Lygia Pape

Interessantissima la mostra di Lygia Pape alla fondazione Carriero di Milano. La fondazione è uno spazio no-profit in pieno centro a Milano che presenta sempre progetti di qualità. Stavolta si é superata con la personale dell’artista brasiliana mancata nel 2004.

Ho conosciuto l’opera di Lygia Pape alla Biennale del 2009 dove presentava una grande versione di Tteia, una bellissima installazione che in questa sede viene riproposta in dimensione più contenuta, al secondo piano.

La mostra si sviluppa sui tre piani della Fondazione e presenta le diverse fasi del lavoro dell’artista, dagli anni ’50 fino agli ultimi anni di vita ma senza una soluzione di continuità temporale.

Al piano terra sono esposte le opere della fine degli anni ’50 e primi anni ’60 delle serie Livro de Criaçao, Livro do Tiempo e Livro Noite e Dia.

Una scultura di grandi dimensioni (1mx1m) della serie Livro do Tiempo é esposta da sola nella prima sala come a chiarire subito di cosa tratterà la mostra, mentre altri pezzi della stessa serie (stavolta della dimensione media cm50x50) sono esposti a seguire, in dialogo con 95 pezzi della serie Livro Noite e Dia, creata in bianco e nero per la fascinazione verso il cinema degli anni ’50. La comprensione delle opere è piuttosto immediata poiché il concetto chiave é la scomposizione della forma base quadrata di piccole/medie/grandi dimensioni e la ricomposizione più o meno casuale in 365 modi diversi, uno per ogni giorno dell’anno. Il risultato è interessante perché oltre a prestarsi al basico gioco della ricomposizione, si presta alle letture più varie e personali, invita ognuno di andare oltre e vedere all’interno delle forme qualcosa di diverso. Così avviene anche per la disposizione dei pezzi nella sala e sui muri, dove la collocazione casuale dei 95 quadrati lascia immaginare i vari possibili accostamenti e il possibile posizionamento dei pezzi mancanti per raggiungere il numero dei 365.Salendo al primo piano si trovano altre opere degli anni 50, chine a mano libera su carta, che rivelano gli studi dell’artista sul concetto di bidimensionalità e la ricerca di una tridimensionalità…non così diversa in fondo dalla ricerca intrapresa negli stessi anni da Lucio Fontana. Nessun artista é un’isola alla fine e il dialogo tra gli artisti e la possibilità di vedere dei parallelismi anche tra personalità molto diverse è uno degli aspetti che più mi affascina della storia dell’arte. Al secondo piano infine, nella splendida sala del palazzo accanto verso il quale la fondazione Carriero si protende con garbo, si trova l’installazione Ttetia. Un filo di metallo dorato crea diverse linee parallele ed accoglie la luce che lo colpisce, mentre si riflette e si confronta con la magnifica specchiera antica della sala. Il risultato é una suggestiva, delicata ed elegante installazione di luce.

Quando il dialogo non c’é…

…o é incomprensibile.

Lascio uno spiraglio nella speranza di essere stata io non capire questa mostra.

Conosco l’opera di Stefano Arienti da quando presentó una bellissima personale allo Studio Guenzani di Milano oltre 10 anni fa. Amo il suo stile e i suoi lavori ma questa volta devo proprio dire che la mostra a Sant’Eustorgio non mi è piaciuta per niente.

Il dialogo tra contemporaneo e antico, in questi anni molto in voga, viene spesso e volentieri utilizzato per riportare all’attenzione del pubblico l’antico, vittima di un cambio di gusto che ha bandito l’arte antica dalle case e ha portato un forte ridimensionamento dei visitatori dei musei meno considerati meno cool.

La realtà è che non sempre questa operazione di accostamento antico/contemporaneo dà buoni risultati e la mostra di Arienti a Sant’Eustorgio a mio parere ne é una prova. La brochure con la lettura di Angela Vettese aiuta ad avvicinare il visitatore alla concezione sottesa alle opere ma non é sufficiente: gli accostamenti dei lavori di Arienti alle opere antiche delle cappelle non trovano spiegazioni, né parallelismi, alcun rapporto! Paiono solo azzardati posizionamenti di opere che non dialogano per niente con l’ambiente in cui vengono collocate: le rivisitazioni ad esempio di Van Gogh e Monet dei fiori su fondo oro pretenderebbero di dialogare con i fondi oro antichi ma non sono nemmeno collocati accanto a fondi oro…Stesso discorso per i tappeti tinti collocati nella Sagrestia, mentre le stampe con cerniere o cuciture non hanno motivo di essere collocate in mezzo agli affreschi…

Non trovano grande motivazione per me nemmeno le stampe su carta ricomposte in un puzzle che evidenziando la riflessione necessaria per creare un puzzle pretenderebbero di rimandare alla concentrazione necessaria per la preghiera…

Gli unici interventi che trovo sensati ed esteticamente piacevoli sono i teloni dipinti che, seppure passino piuttosto inosservati ai visitatori, hanno un legame reale con le opera della chiesa (con l’Adorazione del Magi di Michelino da Besozzo ad esempio).

Insomma, ben venga il dialogo con il contemporaneo se serve a svecchiare un’istituzione come il complesso di Sant’Eustorgio/Museo Diocesano che di certo non é tra le più cool di Milano, ma… riproviamoci perché stavolta non é stato un gran successo.

I fotografi di Magnum al museo Diocesano

La mostra prende il via dal ritrovamento nel 2006 a Innsbruck di due casse di legno contenenti la documentazione e le fotografie esposte alla mostra dimenticata Gesicht der Zeit (il volto del tempo) presentata tra giugno 1955 e febbraio 1956 in cinque città austriache, la prima mostra indipendente organizzata dal gruppo Magnum.

Tre fotografie di Robert Capa aprono l’esposizione. Nato a Budapest con il nome di Endré Friedmann, Robert Capa adotta lo pseudonimo insieme a Gerda Taro, sua collega e compagna, nel 1933 a Parigi. Le fotografie ritraggono scene popolari a Biarritz nel 1951.

Un soggetto diverso da quello che siamo soliti vedere, vale a dire la guerra e soprattutto la guerra civile spagnola di cui Capa si occupò lungamente e che gli portò via anche l’amatissima Gerda Taro a soli 26 anni.

Di Marc Riboud sono presenti alcuni scatti giovanili con scene folkloristiche della Dalmazia, mentre di Werner Bischof sono esposte 6 fotografie che ben esprimono la sua poetica lontana dal sensazionalismo e più vicina alla quotidianità, soprattutto dei popoli sudamericani.

Henri Cartier-Bresson é presente in mostra con un’ampia serie di fotografie, 17 in tutto, che raccontano il viaggio in India in occasione del quale conobbe Mahatma Gandhi e ritrae alcuni momenti importanti poco prima dell’uccisione di Gandhi nel 1948.

Di Ernst Haas sono esposte 12 fotografie che raccontano in modo veritiero le riprese del kolossal hollywoodiano La regina delle piramidi nei risvolti difficili che queste ebbero sui lavoratori a causa delle tempeste di sabbia nel deserto e del Ramadan durante le riprese del 1954.

