Un itinerario tra Marche, Basilicata e Puglia

PARTE II, TORNANDO VERSO NORD

GIORNO 8: OTRANTO

Otranto è la città più orientale d’Italia. Le strade strette e tortuose sono lastricate di pietra e sono racchiuse tra le mura aragonesi.

La cittadina era già viva nel IX secolo avanti Cristo ed era un centro messapico che intratteneva rapporti con l’altra sponda della Adriatico. Nell’XI secolo sotto la dominazione normanna fu un crocevia di intensa vita commerciale. Al periodo di massimo splendore mise fine l’ assedio che i turchi di Maometto II posero alla cittadina nel 1480 per conquistarsi un avamposto da cui muovere contro i cristiani. Dopo una resistenza durata 15 giorni vennero massacrati migliaia di abitanti tra cui 800 cristiani che rifiutarono di rinnegare la propria fede (e vedremo in seguito dove finirono). I martiri vennero santificati e la città fu ripresa dagli aragonesi nel 1481 ma nonostante la ricostruzione, dalla seconda metà del ‘600 decadde sempre di più, in parallelo alla crescita di potenza della rivale Lecce.

Il centro si sviluppa intorno al porto

dove si trova anche una piacevole spiaggetta.

La cattedrale è un capolavoro romanico, fu edificata in onore di San Sabino tra 1170 e il 1178, fu poi impreziosita da decorazione barocca ma un restauro recente ha recuperato le forme del romanico pugliese. La facciata mostra la compresenza di elementi medievali e seicenteschi. É priva di decorazioni ma il bel rosone a 16 raggi e il portale la rendono più piacevole.

La chiesa venne consacrata nel 1088 e venne ricostruita dopo l’assedio turco. All’interno, oltre a un bel soffitto a cassettoni lignei, si trova un importantissimo mosaico pavimentale, unico in Puglia conservato quasi integralmente, realizzato nel 1163-1165. Il mosaico è una sintesi di tradizione culturale occidentale e orientale. Le tessere formano un albero della vita sorretto da una coppia di elefanti. Tra i rami si trovano animali mostruosi e simboli vari del sapere medievale, delle sacre scritture, di trattati di storia naturale, della mitologia, delle novelle medievali e delle leggende bretoni. Il disegno ha un significato di redenzione, dal peccato alla salvezza. Tra gli altri si trovano anche i dodici segni zodiacali.

È incredibile la cappella dei martiri che conserva le ossa degli 800 martiri del 1480, conservate dentro a teche a muro in vetro.

Bella anche la cripta sorretta da 42 colonne.

Deliziosa la piccola chiesa bizantina di San Pietro. Con pianta a croce greca, risale al IX secolo e conserva interessanti affreschi. I più antichi sono quelli che rappresentano la Lavanda dei piedi e l’Ultima Cena.

CURSI

Cursi non ha un centro abitato noto ma ci fermiamo per la notte e scopriamo che il palazzo nel quale abbiamo pernottato ha il più antico frantoio ipogeo del Salento. L’energia e la capacità della famiglia che gestisce la struttura turistica Trapetum Salento Domus è ammirevole. A cura loro sono il recupero del palazzo storico e la creazione di una piacevolissima oasi di verde che completa la proprietà, nonché il recupero dell’antico frantoio sottostante. Una tale capacità fa onore a un territorio che in passato ha puntato più alla vendita delle proprie risorse (in particolare della pietra) che al riconoscimento di una propria identità ma che ora desidera seguire una vocazione residenziale e turistica.

GIRNO 9: GALATINA

Galatina ci viene consigliata dal proprietario di Trapetum e in effetti la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria è strepitosa. Sa più di chiesa fiorentina che di chiesa salentina…

É stata completata in soli sette anni nel 1391. La sua particolarità è l’interno, completamente ricoperto di affreschi realizzati entro la prima metà del 1400. Le 150 scene sono opere di pittori toscani, napoletani e padovani, a testimonianza dei consistenti scambi culturali con le regioni centro settentrionali. Molto belli nel presbiterio gli affreschi riguardanti la storia di Santa Caterina d’Alessandria alla quale la chiesa è dedicata.

