di Giovanni Antonio Piatti del 1478-1480 in prestito dal Louvre. In questo bassorilievo risultano chiare le lezioni di Donatello e di Mantegna e l’influenza degli artisti ferraresi in particolare di Ercole de Roberti.

La disperazione sui volti e il dolore che pervadono la scena sono le caratteristiche fondamentali dell’ importante bronzo di Donatello databile al 1455-1460 e prestato dal Victoria and Albert Museum di Londra.

Tutta la sezione delicata alle scene sacre dimostra come in questo ambito negli anni ’80 del ‘400 gli artisti abbiano sfruttato appieno le potenzialità espressive del legno e il magnifico compianto sul Cristo morto Di Bartolomeo Bellano del 1480-90 in prestito da museo Jaquemart-André di Parigi dimostra come anche le potenzialità della terracotta siano state indagate e sfruttate appieno dagli artisti. In quest’ opera il senso del dolore e lo strazio della separazione sono portato davvero all’ estremo.

Straordinaria anche la carica drammatica della Maria Maddalena di Guido Mazzoni del 1485-1489 che nonostante la frammentarietà è ancora capace di trasmettere la tragedia.

La ricerca di verosomiglianza è alla base anche delle due sculture di Francesco di Giorgio Martini, l’una in prestito dal Louvre, l’altra da Siena.

Andrea della Robbia è presente in mostra con un magnifico Christo in pietà del 1495.
La naturalezza della figura, la plasticità della posa e la verità del volto sono caratteristiche che hanno reso i della Robbia immortali.

Straordinaria è l’opportunità di vedere il nudo maschile di Michelangelo Buonarroti in prestito dal Castello di Windsor. Datato 1515-1520 è l’unico disegno di Michelangelo con le indicazioni sulle proporzioni, con il corpo umano che misura 10 teste. Da solo questo disegno vale la mostra.

Magnifiche anche le lesene provenienti dal monumento funebre di Gaston de Foix non finito dal Bambaia e disperso. Molte parti sono proprio al Castello ma questa mostra ci aiuta anche a ricordare quanto abbiamo a disposizione e troppo spesso ignoriamo…

La mostra a Milano si conclude con la pietà Rondanini di Michelangelo, mentre al Louvre si chiudeva con i Prigioni, anch’essi di Michelangelo e anch’essi assolutamente inamovibili. Curiosa specificità che valorizza in entrambi i casi la fine del percorso.

Casa Museo Ludovico Pogliaghi e il Sacro Monte di Varese

Io sono senza dubbio un’esterofila ma tante volte mi chiedo cosa andiamo a fare all’estero. E soprattutto me lo chiedo quando scopro qualcosa di straordinario a due passi da casa.
Quanti lombardi conoscono la Casa Museo Ludovico Pogliaghi al Sacro Monte di Varese? Credo pochissimi. Donata alla Santa Sede da Pogliaghi stesso, la villa è poi passata all’Ambrosiana nell’ottica di agevolare la gestione ma è rimasta chiusa per anni. Riaperta dal 2014 grazie a fondazione Cariplo e a Regione Lombardia, è ora un gioiello aggiuntivo al Sacro Monte. Ma rimane molto scarsa la promozione sul territorio.

La casa è di una bellezza sconvolgente, senza mezzi termini.
Per chi non sapesse cosa si intende per eclettismo, una visita a questo posto incantato varrebbe più di mille spiegazioni. 1500 le opere e oltre 500 i reperti collezionati da questo eccentrico artista vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Un vaso cinese di epoca Ming del ‘600 accoglie i visitatori in una delle prime sale. Il pezzo era già bello di suo ma Pogliaghi gli costruì una base in marmo e applicò ricche decorazioni in bronzo per renderlo più ‘contemporaneo’.
Commistione, contaminazione, conciliazione sono alla base dell’eclettismo che esplode in tutte le arti nella seconda metà del XIX secolo e tante opere qui ne sono testimonianza.

Sul terrazzino si trova un bozzetto del braciere realizzato dal proprietario di casa per la tomba del Canova a Possagno. Sicuramente Pogliaghi apprezzava molto l’opera del celebre scultore.

Dallo stesso terrazzino si vedono le colonne prelevate dal Lazzaretto di Milano e riutilizzate per creare una loggia all’ingresso, nonchè le finestre in stile veneziano.
Diversi sono i reperti anche nel giardino visibile dal terrazzo. Tra questi un prezioso pulvino. I reperti provenivano da luoghi ‘spogliati’. Oggi non lo faremmo più ma all’epoca non si faceva caso alla legittima provenienza dei pezzi quindi si prelevava e si ricollocava, anzi il riutilizzo era una pratica piuttosto usuale.

Ma è rientrando in casa e passando alla sala successiva che si rimane senza parole. È semplicemente in scala 1:4 una replica del bagno turco che Pogliaghi realizzò per lo Scia di Persia.

E questi, oltre al cospicuo pagamento, ripagò l’artista con una gigantesca e magnifica lastra di alabastro esposta qui. Il soffitto è in gesso e stucco mentre il pavimento è in marmo, ma uno dei marmi più preziosi al mondo.

La saletta ospita anche due sarcofagi del 750 a.C, uno dei quali, in condizioni particolarmente eccellenti, era di una delle cantanti di Karnak.

Da questa ‘sobria’ saletta si accede ad un enorme salone in cui a sorpresa si erge…

Un modello della porta centrale del Duomo di Milano in scala 1:1, alta 10 metri e realizzata unendo le formelle di gesso (che risulta non bianco a causa delle terre che lo scultore utilizzava per creare i chiaro-scuri).
Nel 1906/8 la porta in bronzo venne fissata al Duomo di Milano ma non sappiamo quando furono fissate qui queste formelle di prova, probabilmente negli anni ’20. L’evidenza ci dice che nemmeno le grandi dimensioni frenarono il Pogliaghi perchè fece sfondare il tetto per far stare l’altissima porta all’interno del salone…

Un tappet del ‘600 e due dipinti del Magnasco si godono lo stupore dei visitatori dalle pareti dello stesso salone. “Poveretti -sembrano dire- vanno sempre all’estero e non sanno quello che si perdono!”

Proseguendo si giunge ad una micro-galleria di antichità che toglie il fiato: tra i reperti, una ceramica di Luca Della Robbia appoggiata distrattamente per terra, un vaso greco del V secolo a.C., acquistato dai Borghese e un Ermes alato. La testa non era originale quindi Pogliaghi l’ha tolta e e gliene ha rifatta una più bella…

Grottesche, un forse-Tiepolo e uno pseudocaravaggio riportano verso l’ingresso della casa-meraviglia-museo Ludovico Pogliaghi.

Trovo turisti da tutta Europa qui a Varese nonostante la pandemia. Tutti qui per ammirare le 14 cappelle del Sacro Monte.


Il viale delle Cappelle è stato costruito a partire dal 1603 e completato nel 1660 circa.
Archistar del Sacro Monte è stato Giuseppe Bernascone (1565-1627) che qui lavorò tutta la vita: sue le cappelle ed anche il campanile del Santuario. Il percorso è dedicato ai
Misteri del Rosario, si snoda lungo 2 km circa ed è composto da 14 cappelle.
Perchè 14 e non 15 se i Misteri sono 15? Perchè la 15′ cappella è il Santuario stesso.
Notevoli in particolare la terza, la quinta e la tredicesima cappella con opere del Nuvolone e la settima con opere del Morazzone.
In particolare la quinta presenta sia affreschi di Francesco Nuvolone del 1650 sia 22 personaggi in terracotta  creati da Francesco Silva e dipinti a freddo dal Nuvolone nel 1651.
La decima cappella, che è la più grande di tutte, presenta opere di Dionigi Bussola e gli affreschi di Antonio Busca.

Accanto alla terza cappella si trova la più inaspettata delle opere, un murales ad acrilico del 1983 di Renato Guttuso che rappresenta la Fuga in Egitto.

Accanto al Santuario invece si trova l’enorme bronzo raffigurante Papa Paolo VI di Floriano Bodini, opera molto contestata ai tempi della collocazione perchè ritenuta troppo ‘contemporanea’. Floriano Bodini era proprio di queste parti, per l’esattezza di Gemonio, dove ora esiste un museo a lui dedicato. In vita ebbe molto successo e diversi musei e collezioni posseggono sue opere.

Ma il ‘900 ha lasciato un forte segno in questi luoghi, non solo all’esterno ma anche all’interno. Il piccolo museo racchiude una sala che non ti aspetti tutta dedicata ad opere religiose del ‘900. E allora scopriamo che non solo c’è il bozzetto del murales del Guttuso, diverse opere di Bodini, ci sono anche un Cristo di Rouault, una piccola Croceffissione di Sironi, una Deposizione di Sassu ed anche una strepitosa Incoronazione della Vergine di Bernard Buffet del 1961.

