BRESCIA
Prima di immergermi nella visita della pinacoteca di Palazzo Martinengo per la quale sono venuta a Brescia, dedico un po’ di tempo al museo di Santa Giulia, parte di un ampio percorso che dal 2011 è Patrimonio UNESCO.
Desiderio, ultimo re dei Longobardi, fondò con la moglie Ansa nel nel 753 il monastero benedettino femminile di San Salvatore che costituisce l’inizio del percorso. Il complesso monumentale -nel quale Alessandro Manzoni ambiente la morte di Ermengarda, la figlia di Desiderio ripudiata da Carlo Magno- si è arricchito nel corso dei secoli di edifici dedicati al culto e alla vita della comunità, finché non è stato tutto interrotto da Napoleone nel 1798.
A seguito di recuperi e valorizzazioni questo complesso è diventato quello che è oggi.
Il Museo di Santa Giulia include anche il parco archeologico ma cito solo alcune delle parti per non dilungarmi troppo.
Molto bella la basilica alto medievale di San Salvatore. L’impianto è da basilica bizantina- ravennate con tre navate e doppia serie di finestre. Comprende i resti di una domus Romana sottostante del I – IV secolo d.C. e strutture di età longobarda. Affascinante la cripta.



Sopra alla basilica, si erge il coro delle monache, riccamente affrescato da Floriano Ferramola.

Nel chiostro a fianco, la chiesa di Santa Maria in Solario mi lascia senza fiato.
Gli affreschi del 1513 sono di nuovo di Floriano Ferramola ma sotto si intravedono affreschi trecenteschi. Al di là della decorazione parietale, la croce che si erge al centro dell’ aula è magnifica.


Si tratta della croce di Desiderio, l’ultimo re dei Longobardi. La struttura lignea è rivestita di lamine metalliche ribattute sui fianchi e inchiodate. Sulle lamine sono incastonati 212 elementi decorativi tra pietre dure, cammei, pietre incise e gemme vitree. Sicuramente alcune delle pietre facevano parte di un tesoro di epoca precedente perché si intravede un ritratto addirittura romano. Il riutilizzo di cammei in un lavoro di oreficeria alto medievale è una delle prove dell’ammirazione dei popoli di origine germanica per l’antichità classica. Da sempre recuperare l’antico è fonte di continuità e legittimazione di nobiltà per chi segue, ecco perché a più riprese nella storia questa pratica viene rimessa in atto.
L’uso della croce era processionale e possiamo dire che risale in generale all’VIII secolo.


Un passaggio è doveroso anche al gigantesco Duomo Nuovo, edificato tra il 1604 e il 1825,



ma, giusto accanto, si trova il ben più affascinante Duomo Vecchio.



Costruito a partire dall’XI secolo sopra a una precedente basilica, ovviamente ha subito, nel corso dei secoli, numerosi ampliamenti e modifiche strutturali ma ha mantenuto l’originale struttura romanica, che lo rende uno dei più importanti esempi di rotonde in Italia e uno dei più significativi esempi dell’architettura romanica lombarda.
Bellissima anche la cripta del VI secolo.

Ed eccomi finalmente alla Pinacoteca di Palazzo Martinengo. Quattro tavole di Paolo Veneziano aprono il percorso

ma subito mi colpisce una grande tempera su tavola che raffigura San Giorgio e il drago.
Strano l’impianto e stranissimo il drago. Gotico nel gusto e nelle forme, quasi da miniatura nei particolari del drago.


La sala seguente è dedicata alla fine del ‘400 e inizi del ‘500 con alcuni affreschi staccati di Floriano Ferramola (quello della chiesa con la croce longobarda e del coro delle monache) e diverse opere di Vincenzo Foppa, artista bresciano, protagonista della scena lombarda prima dell’ arrivo di Leonardo.


Dalla freddezza lombarda si passa attraverso i colori caldi del bolognese Francesco Francia che porta istanze del Perugino

e attraverso Andrea Previtali arrivano influenze dal veneziano Bellini.

Si arriva cosi a Raffaello qui presente con un Angelo del 1501 in cui l’ influenza del maestro Perugino è molto forte, e un Cristo Benedicente del 1505.


Cito anche per completezza la Madonna dei garofani del 1520-30 di bottega raffaellesca, assolutamente divina.