Erich Lessing é presente in mostra con 10 fotografie molto belle e molto poetiche che ritraggono bambini a Vienna nel 1954 mentre l’Austria del dopoguerra cercava un’intesa con gli alleati sull’assetto futuro dello Stato.

Di Jean Marquis sono invece esposte fotografie del 1954 scattate in Ungheria, tra la tradizione popolare e l’ eleganza di un paese in un anno cruciale, mentre Inge Morath, l’unica donna del gruppo Magnum, racconta allo spettatore, con 9 fotografie, Londra nel 1953 tra Soho e Mayfair.

Una mostra piacevole dal punto di vista estetico -senza essere da capogiro- ma soprattutto interessante dal punto storico sia per conoscere il reportage negli anni ’50 sia, soprattutto, per conoscere più da vicino l’esperienza di questo collettivo di fotografi che, seppure molto diversi, hanno fatto insieme la storia della fotografia, partendo da principi per noi oggi basilari ma che allora erano tutt’altro che scontati, come la proprietà della pellicola ed il diritto d’ autore.

I PreRaffaelliti…non un granché la mostra a Palazzo Reale

Come si fa a rendere noiosa una mostra sui PreRaffaelliti?? Andiamo a Palazzo Reale e lo scopriamo subito.

La mostra comincia un po’ in sordina con opere mediocri -a parte Ophelia di Millais-, disegni e stampe.

William Holman Hunt, Dante Gabriel Rossetti e John Everett Millais vengono dichiarati protagonisti della mostra ma poche sono le opere degne di nota. Pochi dipinti si distinguono per qualità: tra questi, Il torchio di John Roddam Spencer Stan hope che testimonia chiaramente la passione dei preraffaelliti per il gusto bizantino e La lezione di scrittura di Kit di Robert Braithwaite Martineau del 1852, divertente e quasi Rockwelliano…

A un certo punto della mostra si trovano alcuni pannelli che mettono in relazione temporale gli avvenimenti della seconda metà del XIX secolo in Inghilterra con quelli in Italia e si evidenzia un iteressante parallelismo tra gli inglesi e Giulio Aristide Sartorio, eccezionale artista italiano ancora poco apprezzato dal mercato e dai più. La mostra però purtroppo non si spinge più in là e si limita a una piccola immagine nel bel mezzo del pannello.Poco rilevanti poi alcune opere tra cui di Ford Madox Brown L’ultimo sguardo all’Inghilterra e La nave di Hunt, di una tristezza davvero notevole.

Miglioriamo con Charles Allston Collins e la sua Regent’s Park e la piccola sezione dedicata alla natura raffigurata spesso e volentieri con estrema fedeltà ma l’unica sala davvero interessante é quella delle donne di Dante Gabriel rossetti che risollevano le sorti della mostra: Aurelia, Beata Beatrix, Monna Vanna e Monna Pomona finalmente danno un senso a questa esposizione trascinata tra i drammi descritti nei quadri (che sembrano scelti davvero per tragicità) e portano quasi a fine percorso.

Nell’ultima sala Edward Coley Burne -Jones (di cui finora si sono visti solo mediocri disegni) finalmente propone un bel Tempio dell’amore in cui é chiara l’attenzione alla classicità, al Rinascimento e soprattutto al Mantegna (i putti in alto!).Splendido per fortuna il dipinto che chiude la mostra La Dama di Shalott di John William Waterhouse in cui una splendida fanciulla (naturalmente vittima di un terribile sortilegio) va incontro al suo destino.

Diciamo che é davvero molto distante dalla mostra ironica, innovativa e coraggiosa che ho avuto il privilegio di visitare nel 2017 alla Tate di Londra intitolata QUEER. BRITISH ART 1861-1967: indagando le connessioni tra l’arte e la sessualità dell’epoca Vittoriana -tra omosessualità in via di sdoganamento (grazie anche all’abolizione della pena di morte per sodomia nel 1861!) e bisessualità- la mostra ricostruiva il contesto in cui si collocano le esperienze di Bloomsbury e di molti PreRaffaelliti. E questo contesto non si puó tacere a mio avviso altrimenti si consente solo una parziale lettura delle opere. Anche la scelta dei temi antichi e la carica erotica sottesa a molti dipinti non vengono esaminate…

Insomma belle le opere (alcune) ma peccato non essere andati oltre.

Art Basel IV

Il contemporaneo offre tantissimi spunti di riflessione e dialogo tra cui il tema del consumismo sfrenato, -trattato da Olaf Nikolaj con la sua ‘big sneaker’ e da Pistoletto con un lavoro evocativo intitolato ‘Agenda 2030’ in cui la Venere degli Stracci si trova davanti un mucchio di plastica-,
il tema dell’apparenza sociale -trattato da Daniel Knorr con le automobili più o meno sofisticate composte da tele in via di colorazione e da Marc Brandenburg con i suoi ‘Camouflage pullovers’-
e infine il tema della parità di genere.
Mentre infatti le donne svizzere scioperano per chiedere la parità nella remunerazione, diverse sono le artiste che tornano sul femminismo: le tre installazioni di Monica Bonvicini, Alicia Framis e Andrea Bowers mettono sul piatto temi come molestie, movimento metoo e lavoro, tutte molto interessanti.

Art Basel

Le gallerie più importanti del mondo si danno l’appuntamento tutti gli anni a meta giugno a Basilea.Un museo suddiviso in diversi autorevoli stand. Ecco come si può definire Art Basel. Non é una semplice fiera. É La Fiera. Come Tefaf per l’antico, Art Basel rappresenta il top sul moderno e contemporaneo. Se vai ad Art Basel non avrai tempo di mangiare o bere -sebbene ci siano chioschi e bar per tutti i gusti anche nel piacevolissimo cortile interno-, non avrai tempo perché non saprai più dove girarti. Alcuni esempi nelle foto che seguono.Lo stand di Helly NahmadGalleria Landau

Antico Vs Contemporaneo

Nel 2017 i visitatori dei maggiori poli culturali mondiali hanno mostrato maggiore interesse per l’antico…

British Museum Londra 5.9 milioni

Louvre Parigi 10.2 milioni

VS

Moma New York 2.7 milioni

Pompidou Parigi 3.37 milioni.

…Ma il mercato dice altro. Christie’s ha rilevato i seguenti dati per il 2018:

le due aste di Antiquities di Londra hanno raccolto 34,4 milioni di sterline, mentre le due di New York 31 milioni di dollari

VS

Post war 1.344.270.000 sterline…

La distanza tra i risultati dei due lotti più importanti dell’uno e dell’altro settore conferma il divario:

il rilievo assiro dal palazzo reale di Ashurnasirpal II a Nimrud é stato venduto a 31 milioni di dollari,

mentre Portrait of an Artist (Pool with two figures) di David Hockney per 90.3 milioni di dollari.

Altri esempi -accostabili se non altro per il titolo- ribadiscono il distacco:

14 milioni di sterline per il gruppo in marmo antico Leda e il cigno,

52 milioni di dollari per la versione moderna di Cy Twombly.

