Un itinerario tra Marche, Basilicata e Puglia

PARTE I, VERSO SUD

Ricominciamo il viaggio da dove lo avevamo lasciato due anni fa: nel 2023 abbiamo visitato le Marche ma nonostante le tre settimane trascorse tra borghi e mare, non siamo riusciti a visitare anche la parte più a sud. Incredibile perché la regione sulla carta pare piccola ma in realtà è davvero ricca di tesori e non basterebbero sei mesi per visitare tutto bene.

Approfittiamo quindi di un paio di tappe intermedie necessarie per la discesa in Puglia per vedere Fabriano e Ascoli. Dove dormiremo? A Mergo, dalle Viole, un b&b che ci è rimasto nel cuore con un ristorante casalingo favoloso.

GIORNO 1: FABRIANO

Fabriano è famosa per due motivi: il museo della carta e Gentile da Fabriano.

Il Museo della carta e della filigrana è estremamente interessante. Racconta di come dalla Cina, tramite Samarcanda la conoscenza della carta sia arrivata agli arabi e da loro in Spagna, con qualche evoluzione rispetto alla versione originale. Dalla Spagna la conoscenza si è diffusa in tutta Europa e Fabriano è diventata un importante centro di fabbricazione. Dapprima il processo prevedeva -in sintesi- lo sminuzzamento di stracci di cotone e lino a mano e tramite una macchina dotata di martelli.

Poi il ricavato veniva messo a mollo con una specie di collante e poi veniva estratto dall’ acqua con un setaccio detto modulo, eventualmente dotato di filigrane -create da fili di rame applicate sui moduli- per apporre una sorta di marchio di fabbrica al foglio. I fogli poi venivano stesi e battuti con dei mortai per eliminare le ondulazioni.

Nel corso dei secoli e con la rivoluzione industriale, il processo naturalmente si è evoluto, automatizzato e ovviamente ha iniziato a includere la corteccia degli alberi invece che gli stracci, ma io sono una nostalgica e trovo bellissime le vecchie macchine: preferisco la fase di creazione manuale. I laboratori organizzati dal museo consentono di sperimentare questi antichi passaggi.

Il biglietto del museo della carta include anche l’ingresso alla Pinacoteca Civica, piccola ma interessante.

Al piano terra è esposta la collezione di Ester Merloni, lasciata alla sua città natale, con opere di Nunzio, Savinio, Dorazio Turcato, Manzoni e De Pisis e altri.

Piero Dorazio è presente con diverso opere, due del 1965 una del 1971, un rilievo in bronzo del 1954 e una tela intitolata Antoinette del 1959.

Poi ci sono un De Pisis del 1943,

un Achrome di Manzoni del 1962,

e un Fontana a buchi del 1950.

Presenti anche Afro, Pomodoro, Capogrossi

e Burri con un’ opera del 1952.

Al piano superiore sono esposte le opere antiche. Alcuni affreschi staccati ricordano come il cantiere di Assisi di Giotto abbia influenzato molto anche gli esiti della pittura nel territorio fabrianese soprattutto nelle opere del Maestro di Campodonico e del Maestro di Sant’Emiliano.

In particolare il Maestro di Campodonico è stato definito la più alta espressione della tradizione giottesca in ambito marchigiano, con una forza espressiva e quasi espressionistica.

Simbolo del museo è la Madonna col Bambino tra Santi di Allegretto Nuzi del 1360 circa.

Nuzi era forte di una tradizione toscana e importò nelle Marche un linguaggio maturato dal confronto con la tenerezza espressiva dei Lorenzetti a Siena e con i volumi giotteschi ricavati da Bernardo Daddi. Dal punto di vista iconografico il lavoro di Allegretto contribuì alla diffusione della tipologia della Madonna dell’umiltà in area Adriatica mentre dal punto di vista tecnico combinò punzoni e fantasie di uccelli, fiori e tartarughe.

La Madonna che adora il Bambino nella culla era invece un modello di Gentile da Fabriano che è andato disperso ma lo ritroviamo nelle opere di maestro di Staffolo.

La contaminazione tra culture fiamminga e cultura marchigiana vede invece nell’opera di Antonio da Fabriano il punto di riferimento del Rinascimento maturo in città.

Andando verso il 1600, un’ opera molto importante esposta in Pinacoteca è il Presepe con San Nicola da Tolentino di Simone de Magistris da Caldarola.