Mentre si medita su come promuovere questo posto e le sue bellezze, si potrebbe cominciare se non altro a dotare le opere di cartellini senza vistose correzioni…

‘Fermati! Contempla…’ sembrano dire le opere di Robert Irwin a Villa Panza di Biumo

Villa Panza di Biumo è sempre un’ottima risposta ad un sabato pomeriggio libero.
Ha la giusta pacatezza, non è mai affollata ed è sempre in ordine. Dicono che la casa rispecchi la persona e in effetti pare che Giuseppe Panza fosse un uomo di grande cultura, molto pacato e di grande sobrietà, sia nei gusti che nell’attitudine.

Il corpo principale della Villa a forma di U è del 1750 ma quando Pompeo Litta Visconti Arese acquistò la proprietà intorno al 1830, decise di ingradirla con un magnifico salone ad opera di Luigi Canonica, una rimessa per le carrozze e i rustici sopra ad essa.
La serra ed il cortile furono invece creati da Piero Portaluppi, incaricato nel 1934 dal padre del Conte Panza collezionista.

Due volte all’anno i coniugi Giuseppe e Giovanna Panza, animati dalla stessa passione verso l’arte contemporanea, si recavano negli Stati Uniti. Sidney Janis e Leo Castelli furono i primi ‘fornitori’ del Conte ma Castelli non capiva come mai un giovane ragazzo italiano comprasse tutte quelle opere perciò volle venire a Varese a capire. E capì che aveva per le mani un collezionista straordinario, al quale non importava nulla della moda.

All’epoca tutti gli occhi erano puntati sulla scuola di New York e sulla Pop Art ma Giuseppe Panza intuì il valore dell’avanguardia, del non detto, della sobrietà. E dal ’66-67 si innamorò dell’arte minimalista americana. Acquistò anche opere di artisti come Rauschenberg, Lichtenstein e Claes Oldenburg -che di certo non si possono definire minimal- ma strada facendo si focalizzò sull’aspetto spirituale e sulla sobrietà della minimal e da quella non si allontanò più.
Robert Ryman, Donald Judd, Robert Morris tra gli arristi in collezione. In totale contrapposizione con la chiassosa arte newyorkese, era Los Angeles -grande come l’intera Toscana- la vera patria dell’arte ‘desertica’, misteriosa, silenziosa.

Le opere di David Simson sono le prime ad accogliere i visitatori ma la commistione di stili e di arti è di casa a Villa Panza perciò queste vengono accompagnate nelle magnifiche sale 700-800esche da ceramiche contemporanee decorate da Piera Crovetti e da vasi Venini.

Alfonso Fratteggiani Bianchi è uno dei pochi artisti italiani in collezione. Le sue opere sono realizzate su pietra serena.

Al primo piano mirabili sono gli esempi di compresenza di antico e contemporaneo: Phil Sims è protagonista ma lo è insiema a Venini, a due consoles del 1700, a due strepitose poltrone di Fantoni di nuovo del 1700 e a due antiche balaustre di area parmense.

La leggerezza delle opere di Christiane Löhr, costruite ad imitazione di strutture architettoniche, sono poste in dialogo con le tre tele degli anni ’80 di Ford Beckman.

Sembra che i due mondi trovino conciliazione nelle opere pesanti ma al contempo leggere di Allan Graham della sala successiva. Telai incurvati, spezzati, interrotti…

E in antitesi alle grandi tele, i ‘cubetti’ di Stuart Arends, distribuiti nelle varie sale, creano quasi un percorso parallelo. Le piccole dimensioni suggeriscono leggerezza ma il cuore, che li rende una via di mezzo tra pittura e scultura, è di piombo.

La parte più straordinaria di villa Panza è comunque quella cui si accede dopo tutti questi ambienti e dopo la carrellata di opere sopra descritte, quasi si dovesse affrontare un percorso per giungere preparati all’incontro con l’eccellenza: è la parte dedicata all’arte ambientale degli anni ’60 e ’70 con interventi site specific degli artisti.
Diversi soggiornarono per mesi in Villa. James Turrell per esempio rimase tre mesi. E ognuno di loro lasciò la propria impronta, concentrandosi su qualcosa di diverso. Fattor comune la luce ma… quanta differenza tra un intervento e l’altro! Non si può descrivere, questa parte va realmente vista e bisogna goderne come esperienza sensoriale per assaporarne realmente l’eccezionalità.
Dan flavin si concentrò sull’illuminazione artificiale e decise di creare il famoso corridoio e le celeberrime stanze illuminate con neon colorati che vi si affacciano.
Robert Irwin si concentrò invece sull’illuminazione naturale e creò finestre, magnifiche aperture sul verde che circonda la villa. Sono queste a mio parere le sale più belle e tutte le volte lasciano senza fiato. L’artista sembra dire al visitatore ‘Fermati!’. E colpisce nel segno perchè oggi viviamo correndo e di rado prendiamo il tempo di fermarci a contemplare. Il silenzio poi in cui è immersa la villa completa il quadro di pace che l’artista ha inteso offrire con il suo percorso.
James Turrell infine fu lo straordinario interprete che operò una sintesi tra il percorso di Flavin e quello di Irwin arrivando a creare la stanza ‘Valeriane’, con l’apertura nel soffitto, quasi punto di arrivo estremo di questo viaggio nell’arte.

Oltre la suggestione, una meraviglia, un’esperienza sensoriale che va vissuta per essere capita e che si rinnova ogni volta che si torna ospiti a Villa Panza.

Le Signore dell’ Arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600

Sorprende fino a un certo punto che per vedere un numero adeguato di opere di donne esposte sia stato necessario organizzare una mostra dedicata solo all’arte delle donne.
Caso vuole poi che proprio il biennio 2020-2021 dedicato dal Comune di Milano al talento delle donne sia stato proprio quello massacrato dalla pandemia ma tant’è…

La mostra Le Signore dell’arte celebra finalmente a 34 artiste vissute tra rinascimento e barocco con 133 opere tra ricami, stampe, opere su carta e dipinti su tavola e su tela.

Apre la mostra Sofonisba Anguissola (1535-1625) con la Madonna dell’Itria del 1578, unica opera del periodo siciliano dell’artista.
L’opera racconta del matrimonio della pittrice cremonese con il nobile siciliano Fabrizio Moncada, morto in giovane età durante un viaggio per mare. La pittrice lasciò il dipinto al convento di San Francesco di Paternò, che lo custodisce tuttora, che si impegnò a dire una Messa tutti gli anni nell’anniversario della morte dell’amato Fabrizio. Chiari cenni autobiografici sono nell’autoritratto dalla Madonna e nelle due navi naufraganti sullo sfondo.
In seconde nozze Sofonisba sposò Lomellini anche in assenza dell’ approvazione del re di Spagna suo protettore. Protettore e ammiratore invece delle sue capacità di pittrice fu Michelangelo, nonchè Bernardino Cambi di cui era allieva.

Presente in mostra il capolavoro Partita a scacchi del 1555, concesso in prestito dalla Polonia.
Il gioco é una chiara allusione al rafforzamento della figura femminile: la regina che si muove liberamente sulla scacchiera ed è la più forte di tutti è emblema di questo rafforzamento e le tre sorelle dell’artista, rappresentate nel dipinto, ne prendono coscienza e se ne rallegrano.

Dopo Sofonisba, la mostra celebra
Claudia del Bufalo (date non certe), Lucrezia Quistelli (1541-1594) e la straordinaria ricamatrice Caterina Cantoni (1542-1601).

Tra le artiste attive in convento, Plautilla Nelli apprese le tecniche della pittura da autodidatta. L’arte vista come elevazione spirituale fu motore di apprendimento e di insegnamento,  tant’è che fu anche a capo di un’officina sacra all’interno della quale insegnava secondo i canoni del Savonarola.

Di Orsola Caccia (1596-1676) interessante il dipinto del 1630-40 Natività di San Giovanni Battista, tutto popolato da sole donne.

Magnifico anche il ritratto di Eleonora Gonzaga I del 1622 realizzato da Suor Lucrina Fetti.

Tra le figlie d’arte, Lavinia Fontana (1552-1614) era figlia di Prospero.
Sostenuta dalla famiglia (e anche dal marito e dagli 11 figli!) Lavinia dipinse per tutta la vita facendo dell’arte la propria professione, ritraendo l’aristocrazia del tempo.

Tra le opere esposte Galatea e amorini del 1590 e Giuditta e Oloferne del 1595. Giuditta è da includersi tra le eroine protagoniste delle rappresentazioni post concilio di Trento in reazione alle dottrine calviniste e luterane.

Bellissima la Consacrazione della Vergine del 1599 in prestito da Marsiglia.