Torso di Venere del I secolo é stata venduta a 175.000 dollari,

mentre Venus Bleu di Yves Klein in 300 esemplari ha raggiunto per uno di questi 300.000 dollari.

Ma siamo certi che i due ambiti non siano avvicinabili e che si possa parlare di due mondi veramente lontani?

Recenti ed innovative prove di convivenza rivelano che l’accostamento di antico e modeno eleva entrambi i settori. Christian Levett, importante colleziomista francese, ha creato a Mougins un intero museo basato sulla compresenza e sul dialogo tra le due epoche e le esposizioni vanno sempre più in questa direzione.
La Fondazione Prada a Milano ha addirittura inaugurato nel 2015 gli spazi per l’arte contemporanea con ua mostra intitolata Serial Classics tutta dedicata alle antichità classiche e curata dal noto archeologo Salvatore Settis.

Può sorprendere dunque l’idea di Christie’s di proporre nel 2017 il tanto discusso Salvator Mundi di Leonardo in un catalogo di arte contemporanea?? Assolutamente no. Tutto rientra in questo schema.

Ma siamo sicuri che queste prove di convivenza non siano anche un tentativo di riaccendere i riflettori sull’antico?



Milano e Leonardo. Gli eventi 2019 dedicati ai 500 anni dalla morte

Nessun’altra città ha avuto il privilegio di una presenza così lunga e così feconda. A partire dal 1482 e per 20 anni in età matura, Leonardo ha offerto al duca Ludovico il Moro il meglio della sua capacità creativa: dal sistema di navigazione dei Navigli lombardi al Cenacolo nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie, dal Ritratto di Musico all’invenzione grafica e pittorica della Sala delle Asse al Castello Sforzesco, che sarà straordinariamente riaperta al pubblico dopo una lunga sessione di studi e restauri proprio il 2 maggio 2019, a 500 anni esatti dalla morte di Leonardo ad Amboise in Francia.

Da maggio 2019 a gennaio 2020, 9 mesi di celebrazioni presso diverse sedi di Milano
AL CASTELLO…
Il palinsesto dedicato a Leonardo da Vinci prenderà il via il 2 maggio 2019 con la riapertura straordinaria della Sala delle Asse del Castello Sforzesco. Il cantiere di studio e restauro della Sala, aperto nel 2013, era stato sospeso temporaneamente per la prima volta durante il semestre di Expo 2015, permettendo ad oltre 355.000 visitatori di ammirare il Monocromo leonardesco, la possente radice che si insinua tra le rocce disegnata sulla parete est della Sala, già stata oggetto di un accurato restauro. Ora la Sala riapre, smonta integralmente i suoi ponteggi e si ripresenta al pubblico dopo una nuova fase di lavori, svelando le molte porzioni di disegno preparatorio emerse durante la rimozione degli strati di scialbo dalle pareti. Con una scenografica installazione multimediale i visitatori saranno poi guidati nella lettura dello spazio integrale, spostando l’attenzione dalla volta (molto compromessa dai restauri del passato e che sarà oggetto nel 2020 di un restauro specifico) alle pareti e scoprirà come Leonardo abbia qui sviluppato il suo concetto di imitazione della natura tanto da immaginare un sottobosco, case e colline all’orizzonte, al di là degli alberi: dalla stanza del duca Sforza all’esterno, al territorio da lui governato.
Le sale del Castello Sforzesco saranno sede di altri due progetti dedicati a Leonardo.
dal 16 maggio al 18 agosto 2019
La mostra “Leonardo e la Sala delle Asse tra Natura, Arte e Scienza”, in programma dal 16 maggio al 18 agosto 2019 nella Cappella Ducale, permetterà di individuare le relazioni iconografiche e stilistiche tra le decorazioni artistiche della Sala delle Asse e la cultura figurativa di altri maestri di ambito toscano, dei Paesi d’Oltralpe e della stessa Milano, grazie a una selezione di disegni originali di Leonardo da Vinci, di leonardeschi e di altri artisti del Rinascimento, provenienti da importanti istituzioni italiane e straniere.
dal 2 maggio 2019 al 2 gennaio 2020
Un percorso multimediale, allestito nella Sala delle Armi dal 2 maggio 2019 al 2 gennaio 2020, trasporterà il visitatore nella Milano di Leonardo, conducendolo alla scoperta della nostra città così come doveva apparire ai suoi occhi durante i suoi soggiorni milanesi (in diversi momenti tra il 1482 e il 1512). Nel percorso sarà inserita una mappatura visiva georeferenziata di quanto ancora si conserva di quei luoghi, sia in città che all’interno di musei, chiese ed edifici del territorio. Al visitatore non resterà quindi che uscire dal Castello Sforzesco e passeggiare per Milano alla ricerca dei luoghi in cui Leonardo si muoveva quotidianamente.
A PALAZZO REALE…
Palazzo Reale, luogo tradizionalmente deputato al potere della Signoria milanese e che riacquistò importanza quando il Castello Sforzesco a inizio Cinquecento decadde, ai tempi di Leonardo era il Palazzo Ducale. Questa sede così ricca di storia, che Leonardo frequentò senz’altro durante il suo lungo soggiorno milanese, ospiterà, anche se in altra foggia e in altro ruolo, due mostre a lui dedicate.
dal 4 marzo al 23 giugno 2019
La prima in ordine cronologico, dal titolo “Il meraviglioso mondo della natura prima e dopo Leonardo”, ha come filo conduttore il modo in cui Leonardo è stato in grado di modificare la percezione e la rappresentazione della natura nella Lombardia del Cinquecento. La mostra, in programma dal 4 marzo al 23 giugno 2019, seguirà le tracce dell’eredità leonardesca fino più o meno al 1570, data in cui si colloca la realizzazione della pala di San Marco di Paolo Lomazzo. Fondamentale sarà anche il rapporto con il Museo di Storia Naturale, dove il rimando agli elementi naturali (animali impagliati, fossili, minerali) potrà aggiungere senso alla comprensione delle opere d’arte.
dal 7 ottobre 2019 al 23 gennaio 2020
La seconda mostra, dal titolo “La Cena di Leonardo per Francesco I: un capolavoro in seta e argento”, in programma dal 7 ottobre 2019 al 23 gennaio 2020, presenterà per la prima volta dopo il suo restauro la copia del Cenacolo di Leonardo realizzata ad arazzo fra il 1505 e il 1510 su commissione di Luisa di Savoia e di Francesco Duca d’Angouleme, poi re Francesco I di Francia. L’arazzo, che fu tessuto probabilmente in Fiandra su cartone di un artista lombardo (forse Bramantino?), rappresenta una delle primissime copie del capolavoro di Leonardo, realizzata per soddisfare le esigenze della corte francese che intendeva portare con sé l’immagine di un’opera che non poteva in alcun modo essere trasportata. Donato nel 1533 a Papa Clemente VII, l’arazzo fece ritorno in Italia e da allora non è mai uscito dai Musei Vaticani.
Tra novembre e dicembre 2019, l’Ente Raccolta Vinciana, in collaborazione con Mibact e Comune di Milano, organizzerà a Palazzo Reale un Convegno internazionale di studi sull’ultimo decennio della vita di Leonardo, esaminando le sue attività, le sue ricerche teoriche e i suoi diversi committenti fra il 1510 e il 1519, cercando di mettere a fuoco il rapporto tra le sue attività teoriche e il fallimento dei progetti, sia pittorici che architettonici che tecnici o ingegneristici che gli venivano affidati. Nessuno infatti dei grandi progetti cui egli si dedicò nell’ultimo decennio della sua vita venne mai portato a termine: dal Monumento equestre al Maresciallo Trivulzio alla bonifica delle Paludi Pontine, dai progetti per San Pietro a Roma a quelli per il Palazzo Reale di Romorantin.