La presenza di Orazio Gentileschi a Fabriano determinò un’importante influenza sui maestri locali e fu uno dei tramiti attraverso i quali si diffuse la lezione caravaggesca. Sotto, un’ opera di Orazio.

Purtroppo della nota adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano è presente solo una copia ma si sa che l’ originale è agli Uffizi perciò già non ci si illude. Peccato.

Il rapido giro finale di Fabriano ci consente di vedere la piazza principale con la sua bella fontana commissionata nel 1285 a Jacopo di Grondolo, che s’ispirò alla Fontana Maggiore di Perugia.
Sulla piazza si affacciano il duecentesco Palazzo del Podestà, il Palazzo del Comune, risalente al 1350 circa e ricostruito nel 1690, il seicentesco Loggiato di San Francesco con le 19 arcate,
il Palazzo Vescovile, riedificato a partire dal 1545 e e la Torre Civica, di origini medievali, crollata e poi ricostruita.

Dopo la visita, ci spostiamo a Mergo per la notte.

GIORNO 2: MERGO

Scegliamo di dormire come due anni fa a Mergo, presso Le Viole che hanno anche un eccezionale osteria. Salutiamo nuovamente il piccolo centro del borgo con la sua torre quadrangolare con l’ orologio, collegata al camminamento di ronda del XIV secolo e la chiesa di San Lorenzo originariamente del XII secolo e ricostruita nel XVIII secolo.

ASCOLI PICENO

Da Mergo ci spostiamo ad Ascoli. Il tempietto di Sant’Emidio alle Grotte è classificato come uno dei monumenti più importanti della città di Ascoli Piceno e rappresenta un simpatico prototipo di architettura barocca. Eretto in onore del patrono della città, si definisce “alle grotte” perché il suo ambiente interno è costituito da grotte e nicchie naturali.

Il tempietto fu costruito negli anni compresi tra il 1717 ed il 1720-21 da Giuseppe Giosafatti, al tempo presente in città poiché si stava occupando della sistemazione del palazzo dell’Arengo. Per la progettazione del tempietto, Giosafatti si ispirò allo stile di Pietro da Cortona ed alle opere di Gian Lorenzo Bernini, suo maestro. Il tempio è, infatti, definito come la sua opera più berniniana. All’ interno, un piccolo presepe occupa una grotta più interna.

Poco distante si trova l’ altro tempietto, sempre dedicato a Sant’ Emidio. La leggenda vuole che  in questo luogo -sopra alla pietra custodita sotto all’ altare- Sant’Emidio venisse decapitato e, in seguito, si incamminasse, con in mano la sua testa, verso le grotte. Là si rifugiava coi compagni durante le persecuzioni e quello divenne il posto del sepolcro. In questo secondo tempietto c’è anche un dipinto che in effetti lascia poco spazio all’ interpretazione…

La Pinacoteca Civica è piuttosto piccola ma ha qualche pregio. Interessanti le opere di Cola dell’Amatrice, un pittore di formazione umbro-laziale che arrivó ad Ascoli nel 1508 portando gli insegnamenti di Pinturicchio e Perugino. Nel 1512 si trasferí a Roma ed ebbe modo di conoscere le opere di Raffaello.

Federico Zeri scrisse che dopo gli anni venti del Cinquecento Cola dell’ Amatrice si fosse “perso in un clima irrimediabilmente provinciale” ma va capito che si dedicò all’architettura concentrando i propri sforzi su quello e delegò in maniera crescente le opere pittoriche alla bottega, allentando il controllo. In ogni caso le sue opere sono molto apprezzabili e sono una bella scoperta.

Purtroppo l’ opera di Crivelli del Museo è in pessimo stato di conservazione.

Al secondo piano, tra gli altri, sono esposti un Tiziano, un Luca Giordano, un dolcissimo Guida Reni, una coppia di mature morte di Cristofano Munari, e un Pelizza da Volpedo che somiglia al Girotondo che abbiamo a Milano.

Piazza del Popolo è la parte più bella di Ascoli: i portici vennero realizzati agli inizi del 1500 con 50 archi su colonne. L’ampiezza degli archi non è uniforme in quanto è regolata in base all’ampiezza delle proprietà retrostanti. L’obiettivo era proprio quello di uniformare visivamente le proprietà pre-esistenti per ottenere una piazza ordinata e piacevole. Al di sopra dei portici si aprono finestre uniformi e lunette con merli. La loggia dei mercanti venne edificata nel 1500 dalla corporazione della lana, su disegno attribuito a Cola dell’Amatrice. 