FARAGLIONI DI SANT’ANDREA

Tra Otranto e Lecce si trova un posto meraviglioso: i faraglioni di Sant’Andrea.

Ci fermiamo naturalmente per qualche foto e qualche tuffo.

LECCE

Lecce è talmente bella che è chiamata la Firenze del Sud. Qui il rococò ha toccato i vertici assoluti. È bellissima e vivace anche la sera.

La presenza di tombe messapiche, del teatro e dell’anfiteatro di età romana indicano che Lecce è molto antica, in più ne parla Strabone come Lupiae e il toponimo sembra collegato anche la figura della lupa che campeggia sullo stemma cittadino sotto a un leccio.

Dopo la fine dell’impero romano, Lecce cadde per le invasioni barbariche e poi a causa della guerra tra i Goti e bizantini nel VI secolo. Se l’epoca bizantina favorì l’ascesa di Otranto, con l’arrivo dei Normanni nel 1069 Lecce riguadagnò importanza soprattutto con l’insediamento dei Benedettini che tentarono di combattere l’egemonia culturale di Costantinopoli. Così nacquero chiese e monasteri. Gli svevi la trascurarono ma gli angioini la aprirono ai commerci con Venezia, una crescita che non fu più interrotta, grazie anche al progressivo decadimento di Otranto, la rivale. Le invasioni musulmane che avevano messo a dura prova la costa alla fine del 1400 (ricordiamo il sacco di Otranto e gli 800 martiri) non toccò più di tanto Lecce, grazie forse anche la sua posizione più nell’entroterra. La battaglia di Lepanto nel 1571 mise finalmente fine alle minacce dei Turchi e il concilio di Trento permise la diffusione dei potenti ordini religiosi che diedero alla città un nuovo impulso artistico. Così Lecce divenne un cantiere a cielo aperto. Francesco Antonio e Giuseppe Zimbalo, Giuseppe Cino, Mauro ed Emanuele Manieri diedero un contributo essenziale alla formazione del barocco. In seguito, la soppressione degli ordini religiosi voluta da Napoleone portò alla creazione di nuovi quartieri dall’aspetto neoclassico, neogotico e neomoresco.

Molto importante è il Duomo, preceduto dai propilei che segnano l’ingresso alla piazza aperta nel 1761. Grazie al colore della pietra locale gli edifici che circondano il Duomo creano una raffinata scenografia.

Il Duomo è stato eretto nel 1114 e ricostruito nel 1659-70 a opera di Giuseppe Zimbalo, la personalità più significativa del barocco leccese. La facciata è collocata frontalmente alla piazza ma è laterale rispetto all’orientamento della chiesa.

Tre tele settecentesche di Oronzo Tiso decorano l’abside.

Sotto alla chiesa si trova la cripta con 92 colonne e semi colonne con capitelli risalenti al 1500.

Tra tutti, bello quello con la lupa e il leccio, simboli della città.

Sulla piazza antistante il Duomo si trovano anche il Palazzo Vescovile di aspetto rococò e il Palazzo del Seminario costruito tra il 1694 e il 1709 su progetto di Giuseppe Cino. All’interno si trova un pozzo.

Il campanile accanto al Duomo è un’altra opera di Giuseppe Zimbalo ed è datato 1682. Si sviluppa su cinque piani e all’ultimo ha un’edicola ottagonale a cupola da cui si gode un bel panorama su Lecce e sulla campagna fino all’adriatico.

Bellissima è anche la basilica di Santa Croce.

É iI più celebre esempio di barocco leccese di Gabriele Riccardi che iniziò a lavorare intorno al 1549 su un luogo più antico. Di Francesco Antonio Zimbalo sono i portali laterali del 1606. Il rosone d’ispirazione romanica ha un elaborata ghiera barocca e il timpano fitto di intagli. La facciata è un tripudio di ornamenti.