AL MUSEO DELLA SCIENZA E TECNOLOGIA…
“Leonardo da Vinci Parade” è la prima iniziativa realizzata dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia in occasione delle celebrazioni per il cinquecentenario della morte di Leonardo, a cui il Museo stesso è dedicato. Curata e realizzata dal Museo in collaborazione con la Pinacoteca di Brera, la mostra mette in dialogo, in una visione d’insieme inedita, i modelli storici e gli affreschi di pittori lombardi del XVI secolo, concessi in deposito nel 1952 da Fernanda Wittgens, allora Direttrice della Pinacoteca, a Guido Ucelli, fondatore del Museo. Un’insolita parata, appunto, in cui si esibiscono sul palco del Museo modelli e affreschi, in un accostamento inconsueto di arte e scienza. Un percorso che permetterà di attraversare i diversi campi di interesse e studio di Leonardo sul tema dell’ingegneria e della tecnica, valorizzando la collezione storica con cui il Museo apriva al pubblico nel 1953, in occasione dei 500 anni dalla sua nascita.
ALLA BIBLIOTECA AMBROSIANA…
La Veneranda Biblioteca Ambrosiana, in occasione delle celebrazioni leonardesche, valorizzerà il proprio patrimonio di opere di Leonardo da Vinci, e degli artisti della sua cerchia, con un ciclo di quattro mostre di alto profilo scientifico incentrate su tre temi principali. Il ciclo espositivo si aprirà a dicembre 2018, con un progetto dedicato ai disegni realizzati da Leonardo e dagli artisti della sua cerchia, mentre nel marzo 2019 una mostra dedicata al Codice Atlantico a cura del Collegio dei Dottori della Veneranda Biblioteca Ambrosiana proporrà 23 tra i fogli più significativi della raccolta: dagli studi ingegneristici e militari, ai progetti architettonici, fino ai celebri studi per la macchina volante, ripercorrendo la carriera dell’artista nella sua quasi totalità, dagli anni fiorentini fino all’ultimo periodo trascorso in Francia al servizio di Francesco I. E proprio su questo tema si concentrerà la terza rassegna, a cura di Pietro C. Marani, che presenterà una selezione di 23 fogli dal Codice Atlantico databili al soggiorno francese di Leonardo. Si tratterà quindi di un approfondimento sugli ultimi anni di attività del maestro, con l’obiettivo di realizzare una pubblicazione che includa tutti i fogli del Codice databili a questo periodo. A settembre, il ciclo espositivo si concluderà con una seconda mostra dedicata ai fogli più celebri del Codice Atlantico, in continuità con la precedente e sempre curata dal Collegio dei Dottori della Veneranda Biblioteca Ambrosiana.
Nell’autunno del 2019 Palazzo Litta, con la mostra “La corte del gran maestro. Leonardo da Vinci, Charles d’Amboisee il quartiere di Porta Vercellina”, omaggerà la figura del mecenate Charles d’Amboise e, grazie all’esposizione di due fogli del Codice Atlantico nei quali Leonardo traccia il disegno dell’isolato della sua residenza milanese (l’attuale Palazzo Litta), ricostruirà attraverso materiale ottocentesco inedito l’aspetto del quartiere di Porta Vercellina (corso Magenta) ai tempi di Leonardo.
ALL’IPPODROMO…
Snaitech, proprietaria del Cavallo di Leonardo (realizzato in epoca contemporanea da Nina Akamu su disegno di Leonardo stesso), che dal 1999 accoglie i visitatori dell’Ippodromo di San Siro, ha pensato in occasione di queste celebrazioni di valorizzare l’opera offrendola come base per la creatività contemporanea. Snaitech selezionerà infatti un pool di artisti, designer e illustratori, a cui assegnerà il compito di decorare, ognuno secondo la propria cifra stilistica, una riproduzione in scala del Cavallo. Le riproduzioni d’autore, insieme al Cavallo originale, diventeranno da maggio a novembre 2019 il soggetto di un’installazione collettiva all’Ippodromo, per poi essere posizionati in diversi punti della città, creando una contaminazione cittadina. Una app di realtà aumentata permetterà al pubblico di inquadrare i cavalli dislocati in città, attivando contenuti interattivi esclusivi su Leonardo e sugli artisti che hanno realizzato le riproduzioni d’autore.
ALLA FONDAZIONE STELLINE…
Dimostrare l’innegabile influenza di Leonardo sugli artisti contemporanei è l’obiettivo della mostra che sarà allestita alla Fondazione Stelline tra aprile e giugno 2019. “L’Ultima Cena dopo Leonardo” – questo il titolo del progetto – sottolineerà come Leonardo da Vinci sia stato (e sia tuttora) fonte di ispirazione per artisti di diversa tradizione culturale, come Anish Kapoor, Nicola Samorì, Wang Guangyi, Yue Minjun, Zhang Huan.
AL MUSEO DEL’900…
Sempre in chiave di riflessi sul presente, il Comune di Milano|Cultura, attraverso il Museo del Novecento, sta attivando un percorso per giungere nel 2019 all’acquisizione di una nuova opera d’arte contemporanea dedicata al genio di Leonardo, che andrà ad incrementare la collezione permanente del Museo.
A TEATRO…
Al palinsesto concorreranno anche le istituzioni e i soggetti culturali cittadini dedicati allo spettacolo, a partire dal Piccolo Teatro di Milano che ha programmato tre progetti speciali dedicati a Leonardo: “Il miracolo della cena”, produzione del Piccolo Teatro che vedrà nell’autunno 2019 l’attrice Sonia Bergamasco leggere – sia al Museo del Cenacolo Vinciano che al Teatro Grassi – scritti, appunti e note di Fernanda Wittgens, storica dell’arte che divenne una figura di cruciale importanza sia nell’opera di protezione della Pinacoteca di Brera e dei principali luoghi e monumenti milanesi, sia nel sostenere con passione l’urgenza della loro ricostruzione. All’Ultima Cena di Leonardo e al suo restauro dopo le profonde ferite belliche diede un tributo fondamentale che lei stessa descrive con “una quantità di forza vitale” sacrificata, per otto anni, a Leonardo. Un’altra produzione, in scena nel gennaio 2019, è dedicata ai ragazzi e alla passione per il volo. “Il volo di Leonardo” appunto, scritto, diretto e interpretato da Flavio Albanese, racconterà la vita, le peripezie, i miracoli e i segreti del più grande genio dell’umanità e, soprattutto, la ragione della sua voglia di volare.