La loggia è addossata alla bellissima chiesa di San Francesco, iniziata nel 1258 e consacrata nel 1371. Le torri esagonali sono del 400 mentre la volta a crociera e la cupola risalgono alla metà del 1500. Molto bello anche il chiostro detto anche ‘piazza delle erbe’ visto che anticamente qui si svolgeva il mercato.

Molto bella anche Piazza del Duomo con l’antico Battistero. All’ interno del Duomo si trova un magnifico polittico di Carlo Crivelli che da solo vale la tappa ad Ascoli.

A conclusione della nostra giornata ad Ascoli ci concediamo l’anisetta all’antico caffè Meletti in piazza, consigliata da ogni guida.

GIORNO 3: SAN GIOVANNI ROTONDO

Dedichiamo il terzo giorno alla discesa a tappe verso San Giovanni Rotondo.

Attraversiamo Pescara con il bel Ponte del Popolo che è il più grande ponte ciclo-pedonale italiano ed uno dei maggiori d’Europa. La creazione del ponte nel 2009 ha consentito di mantenere la continuità della Ciclovia adriatica che parte da Ravenna e arriva a Santa Maria di Leuca.

(foto da internet)

Attraversiamo Abruzzo, Molise e Tavoliere delle Puglie e raggiungiamo San Giovanni Rotondo. La cittadina è evidentemente costruita intorno al Santuario della Madonna delle Grazie e attorno al Santuario di Padre Pio, o meglio, San Pio.

Il primo è del 1959,

mentre il secondo è stato commissionato dai frati minori cappuccini, progettata da Renzo Piano e costruita dall’impresa Pasquale Ciuffreda di Foggia. L’opera è stata quasi completamente finanziata dalle offerte dei pellegrini.

L’interno misura 6000 m² ed è in grado di contenere 7000 persone, risultando una delle chiese con la maggior superficie in Italia.

La parte più suggestiva è decisamente quella che presenta il corpo del Santo, il resto dal mio punto di vista è un po’ pomposo e poco coinvolgente.

GIORNO 4: MONTE SANT’ ANGELO

Monte Sant’ Angelo è un posto bellissimo. Bello il piccolo borgo, bellissimo il Santuario, incredibile il Battistero e stupenda la chiesa di Santa Maria Maggiore.

Simbolo di Monte Sant’Angelo è il Santuario di San Michele Arcangelo, patrimonio dell’umanità dal 2011 insieme ad altri luoghi dell’Italia Longobarda. Fu eretto sulla grotta in cui secondo la tradizione apparve l’Arcangelo Michele per tre volte alla fine del v secolo. Il santuario è preceduto da un campanile ottagonale del 1274 che ricorda le torri del Castello del Monte. La grotta delle apparizioni è molto suggestiva. È presente un altare seicentesco e una cappella del Sacramento barocca. Nella seconda grotta è presente un altare con la statua dell’Arcangelo del 1507 attribuita ad Andrea Ferrucci da Fiesole.

L’altro complesso eccezionale è quello di San Pietro che si trova poco distante. È preceduto dalla conca absidale della chiesa di San Pietro demolita nel 1894, sulla sinistra si apre il Battistero e a destra la chiesa di Santa Maria Maggiore.

Il Battistero di San Giovanni in Tumba è una meraviglia del XII secolo. Impropriamente era conosciuta come tomba di Rotari poiché si diceva contenesse la sepoltura del re longobardo ma probabilmente questi è sepolto a Pavia. I rilievi sono eccezionali.

All’interno si trova anche un esemplare del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto creato a partire dai pizzi donati da varie strutture e varie persone della zona, carceri comprese.

L’opera propone una riflessione tra passato, presente e futuro. I pizzi vengono sottoposti a un trattamento di metallizzazione con ottone dorato per rendere eterno ciò che è effimero, preservare una tradizione artigianale. L’utilizzo di materiali tradizionali come merletti indica anche la volontà di valorizzare e mantenere viva una tradizione locale.

A destra del cattino absidale della chiesa non più presente, si trova la porta di della chiesa di Santa Maria Maggiore del secolo XIV con un magnifico portale.