Coetanea di Lavinia Fontana fu Barbara Longhi (1552-1638) che mosse i primi passi nella bottega paterna. La sua carriera non andò mai oltre l’area di Ravenna, ciò nonostante Vasari la ricorda nelle Vite quando accenna al padre Luca Longhi. Elegantissimo il suo ritratto di Santa Caterina d’Alessandria del 1580.

Oltre 200 le tele dipinte da Elisabetta Sirani (1638-1665) prolifica e rapidissima pittrice, rispettata da molti e direttrice della bottega paterna. Sepolta accanto a Guido Reni -ben più noto esponente della pittura bolognese-, Elisabetta si impegnò a diffondere il classicismo barocco di Guido e si specializzò in rappresentazioni di donne eroiche e ritratti.
Tra le opere, Porzia che si ferisce alla coscia del 1664. Moglie di Bruto, la donna si ferì per convincere della propria forza il marito e lo convinse a rivelarle della congiura ai danni di Cesare. Generalmente Porzia viene raffigurata mentre si suicida ingoiando carboni ardenti ma Elisabetta Sirani scelse di raffigurarla in un momento di estremo coraggio e forza.

Sulla stessa scia di celebrazione della forza femminile, Elisabetta Sirani rappresenta Timoclea nell’atto di uccidere il Capitano di Alessandro Magno che le aveva usato violenza. L’opera del 1659 raffigura il momento in cui la donna di Tebe reagisce al tentativo di furto e suggerendo al Capitano che i suoi beni siano in fondo a un pozzo, lo spinge dentro e, non paga di questo, gli lancia anche delle pietre addosso…

Delicatissime in compenso le giovani donne dipinta da Ginevra Cantofoli (1618-1672), un’altra artista bolognese del 600.

La sala successiva è dedicata a Fede Galizia e alla Tintoretta.
Fede Galizia (1574-1630?), molto vicino all’ Arcimboldo, si dedicò per lo più alle nature morte, genere nel quale eccelse per qualità ma produsse molto anche nella ritrattistica e nella pittura sacra. Purtroppo è presente in mostra solo una sua opera.

Come Tintoretta (1554-1590) è invece nota Marietta Robusti figlia del Tintoretto. Riconosciuta come grande artista, Marietta fu invitata alla Corte degli Asburgo ma il padre non le permise di lasciare a Venezia. Pare fosse di grande bellezza ma che si vestisse da uomo per poter lavorare nella bottega del padre…

Chiara Varotari (1584-1663) era invece sorella di Alessandro detto il Padovanino, pittore all’epoca di grande fama. Quando il fratello si trasferì a Venezia nel 1614, Chiara lo seguì. Come fece Elisabetta Sirani a Bologna, Chiara organizzò una scuola di pittura per donne a Venezia. Eccellente pare fosse la sua capacità di dipingere i tessuti.

Le tre figlie del pittore borgognone Vincent Voulot – italianizzato in Vincenzo Volò- divennero note per la capacità di dipingere fiori e Nature morte.
La più famosa fu Margherita che nacque nel 1648 e imparò tutto dal padre. Seguì a 19 anni Il marito Ludovico Caffi a Cremona e da quel momento iniziò l’ascesa di questa donna che guadagnò un posto nella storia dell’arte. Lavorò per grandi famiglie e corti europee ma non si dedico mai all’illustrazione di altro soggetto. Gli Este furono tra i suoi committenti. Notevole anche la sorella Francesca che portò avanti con successo la bottega del padre a Milano.

Giovanna Guerzoni (1600-1670) fu la migliore miniaturista barocca. Il guazzo, un tipo di tempera, fu la tecnica preferita dall’artista. Molto amata dalla Granduchessa di Toscana Vittoria della Rovere, Giovanna creò per lei anche magnifici ventagli. Le opere in mostra sono assolutamente strepitose.

Virgilia Vezzi (1601-1638) sposò Simon Vouet e divenne membro dell’Accademia di San Luca, tributo straordinario per un artista di sesso femminile. Per tutta la -purtroppo- breve vita assistette il marito, altrettanto talentuoso e naturalmente più noto di lei.

La mostra si conclude ovviamente con un tributo ad Artemisia Gentileschi, artista finalmente conosciuta ed adeguatamente apprezzata anche dal mercato dell’arte. Artemisia, una donna di straordinaria forza che riuscì a ribaltare la drammatica situazione nella quale si trovò  trasformandola in un punto di partenza, riuscì con le sue sole forze a riabilitare il proprio nome e a diventare una pittrice molto richiesta.
Dolcissima la Madonna del Latte del 1617,

mentre fortissimo e spavaldo è David con la testa di Golia del 1630.

Appresi rudimenti e tecnica nella bottega del padre Orazio, Artemisia fu capace di trarre insegnamenti dal manierismo cinquecentesco e sintetizzarli in un drammatico realismo seicentesco.
Forte l’impatto dell’ultima opera in mostra. La tela – appena ricondotta alla produzione della pittrice – si trova in Italia insieme ad un’altra per essere sottoposta ad un delicato restauro poichè rimasta fortemente danneggiata dall’esplosione del 2020 a Beirut.

La mostra, ricca e molto ben congegnata con diversi video esplicativi, punta i riflettori su artiste quasi completamente dimenticate ma che dimostrano, nelle spendide opere esposte, consapevolezza, tenacia, sapienza e …sicuramente una buona dose di resilienza per essere riuscite ad emergere -o se non altro a non soccombere- in un mondo dominato ieri come oggi da uomini.

Maurizio Cattelan e Neil Beloufa all’Hangar Bicocca

Il buio, uno spazio immenso a disposizioni e solo tre opere installate. Una scelta molto forte da parte di questo artista ormai celebre in tutto il mondo non tanto per la sua capacità plastica ma per il genio creativo. Pochissime delle opere di Cattelan sono fatte manualmente da lui ma la progettualità e lo studio che sono alle spalle dei suoi pezzi sono sempre alla base di tutto il lavoro e danno vita ad opere sempre pertinenti e molto incisive. Si apre così la ‘piazza’ dell’Hangar con la prima scultura.
Un uomo che dorme davanti a un cane. L’intento di Cattelan è di indurre a riflettere, creando immagini che si possano offrire a più letture, a più punti di vista.
In questo caso vediamo l’uomo con i bermuda, una maglietta e un cappellino di lana ma a scalzo.
Può essere un clochard con il suo cane?
Può essere una persona che si è addormentata sul divano ed il divano è stato sottratto dalla rappresentazione?
Può essere un cadavere?
Tante le possibili letture.
Anche la scelta del materiale ha un senso nella produzione di Cattelan. Qui la scelta è caduta sul marmo di Carrara che da solo attribuisce un senso aulico alla scultura e la nobilita l’opera proiettandola direttamente, con la sua stringente quotidianità, nell’olimpo delle rappresentazioni artistiche. Se il cane fosse stata una tassidermia o l’uomo fosse stato in cera l’esito sarebbe stato profondamente differente.
Ma la scena quindi è una riflessione sul sonno? Una riflessione sulla morte? Una riflessione sul rapporto tra uomo e cane?
Forse tutto insieme, verrebbe da dire.

La seconda opera esposta è un’ infinità di piccioni realizzati con la tecnica della tassidermia, ricorrente nella produzione di Cattelan proprio per il continuo sottendere della riflessione su vita e morte. Una parte di questi piccioni è stata sicuramente creata per l’occasione perché sono migliaia ma una parte è la rivisitazione della Biennale di Germano Celant del 1998 dove l’installazione era chiamata Tourists. Alla Biennale del 2011 l’installazione simile fatta sempre di piccioni era chiamata Others.
Qui si chiama Ghosts.
Sono loro i veri protagonisti della scena e i visitatori sono quelli che infastidiscono? Sono loro i veri protagonisti o sono fantasmi? Oppure siamo noi i fantasmi che attraversiamo Hangar? Anche qui la domanda rimane senza risposta univoca.

L’ultima opera è un diretto riferimento all’ 11 settembre. Per motivi personali l’artista è rimasto particolamente colpito dall’evento perché si trovava a New York, città in cui vive e lavora quando non è a Milano. Quest’opera si presta anch’ essa -come tutta la produzione di Cattelan- a diverse interpretazioni. In questo caso il monolite con l’aereo, realizzati in legno e resina, rappresentano in un certo senso la caducità dell’uomo e la morte che sopravviene. Il titolo é Blind perchè la morte rende ciechi.
Genio o non genio Cattelan riesce sempre a far parlare di sé e questo già contribuisce a renderlo un personaggio interessante. E la suggestione degli spazi dell’Hangar concorre a creare un palcoscenico davvero molto ‘scenico’.