Il Piccolo Teatro Studio Melato, infine, dal 2 al 5 maggio 2019 ospiterà “Essere Leonardo da Vinci. Un’intervista impossibile”, diretto e interpretato da Massimiliano Finazzer Flory. L’intervista, scritta in una lingua che ricostruisce il parlato dell’epoca rinascimentale, sarà condotta da Gianni Quillico e Jacopo Rampini, mentre la sceneggiatura è costruita su testi originali di Leonardo, in particolare dal Trattato di Pittura.

* fonte comunicato stampa

Francesco Solimena spiegato dal prof. Spinosa

Questo é un settore nel quale più ne sai e più sai di non sapere. Soprattutto se poi ti trovo davanti Nicola Spinosa. Chi é Nicola Spinosa? Lo storico e stoico Soprintendente di Capodimonte, Professore universitario e grande studioso della pittura antica napoletana. Ebbene questo signore ha presentato a Milano in Brera, ospitato dal sempre ottimo James Bradburne, la monografia su Francesco Solimena, grande artista napoletano, del 1700.

Introdotto da Carlo Orsi, grande antiquario milanese, e da Philippe Daverio, che tutti conosciamo, il professor Spinosa ha -in una scarsa ventina di minuti- gettato in pasto alla sala affamata e affollata di ammiratori, un affresco di quello che era l’ambiente artistico della Napoli del ‘700 ed il background di Solimena. Senza fronzoli ha snocciolato in venti minuti una serie di perle di cultura come solo i grandi divulgatori sanno fare.

Cosciente del fatto che come si tenta di  pubblicare una monografia sull’opera completa di un artista, subito saltano fuori altre tele precedentemente sconosciute, Spinosa si é limitato a includere la parte di opere da lui preferita e contestualizzata all’interno del ‘700 a Napoli, accompagnando i dipinti ai disegni con la collaborazione di Cristiana Romalli, nota specialista di Sotheby’s e grande esperta di disegni.

Francesco Solimena é stato un pittore estremamente prolifico, con all’attivo (oggi) più di 1000 opere e numerosi giovani apprendisti in bottega. E i committenti chiedevano anche repliche di tele gia eseguite quindi stiamo parlando di una produzione molto vasta, simile per numero a quella di Luca Giordano, suo maestro.

Ma l’aspetto più interessante della monografia, come sottolineava Daverio durante la presentazione, é la contestualizzazione di Solimena all’interno delle arti napoletane, descritta marcando il confronto con Fernando San Felice architetto e con Vaccaro, con i musici, con i poeti suoi contemporanei. Lo stesso Solimena era anche un poeta dell’Arcadia napoletana.

I suoi predecessori furono Lanfranco, Domenichino,  Luca Giordano, Pietro da Cortona, i cui insegnamenti risultano palesi nei dipinti.
Suoi allievi invece furono Francesco de Mura e Gaspare Traversi, tra i molti.
Ma con la sua presentazione piena della classica enfasi napoletana, il professor Spinosa mi ha ricordato come non ci si possa fermare al nozionismo di “chi ha fatto cosa” ma si debbano considerare influenze e impatti di un artista per apprezzarlo appieno.

Non si può quindi dimenticare che Solimema cominció da piccolo, a 10 anni, nella bottega del padre con l’influenza di Francesco Fracanzano per le nature morte. Lasció Nocera per Napoli e lí trovó… il barocco di Luca Giordano e di Benaschi. A questo punto respiró barocco e su consiglio di Giordano si spostó a Roma. E lí trovó…. Bernini e Pietro da Cortona. E li respiró, lavoró con loro. Portó nelle sue opere le nature morte giovanili, il Luca Giordano di Napoli, ma anche il Mattia Preti, il Battistello Caracciolo…il colorismo dei veneti!

Le sue opere diventarono monumentali e celebrative senza perdere la concretezza napoletana di bottega.
E mentre Luca Giordano portó colore all’ Escorial quando si spostó a Madrid, Solimena occupó lo spazio lasciato libero dal maestro con il colorismo veneto, il caravaggismo di Mattia Preti senza perdere le istanze classiciste di Carlo Maratta.

La preparazione di questa monografia con la collaborazione di alcuni dei più noti antiquari italiani (Voena, Moretti, Orsi, Alessandra di Castro) e la presenza del Gotha di Sotheby’s e Christie’s alla presentazione in Brera, hanno dimostrato come Spinosa abbia saputo, con la sua mirabile preparazione, avvicinare due mondi che sono spesso troppo distanti: studiosi e mercanti.

Carlo Carrà a Palazzo Reale

La mostra dedicata a Carlo Carrà, aperta al Palazzo Reale di Milano fino al 3 febbraio, presenta l’ interessante percorso artistico di questo protagonista della pittura italiana del XXesimo secolo, noto ai più per la fase futurista ma ben lontano dall’essere stato “solo” futurista.
La prima importante opera esposta é l’allegoria del lavoro del 1905 prestata da Brera che testimonia la vicinanza a Pellizza da Volpedo ed ai divisionisti, non solo per la tecnica ma anche per la tematica. In quest’opera peró, l’atmosfera vagamente sognante e l’idealizzazione del soggetto lo dividono dal rigore di Pellizza e quasi lo avvicinano più a Sartorio (anche se il paragone é per altri versi azzardato). Confermano l’iniziale vicinanza al divisionismo anche le opere provenienti dalla Estorick Collection di Londra e dal Museo del Novecento. Si prosegue con i primi affascinanti disegni del secondo decennio del secolo nei quali il futurismo, la critica, la grafica e cronaca sono indiscusse protagoniste. Le provenienze di queste carte sono delle più disparate tanto che un ritratto di Soffici arriva addirittura da Yale. Fa piacere sapere che qualcosa del nostro futurismo sia arrivato fino a Yale! Nelle tele degli stessi anni si ravvisano somiglianze con Kirchner come in “Luci notturne” del 1911 e con il cubismo scoperto durante il soggiorno parigino. La seconda sala é invece dedicata alle opere a partire dal 1915: il distacco dal futurismo é chiaramente riscontrabile nella sintetica resa dei volumi puri di “La Carrozzella” che anticipa la stagione metafisica degli anni subito successivi, caratterizzati da un personale colorismo e primitivismo. Magnifici i capolavori di questo periodo ferrarese nel quale Carrà conobbe De Chirico e Savinio! Da questo periodo si passa all’anno della svolta, il 1922, l’anno in cui Carrà decise di non accompagnarsi più ad altri ma di proseguire da solo. Paesaggi caratterizzati da scorci tra le case, barche, vedute marine e i luoghi del cuore come Forte dei Marmi -protagonista della vita dell’artista a partire dal ’29- sono i soggetti prediletti. Passando per le nature morte degli anni ’30 si arriva alle volumetrie dei corpi che lo avvicinano al Novecento di Sironi, a Campigli o anche alla solidità del figurativismo di Picasso di quegli anni. Magnifiche le opere prestate del Museo del Novecento e i Nuotatori della collezione Falsitta. Completano la mostra le sale dedicate agli anni ’40 ’50 e ’60 in cui la plasticità é protagonista nelle nature morte, nei paesaggi e nei ritratti.