Fa pensare subito al gruppo dei Preraffaelliti (attivi in Inghilterra a fine ‘800) il Ritratto di Gentildonna come Salomé di Alessandro Bonvicino (noto come Moretto da Brescia). Si sa che l’ intento del gruppo era di riprendere e riproporre i modelli raffaelleschi. Che si siano ispirati anche a quest’ opera? Molto probabile.

Moretto è uno dei protagonisti della Pinacoteca. Divertenti i suoi dieci Profeti annoiati negli affreschi staccati dal palazzo del Vescovo Ugoni a Brescia.

Moretto fu amico di Lorenzo Lotto, un grande artista veneziano che ho imparato a conoscere nelle Marche dove ha lasciato grandi capolavori. Negli anni venti del 1500 gli artisti si orientano, anche grazie alle influenze di Lotto, verso una comune attenzione alla natura con effetti chiaroscurali che rendono autentiche le presenze dei personaggi nelle ambientazioni architettoniche.
La scelta di Moretto è di aderire alla realtà come dimostra la grande pala della Natività. Ma è con il capolavoro Cristo e l’Angelo provenente dal Duomo vecchio che questa tendenza diventa chiara: la scena di disarmante semplicità è privata di ogni inutile aggiunta e la gamma cromatica si gioca su pochissimi colori unificati da un intonazione grigia.


Nella pala dell’ Incoronazione della Vergine e Santi emerge anche una spiccata sensibilità e coloristica.

Oltre a Moretto, molto presente in Pinacoteca, un altro grande artista bresciano del ‘500 fu Girolamo Romani detto Il Romanino. Suoi il San Gerolamo e il Cristo portacroce.


Verso la metà del ‘500 arriva forte e chiaro il manierismo con Lattanzio Gambara che si era formato a Cremona e che porta il colorismo veneto a Brescia.

Una sala è dedicata al ritratto come forma d’arte che si sviluppa nel ‘500 in questa zona con Romanino, Savoldo, Moretto, il bergamasco Giovan Battista Moroni e la cremonese Sofonisba Anguissola che era a capo del team delle sorelle, anch’esse pittrici.
Il Seicento in questa pinacoteca è rappresentato da artisti di diversa provenienza, non bresciani. Troviamo il Sassoferrato e vari caravaggeschi come Tournier.


Il 1700 è più che degnamente rappresentato da Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto per via dei pitocchi (poveretti) che amava ritrarre.
Non era bresciano il Pitocchetto ma visse a lungo in città e lasciò un segno tangibile.

Il genere pauperistico si diffuse nel ‘700 anche perché spesso le scene non erano fini a se stesse ma vere allegorie con intento talvolta anche moraleggiante.
In seguito l’intento moraleggiante venne perso e rimase il realismo in esempi del bergamasco Antonio Cifrondi e poi nel milanese naturalizzato austriaco Giacomo Francesco Cipper (detto il Todeschini), a Milano tra il 1696 e il 1736. In lui prevale il divertimento.

Una piccola sala è dedicata al bresciano Giorgio Duranti e alle sue Nature Vive. Siamo a metà del ‘700


mentre la rappresentanza del rococò è affidata a Faustino Bocchi, specializzato in personaggi di piccola statura.

Per il Neoclassico, la Pinacoteca presenta, tra le altre, due opere di Giovanni Battista Gigola, noto come miniaturista.

Nell’ ultima sala, un omaggio a Paolo Tosio che mise insieme la raccolta, comprese le due enormi tele di Hayez e il ritratto di Canova che chiudono il ricco percorso.



Curiosa ora di saperne di più anche dei bergamaschi, mi sposto a Bergamo per visitare l’Accademia Carrara.
BERGAMO
Giacomo Carrara fondò l’Accademia Carrara nel 1796 con l’intento di unire il piacere della visita alla pinacoteca con l’istruzione alla scuola di pittura.
Sebbene le opere provengano dalla soppressioni degli enti ecclesiastici, dalla dispersione delle quadrerie aristocratiche e dai numerosi lasciti tra cui quello di Federico Zeri nel 1998, la Carrara non ha mai perso l’obiettivo originario di essere la casa del collezionismo privato.
Benozzo Gozzoli apre il percorso con un’incredibile Madonna con Bambino e Angeli in una cornice di preziosa vegetazione e un drappo d’oro punzonato come usava all’epoca. L’artista riprende gli esempi del suo maestro Beato Angelico ma non gli interessa la prospettiva, è come se i personaggi fluttuassero sul pavimento e la vegetazione e gli angeli delimitassero una quinta scenica. La minuzia dei dettagli è incredibile.