Tutti parlano di Cattelan ma la sua mostra è preceduta da quella del giovane artista francese Neil Beloufa che merita altrettanta attenzione.
Nervosismo, frustrazione e spaesamento sono le sensazioni che inizialmente si provano visitando questa mostra perchè -obiettivamente- non si capisce niente.
E si sa che dietro la tenda nera comincia l’esposizione dedicata a Cattelan quindi questa mostra risulta ancor più complicata da capire. Passano tutti oltre, impazienti. Ma io mi ostino perchè nella sua assurdità la voglio capire e consacrarle il giusto tempo. Mi aiutano in questa scoperta i mediatori di Hangar Bicocca, eccezionali come sempre.

La mostra è completamente pilotata da tre “host” (intesi come identità digitali) identificati con tre colori che a propria discrezione accendono e spengono le varie installazioni e proiezioni.
Per visitare questa interessantissima mostra occorrerebbero in effetti 4 o 5 ore perché ognuno dei video proiettati è solo un frammento del video integrale messo a disposizione dall’artista tramite un QRCode.
Il totale spaesamento che prova lo spettatore è l’effetto desiderato dall’artista il cui obiettivo è far riflettere sul potere e sul potere soprattutto quando non è nelle proprie mani.
Il visitatore non ha la possibilità di attivare alcuna delle installazioni, nè quelle sonore né quelle visive, ma i temi affrontati sono molteplici, dall’inter-relazione tra le persone, agli effetti psicologici della guerra sui soldati dei vari eserciti. Diverse interviste sono proposte in monitor installati sopra a futuristiche panche da ginnastica.
E’ come se si avesse l’impressione di entrare in un luna park ma di quelli che fanno anche un po’ paura…
Interessante dunque e molto intensa. Da non ‘passare oltre’ insomma.

Il Castello di Rivoli

Dopo qualche anno dall’ultima visita, ho trovato il Castello di Rivoli meno frizzante e meno curato di quanto mi aspettassi. Qualche installazione mal funzionante o spenta, i custodi che non sanno più o meno nulla di quello che custodiscono (o forse i mediatori e i volontari di altre istituzioni stanno abituando i visitatori troppo bene)… Insomma sarà un’impressione ma il Castello è parso un po’ sottotono.

La prima sala presenta una video installazione di William Kentridge. Nel 1988 nasce l’animazione 3D negli studi Pixar.
Il mondo dell’arte reagisce tornando alla lavorazione con tecniche artigianali, creando un’animazione ‘povera’. Con il ritorno alle tecniche di inizio ‘900 Kentridge realizza una forma di animazione cancellando e disegnando sopra lo stesso foglio per creare immagini in movimento basate sulla carta e sulla stratificazione del gesto. Geniale. Una tecnica di inizio ‘900 in totale contrapposizione con la sofisticata tecnologia le costose produzione di oggi.


Divide la sala con Kentridge, un’ opera “ambientale” di Richard Long in pietra di tufo romano intitolata Romulus circle del 1997: elementi naturali del mondo organico e presenza dell’uomo in natura sono alla base delle opere di questo artista, noto per essere uno dei protagonisti della Land Art. Presente nella sala anche Michelangelo Pistoletto con la grande scultura in acrilico su poliuretano espanso dell’ 84 intitolata Persone Nere.

Le opere contemporanee si mischiano a maschere dell’800 e del ‘900 del Gabon e del Mali in prestito da una collezione torinese.  Elemento di raccordo tra contemporaneo e maschere è un’opera di Beau Dick, un artista nativo canadese che ritrae creature soprannaturali della tradizione occidentale americana.

Charlie don’t surf è il titolo dell’ opera di Maurizio Cattelan da una citazione tratta da Apocalypse Now di Francis Ford Coppola con una scena del film in cui gli americani attaccano e distruggono un villaggio vietnamita per accedere alla spiaggia e cavalcare le onde con il sole. A partire da questa scena Cattelan elaborare un’opera assolutamente crudele in cui si intuisce che il bambino apparentemente sereno seduto a scuola ma in realtà ha le mani trafitte da matite che lo tengono in una situazione immobile.
Fallimento, disperazione, e impossibilità di far uscire l’energia sono alla base della scultura intitolata Novecento del 1997 con un cavallo in tassidermia imbragato, appesa al soffitto.


Oltre alle opere di Cattelan, una scultura di Marisa Merz, una tempera di Picasso e un olio di Alexej von Jawlensky, questa sala presenta un’opera di Bracha Ettinger. L’opera, della serie Euridice, appartiene a un gruppo di opere accomunate dal riferimento alla ninfa che è stata restituita agli inferi a causa del marito Orfeo che non ha saputo resistere alla tentazione di guardarla. L’artista prende l’avvio dalle fotografie di archivio scattate nel 1942 che documentano bambini ebrei prima di essere uccisi dalla polizia tedesca. L’artista usa una fotocopiatrice riproducendo le fotografie fino a ridurle ad una sorta di matrice e moltiplicando gli strappi per ottenere immagini sospese tra l’essere e il non essere. Il risultato è un’opera davvero intensa.

Si dividono la sala seguente l’artista britannica Cecily Brown. Pinot Gallizio, Anselm Kiefer con una bellissima nave in tempesta in piombo ed un girasole essiccato, Lin May Seed, Enzo Cucchi, Emilio Vedova con una grande tela dell’83 e l’artista del Cairo Anna Boghiguian.


Dell’artista olandese  Bas Jan Ader è un film muto che raffigura l’artista che si strofina gli occhi fino a farli lacrimare, aumentando via via l’intensità emotiva. La riflessione dell’artista è tutta incentrata sulla fragilità umana. D’altronde l’artista stesso nel 1975, dopo alcuni anni in California, partì per un viaggio solitario nell’Atlantico e non venne mai ritrovato…
La sua opera è affiancata a un meraviglioso piccolo trittico devozionale di Simone dei Crocifissi in prestito dalla collezione Cerruti.
Bertand Lavier, appena visto in collezione Pinaul a Parigi, occupa il resto della sala con un pianoforte ricoperto da dense pennellate. Dagli anni 80 questa tecnica viene utilizzata dall’artista per effettuare la scelta di alcuni oggetti privati della loro funzionalità e sublimati in opere. É il linguaggio determinare il reale e non viceversa.

Il collasso modernista di un cumulo di rifiuti che dà forma a un’abitazione è alla base dell’opera della tedesca Isa Genzken.

Chris Burden, artista americano, nella sala successiva come un monologo in francese contro la xenofobia.

Non poteva mancare una m**** d’artista di Piero Manzoni del 1961 prestata dalla collezione Casoli di Pienza. L’inscatolamento di un rifiuto mette in discussione il feticismo per la traccia lasciata dall’artista. La profonda critica dei mezzi del sistema socio-economico dell’arte è portata all’estremo con il processo di innalzamento del rifiuto allo status di opera d’arte, offrendo al pubblico le vestigia dell’autore mercificandole e trasformandole in reliquia contemporanee…

Conclude il giro del piano una selezione di video di Regina José Galindo artista del Guatemala che personalmente apprezzo molto. Tematiche politico-sociali economiche ed ecologiche con un’attenzione volta a denunciare le violazioni dei diritti umani, costituiscono il nucleo della riflessione dell’artista. Crea performance a radicali e scomode perché racconta abusi di potere, ingiustizie sociali e violenze.

Interessante e complessa installazione di Fabio Mauri, drammaturgo e artista contemporaneo, che accosta una foto di Goebbels scattata mentre questi visita all’esposizione del 1936 Entartete Kunst, una litografia De Chirico, un altoparlante che ripete continuamente la frase ‘Che cos’è la natura’ in diverse lingue, una equazione matematica presentata su una lavagna e due gabbie che riproducono il suono del terremoto. L’installazione, presentata alla Biennale di Venezia del 78 è una riflessione sulla vita l’arte la cultura e rapporti umani e si intitola i Numeri Malefici.

Tra le più strane installazioni contemporanee troviamo due opere di George Grosz in cui segno, disarmonia cromatica e velocità nella linea che definisce i contorni restituiscono scene e di forte impatto, assolutamente moderne per l’epoca in cui vengono realizzate, gli anni 30.

Michelangelo Pistoletto e Giacomo Balla insieme a Marzia Migliora occupano la sala successiva. La celebre Venere degli stracci del 67 di Pistoletto esemplifica l’opera dell’artista a metà tra il linguaggio dell’arte povera e linguaggio dell’arte concettuale, in un dimensione particolare e universale. L’opera ritrae Venere, metafora in assoluto della memoria della Bellezza, nell’atto di volgere le spalle allo spettatore e al mondo stesso, mentre affonda sguardo in un cumulo di stracci colorati simbolo della temporaneità e della vivacità della quotidianità.

Magnifica l’opera La pazza di Giacomo Balla del 1905, dedicata all’emergenza sociale, realizzata con tecnica divisionista e taglio di ispirazione fotografica. Espressivo il decorativismo della cornice, anch’essa dipinta da Balla, e assolutamente unica questa figura di donna con capelli arruffati e abiti dimessi, sullo sfondo di un campo illuminato dal sole.
La tensione degli arti, l’espressione del volto, la posizione dei piedi, tutto di quest’opera parla, persino la cornice.