Nel punto più alto del borgo si erge il castello. Edificato nel IX secolo come torre di avvistamento e salvaguardia del Santuario per volere del vescovo di Benevento, fu trasformato in castello dai Normanni che ne fecero la dimora della signoria. Con Federico II fu ampliato acquistando grande importanza per la difesa dell’intero Gargano. Gli angioini lo utilizzarono come prigione di stato, poi, nel XV secolo, fu realizzato il fossato a causa dell’avvento delle armi da fuoco e gli Aragonesi costruirono altri tre torrioni. Tra questi, l’ultimo è attributo all’architetto militare Francesco di Giorgio Martini di cui abbiamo visto tante bellissime opere nelle Marche.

Grazie a un ottimo suggerimento risaliamo una piccola porzione di Gargano. Ci consigliano la spiaggia di Vignanotica e Baia dei faraglioni ma noi per motivi di tempo riusciamo ad arrivare solo a Mattinata che è comunque molto simpatica

BITONTO

Bitonto è un gioiello. Nasce entro una cinta muraria. In questa zona frequenti erano le scorrerie dei saraceni e i residenti dei casali del circondario decisero di unirsi in un unico sito alla fine dell’ XI secolo. Successivamente gli angioini decretarono la vocazione produttiva e commerciale della cittadina. Ancora successivamente gli aragonesi diedero maggiore importanza al borgo ed ecco quindi che comparvero numerosi palazzi dalle linee rinascimentali dei quali ancora vi è traccia.  Bitonto oggi impegnata nel recupero e nella rivalutazione del suo patrimonio architettonico.

La cattedrale è incredibile. Perfettamente conservata, perfettamente romanica. È un esempio di romanico pugliese del XII secolo e testimonia la diffusione del modello della basilica di San Nicola di Bari con i motivi occidentali giunti con i Normanni e i Benedettini e i motivi orientali.

L’interno rispecchia esattamente l’esterno con la rigorosa divisione in tre navate, è pura, pulita e – per una volta- non rimaneggiata. Qui il romanico si respira a pieni polmoni.

L’ ambone è un capolavoro della scultura medievale, è del 1229.

Sotto alla cattedrale si trovano la cripta del X-XI secolo caratterizzata da curiosi capitelli zoomorfi e affreschi del X secolo, e la struttura paleo-cristiana del VI secolo.

La decorazione pittorica rappresenta tra gli altri Santa Tecla, santa molto cara agli amici libanesi come ci fa notare una visitatrice mediorientale.

È presente anche un antico mosaico: il grifo è un simboli cristologico che sottolinea la dualità di Cristo divino e umano e dell’ animale mitologico tra falco e felino.

Nonostante le ridotte dimensioni del borgo, a Bitonto si trovavano ben 60 chiese. Tra le altre, una molto curiosa è la chiesa del Purgatorio con sculture decisamente inquietanti.

GIORNO 5: ALTAMURA

Terminiamo in mattinata la visita a Bitonto e ci spostiamo ad Altamura. Il primo borgo è databile al secondo millennio avanti Cristo ma fu distrutto dai saraceni e rifondato da Federico II con funzioni militari ed economiche. Comparvero allora la cinta difensiva, il castello e la cattedrale.

La cattedrale è l’unica Chiesa in Puglia costruita per volere espresso di Federico II che fece posare nel 1232 la prima pietra. Nel 1316 fu ricostruita in seguito a un terremoto. Nel 1500 subí rimaneggiamenti e nell’ottocento fu rifatto l’interno.

Gli esterni rimangono invece per lo più originali. Il portale è 300-400esco, ricco di bassorilievi. La decorazione prende l’avvio da Maria e l’angelo sui lati nel registro basso e procede con tutte le storie della vita di Cristo. Si conclude con la Madonna del trono al centro della lunetta e l’ultima cena con il bacio a Cristo sull’architrave.

Non riesco a nascondere che il rimaneggiamento degli interni mi infastidisce ma due elementi colpiscono in chiave positiva: l’ambone e un bellissimo dipinto di Domenico Morelli che rappresenta la caduta di San Paolo.

Oltre alla cattedrale, ad Altamura naturalmente c’è il pane!

Ci imbattiamo nel forno di Santa Caterina, il forno più antico di Altamura. Le sue origini risalgono all’anno 1392. Originariamente questo forno aveva la funzione di forno di comunità dove i cittadini residenti portavano il pane e altri prodotti a cuocere. Questa pratica è rimasta attiva fino alla seconda metà del Novecento quando la comunità ha smesso di preparare il pane in casa e sono comparsi i primi panifici al dettaglio. Oggi il forno è intitolato a Santa Caterina d’Alessandria figura molto diffusa nel sud Italia e in Francia. Il forno è grande 28 metri quadri è ancora funzionante, si trova leggermente sotto terra ed i proprietari sono molto gentili.