All’interno troviamo un soffitto ligneo, una cupola e diversi altari, in particolare quello di San Francesco di Paola del 1614 opera di Francesco Antonio Zimbalo e dodici bassorilievi con gli episodi della vita del Santo.

Importanti anche la chiesa di San Matteo eretta tra il 1667 e il 1700

e Santa Chiara eretta nel 1429 ma quasi completamente restaurata da Giuseppe Cino nel 1690 circa.

GIORNO 10: CAMPO DI MARE

Prima di spostarci a Brindisi passiamo a Campo di Mare per un bagno. Scegliamo questa zona perché c’è un po’ di vento e il mare è increspato ma in questo punto, grazie alle insenature artificiali, si possono apprezzare i colori dell’acqua calma.

BRINDISI

Brindisi è una città molto piacevole, molto meno affollata di Lecce e meno chiassosa di Gallipoli. Si capisce che la sua vocazione è principalmente portuale e commerciale e non propriamente turistica ma il porto è molto bello e più sicuro di quello, ad esempio, di Taranto.

Con Taranto Brindisi ebbe rapporti molto conflittuali ma a tratti. Furono nemiche poi alleate per frenare l’avanzata romana ma alla caduta di Taranto seguì quella di Brindisi.

Fu collegata a Roma da un prolungamento della via Appia e dalla successiva apertura della via Traiana e il suo porto divenne punto di transito degli eserciti verso Oriente. Da Brindisi passò l’esercito di Cesare cercando di accerchiare Pompeo e tanti altri avvenimenti si svolsero in questa città. Con la caduta di Roma, Brindisi fu saccheggiata e occupata da goti, longobardi e saraceni. Fu dominata dai bizantini e poi dai normanni. Federico II scelse Brindisi per il suo matrimonio nel 1225 e fu scelta come porto dai crociati per le spedizioni in Terra Santa tra l’ XI e il XIII secolo. Gli angioini la ingrandirono, gli aragonesi eressero il forte sull’isola di Sant’Andrea a difesa delle scorrerie turche. Nel 1800 all’apertura del Canale di Suez Brindisi tornò a essere uno scalo importante per i traffici con l’oriente. Durante la Prima Guerra mondiale rivestì un ruolo strategico e importante è fu capitale d’Italia per cinque mesi nel 1943 quando si rifugiarono qui il re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Badoglio. 

Belli il porto e il lungomare che è il luogo simbolo della città.

L’ imponente monumento a forma di gigantesco timone che si vede sull’altra sponda è il Monumento Nazionale al Marinaio d’Italia. Fu eretto tra il 1932 e il 1933 per commemorare i marinai caduti nella Prima Guerra Mondiale, è alto 54 metri dal piazzale superiore, è realizzato in cemento armato e rivestito in pietra.
All’interno del monumento si trova una cappella sacrario con i nomi dei caduti e una statua in bronzo.
È colloquialmente noto tra i residenti brindisini come “la jatta ‘ssittata” (la gatta seduta).

Le colonne romane in origine gemelle si raggiungono salendo 52 gradini della scalinata Virgiliana che arriva sul lungomare. Le colonne indicavano il punto terminale della via Appia e probabilmente raggiungevano un monumento sull’acropoli affacciata al mare. Ora è visibile solo una delle due Colonne, l’altra è stata donata a Lecce e regge ora la statua di Sant’Oronzo nella grande piazza.

Naturalmente c’è una cattedrale. È dedicata alla visitazione e a San Giovanni Battista. Risale al 1089-1132 ma fu riedificata quasi del tutto dopo il terremoto del 1743 e personalmente non trovo abbia molto fascino. All’interno ci sono tele di Oronzo Tisi, nel presbiterio.

A sinistra della cattedrale c’è la loggia del Balsamo o della ragione che risale al 1300.

