Palazzo Reale, Milano
Artista particolarissima e poco conosciuta in Italia, Leonor Fini vive un’esperienza a 16 anni che le cambia la vita: vittima di un’ infezione oculare che la costringe a tenere gli occhi bendati per due mesi, alla guarigione decide di dedicarsi alla pittura, contro il volere della madre.
La cecità diventa metafora di una visione diversa, superiore, mentre le capacità tattili sviluppate nel periodo di cecità si riflettono nella resa dei tessuti e degli incarnati.
Esordisce con uno stile classico, naturalista ma nel 1931 si trasferisce a Parigi e lì adotta uno stile più sperimentale approccia i temi della ribellione, della sovversione. Incontra i Surrealisti ma pur subendone il fascino, non ne condivide le sbavature omofobe e misogine quindi rifiuta l’ affiliazione al movimento. Non nega però alcune influenze comuni a loro come quelle di Hieronymus Bosch, Piero di Cosimo e Giorgio de Chirico.
La vicinanza al movimento comunque le consente di conoscere importanti artiste come Dora Maar (Musa di Picasso), Leonora Carrington, Meret Oppenheim, Lee Miller, Frida Kahlo, Dorothea Tanning e Alice Rahon. Molto importante si rivela anche la vicinanza a Max Ernst e Victor Brauner, altri artisti protagonisti di quegli anni.
Macabro e meraviglioso si mescolano nella sua pittura, così come potere e sessualità. La sfinge diventa il simbolo della pittrice, creatura magnetica, ambigua, sospesa tra uomo e donna, tra animale e umano, evocazione ancestrale di una potenza femminile perduta, un mito che intreccia natura e cultura, civiltà e mistero.









Al di là della personalità estremamente interessante, questa artista aveva una padronanza delle tecniche veramente mirabile.
Sono molto contenta che sia stata dedicata a lei una mostra così interessante a Milano.