Molto interessante anche il percorso tra i vicoli e l’arco basso, parecchio basso…

MATERA

Matera è come un presepe. Incantevole.

Matera si divide in due rioni, il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano separati dallo sperone roccioso centrale della Civita sul quale si erge la Cattedrale e antichi palazzi nobiliari.


Il nome Sasso Caveoso, si identifica con le case-grotta che sino agli anni ‘50 sono state delle vere abitazioni. Abbandonate per ragioni igienico-sanitarie dagli anni ‘60, da alcuni anni sono oggetto di un programma di recupero e di ristrutturazione. Abbiamo trovato da dormire in una di queste antiche abitazioni e lo charme naturalmente è palpabile.


Il Sasso Barisano invece prende il nome da un’antica famiglia materana e in opposizione a quello precedente è ricco di portali scolpiti e fregi.

La Cattedrale, situata nel punto più alto della città di Matera, è stata eretta tra il 1230 e il 1270, ed è dedicata alla Madonna della Bruna e a Sant’Eustachio. In stile romanico pugliese, presenta sulla facciata principale molti elementi ornamentali di forte valenza simbolico-religiosa, come il portale finemente decorato sormontato da una nicchia in cui è posta proprio la statua della Madonna della Bruna.

Altro elemento di particolare rilievo è il rosone romanico al centro della facciata che richiama il tema della ruota della fortuna particolarmente diffuso in epoca medioevale. Ha due porte laterali: ad una si accede attraverso una scalinata;  la seconda è chiamata Porta dei leoni. Il complesso del Duomo di Matera si completa con il Campanile che termina con una cuspide su cui poggiano una sfera e una croce.

Innumerevoli sono gli scorci che si possono trovare per realizzare bellissime foto.

e talvolta ci sono delle sorprese come la chiesetta di San Giovanni Battista del 1200 trovata chiusa di giorno e aperta la sera.

GIORNO 6: TARANTO

Da Matera passando attraverso Laterza arriviamo a Taranto. Qui vediamo il Castello Aragonese, il Duomo, le colonne greche e il famoso Museo Archeologico.

La città si sviluppa in tre parti: la parte vecchia che sorge sul sito dell’antica Acropoli greca, la città nuova nell’area dove c’erano la polis e la necropoli e la zona di Porta Napoli nel triangolo di terraferma dove c’è la stazione. La città è antichissima più di 2500 anni fa era una ricca Polis greca ma esisteva già prima. Lo sbarco dei Greci cambiò usi i costumi e introdusse uno stile di vita molto progredito. Nel IV secolo a.C. la città contava circa 300.000 abitanti. Con Roma vi era un patto di rispettare i reciproci territoriali ma poi le navi romane violarono il patto e fu guerra. Pirro venne in soccorso di Taranto con i suoi elefanti ma la città fu schiacciata nel 272 a.C. Tentò di risollevarsi alleandosi con Annibale nel 212 a.C. ma fu definitivamente sconfitta. Da allora il declino fu inevitabile. Invasa da Longobardi e Saraceni, la città venne resa al suolo più e più volte. Cambiò poi diverse diverse dominazioni fino all’avvento degli Aragonesi nel 1463 che la fortificarono. Agli inizi del 1500 divenne spagnola, austriaca nel 1700, francese nel 1800 e lo rimase fino all’unità del Regno d’Italia. Fu bombardata durante la Seconda Guerra mondiale dall’aviazione britannica la notte dell’11 novembre 1940, “la notte di Taranto”. Nel 1965 venne inaugurato il polo industriale che cambiò le sorti della città con notevoli ripercussioni sulla struttura sociale economica urbanistica ma anche sanitarie.

Il Castello aragonese risale all’VIII secolo a.C. ma oggi lo vediamo con l’aspetto voluto a fine del 1400 da Ferdinando D’Aragona. Fu disegnato dall’architetto, che abbiamo già precedentemente incontrato, Francesco di Giorgio Martini Siena. Si compone di quattro torrioni cilindrici collegati a baluardi.