Molto importante è invece San Giovanni al Sepolcro, gioiello dell’architettura normanna e menzionata per la prima volta nel 1128. Alle pareti alcune tracce di affreschi del 1200 e 1300, San Giorgio il drago tra i pochi leggibili. La struttura replicava quella del Santo Sepolcro a Gerusalemme e, visto che Brindisi era utilizzata come porto dai crociati verso la Terra Santa, la chiesa era molto venerata.

GIORNO 11: OSTUNI

Il borgo medievale con le abitazioni intonacate a calce ricorda una casbah araba e/o un paesino greco. Il centro storico si dispone intorno alla cattedrale con una serie di stradine e scalinate sovrastate spesso da arcate. Sant’Oronzo, che abbiamo già visto in piazza a Lecce, anche qui è celebrato perché secondo la leggenda risparmiò dalla peste l’intera terra d’Otranto. Anche Ostuni è antichissima, abitata dal paleolitico come testimonia Delia, la donna vissuta circa 26.000 anni fa rinvenuta in una grotta fuori città. In seguito fu messapica, romana, evangelizzata nel primo secolo, decadde con il crollo dell’impero romano, fu saccheggiata dai goti, dai longobardi e dai saraceni. Nell’VIII secolo il territorio si popolò di monaci giunti dalla Siria e dall’Egitto mentre furono i normanni a intensificare la coltura dell’olivo e a sviluppare il commercio. Appartenne a Lecce, poi a Taranto e gli angioini la rafforzarono. Fiorì sotto il Ducato di Bari, nel 1500 gli spagnoli la rafforzarono, mentre nel 1600 subì una battuta d’arresto. In età borbonica ricominciò a crescere fino a quando nel XX secolo si sviluppò molto il turismo. Il cuore della città è il Palazzo Comunale ex convento dei francescani, con l’obelisco di Sant’Oronzo settecentesco.

La cattedrale è del 1430-1495 ed è tardo gotica. 

All’interno, rifatto più volte, è rimasto un affresco del 1400. Il soffitto è ricoperto da tele settecentesche mentre il coro è del 1600.

Molto bella anche Maria Santissima del Carmine, il convento carmelitano dedicato a Santa Maria della Misericordia che fu fondato nella seconda metà del XV secolo e si trova oltre le mura di fortificazione.

TORRE GUACETO

Subito dopo Ostuni andiamo alla riserva naturale e area marina protetta di Torre Guaceto che si estende per circa 8 km ed è protetta già dagli anni settanta del Novecento. Vista l’estensione della spiaggia ci sono diversi punti in cui fare il bagno. In uno di questi punti c’è anche un centro di recupero per tartarughe ferite.

ALBEROBELLO

Alberobello è un paese fiabesco che conta diecimila abitanti circa. È patrimonio mondiale dell’Unesco e si contano oltre 1500 Trulli disseminati tra le stradine. Si divide in rioni e il più apprezzabile è il rione Aia Piccola con un complesso di quindici trulli. C’è anche una basilica ma è ricostruita nel XIX secolo. Di Alberobello naturalmente si apprezza più l’atmosfera che i monumenti storici. È un posto davvero unico al mondo. Molti trulli sono convertiti oggi in bed and breakfast ed è quindi possibile soggiornare all’interno, cosa che naturalmente noi abbiamo fatto e consigliamo.

GIORNO 12: LOCOROTONDO

Terminiamo in mattinata la nostra visita ad Alberobello e ci spostiamo a Locorotondo che dista solo un quarto d’ora da Alberobello. È su un cucuzzolo e domina le vigne. Si sa poco delle origini della cittadina ma se ne parla prima volta nel 1100. Nel 1400 fece parte del principato di Taranto. Il nucleo storico si snoda tra via Garibaldi e Porta Nuova. Diverse le chiese della cittadina, molto carina la chiesa di Santa Maria la Greca per lo splendido rosone traforato in facciata.