Un interessante viaggio dunque nella pittura italiana del XX secolo attraverso le opere di un artista che in 85 anni di vita ha attraversato alcune delle correnti più importanti del secolo, ignorandone completamente altre in una personalissima cernita che ha fatto di lui uno degli artisti più riconoscibili del ‘900. Dal punto di vista del mercato, la vastità della sua produzione dagli anni ’40 in poi non consente per ora il raggiungimento di apici significativi mentre molto apprezzate risultano le opere del periodo futurista, finalmente premiate anche all’estero. La luce si accende ora sulle opere degli anni ’30, sotto i riflettori di chi sta tentando di rivalutare un periodo di figurativismo a lungo trascurato. La mostra dedicata a Margherita Sarfatti al Museo del Novecento, l’esposizione dedicata agli anni ’30 tenutasi presso la Fondazione Prada l’anno scorso e ora questa personale di Carrà, confermano quanto auspicato dalla critica da tempo.

Il mercato italiano del design

Il momento di gloria che vive Milano grazie al Salone del Mobile è il risultato di un’evoluzione in corso da anni nel settore del design, evoluzione sostenuta con entusiasmo da alcune case d’asta che hanno intravisto tempo fa le grandi possibilità di questo settore. Tra le prime ad interessarsi Boetto, Cambi, della Rocca seguite ora da Wanneness, Pandolfini e Finarte.

Alcune operazioni hanno cercato di recente di legare il design all’arte moderna nel tentativo di sfruttare l’ ascesa di quest’ultima per portare sotto i riflettori anche l’arredamento moderno. In particolare durante l’ultima asta di arte moderna di Sotheby’s a Milano un coraggioso inserimento di lotti di Osvaldo Borsani in relazione ai lavori di Lucio Fontana ha acceso i riflettori sull’opera di Borsani. Non a caso il designer di Varedo è stato oggetto di un un’importante mostra personale alla Triennale di Milano curata da Norman Foster e Tommaso Fantoni. Nel tentativo di esportare questo modello di successo anche Sotheby’s Parigi ha proposto alcuni arredi nati dalla collaborazione tra Borsani e Fontana e ha raccolto interessante risultati.

Altri designers sono stati premiati durante le ultime aste ad esempio Giò Ponti la cui “parete attrezzata” è stata venduta per €25000 mentre il tavolo creato per la motonave Conta Grande  è stato ceduto per €22500. Buon esito ha registrato anche la coppia di poltrone realizzate con Giulio Minoletti che è stata venduta a €32500: questi due pezzi storici, prodotti in 190 esemplari, furono creati per il treno ETR Settebello della Breda nel 1952 quando i treni dovevano essere i portavoce della ripresa post-bellica, emblema di raffinatezza e ambasciatori di eleganza. Successo anche per lo specchio da parete di Sottsass prodotto dalla Sant’Ambrogio De Berti aggiudicato a 37500 euro. La libreria LIB2 di Gardella di Azucena del 1950 è stata venduta da Cambi per €22500 mentre le poltroncine a conca modello 839 di Ico Parisi per Cassina sono passate di mano per €24000 al Ponte, così come le poltrone Digamma di Gardella per €19000.

Per quanto i risultati del design siano ancora lontani da quelli dei dipinti moderni, il settore è in crescita ed esemplificativi sono i risultati di Cambi: se già in primavera aveva raggiunto ben €837000 per il solo design, in giugno ha replicato il successo raggiungendo 1,5 milioni di euro proponendo in vendita gli arredi di Franco Albini provenienti dalla celebre CASA C di Milano. Presentati astutamente in concomitanza con il Salone del Mobile di aprile, questi pezzi da soli hanno totalizzato 180.000 euro. Unica pecca: l’acquirente anglofono al telefono conferma ancora una volta che mentre noi cerchiamo di imparare a fare marketing dei nostri prodotti migliori, qualcun altro dall’estero si é gia accorto di quello che sta accadendo e fa incetta nelle nostre case.

Impressionismo e avanguardie da Philadelphia a Milano

Si è conclusa domenica 2 settembre la mostra di Palazzo Reale intitolata “Impressionisti e avanguardie” che ha portato a Milano 50 importanti dipinti dal Philadelphia Museum of Art. Esemplificativo di quanto i lungimiranti collezionisti americani siano riusciti a mettere insieme tra la fine del XIX ed il XX secolo, il Museo di Philadelphia testimonia anche a quali straordinari risultati abbia portato la politica a favore del mecenatismo negli Stati Uniti. È davvero sulle donazioni e sui lasciti delle grandi famiglie di industriali che sono nate i maggiori musei nord americani. Nel caso di Philadelphia, il progressivo arricchimento dovuto alla costruzione della ferrovia ha portato alla creazione di grandi raccolte, tra le quali per esempio quella di Mary Cassatt che insieme al fratello imprenditore compiva viaggi in Francia sia per dipingere con amici impressionisti che per selezionare i lavori degli stessi da portare oltre oceano con il fratello. Presente in mostra anche con alcune opere, Mary fu un’artista straordinaria -ineguagliabile quanto a dolcezza-, ed insieme a Berthe Morisot fu l’unica donna ammessa tra gli Impressionisti. Tra le altre collezioni alla base del Philadelphia Museum, in mostra sono state ben rappresentate le raccolte White e soprattutto Arensberg. Dalla collezione White una scultura di Rodin che ritrae proprio il giovane erede White di passaggio a Parigi che -essendo evidentemente prestante-, posò per l’artista e poi, in età adulta, coltivò la passione per l’arte arricchendo la propria raccolta anche grazie alla moglie, pittrice e grande conoscitrice. Tra tutte le opere esposte -da Monet, Renoir, Degas, Cezanne, Van Gogh, Picasso, Braque, Gleizes, Metzinger &company- a mio avviso spiccava la scultura “Il bacio” di Constantin Brancusi. Forse proprio perché io non amo Brancusi, ho trovato questa appassionata scultura davvero bella. Scolpita in pietra nel 1916, apparteneva alla collezione di Walter e Louise Arensberg dal 1932. Ultima delle quattro versioni esistenti, “il bacio” è stata esposta nell’ultima sala della mostra, poco prima di un ovvio Picasso a conclusione del percorso ed è stata collocata semplicemente sulla sua base, cosi come voleva lo scultore e come i collezionisti l’avevano collocata a casa loro ad Hollywood, su una panca tra due sculture precolombiane. Non male davvero.

Luigi Ghirri in mostra alla Triennale

Nonostante siano molto apprezzate dai conoscitori della materia ed abbiano un ottimo riscontro di mercato, io non ho mai amato le fotografie di Luigi Ghirri. Ho deciso di visitare la mostra personale Triennale per dargli un’occasione, conoscere meglio la sua produzione, comprendere il suo inconfondibile stile e capire se mi sfuggisse qualcosa.