Fortissimo il video di Monica Bonvicini, che conosco da Art Basel e che apprezzo molto. L’opera del 1998 rappresenta il martellamento senza fine di un muro: l’artista espone lo stretto rapporto che lega lo spazio edificato all’immagine del potere e mette in questione il ruolo passivo tradizionalmente attribuito alle donne. Costruire è una prerogativa maschile. La mano femminile abbatte quindi il muro ma il video non mostra mai la distruzione completa, l’ intonaco si sgretola, appaiono i mattoni e poi l’azione ricomincia.
Metafora dell’esistenza femminile, direi.

Il secondo piano è dedicato alla mostra su Achille Bonito Oliva, critico e curatore d’arte contemporanea. La prima sezione della mostra è dedicata alla curatela delle esposizioni attraverso una selezione di opere che rievocano tutti gli appuntamenti più importanti da lui curati.
La seconda opera ricostruisce lo spazio privato dello studio con le più importanti pubblicazioni scientifiche. La terza area è dedicata all’espressione comportamentale, al rilievo di Bonito Oliva come personaggio pubblico. Tra le opere più interessanti della prima sezione, un De Dominicis del 1988, un Paladino dell’83 e un de Chirico in prestito dalla Collezione Cerruti.

Molto interessanti le sale dedicate alle mostre storiche  ‘Vitalità del negativo’ e ‘Contemporanea’, con opere di Luciano Fabro, Daniel Buren, Dan Flavin, Schifano e Rauschenberg, in prestito da diverse collezioni per ricostruire quelle che furono tappe di assoluto rilievo nella vita lavorativa di Bonito Oliva e nella storia della critica italiana.


Segue la sala ‘Punti cardinali dell’arte’, dedicata alla biennale del 1992 curata da lui. Tra gli artisti Matthew Barney e  Louise Bourgeois, entrambi riconosciuti oggi come grandi artisti.


Segue una sala dedicata a Ubi Fluxus ibi motus mostra del 1990 agli ex granai della Repubblica alle Zitelle, Giudecca. Allan Kaprow, Nitsch, Boetti e Shimamoto tra i protagonisti.

“MINIMALIA” del 1997 la protagonista della sala successiva con opere, tra gli altri, di Giulio Paolini e di Francesco Lo Savio.

Magnifica l’ installazione di Giovanni Anselmo con foglie secche racchiuse da una fitta rete di metallo. La stanza rievoca la mostra ‘Le stanze’ a Castello Colonna a Genazzano nel 1979,inaugurata a meno di un mese dalla mostra ‘Opere fatte ad arte’ che segna l’esordio della transavanguardia, a Acireale. Nel titolo ‘Le stanze’ la rievocazione delle stanze per La Giostra del poeta Poliziano. In questa esposizione è forte il dialogo tra gli artisti e lo spazio del Castello. a differenza della mostra di Acireale, quella di Genazzano non si focalizzò sulla transavanguardia includendo i diversi protagonisti ma attivò un dialogo tra loro e le ricerche afferenti all’arte povera di cui importante esponente fu appunto Giuseppe Penone. ‘Le stanze’ quindi come momento di sintesi critica sul decennio che era appena trascorso e al contempo una prospettiva su quelli che dovevano venire, elemento che da un lato la accomunava quella mostra a ‘Vitalità del negativo’ e dall’altra preannunciava le mostre successive come ‘Aperto 80 ‘e ‘Avanguardia transavanguardia’ del 68-77.
Una figura quindi, quella di Achille Bonito Oliva, di difficile lettura ma che ha avuto nel corso dei decenni ruoli grande importanza e indubbio talento.

La manica lunga del Castello presenta un’esposizione di Anne Imhof intitolata Sex, costruita in buona parte di transenne con pannelli di vetro, espressione del nostro tempo tra separazione delle persone e negazione della stessa separazione tramite il vetro. Si creano strutture quasi attraversabili, discontinue e definite da trasparenze. Un’esposizione complessa formata da una performance sonora, elementi architettonici, musica, disegni e dipinti. L’artista si appropria di diverse opere anche antiche sviluppando una sequenza di performance con un nutrito gruppo di collaboratori.
La mostra prevede inoltre che alla restituzione del dipinto Narciso di Caravaggio, in prestito da Roma, venga realizzata una performance funebre. Altri prestiti illustri sono Artemisia Gentileschi dalle collezioni di Intesa Sanpaolo, Gioacchino Assereto dalla collezione Cerruti, Jusepe de Ribera di nuovo dalla collezione Cerruti e ancora De Chirico e Giacometti. Tutti quindi in dialogo con Anne Imhof e le sue transenne nonché le sue serigrafie ed i suoi olii su tela.

La collezione Cerruti, perla del Piemonte

Nella tranquilla cittadina di Rivoli, tra le villette immerse nel verde della collina, c’é una casa che non si può immaginare, una casa che non si può definire in altro modo se non ‘perla’.
Dalla fine degli anni 70 fino al 2014 l’imprenditore collezionista Francesco Federico Cerruti ha raccolto in maniera riservata, attenta ma da grande conoscitore un insieme di opere che vanno da un trittico del trecento di Agnolo Gaddi a un Concetto Spaziale con quattro tagli rosso di Fontana, passando per Medardo Rosso e Modigliani.

La riservatezza che ha contraddistinto in vita  il collezionista, contraddistingue anche ora questa casa-museo dove non è possibile fare fotografie. Proverò a descrivere quello che ho visto perchè gli occhi sono pieni di meraviglia.

Si accede a uno studio dove si distinguono una scrivania alla mazzarina attribuita a Pietro Piffetti e una scrivania opera probabilmente di Giovanni Battista Galletti. Francesco Cerruti non si rivolgeva certo a qualcuno a caso ma si affidava a Pietro Accorsi, il migliore degli antiquari piemontesi-noto a tutti gli appassionati di mobili antichi- che ha arredato le migliori case di Torino, e non solo, diffondendo la conoscenza dell’arte del ‘700 in tutto il mondo. In questa sala vi sono, tra gli altri, un ritratto attribuito a Federico Barocci e un San Benedetto tra i rovi del 1633 di Tanzio da Varallo. È presente anche l’ultima opera acquistata da Cerruti, Jeune fille aux roses del 1897 di Renoir.
Ma c’è da dire che Cerruti era un grande imprenditore nel settore dell’editoria e aveva importato in Italia un sistema per le rilegature avveniristico, facendo fortuna. La fortuna gli consentì di acquistare opere eccezionali ma non dimenticò il valore dei libri antichi tant’ è che sono numerosi i pezzi di valore in collezione. In questa prima sala, tra gli altri, un testo di Francesco Colonna pubblicato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499.

Proseguendo, la sala della musica presenta distrattamente su un pianoforte opere di Medardo Rosso, Giacometti e Manzù, mentre alle pareti, tra gli altri, un Dosso Dossi e un’ opera di Paris Bordone.

Lo Scalone che porta al primo piano lascia letteralmente di stucco: si susseguono sulle pareti un Autoritratto del 1912 di Gino Severini, Antigrazioso di Umberto Boccioni sempre del 1912, un ritratto di Peter Lacy di Francis Bacon del 1956, Mattino di Felice Casorati del 1919-20, Il compasso del 1926 di Fernand Leger e, non ultima, la Donna dal vestito giallo (detta anche La bella spagnola) del 1918 di Amedeo Modigliani..
Sulla parete opposta alla scala un’opera di Savinio del 1928 e una Sirena del 1929 di Scipione, oltre a un piccola opera di Pablo Picasso del 1913, ad un’opera di Nicolas de Stael e a un piccolo dipinto di Mirò del ’52…

A questo punto già la testa gira ma non è ancora finita perché l’ingresso vero della casa -quello dal quale accedevano gli ospiti di Cerruti- è popolato da un’opera di Valerio Castello del 1655, da un olio di Simone Cantarini del 1637, da un Sisley del 1881 e da un Cézanne de 1877-78. Il tutto sopra un divano del ‘700 intagliato e dipinto in policromia.

Entrando nella sala da pranzo arriva un primo mancamento: sulle pareti, una delle collezioni private più importanti del mondo di De Chirico: otto le tele in collezione, di cui attualmente tre in prestito. Già la cosa sarebbe straordinaria in sé, ma oltretutto queste opere sono tutte degli anni ’10 e ’20, della fase quindi assolutamente più importante dell’artista!!

Prima di accedere alle stanze vi è una piccola anticamera che non solo ha in terra un Ushak a medaglioni anatolico del 1500 e un armadietto pensile di Piffetti, ma alle pareti presenta un’opera del 1902 di Giacomo Balla con originale cornice sagomata, due deliziosi Campigli, un paesaggio di Carrà, un Magritte, un Savigno e un Hartung.