POLIGNANO A MARE

Polignano si trova su un promontorio roccioso a picco sul mare ed è nota per i tuffi della Red bull Cliff diving. È attraversata da una profonda incisione che si chiama Lama monachile e si apre sulla spiaggia libera di Cala Porto.

La chiesa principale è la Chiesa Matrice del 1295.

All’interno, il presepe ligneo è di Stefano da Putignano, XVI secolo.

Da visitare è la fondazione museo Pino Pascali nell’ex mattatoio comunale del paese. Purtroppo noi troviamo in riallestimento le opere non c’è niente di Pascali visibile tranne l’ altalena esposta all’esterno.

GIORNO 13: PORTO CAVALLO

Prima di partire per Bari ci fermiamo per un bagno a Porto Cavallo e

nella Cala delle alghe, poco più avanti e meno affollata.

BARI

Bari presenta un mix di antico e moderno, di sacro profano si capisce che era uno snodo fondamentale per i commerci con l’oriente. Dal porto partivano le navi dei pellegrini diretti in Terra Santa e anche oggi molti fedeli si riversano nella basilica di San Nicola.

Bari è una città molto antica, era abitata fin dalla preistoria, poi naturalmente fu romana, contesa tra Bisanzio e i longobardi prima e saraceni poi, nel IX secolo. Nel X secolo fu sede del Catapano, il funzionario imperiale che governava sui territori bizantini e in seguito si consolidò l’attività mercantile. Questo contribuì a inserire Bari come Venezia tra le città più importanti dell’epoca. Fu proprio un Doge veneziano a liberarla dall’assedio saraceno nell’ XI secolo e questo stabilì un’alleanza duratura con la Serenissima.

Nel 1071 fu conquistata dai Normanni e nel 1087 le spoglie di San Nicola furono trafugate da Mira e traslate qui. I normanni fecero fiorire i commerci ma più volte la città tentò di rendersi indipendente senza riuscire. Successivamente fu dominata da angioini e poi da aragonesi ma il periodo di appartenenza spagnola fu un’epoca di decadenza. La ripresa fu con i Borboni, quando decisero di allacciare Bari a Napoli e questo determinò la crescita della città. Una nuova crescita si ebbe durante il ventennio fascista.

La chiesa di San Nicola è uno dei punti principali della città. È un esempio significativo di architettura romanica pugliese. Come detto, le spoglie di San Nicola arrivarono da Mira nel 1087 e i cittadini vollero costruire un tempio in grado di glorificare il santo.

La chiesa è un misto di stile occidentale e orientale, occidentali sono le volte a crociera delle navate minori, mentre bizantina è la zona dell’altare dove si trova una sorta di iconastasi che divide presbiterio dalla navata centrale. Il ciborio che sovrasta l’altare è il più antico della regione, mentre la cattedra dell’Abate Elia in marmo è un mirabile esempio di stile medievale pugliese 1098.

In fondo alla navata sinistra si trova un’

opera di Bartolomeo Vivarini, pittore veneziano attivo in Puglia nella seconda metà del XV secolo. La pala è del 1476.

Molto suggestiva ovviamente la cripta dove si conservano le reliquie del Santo, la Santa Manna e la Colonna, oltre a icone e oggetti cari anche alla tradizione ortodossa. Molti fedeli visitano Bari espressamente per accedere a questa importante cripta.

In città è presente anche un castello, il castello svevo di Federico II, costruito tra il XII e il XIII secolo su preesistente struttura bizantina.

La cattedrale è romanica ma rimaneggiata successivamente come attesta anche la cripta decisamente barocca.

Completano il quadro di Bari due belle spiagge, Lido San Francesco e Pane e pomodoro, nota anche per gli intrattenimenti. Il lungomare di Bari è molto bello e ordinato. La sua estensione dà anche una chiara idea delle dimensioni importanti della città.