Tutta improntata al rapporto tra la sua fotografia e l’architettura, la mostra presenta immagini pubblicate sulla rivista Lotus tra il 1983 ed il 1992.

Devo riconoscere che la mostra è riuscita nell’intento di farmi apprezzare se non gli esiti, quantomeno gli intenti dell’artista perché i curatori hanno sapientemente accostato alle fotografie numerose citazioni dalle interviste rilasciate dall’autore che aiutano a capire le sue scelte e la sua poetica. Credo siano frasi di grande importanza e quindi riporto fedelmente quelle che -tra le tante- mi hanno dato modo di capirlo un po’ di più:

“La prima cosa che mi colpì nella fotografia di allora (degli anni settanta) era l’assoluta mancanza del presente, c’era una specie di rimozione di tutto il paesaggio che stava intorno. Mancava il presente. Io volevo il presente! Forse è per questo che oggi molti dicono che mi interesso del mondo minore, forse è vero c’è sicuramente del vero ma i termini però vanno ribaltati: per me non è il Duomo di Modena che fa una città, è l’insieme delle atmosfere presenti che fa una città” dall’ intervista a l’Unità, 25 marzo 1984.

E ancora:
“riconosco che da parte mia vi è stato un accentuato interesse verso certi luoghi che possiamo chiamare architettura; le case che componevano la strada dove si abitava, le strade che si percorrevano, i giorno erano e sono l’architettura. Quello che ho fatto tra il 1970 ed il 1975, fotografando immagini delle città antiche, le periferie o prevalentemente quei paesi senza dignità storico-geografica, è stata una ricomposizione di album di famiglia del mio e del nostro esterno”. Da ” fotografare i luoghi, fotografare le architetture” in Paesaggio italiano.
“Credo che la fotografia sia semplicemente la rappresentazione di come si percepisce la realtà il mondo esterno ma questa percezione non è mai univoca o codificabile, è piuttosto un vedere è un sentire a strati. (…)Il problema della rappresentazione dello spazio è sempre stato all’interno della fotografia un problema esclusivamente formale mentre a mio parere è anche un problema che si veda il concetto di tempo.”
“Mi interessa il rapporto tra interni ed esterni soprattutto in Italia dove gli interni delle case, delle chiese, dei cinema, dei negozi sembrano musei in miniatura, una sorta di album locale”.
“Mi interessa lavorare per sequenze riferita a ciascuna minima variazione che fa vivere l’architettura. Così per esempio fotografo nelle diverse ore del giorno per evidenziare come la luce modifica i trasforma per operare raffronti”. 

E infine:
“Questo lavoro sul paesaggio italiano vorrei che apparisse un po’ così come questi disegni, mutevole. Anche qui una cartografia imprecisa senza punti cardinali riguarda più la percezione di un luogo che non la sua catalogazione o iscrizione come una geografia sentimentale, dove itinerari non sono segnati decisi ma obbediscono agli strani grovigli del vedere”.

Il designer Osvaldo Borsani in Triennale

Consiglio vivamente la straordinaria mostra di Osvaldo Borsani alla Triennale di Milano fino a 16 settembre 2018, realizzata in collaborazione con l’archivio Borsani e curata da Norman Foster e Marco Fantoni.

Questa mostra presenta la produzione dell’atelier Borsani a partire dagli anni ’30 fino agli anni ’80, illustrando con disegni, progetti, prototipi e arredi la produzione del genio che fu Osvaldo Borsani.
A partire dal laboratorio del padre Gaetano, fedele ai modelli di inizio secolo, Osvaldo disegna, studia ed innova, proiettando se stesso e la sua azienda nel futuro, restando sempre un passo avanti agli altri ma radicato nella propria contemporaneità.

A partire dai bellissimi disegni degli anni ’30 che consentono di constatare anche l’eccezionale manualità di questo designer, si passa attraverso i progetti degli anni ’40 per le case razionaliste commissionate dalla sofisticata borghesia milanese e si giunge alla straordinaria collaborazione con artisti del calibro di Pomodoro, Crippa, Fabri, Melotti, Sassu. Particolare risalto è dato all’amicizia ed all’intesa progettuale con Lucio Fontana che collabora su moltissimi fronti con Borsani tra il 1949 ed il 1954, dall’illuminazione degli appartamenti ai decori. Numerosi sono gli esempi esposti. Con innovazioni di straordinaria praticità, Osvaldo Borsani traghetta la propria azienda -la Techno- attraverso gli anni ’60 e ’70 fino all’ultimo progetto in mostra, il tavolo Nomos System disegnato da Norman Foster, ultimo oggetto prodotto da Borsani prima della scomparsa nel 1985.

Questa mostra si apre in un momento felice per il design italiano che -forte degli ultimi esiti d’asta- rivendica la propria posizione nel mercato dell’arte continuando a crescere sia in Italia che all’estero.

I records del mercato tra il 2006 ed il 2017

Il milionario risultato registrato da Picasso nel 2007 con Garçon à la pipe ha dato il via ad un incredibile susseguirsi di risultati che hanno trasformato gli ultimi 10 anni in un’ inarrestabile corsa al record.
Poco dopo Picasso infatti vengono venduti in trattativa privata I Giocatori di carte di Cézanne dall’ armatore greco George Embiricos alla famiglia reale del Qatar per 212 milioni di euro e Woman III di William de Kooning per l’equivalente di 116.700.000 euro. Il grande collezionista che lo acquista é Steve Cohen, lo stesso che -per la cronaca- nel 2006 aveva incidentalmente praticato un buco nella splendida tela Le rêve di Picasso del 1932 con un’incauta gran gomitata proprio mentre ne stava trattando la vendita a Steve Wynn, altro grande collezionista e re dei Casino di Las Vegas.
Poco dopo il de Kooning, sale agli onori della cronaca l’amico Jackson Pollock: l’opera n.5 del 1948 viene ceduta in trattativa privata da David Geffen per 119 milioni di euro, mentre nel 2013 Three studies of Lucian Freud di Francis Bacon del 1969 viene venduto da Christie’ s New York per l’equivalente di 106 milioni di euro.
Nel 2015 vengono poi superati per ben quattro volte i records precedentemente raggiunti con la scultura più costosa del mondo di Alberto Giacometti del 1947 venduta per 126 milioni di euro, un nudo sdraiato di Amedeo Modigliani del 1917 con 131 milioni di euro, Les femmes d’Alger-version O di Picasso del 1955 con 158 milioni di euro e Nafea faa ipoipo (quando ti sposi?) di Gauguin venduto per 265 milioni.
Dal 2015 si passa al 2017 -anno memorabile- in cui il Salvator Mundi di (o attribuito a…) di Leonardo cancella in un solo colpo di martello tutti gli esiti precedentemente registrati e si attesta come unicum nella storia del mercato d’arte mondiale raggiungendo l’equivalente di 382 milioni di euro. Nonostante i dubbi di tanti studiosi ed esperti che vedevano più la mano degli allievi -in particolare di Boltraffio- che del maestro e non vedevano elementi indiscutibili a sostegno di una così straordinaria attribuzione, la vendita tramite Christie’s ha sancito il passaggio dell’opera al principe saudita Mohammed Bin Salman che ha deciso di esporla al Louvre di Abu Dhabi, aperto proprio nel novembre scorso. Questo ultimo straordinario risultato conferma come nell’ultimo ventennio agli acquirenti giapponesi appassionati di impressionismo e post-impressionismo si siano sostituiti acquirenti del Medio-Oriente che si sono affiancati agli americani -sempre presenti- ed ai russi, attivi quasi esclusivamente su tipologie di opere vicine alla loro cultura ed al loro gusto.