II Rinascimento si diffonde in tempi e modi differenti lungo la penisola. In Italia settentrionale non c’ è quasi soluzione di continuità tra il gusto tardogotico – con la sua passione per gli ori e per i materiali preziosi – e le novità rinascimentali.
A Milano, Pavia, Mantova e Ferrara si sviluppa una raffinata ed elegante civiltà di corte che guarda al mondo perduto dei cavalieri e delle loro gesta. Le opere di Pisanello, pittore e medaglista, lo dimostrano.
Suo il celebre Ritratto di Leonello d’Este del 1441- 1444 che conferma l’attaccamento al gusto tardogotico. Questa è, per per motivi conservativi, una delle poche opere sotto vetro della Carrara che, dopo il riallestimento in occasione di Bergamo Brescia capitali della cultura del 2023, ha deciso di proporre senza barriere la maggior parte delle opere.

A Venezia e nei territori della Serenissima questa stagione di passaggio è rappresentata da Antonio Vivarini e da Giovanni d’Alemagna; ma è soprattutto Jacopo Bellini, con il pungente naturalismo delle sue opere, a segnare questa fase della pittura veneta.


Intorno alla metà del Quattrocento Padova diventa importantissima: è l’avamposto delle novità del Rinascimento toscano nell’Italia settentrionale poiché Donatello è impegnato nella Basilica del Santo e la bottega del pittore Francesco Squarcione, è un crocevia tra allievi provenienti dai domini della Serenissima e dalle città dell’Emilia e delle Marche.
E’ a Padova che cresce Andrea Mantegna. Cruciale per il pittore è, oltre alla bottega di origine, anche il dialogo con Giovanni Bellini, figlio di Jacopo, di cui Andrea sposa la sorella. Dopo i primi successi a Padova e Verona, Mantegna si trasferisce a Mantova, al servizio dei Gonzaga, per i quali esegue lavori di grande importanza, come gli affreschi della Camera degli Sposi. Inarrivabile per gli artisti della sua generazione la sua pittura solenne e monumentale, fortemente improntata all’arte antica.
L’ altro dipinto sotto vetro della Carrara è la sua Madonna con Bambino del 1480, realizzato a tempera e olio su tela.

Faceva parte della bottega di Squarcione anche Carlo Crivelli che personalmente adoro per la sua opulenza.

Anche Cosmè Tura, artista ferrarese, fu allievo dello Squarcione ed è incredibile osservare esiti così diversi tra Mantegna, Crivelli e Tura. Qui è presente con la sua solita linea dura e tanto riconoscibile. Gli anni sono gli stessi, ’70 e ’80 del 1400.

Il percorso continua con il Veneto in particolare con Giovanni Bellini e le sue opere pazzesche.


Suo allievo fu Andrea Previtali che era di Bergamo e qui lo troviamo con una Madonna con Bambino e Santi che chiaramente rimanda agli insegnamenti del maestro.

Sono esposte anche due opere magnifiche di Altobello Melone, artista cremonese. Cremona all’epoca era contesa tra Venezia e Milano. Melone guardava soprattutto a Venezia.


Passando alla fine del ‘400, mentre nella Firenze dei Medici si impone Sandro Botticelli con la sua pittura luminosa, di limpida costruzione spaziale e di sofisticata eleganza delle forme, a Siena resistono il legame con la tradizione gotica e il gusto per le materie preziose e per l’oro. Le Marche invece, grazie alla raffinata corte dei Montefeltro di Urbino, si impongono come regione di passaggio capace di sintetizzare le varie istanze nell’arte del Perugino. Dalla sua bottega esce Raffaello Sanzio, protagonista di una nuova stagione del Rinascimento italiano. In questa incredibile stanza, tra gli altri, ci sono tre Botticelli (immagini a seguire), un Perugino e un Raffaello.




Lo splendido San Sebastiano di Raffaello è stato realizzato prima dei suoi 20 anni.