GIORNO 14: GIOVINAZZO

Terminata la visita di Bari ci spostiamo verso nord in direzione Trani, fermandoci a Giovinazzo e Molfetta. Giovinazzo si trova su un piccolo promontorio a ridosso di un porticciolo. L’insediamento di età romana è stato ampliato in epoca medievale e poi barocca.

Per entrare nel piccolo centro si supera un arco di Traiano. Il numero di chiesette è incredibile per la dimensione del centro. Tra le stradine si incontrano tra le altre Santa Maria di Costantinopoli del XVII secolo,

San Lorenzo del XIV secolo,

Sant’ Andrea del XII secolo

e Santa Maria degli Angeli del XIII-XIV secolo.

Bella la cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, un edificio romanico del XII secolo, ampiamente rimaneggiato nel 1700. Della struttura originaria rimangono l’abside e il transetto. È ricoperta di tele seicentesche di Carlo Rosa e c’è un’icona duecentesca, la Madonna di Corsignano, che sovrasta l’altare maggiore.

Imponenti risultano le mura romane che cingono il borgo antico. Ai piedi di queste si può approfittare di una micro spiaggia di scogli, perfetta per un rapido tuffo.

Incantevole il borgo che si snoda tra vicoli.

Fuori dal borgo antico si incontra Piazza Vittorio Emanuele II, con una grande chiesa e una prepotente fontana di tritone.

MOLFETTA

Il Vecchio Duomo di Molfetta vale un viaggio in Puglia, così come quella di Bitonto che si trova qui vicino ma che abbiamo visitato nella prima parte del viaggio, scendendo verso sud. Questa chiesa ha un fascino mozzafiato.

Si trova al porto ed è dedicata al protettore della città San Corrado. Iniziata nel XII secolo è stata terminata nel secolo successivo. È sfuggita per fortuna alle manipolazioni barocche che abbiamo visto in tante chiese di questo viaggio e questo è stato possibile grazie al trasferimento del titolo di Chiesa Madre alla cattedrale un po’ più distante, a fine settecento. Le due torri campanarie sono integre e richiamano l’architettura della basilica di San Nicola a Bari.

La vicinanza della grande costruzione al mare la rende ancora più suggestiva, quasi fosse un baluardo di cristianità visibile dal mare. Le campane suonano di continuo, non saprei dire perché e anche questo rende ancora più surreale il luogo. La struttura romanica è intatta e molto particolare, a pianta asimmetrica: la navata centrale presenta una copertura a tre cupole in asse di altezza variabile, mentre le navate laterali sono coperte con tetti spioventi, a una falda ciascuna, con tegole costituite da chiancarelle della stessa tipologia della copertura dei trulli.

Nelle decorazioni troviamo tre elementi del XII secolo: l’acquasantiera del saraceno, il pluteo, e, davanti a un altare barocco del 1748, una strepitosa lapide raffigurante il Redentore.

Molfetta era abitata sin dalla preistoria e divenne nell’XI secolo sede vescovile. La sua storia ruota intorno al porto che aveva forte importanza all’epoca delle repubbliche marinare perché era un approdo dalla Dalmazia e dalla Grecia ed era legato ai movimenti da e verso la Terra Santa. Nel 1529 è stata devastata dai francesi ma è rimasta un importante centro di cristianità. Lo specchio d’acqua accanto alla cattedrale consente un bagno rinfrescante prima della partenza.

TRANI

Trani è davvero molto bella e merita sicuramente una visita. Le prime notizie della città si hanno nell’XI secolo. L’abitato si arricchì progressivamente di edifici tra cui la basilica paleocristiana di Santa Maria che venne poi inglobata nella famosa cattedrale.

Con Federico II ci fu un’estensione dell’abitato e una nuova cinta difensiva che venne abbattuta nel 1800 per facilitare l’ulteriore ampliamento della città.