I records del mercato tra il 1980 ed il 2006

Per decenni il prezzo di 340.000 sterline pagato dallo zar Nicola II prima della Prima guerra mondiale per la  Madonna Benoi di Leonardo rimase il più alto mai pagato per un’opera d’arte (pari a 20 milioni di dollari del 1991) ma con gli anni ’80 e ’90 del 1900 il mercato esplose letteralmente con l’inatteso successo di un’opera di Jasper John venduta nel 1988 a 17 milioni di dollari.

Gli anni ’90 che seguirono furono dominati dall’ impressionismo e dal post-impressionismo i cui risultati si susseguirono a stretto giro: nel 1987 uno dei cinque esemplari di Girasoli di Van Gogh venne venduto per 39,9 milioni di dollari alla società Yasuda dando inizio alla escalation di investimenti giapponesi in arte occidentale.

Seguirono nel 1987 gli Iris sempre di Van Gogh del 1889 che registrarono il nuovo record di 53,9 milioni di dollari. 

L’opera però rimase al primo posto per soli tre anni poiché nel 1990 la cifra registrata venne polverizzata dagli 82,5 milioni di dollari investiti per il Ritratto del dottore Gachet, ovviamente ancora di Van Goh. L’acquirente era Kobayashi Hideto, gallerista che partecipava all’asta di Christie’s per conto Ryoei Saito magnate -per l’appunto- giapponese. Donato da un generoso collezionista al museo di Francoforte, il malinconico ritratto era stato requisito dalle SS in tempo di guerra e rimesso sul mercato dallo stesso Göring interessato a finanziare con esso una personale collezione di arazzi fiamminghi antichi. Dopo qualche altro passaggio di mano, entrò a far parte della raccolta dei coniugi Kramarsky, importantissima e ricca di capolavori. I Kramarsky, in fuga dalle perquisizioni naziste, riuscirono a rifugiarsi negli Stati Uniti con parte della propria collezione. Sonja Kramarsky aveva già venduto in asta nel 1987 Il Ponte di Trinquitaille di van Gogh del 1888 per 20,2 milioni di dollari. L’opera le era stata regalata dal padre che l’aveva acquistata per 316.000 Franchi francesi (più o meno diecimila dollari del 1990, un ottimo affare!) nel 1932, dopo che la Nationalgalerie di Berlino l’aveva ceduto al grande mercante Paul Cassirer e questi al padre di Sonja.

Per 14 anni il record del dottor Cachet registrato da Christie’s rimase imbattuto fino a quando non si aprì l’era Picasso e venne venduto a ben 104 milioni di dollari Garçon à la pipe del 1905.

Storie di illustri trafficanti di archeologia

Se già nel 1500 il ritrovamento del Laocoonte aveva suscitato grande curiosità sulle antichità, fu nel 1700 che con le campagne di scavo e la scoperta di Ercolano e Pompei si acuì l’interesse del pubblico verso l’antichità e verso i reperti archeologici. Affreschi parietali staccati vennero usati per decorare i palazzi nobiliari, nacquero grandi collezioni e inizió una vera e propria corsa al reperto. 

Fra tutte si ricorda la collezione di Carolina Bonaparte Murat, sorella di Napoleone e regina di Napoli grazie alla sua investitura, che costruì un’importante raccolta alla quale era estremamente legata, tanto da portarla con sé nella fuga da Napoli, contravvenendo alle leggi che in parte già tutelavano le antichità. Esisteva infatti già una prima norma a riguardo ma nel 1822 vennero istituite nuove leggi borboniche per frenare l’uscita di beni più importanti dai territori cui erano legati, con tanto di commissione che esaminava i pezzi (un po’ come la nostra Sovrintendenza di oggi).
A Milano, Poldi Pezzoli e Trivulzio furono grandi collezionisti di antichità ma con il passare del tempo questo collezionismo non fu più élitario e di alto profilo ma coinvolse anche la borghesia ed infine il grande pubblico portando così ad una selezione dei pezzi meno categorica ed al progressivo ampliamento del mercato anche verso oggetti in precedenza meno amati oppure verso le ceramiche ‘indigene’, di minor pregio. L’esplosione di un collezionismo, un tempo di nicchia, portó inevitabilmente anche alle falsificazioni, alla moltiplicazione dei cosiddetti tombaroli e così via, fenomeni con i quali purtroppo ci confrontiamo anche oggi. Di pochi giorni fa è la notizia dello smantellamento di una vasta rete di trafficanti tra Italia e Svizzera.
Tra le storie maledette dei tombaroli nostrani, quella di Giacomo Medici è nota per la straordinaria rilevanza delle opere che nel corso dei decenni di operatività trattò. Tra i tanti, il cratere di Eufronio del V secolo ac venduto a Robert Hecht, noto antiquario, e da questo a Marion Treu, ex curatrice del Getty di Los Angeles, e da questa al Metropolitan di New York dove rimase dal 1971 al 2006. Nel 2012 la Cassazione ha confermato per questo soggetto 8 anni di reclusione, 10 milioni di euro da versare allo stato per i danni arrecati al patrimonio nazionale e la confisca di oltre 4000 pezzi sequestrati a Ginevra nel 1995.
Altro caso eclatante é stato quello della Venere di Morgantina, sempre del V secolo a.c., trafugato da Renzo Canavesi e venduta negli anni ’80 a Symes, importantissimo antiquario, per 400 mila dollari e da questi al Getty per 10 milioni di dollari.
Negli ultimi anni, dopo decenni di processi, il governo italiano è riuscito a riportare una casa questi e altri tesori e a breve dovrebbe rientrare anche l’Atleta di Fano, importantissimo bronzo di Lisippo, transitato illecitamente da Gubbio a Londra e da lì a Monaco di Baviera per poi essere acquistato, anch’esso, dal poco avveduto Getty Museum.

Il rientro di questo capolavori in ogni caso porta alla riflessione sulla possibilità di fruizione degli stessi: non c’è dubbio che la visibilità offerta del Metropolitan e dal Getty non siano esattamente le stesse del Museo archeologico di Cerveteri -dove é stato collocato il cratere- e di Aidone -dove la povera Venere assiste all’ingresso di un numero assolutamente risibile di visitatori nel pieno centro della Sicilia.
Pur condividendo l’entusiasmo per il rientro di questi inestimabili beni, non posso che domandarmi se un giorno sarà valorizzato dignitosamente il patrimonio di cui disponiamo, creando intorno a tanti musei-cattedrali nel deserto- serie infrastrutture che consentano ai visitatori di godere di tutta la bellezza che possediamo.