A questo punto ci si chiede come mai questa collezione non sia maggiormente conosciuta ma poi si accede alle camere e si trova risposta nell’intimità in cui questi ambienti sono immersi. La camera della madre è stata predisposta perché la madre dell’imprenditore potesse soggiornarvi ma non è stata poi in effetti quasi mai utilizzata. Alle pareti un’opera di René Magritte, uno strepitoso Balla intitolato Velocità astratta del 1913, uno Chagall, una Danzatrice di Severini, un Sironi del 1919, un Max Ernst, un Yves Tanguy, tre Kandinskij e -giusto per non essere troppo prosaici- una Madonna con Bambino sopra al letto. Ma non una qualunque. Un’ opera del 1516 di Marco D’Oggiono, allievo di Leonardo. E il letto? naturalmente di Giuseppe Maria Bonzanigo della fine del ‘700.

Anche la camera successiva, chiamata Camera delle Rose, è uno scrigno di meraviglie con bene cinque opere di Morandi alla pareti oltre a una Madonna di Bernardo Strozzi e a un ritratto di fra’ Galgario.
E i mobili? Naturalmente del settecento e di Pietro Piffetti.

Il salone rettangolare presenta il sopracitato trittico di Agnolo Gaddi, figlio di Taddeo allievo di Giotto, una coppia di capricci architettonici di Francesco Guardi e due vedute veneziane del figlio di questi, Giacomo. Oltre a questi, una Sacra Famiglia di Domenichino, un San Lorenzo di Jusepe De Ribera, e un Giuseppe Pelizza da Volpedo intitolato Membra stanche (Famiglia di emigranti) del 1907.

Nel salone circolare due allegorie di Pompeo Batoni nonché una Madonna con Bambino di Francesco Francia, una commode francese laccata ‘alla cinese’ della metà del 1700 e un tavolino piemontese anch’esso del ‘700 decorato ad arte povera. Sotto a questo -con nonchalance- un tappeto Isfahan, detto anche polonese, del 1600 con nodo in seta e filo metallico su armatura in cotone.

Ultima delle camere, la camera nella torre.  Ideata e costruita come camera per l’ultimo addio dell’imprenditore, la stanza vede protagonista un piccolo letto circondato da opere di devozione, in particolare Madonne con Bambino. Qui l’opera più antica della collezione, una scultura policroma degli inizi del trecento. Tra gli altri dipinti, un San Rocco e un San Sebastiano del Bergognone, una Crocifissione di Marco di Paolo Veneziano e un Sant’Agostino del Sassetta.

Ma è il seminterrato a riservare ancora incredibili sorprese. E qui prende un secondo mancamento: De Dominicis, Casorati, Zandomeneghi e Robert Delaunay trovano  casa insieme a De Pisis, Campigli, Manzoni, Vedova, Burri, Sutherland, Licini, Kline e Fontana…
Non a caso su un pilastro portante della casa è esposto il primo acquisto di Cerruti, un acquerello del 1919 di Kandinskij. La sala dell’Ottocento poi propone opere di Boldini, Silvestro Lega, Angelo Morbelli, Fattori, Delleani e Signorini in una carrellata verso l’ultimo corridoio che presenta due opere di Warhol, tanto per chiarire -ce ne fosse stato bisogno- che il bello è bello, a prescindere salle epoche e dalle mode.

La Venaria Reale

È come se si nascondesse agli occhi di chi passa ma non è determinato a visitarla. É immensa rispetto al borgo che la circonda, eppure è come se questo la nascondesse per proteggerla. Poi si accede al cortile e finalmente se ne percepisce l’ampiezza.

Guido Reni, Guercino e Paolo Veronese nelle sale della Venaria Reale in prestito dalle gallerie Sabaude, danno il benvenuto nelle prime sale insieme a tre scena di caccia una di De Vos, e due attribuite a Frans Snyder.

I telamoni angolari con trofei militari e le iniziali intrecciate con sopra la corona sottolineano il ruolo di questa stanza come anticamera dall’appartamento reale destinato a Vittorio Amedeo II il quale incaricò Michelangelo Garove di trasformare secondo i canoni dell’architettura francese la raffinata reggia. A quell’epoca i Savoia avevano appena guadagnato il titolo Regio dopo aver liberato dai francesi la città di Torino nel 1706.

Della Camera di udienza della Regina colpiscono non solo gli arredi ma anche l’usanza:  pare che la Sovrana si sedesse su una poltrona in mezzo alla sala e ponesse domande a chi aveva l’onore di poter presenziare. In assenza di domanda della Regina nessuno era autorizzato a parlare… una noia mortale ma l’importante era esserci.
Fra gli arredi, un tavolino, una magnifica console di Piffetti e un tappeto Ushak del 1650, oltre a un magnifico lampadario in vetro di Murano del 1790.

Lo stesso Piffetti protagonista della stanza da letto successiva con un arcolaio e tavolino legno lastronato intarsiato in avorio e tartaruga di metallo.

Di Luigi Prinotto invece la ‘mazzarina ‘ della stanza successiva. Magnifici anche gli stucchi del soffitto di Pietro Somasso del 1703-8.

Le consoles del ‘700 piemontese si sprecano…

…finchè si arriva alla Galleria Grande… la maraviglia! Impreziosita dagli stucchi, la galleria del ‘700 è ora popolata dall’installazione contemporanea di Valerio Berruti, la Giostra di Nina. Magnifico l’accostamento di antico e contemporaneo.

Notevoli anche le quattro stagioni scolpite da Simone Martinez per Palazzo Reale ma portate qui nel 1753.

Dalla Reggia si passa alle scuderie dove sono esposte le carrozze e… il bucintoro!
Il bucintoro dei Savoia è l’unico esemplare di imbarcazione veneziana originale del ‘700 poichè l’ultimo bucintoro dei Dogi è andato in fiamme a fine ‘700.

Ma non è ancora finita perche dopo le scuderie il percorso prevede la cappella di Sant’Uberto, capolavoro di Juvarra, iniziata nel 1716. La pianta circolare porta come riferimento le architetture di Palladio, Bernini e Borromini ma la cappella è rimasta incompiuta nella facciata e nella cupola, completate successivamente. L’altare maggiore e i dottori della chiesa sono opera dello scultore Giovanni Baratta mentre le tele negli altari del transetto sono di Francesco Trevisani e Sebastiano Ricci.

Una stanza intravista per caso prima dell’uscita dalla cappella svela le ultime due meraviglie di Venaria: un tabernacolo di Luigi Prinotto del1750 e la Battaglia di Lepanto di Palma il Giovane, il cui stile si può dire sia una sintesi tra Tiziano, Tintoretto e Veronese. Alla morte di questi, il Palma divenne protagonista della pittura veneziana, a partire dal 1590 circa. Mirabile l’immensa tela qui esposta.

La Venaria Reale è organizzata meno bene di Stupinigi ma in compenso è estremamente apprezzabile il fatto che in certi periodi dell’anno Reggia e giardino siano aperte fino alle 22.

La palazzina di caccia di Stupinigi

Gli arredi in stile tradiscono un passato movimentato alla Reggia di Stupinigi. Molto è stato ricollocato nel corso del tempo ma le grandi tele e i decori dell’architettura in grande parte non hanno subito i danni del tempo (e dell’uomo).
Originali le volte almeno, la prima di Giovan Pietro Pozzo nel 1765 decorata a grottesche che fa da sfondo ai dipinti di Wehrlin con cineserie.

La seconda affrescata da Gaetano Perego nel 1765 che realizzò anche i sopraporta.

Pregevoli invece gli arredi della sala degli Specchi, raffinato ambiente creato nel 1763 di Giovanni Pietro Pozzo.

Di stampo Rococò la sala esagonale databile al 1753 con la volta a prospettiva.

Simpaticissimi i gabinetti cinesi con una tappezzeria di carta dipinta a tempera della seconda metà del settecento, importata dalla Cina meridionale che raffigura scene di vita cinese su sfondo roccioso. Il gusto per le cineserie era molto diffuso nel 1700.

La sala dedicata allo scultore e artigiano Bonzanigo è occupata da un bellissimo stipo medagliere bianco e azzurro della fine del ‘700.

Il gabinetto del Pregadio completa la rassegna degli ebanisti piemontesi con il Pregadio di Pietro Piffetti eseguito nel 1758 su disegno dell’architetto di corte Benedetto Alfieri. Presente anche un mobile doppio corpo in noce biondo attribuito anch’esso al Piffetti.

La volta affrescata nel 1761 da Giuseppe Pietro Pozzo e la tappezzeria in taffetà della seconda metà del XVII fanno da contorno a un tavolino e una ribaltina di Giuseppe Galletti successore del Piffetti nel ruolo di ebanista del re a partire dal 1777.

Di Prinotto la mazzarina, di Piffetti l’inginocchiatoio e il cassettone della sala successiva.