La cattedrale è un altro eccezionale esempio di romanico pugliese, con tre absidi semicircolari. Iniziata alla fine del 1000 inglobando la precedente basilica di Santa Maria è in realtà costruita da tre chiese sovrapposte: l’ipogeo di San Leucio, la chiesa di Santa Maria e la basilica di San Nicola Pellegrino. Pregevole in particolare è la facciata con il rosone, il campanile del 1200-1300 e la porta del XII secolo di bronzo con 32 formelle che ora è conservata all’interno della chiesa.

Molto bella è anche la cripta dedicata a San Nicola.

Il castello è del 1233 con piatta quadrangolare e rappresenta una mirabile opera difensiva. É di età sveva.

Il bellissimo porto completa il quadro di una città che mi ha sorpreso per cura e bellezza e che inaspettatamente balza in cima alla classifica dei ‘posti belli’ di questo viaggio.

GIORNO 15: BARLETTA

Barletta è una cittadina ricca di vestigia medievali. Era anch’essa terra di passaggio per chi si recava in Terra Santa. Come altre città di questa regione passò sotto gli angioini nel 1300 e 1400 e sotto gli spagnoli nel 1500. Nel 1600 subì una forte pestilenza e rovinosi terremoti. Rinacque nel dopoguerra con manifatture e viticultura.

Visitiamo subito la pinacoteca De Nittis che è ospitata nel bellissimo palazzo Della Marra, del 1500-1600. 

Giuseppe De Nittis nacque a Barletta nel 1846,  viaggiò tra Parigi e Londra esponendo con gli impressionisti senza però aderire del tutto al movimento. La raccolta si deve al lascito della moglie Léontine e conta 146 quadri, 65 disegni e le lettere.

Due opere valgono la visita alla Pinacoteca: Colazione in giardino del 1884 e

la bellissima Natura Morta del 1875 circa che raffigura molti oggetti di uso comune di Léontine, tra cui la mantellina raffigurata nel dipinto in cui pattina. È un dipinto enigmatico con elementi di gusto giapponese che in quegli anni a Parigi era oggetto di forte interesse. Molto particolare anche la decorazione murale che si vede sul fondo del dipinto, realizzata tramite l’applicazione di carta sulla tela.

Terminata la visita della pinacoteca ci dedichiamo la resto della cittadina. Il Duomo ha un portale rinascimentale ma è del 1100, terminato nel 1300. Antichi sono il campanile e il ciborio con capitelli non figurati, a testimonianza delle influenze orientali. Nella cripta si vedono tracce della basilica paleocristiana del X secolo.

Poco distante si trova la basilica del Santo Sepolcro. É di origini romaniche, del XII secolo con influenze gotiche del 1300 e 1400 e ha subito successive trasformazioni.

Di fianco alla basilica del Santo Sepolcro si trova il Colosso. Secondo una leggenda sarebbe approdato a Barletta in seguito al naufragio di una nave veneziana proveniente da Costantinopoli. La storia pare invece raccontare che venne trasportato da Ravenna ad opera di Federico II. In ogni caso è databile alla prima metà del v secolo d.C ed è alto quattro metri e mezzo.

Completa la lista dei punti di interesse di Barletta il castello svevo che fu eretto su fortificazione normanne e fu rafforzato dagli aragonesi nel 1400.

Si conclude con la visita di Barletta il nostro bellissimo viaggio in Puglia, tra cultura, sapori e mare.

Gli highlights della settimana

Dove trascorrere un weekend romantico: Ostuni, Alberobello, Giovinazzo.

Per una settimana tra arte e mare: Otranto, Lecce, Trani.

Dove dormire: BnB Verdi, Brindisi. Nel trullo Pietraluce, Alberobello. BnB Maison Divino, Trani.

Dove cenare: Nonna Tetti, Lecce. Matteotti friggitoria, lungomare Brindisi.