In Lombardia la presenza di una corte dai gusti internazionali come quella degli Sforza determina una tenace fedeltà allo stile gotico. La tradizione locale si esprime nei cantieri ducali della Certosa di Pavia e del Castello Sforzesco e trova in Vincenzo Foppa un grande interprete. La raffigurazione è schietta. Dopo essersi confrontato da giovane con le esperienze venete e padovane, Foppa rielabora in maniera personale le ricerche spaziali di Bramante e quelle sulla luce di Leonardo.
Altro grande protagonista della pittura lombarda è il Bergognone che guarda ai fiamminghi e ne diffonde in Lombardia il gusto.


Ho una predilezione per il Bergognone proprio per quanto di fiammingo c’è nella sua arte.
Procedendo verso gli inizi del 1500, mentre a Milano arriva Leonardo e crea la sua cerchia, Bergamo vive una fulgida stagione grazie a Lorenzo Lotto che trascorre poco più di un decennio in città tra 1513 e 1525. Lotto è uno degli interpreti più sensibili della crisi religiosa che scuote l’Europa. Accanto a Lotto ci sono l’allievo di Bellini Andrea Previtali la cui pittura è semplice e coloratissima e Giovanni Cariani, un artista bergamasco che dopo un soggiorno in Veneto diffonde in patria le novità di Giorgione e Tiziano. I loro percorsi si incontrano con quello di Lotto.

Dopo una sala dedicata alla ritrattistica cinquecentesca di Giovan Battista Moroni, di cui ricordo il bellissimo Ritratto della piccola Redetti,

si passa al ‘600 che a Bergamo non viene interpretato con i fronzoli del barocco ma con le nature morte ricche di particolari ma piuttosto severe di Evaristo Baschenis.

Nel suo Ragazzo con canestra la lezione di Caravaggio è chiara.

Nel ‘700 invece emerge la figura di Fra Galgario che coniuga l’esuberanza della tradizione coloristica veneta con la vocazione lombarda alla durezza della realtà.

Insieme a lui Giacomo Ceruti è autore di una ritrattistica intransigente e specialista di poverelli (da cui il nome d’arte Pitocchetto).

Passiamo all’Ottocento e notiamo che il tratto romantico prende il sopravvento sul dato reale. Poco idealismo comunque da queste parti: la Scuola di pittura dell’Accademia Carrara fornisce un contributo rilevante allo sviluppo del genere – soprattutto con Piccio e Cesare Tallone – proseguendo quella tradizione per una ritrattistica schietta e sincera che già in precedenza aveva caratterizzato la storia artistica cittadina.



FOCUS LORENZO LOTTO

In occasione del temporaneo spostamento all’Accademia Carrara della Pala di San Bernardino, il museo propone un percorso di approfondimento dell’opera del maestro veneziano, intitolato Dentro Lorenzo Lotto e diffuso anche in città attraverso le chiese che ne ospitano le opere.
Lotto nasce a Venezia nel 1480 e durante la sua formazione entra in contatto con maestri molto diversi tra loro, da Bellini a Giorgione, da Bramante a Raffaello. Giunge a Bergamo nel 1513, quando riceve la commissione per la Pala Martinengo Colleoni, la cui predella è esposta qui alla Carrara mentre il resto è nella chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano.


Il soggiorno in città coincide con una fase di crescita per l’artista, che matura un linguaggio figurativo autonomo e personale, sempre aggiornato alle principali novità. Le caratteristiche di Lotto sono una grande naturalezza e originali soluzioni compositive. I suoi dipinti sono sempre ricchi di dettagli che raccontano tante cose e, anche se la composizione è di grandi dimensioni, la rendono sempre intima.
Il percorso sulle tracce di Lotto prosegue al primo piano, con la mostra fotografica di Axel Hütte, che porta il visitatore nelle chiese in cui l’artista ha lavorato

e termina al piano terra con la Pala di San Bernardino.

L’inquieto itinerario di vita di Lorenzo Lotto si conclude invece nel 1556 presso la Santa Casa di Loreto, nelle Marche, dove si era ritirato nel 1552, dove aver lasciato numerose opere in quel ricco territorio.
Al termine di questo week end dedicato all’arte antica, rifletto su come noi lombardi forse tendiamo a dare per scontate città come Brescia e Bergamo. Non dovremmo invece dimenticare che il passato ricco e colto di queste città le ha rese due centri di cultura in cui storia e arte si sono stratificate. Oggi, grazie a musei che sono delle eccellenze come la Pinacoteca Martinengo o l’Accademia Carrara, la ricchezza e la cultura del passato sono restituite alla collettività.