Il Duomo è dedicato a San Cataldo ed è originariamente dell’XI secolo ma la facciata è stata riedificata in stile barocco nel 1713. Anche il campanile è un rifacimento moderno e il soffitto a cassettoni ligneo è del 1713. Il ciborio è del 1600. Strepitose invece tre parti: le colonne con capitelli corinzi che dividono le navate e che sono di spoglio (vale a dire greche ma recuperate e riutilizzate in epoche successive), le tracce dell’originale pavimento a mosaico a grosse tessere e la cappella di San Cataldo in fondo alla navata a destra. Realizzata nel 1650 circa, è un tripudio di marmi. Ha lavorato qui Giuseppe Sanmartino, l’autore del Cristo velato della cappella di San severo di Napoli. Bellissimo l’altare con tarsie di marmi vari e madreperla.

Poco distante, sempre nel centro storico, incontriamo la chiesa di San Domenico del 1360 e palazzo Pantaleo.

Il Museo Archeologico è bellissimo, piccolo ma davvero molto moderno.

Al IV secolo a.C. risalgono Orfeo e le serene in terracotta. Si presume che questo gruppo adornasse un ricco sepolcro della città. Il mito di Orfeo è il simbolo del trionfo dell’armonia sul disordine, un concetto basilare del pensiero poetico filosofico pitagorico particolarmente diffuso in Magna Grecia e amato da Archita che governò a Taranto nella seconda metà del IV secolo. Questo opere hanno una storia particolare perché furono restituite dal museo Getty di Los Angeles dove erano approdate negli anni’70 tramite la Svizzera, non legalmente. È incredibile notare come sia sia ben conservato nonostante il fragile materiale.

Celebre anche lo Zeus in bronzo su capitello dorico, leggermente più antico perché del VI secolo a.C. La posizione e la ieraticità rispondono ai canoni del periodo arcaico.

Tra gli oggetti che mi colpiscono ci sono le antefisse, terracotte utilizzate in architettura collocate lungo la linea di gronda nelle coperture dei tetti a doppio spiovente. Il soggetto più documentato è senza dubbio quello della gorgone che aveva in origine e funzione apotropaica cioè allontanava le influenze maligne con il suo aspetto terrifico.

Incredibilmente intatti, tra i tanti purtroppo rotti, due crateri del V secolo a.C., bellissimi. L’uno con una scena di libagione sul collo e una scena mitologica del ciclo Troiano sul corpo, Aiace che cerca di strappare Cassandra dal Palladio presso cui si rifugiata. L’altro con una scena di combattimento tra un guerriero greco e un’amazzone.

Magnifico anche l’enorme cratere che raffigura da un lato i sileni che fuggono davanti a Perseo che mostra la testa di Medusa mentre sul registro inferiore Apollo. Dall’altro lato si può apprezzare la figura in Dioniso che, seduto su una roccia, assiste alla danza di una menade mentre Artemide avanza con una torcia.

Tanti anche gli esempi di vasi precedenti, quindi con figure nere sulla terracotta rossa. Fra gli altri, i vasi ritrovati nella tomba degli atleti. Il ricco corredo funerario si può fare salire al VI-V secolo a.C.

Corrono poi quasi due secoli ed è chiaro che lo stile si è molto evoluto tra figure nere su fondo rosso e le successive figure rosse su fondo nero.

Al 330 a.C. risale invece il cratere a mascheroni e figure rosse: sul collo vediamo una figura che siete tra un satiro con una fiaccola e una menade con una corona, nel registro inferiore, entro un edificio reso in bianco sovra dipinto, c’è un giovane vestito di corazza che regge la lancia e l’elmo.

Al retro Helios sul registro superiore e una serie di divinità nel registro inferiore.

Questo vaso è stato restituito dal Cleveland Museum of Art nel 2009, sempre a seguito di un’esportazione illegale.

Poi c’è lei, la figura simbolo del museo, in terracotta policroma, databile IV secolo a.C. 

Oltre ad essere una preziosa testimonianza di policromia, questa testa mostra anche l’uso del diadema e il modo in cui veniva indossato.

Al IV e III secolo a.C. risalgono i magnifici ori esposti, i famosi ori di Taranto.

Di epoca romana sono invece i mosaici, I secolo a.C.- III secolo d.C.

Il passaggio per ammirare le colonne doriche del IV secolo a.C conclude la nostra visita alla città di Taranto.