Originale anche il salotto dell’intagliatore Giuseppe Maria Bonzanigo del 1780- 90.

Quattro grandi tele di Vittorio Amedeo Gaetano Cignaroli del 1771-77 sono dedicate a scene caccia e conducono al salone centrale di forma ellittica, progettato dall’architetto di corte Filippo Juvarra e affrescato dai bolognesi Domenico e Giuseppe Valeriani con il Trionfo di Diana e le Ninfe a caccia di pavoni e pernici, tutto del ‘700, lampadario gigante compreso.

Magnifiche le 4 specchiere di Giuseppe Maria Bonzanigo databili al 1780-90 nell’appartamento del re, mentre l’anticamera  della regina è decorata da un affresco con il Sacrificio di Ifigenia dipinto da Giovanni Battista Crosato nel 1733.

La Palazzina, ben organizzata, soddisfa appieno la voglia di ‘700 piemontese e invita a proseguire sulle orme dei Savoia.

La collezione Pinault alla Bourse de Commerce di Parigi

Il ritardo su un volo di rientro da Parigi mi regala il tempo di visitare la Bourse de Commerce, nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea nella capitale francese. L’operazione di trasformazione dello storico immobile ha preso l’avvio per volontà del magnate francese François Pinault -proprietario tra l’altro per chi non lo sapesse della casa d’aste Christie’s- che ha incaricato l’Archistar Tadao Ando di creare questa meraviglia.


Dell’antica struttura edificata nel 1767 come magazzino del grano, rimangono solo le 25 arcate della facciata interna e la scala a doppia elica che su un fianco conduce fino al piano più alto ma molto di ciò che è visibile si può attribuire agli interventi strutturali del XIX che trasformarono il magazzino del grano in borsa del commercio.
A quel periodo risale anche la grande pittura murale che decora la fascia sotto alla cupola di vetro posata nel 1813: è tra il 1886 ed il 1889 che il pittore Alexis-Joseph Mazerolle insieme ad altri quattro artisti dipinge questi 1400 mq di tela con scene di scambi internazionali ampiamente caratterizzati da una visione folkloristica e immaginata delle popolazioni degli altri continenti.

Tutto il resto è bianco e lascia un enorme spazio neutro a disposizione della collezione Pinault, sia per la collocazione dei pezzi già di proprietà, sia per la creazione delle opere site specific.
Un olio su tela di dimensioni colossali accoglie i visitatori nella prima sala: Martial Raysse propone in questa tela di dimensioni importanti una riflessione sul paradosso permanente della nostra contemporaneità, tra gli scontri violenti sullo sfondo e la popolazione gioiosa in primo piano che nei colori riporta la mente la produzione della fase pop dell’artista negli anni sessanta. A tratti crudo nella sua rappresentazione, Raysse ritrae e denuncia la nostra contemporaneità fatta, in estrema sintesi, di molta apparenza e poca sostanza.

Il Futurismo e il ritorno al passato si sposano nell’ opera di Tatiana Trouvé intitolata The Guardian del 2018: otto sedie di guardiani fantomatici disseminate nell’esposizione e realizzate con materiali vari sono simboli che lasciano il segno e inducono a una riflessione sul nostro rapporto con la natura, sulla nostra maniera di abitare il mondo e sul potere dell’immaginazione.

Si arriva così al salone centrale sovrastato dalla grande cupola di vetro, emblema di quella modernità industriale che nel XIX secolo ha portato Parigi in vetta alla classifica delle città più rivoluzionarie, affascinanti e moderne del mondo.
Assolutamente eccezionale l’opera di Urs Fischer creata a partire da una scultura realizzata per la Biennale del 2011, una replica esatta del Ratto delle Sabine del Giambologna, posizionata qui e terminata nel 2020 con un intervento specifico per questa prestigiosa sede. Il punto di partenza è ovviamente la fontana del Giambologna ma Fischer realizza opere in cera che si consumano con il tempo dell’esposizione fino a non lasciare traccia di sé. Una fiammella brucia infatti tutti i giorni eviene viene spenta solo la notte. Attorno alla scultura principale -oltre a un ritratto sempre in cera dell’artista amico Rudolf Stingel anch’esso in cera e soggetto alla progressiva liquefazione- diverse sedie, riproduzioni di quattro pezzi storici africani esposti al museo Quai Branly e semplici sedie da aereoporto o da ufficio, che inducono a riflettere sulla caducità dell’essere umano, sul passare del tempo, sul colonialismo, sul nostro passato e sul nostro futuro.

Tutto attorno alla rotonda al piano terra 24 vetrine propongono oggetti scelti da Bertrand Lavier che utilizza il potere dell’esposizione per qualificare come oggetti artistici alcuni simboli della vita moderna. Il valore dell’uso dell’oggetto è annullato per diventare puro simbolo. Il prelievo, la sovrapposizione e la scomposizione sono gesti fondamentali dell’ artista.

Le opere di David Hammons popolano la galleria 2.
Per la prima volta viene mostrato in Europa un nucleo così corposo di opere di questo artista, stabilito a Harlem dove dagli anni ’70 porta avanti la riflessione che nutre il suo lavoro: recupero, assemblaggio, riqualificazione e ritorno alla vita per gli oggetti recuperati dalla strada sono i concetti alla base delle sue produzioni che si prestano come paradossi, forti della loro usura, a una riflessione su fasti e derive, colonialismo imperialismo, black power e white cube.
Le opere ‘forgotten dream’ e ‘on loan’ ben esemplificano la visione dissacrante  dell’artista che ricrea dunque veri e propri mondi a partire da oggetti eliminati.

Artisti la cui opera si è sviluppata a partire dagli anni ’70 sono protagonisti della galleria 3. Un approccio critico alla società contemporanea, attraverso la messa in scena con serialità nelle opere fotografiche di Michel Journiac, Cindy Sherman  e Martha Wilson: mettendo in gioco gli stereotipi e i ruoli definiti nella società, questi artisti mettono in dubbio i limiti di genere, di status e di età attraverso il travestimento e la messa in scena di se stessi.

Negli anni ’80 le ricerche di Louise Lawler, Sherrie Levine e Richard Prince tra logiche di appropriazione ed attivismo politico prolungano queste riflessioni ponendo l’accento su cosa possa essere considerato opera d’arte gesto e artistico.
Forte la critica di Louise Lawler  nell’opera Helms Amendment del 1989. 94 fotografie di altrettanti bicchieri e sei testi applicati sui muri denunciano il momento in cui il Senato degli Stati Uniti decise che i fondi messi a disposizione non dovessero essere utilizzati per la ricerca sull’Aids.

La galleria 4 è dedicata a Rudolf Stingler, celebre artista italiano che nel 1988 ha pubblicato un manuale tramite il quale spiegava la sua tecnica pittorica. Qui tre opere molto diverse sono state scelte appositamente per confermare la sua visione dell’arte come condivisione: una delle tre grandi riproduzioni fotografiche rappresenta Franz West amico dell’artista, un’altra Paola Cooper, sua gallerista a New York, la terza Kirchner, il noto pittore espressionista. Per Stingler dipingere è anzitutto un’operazione concettuale, un’ esplorazione dei parametri dell’opera d’arte.

In un continuum tutto attorno alla circonferenza rivisitata da Tadao Ando si susseguono le gallerie 5, popolata da opere di Martin Kippenberger, Florian Krewer e Thomas Schütte, la galleria 6 con opere di Miriam Cahn, Antonio Oba e Luc Tuymans e la galleria 7 con Xinyi Cheng, Peter Doig, Marlene Dumas, Kerry James Marshall, Ser Serpas, Claire Tabouret e Lynette Yiadon-Boake.
Questa esposizione riunisce attorno alla rappresentazione della figura umana alcuni artisti nati negli anni ’50 affiancati ad artisti più giovani ed emergenti.
Figure oniriche o reali, allegoriche o ibride inducono a riflettere sull’essere senza un’ interpretazione unica ma con voci multiple.

A conclusione della visita, i sotterranei presentano l’installazione sonora di Tarek Atoui artista francese formato alla musica elettroacustica.
Oggetti installati sono al contempo sculture e strumenti che stabiliscono una piattaforma di ascolto e di composizione:lo spettatore è invitato a entrare nel cuore dell’esperienza unica a ogni secondo; allo stesso tempo si tratta di una composizione perché ognuno di questi oggetti suona in maniera autonoma una musica unica. Intrecciati tra loro con moderne tecnologie, gli oggetti sono spesso di origine minerale o vegetale, a testimonianza di un percorso che dal passato porta al futuro. L’installazione frutto di 5 anni di studi di tecniche popolari in Cina, è stata presentata a Guangzhou, a Singapore oltre che a Venezia nella Biennale del 2019.

Divide il sottosuolo con Tarek Atoui Pierre Huyghe che con la sua installazione visiva pone la questione del limite tra l’umano e l’animale e della nostra relazione con le macchine: in quest’opera diversi fattori come la temperatura, l’umidità, il movimento dei visitatori sono registrati da strumenti in grado di captare ed emettere suoni e luci in base a quanto captato.

Divertenti e irriverenti infine i piccioni realizzati da Maurizio Cattelan che poggiano minacciosi sulla prestigiosa ed elegante balconata…

Il restauro di Palazzo Spadaro Libertini a Caltagirone: un lodevole esempio di recupero e di valorizzazione del patrimonio

Caltagirone, perla barocca della Val di Noto, riconosciuta Patrimonio dell’Unesco nel 2002, finalmente può vantare l’apertura al pubblico di Palazzo Spadaro Libertini, uno degli edifici più antichi e preziosi della città e dell’intera zona. Visti il pregio e la rilevanza storica e artistica, il Palazzo stesso è stato dichiarato bene monumentale di rilevante interesse artistico.

Grazie alla determinazione delle eredi e ad un lavoro durato diversi anni, il Palazzo ha finalmente aperto le porte al pubblico questa primavera in occasione della giornata delle Dimore Storiche dopo un’inaugurazione per pochi eletti alla presenza delle autorità cittadine e del baritono Luca Salsi che si è esibito prima della trionfale Prima della Scala di Milano del 7 dicembre dove è stato osannato per il suo ruolo del Barone Scarpia nella Tosca. 

La possibilità di vista al Palazzo arricchisce l’offerta culturale della città che fino ad oggi si limitava al museo della Ceramica, alla celeberrima scalinata di Santa Maria del Monte, al Carcere Borbonico oggi purtroppo chiuso, ed a qualche chiesa antica.

Il Palazzo

Il Palazzo è costituito da un quadrilatero in stile barocco ricostruito su un impianto preesistente cinquecentesco, sicuramente riconducibile al palazzo appartenuto a Bonaventura Secusio, vescovo di Catania e diplomatico nato a Caltagirone nel 1558. I lavori di ricostruzione dopo il terribile terremoto del 1693 che distrusse la maggior parte dei monumenti e palazzi della Sicilia orientale, iniziarono nel 1725 e si conclusero nel 1732.

L’ingresso principale del Palazzo si trova al civico 22 di Via San Bonaventura -a pochi passi dalla celeberrima scalinata e in prossimità della Chiesa di San Bonaventura- si presenta con un imponente androne attraverso il quale si accede ad un cortile barocco decorato con una pregevole fontana.

Ai lati di questa ci sono le ex scuderie, diventate poi magazzini e trasformati successivamente in negozi.  Sul lato destro si sviluppa uno scalone barocco in pietra di Comiso illuminato da finestroni e finestre più piccole ad “oculo” che danno sul cortile interno. Salendo i comodi gradini “da cavallo” dello scalone si accede al piano primo/ammezzato ed al secondo ed ultimo piano.

Nel 1871 la maggior parte del Palazzo venne venduta a Michelangelo Libertini dei Baroni di S. Marco Lo Vecchio, Patrizio di Caltagirone, il quale ne fece, al piano nobile, la propria fastosa dimora arredandola con infissi laccati bianco e oro, mobili prodotti in Francia, damaschi e tappeti creati dalle celebri manifatture tessili di Aubusson e di Versailles. Questi tessili, creati appositamente per i saloni ai quali erano destinati, rimangono ad oggi pezzi di notevole pregio ed importanza storico-artistica.

Le volte dei Saloni, il cui impianto è stato rimaneggiato rispetto a quello originario, sono state fatte decorare dai migliori artisti locali e arricchite da pitture di Francesco Vaccaro, appartenente alla rinomata famiglia di artisti calatini, autori di opere presenti nelle chiese e musei di Caltagirone sino al territorio del ragusano.

Le porte dei Saloni di Rappresentanza sono in vetro impreziosito da splendide pitture raffiguranti animali esotici e fiori che richiamano le decorazioni delle volte in un unico inscindibile motivo decorativo che rende equilibrato il decoro degli spazi.

Nei Saloni di Rappresentanza si tennero negli anni riunioni di stampo culturale e divennero salotto politico e culturale del Senatore Libertini, uomo politico di spicco e benemerito, morto nel 1945. In seguito, per scelta della proprietà, i Saloni del Palazzo divennero sede di primarie istituzioni accogliendo personalità di rilievo del mondo della letteratura e della politica non solo siciliane ma anche di livello nazionale.

Il Gran Coda Pleyel Wolff del Salone degli Specchi

Si narra che il Patrizio Michelangelo Libertini di S. Marco non si fosse limitato ad ordinare in Francia tutti gli arredi del Palazzo, ma che ordinasse anche un magnifico pianoforte alla rinomatissima ditta Pleyel, insieme ad arpe ed altri strumenti, affinché nei Saloni di Rappresentanza si potesse assistere a momenti di intrattenimento musicale.

Dopo un restauro conservativo durato oltre un anno, durante il quale tutte le parti originali (corde, martelletti e tastiera in avorio) sono state integralmente recuperate, è stato riportato a nuova vita il Gran Coda Pleyel Wolff, databile intorno al 1878, che ha potuto ricevere un’accordatura di poco inferiore allo standard odierno 440Hz, così da consentire un pieno utilizzo per concerti e per accompagnamento di cantanti lirici.

Le memorie degli eredi riportano che Richard Wagner in visita a Ramacca alla figliastra Blandine, nipote di Franz Liszt, fidanzata e poi convolata a nozze con Biagio Gravina di Ramacca, si fosse recato anche a Caltagirone e avesse suonato su questo splendido strumento

La proprietà

Michelangelo Libertini donò la propria parte di Palazzo ai figli ma dopo alcune vicissitudini la stessa proprietà venne riunita nelle mani di Francesco Spadaro di Passanitello, insigne storico, araldista e archeologo, nonché sindaco di Caltagirone.

L’altra parte del Palazzo, il primo piano ed i magazzini/negozi, venne lasciata in eredità al padre del conte Michele Gravina nonno degli eredi Spadaro di Passanitello.

Il Palazzo che prima veniva chiamato Palazzo Libertini, prese quindi il nome di Palazzo Spadaro Libertini o Palazzo Spadaro per brevità.

Negli ultimi anni l’Architetto Alvise Spadaro Gravina, noto storico dell’arte, grande conoscitore di Caravaggio, ha “ceduto il testimone” di tutta la parte di rappresentanza del piano alla cugina Lara Marina Gravina del ramo di Belmonte Beaumont, la quale ha così ricevuto la responsabilità di “riportare in vita il cuore del Palazzo”.

Nell’ambito, quindi, di un passaggio generazionale in famiglia che vede legate da stretti vincoli di parentela le famiglie Maggiore, Libertini, Spadaro e Gravina, l’Avvocato Lara Marina Gravina di Belmonte, milanese di nascita ma siciliana di cuore e profondamente legata alle radici e tradizioni millenarie siciliane della propria importante famiglia, insieme alla madre Gemma ha intrapreso con grande energia il ripristino integrale di tutta la parte di rappresentanza insieme a quello di altre parti del Palazzo e ha portato alla nascita di una nuova realtà adibita a location per eventi e momenti speciali destinati ad un pubblico selezionato in grado di apprezzare tutta la storia, il fasto e la bellezza che i luoghi della dimora storica racchiudono. Ecco, dunque, che la parte di rappresentanza -oltre a essere visibile e visitabile in alcuni periodi dell’anno- può ora ospitare eventi come concerti, mostre, conferenze /meeting e set fotografici, pubblicitari e cinematografici.

Gli spazi dedicati a queste attività sono i cinque saloni denominati in base ai decori ed alle tappezzerie che li caratterizzano, ovvero degli Stemmi, dei Marmi, Giallo, degli Specchi o Rosso e Azzurro. L’eccezionale acustica del Salone degli Specchi e del Salone Giallo ne fanno l’ideale spazio per concerti e recital di canto lirico.

L’ingresso ai saloni, denominato Castello, si caratterizza per un muro sovrastato da volta crociera che offre una suggestiva atmosfera “medievale” ideale come spazio espositivo.

Oggi la parte di rappresentanza di Palazzo Spadaro Libertini, è tornata a vivere per un atto d’amore delle eredi non solo verso le proprie origini ma nei confronti della città di Caltagirone e della amata Sicilia, quale testimonianza che le origini sono una parte di noi che nessuna distanza può cancellare. Proprio lo spirito di “ridare vita a ciò che sembrava essere destinato all’oblio” ha convinto le Principesse Gravina di Belmonte a coniugare la destinazione della Dimora come abitazione privata “di delizia” a quella di location per eventi e momenti “speciali” destinati ad un pubblico selezionato, in grado di apprezzare la storia oltre al fasto dei luoghi.