Terminiamo in mattinata la visita di Taranto e partiamo verso Gallipoli. Due le tappe intermedie che scegliamo grazie ai consigli ricevuti: Porto Cesareo e Santa Maria al Bagno.

GIORNO 7: PORTO CESAREO E SANTA MARIA AL BAGNO

Porto Cesareo si caratterizza per quattro torri d’avvistamento costruite nel XVI secolo per proteggere la penisola salentina dalle invasioni nemiche: Torre Cesarea, Torre Lapillo, Torre Chianca e Torre Castiglionea che oggi non è più visibile. Davanti alle spiagge si trova l’Isola dei conigli e la costa prosegue fino a Punta Prosciutto. L’acqua è cristallina e le diverse baie consentono anche di diversificare la visita. Anche il borgo marino è simpatico.

Santa Maria al Bagno conobbe grande fama in età romana. Oggi è contrassegnata dalla Torre del fiume nota come Quattro Colonne così chiamata per le acque che sgorgavano nei pressi. Le colonne sono i Torrioni angolari di un piccolo forte crollato nella parte centrale.

Anche qui il colore dell’acqua è incredibile.

GALLIPOLI

Gallipoli è bellissima. Si protende nel mar Ionio ed è divisa in due parti: il nucleo vecchio sull’isola e l’ espansione moderna che occupa il basso promontorio. Frequentata sin dall’antichità, Gallipoli ha da sempre un’importanza strategica perché si trova a metà strada tra Taranto e capo Santa Maria di Leuca. A lungo bizantina, cadde nelle mani dei Normanni nel 1071 e in seguito fu degli svevi e degli angioini che lasciarono tracce nell’architettura. Dal 1500 fu sotto il dominio aragonese, si moltiplicarono i traffici del porto e divenne una piazza commerciale estremamente importante soprattutto per l’olio.

Troviamo anche qui un castello disegnato da Francesco di Giorgio Martini a fine del 1400, poi rafforzato dagli angioini.

La cattedrale è dedicata a Sant’Agata protettrice della città. La costruzione prese l’avvio nel 1629 e terminò a fine secolo. All’interno molto importante il ciclo di dipinti seicenteschi che rivestono altari e soffitto, per la maggior parte del pittore locale Giovanni Andrea Coppola e del napoletano Nicola Malinconico, autore della tela monumentale di 100 metri quadri che occupa l’intera volta della crociera. Il coro ligneo è fastosamente intagliato.

Strada facendo ci imbattiamo in palazzi nobiliari e in belle chiese che ci confermano la ricchezza un tempo (e oggi) di questa cittadina.

Splendida la chiesetta di Santa Maria della Purità, ricoperta di tele settecentesche e pavimento coevo in maioliche.

La piccola spiaggia della Purità sulla punta del promontorio perfeziona il soggiorno in questa piacevole località.

GIORNO 8: GALLIPOLI

In mattinata terminiamo la visita di Gallipoli e riprendiamo il viaggio.

Procedendo verso Santa Maria di Leuca ci fermiamo in due rinomate spiagge: Baia Verde e Punta della Suina.

Più a sud, a Marina di Pescoluse, si trova la zona che chiamano le Maldive del Salento.

SANTA MARIA DI LEUCA

La nostra discesa verso sud si conclude con una breve sosta a Santa Maria di Leuca, punta estrema della Puglia. Il nome ha una radice greca (da leuké, bianca) e bianca appare a chi si avvicina con le sue eleganti ville in stile Moresco, pompeiano, gotico, liberty.

Nella parte più alta si trova il Santuario di Santa Maria di Leuca dove si dice sia sbarcato l’apostolo Pietro nell’anno 43. Il santuario è noto anche come Santa Maria de finibus Terrae. Distrutto più volte dai turchi e dai saraceni, il santuario è stato ricostruito nel 1720-55 con una facciata aggiunta nel 1926.

Suggestivo anche il faro alto 47 metri che si trova sulla stessa piazza.

Dalla piazza antistante il Santuario si gode anche una magnifica vista sul porto della cittadina.

Gli highlights della settimana

Dove trascorrere un weekend romantico: Bitonto. Monte Sant’Angelo. Matera.

Dove cenare:  Tenuto Chiachito, San Giovanni Rotondo. Il Torrione dei Sapori, Bitonto.

Dove dormire: Il poggio, Ascoli Piceno. Palazzo Siena de Facendis, Bitonto. Cave Room Sassi, Matera.

Dove trascorrere una settimana con amici: Gallipoli.

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