Un itinerario tra Marche, Basilicata e Puglia

PARTE I, VERSO SUD

Ricominciamo il viaggio da dove lo avevamo lasciato due anni fa: nel 2023 abbiamo visitato le Marche ma nonostante le tre settimane trascorse tra borghi e mare, non siamo riusciti a visitare anche la parte più a sud. Incredibile perché la regione sulla carta pare piccola ma in realtà è davvero ricca di tesori e non basterebbero sei mesi per visitare tutto bene.

Approfittiamo quindi di un paio di tappe intermedie necessarie per la discesa in Puglia per vedere Fabriano e Ascoli. Dove dormiremo? A Mergo, dalle Viole, un b&b che ci è rimasto nel cuore con un ristorante casalingo favoloso.

GIORNO 1: FABRIANO

Fabriano è famosa per due motivi: il museo della carta e Gentile da Fabriano.

Il Museo della carta e della filigrana è estremamente interessante. Racconta di come dalla Cina, tramite Samarcanda la conoscenza della carta sia arrivata agli arabi e da loro in Spagna, con qualche evoluzione rispetto alla versione originale. Dalla Spagna la conoscenza si è diffusa in tutta Europa e Fabriano è diventata un importante centro di fabbricazione. Dapprima il processo prevedeva -in sintesi- lo sminuzzamento di stracci di cotone e lino a mano e tramite una macchina dotata di martelli.

Poi il ricavato veniva messo a mollo con una specie di collante e poi veniva estratto dall’ acqua con un setaccio detto modulo, eventualmente dotato di filigrane -create da fili di rame applicate sui moduli- per apporre una sorta di marchio di fabbrica al foglio. I fogli poi venivano stesi e battuti con dei mortai per eliminare le ondulazioni.

Nel corso dei secoli e con la rivoluzione industriale, il processo naturalmente si è evoluto, automatizzato e ovviamente ha iniziato a includere la corteccia degli alberi invece che gli stracci, ma io sono una nostalgica e trovo bellissime le vecchie macchine: preferisco la fase di creazione manuale. I laboratori organizzati dal museo consentono di sperimentare questi antichi passaggi.

Il biglietto del museo della carta include anche l’ingresso alla Pinacoteca Civica, piccola ma interessante.

Al piano terra è esposta la collezione di Ester Merloni, lasciata alla sua città natale, con opere di Nunzio, Savinio, Dorazio Turcato, Manzoni e De Pisis e altri.

Piero Dorazio è presente con diverso opere, due del 1965 una del 1971, un rilievo in bronzo del 1954 e una tela intitolata Antoinette del 1959.

Poi ci sono un De Pisis del 1943,

un Achrome di Manzoni del 1962,

e un Fontana a buchi del 1950.

Presenti anche Afro, Pomodoro, Capogrossi

e Burri con un’ opera del 1952.

Al piano superiore sono esposte le opere antiche. Alcuni affreschi staccati ricordano come il cantiere di Assisi di Giotto abbia influenzato molto anche gli esiti della pittura nel territorio fabrianese soprattutto nelle opere del Maestro di Campodonico e del Maestro di Sant’Emiliano.

In particolare il Maestro di Campodonico è stato definito la più alta espressione della tradizione giottesca in ambito marchigiano, con una forza espressiva e quasi espressionistica.

Simbolo del museo è la Madonna col Bambino tra Santi di Allegretto Nuzi del 1360 circa.

Nuzi era forte di una tradizione toscana e importò nelle Marche un linguaggio maturato dal confronto con la tenerezza espressiva dei Lorenzetti a Siena e con i volumi giotteschi ricavati da Bernardo Daddi. Dal punto di vista iconografico il lavoro di Allegretto contribuì alla diffusione della tipologia della Madonna dell’umiltà in area Adriatica mentre dal punto di vista tecnico combinò punzoni e fantasie di uccelli, fiori e tartarughe.

La Madonna che adora il Bambino nella culla era invece un modello di Gentile da Fabriano che è andato disperso ma lo ritroviamo nelle opere di maestro di Staffolo.

La contaminazione tra culture fiamminga e cultura marchigiana vede invece nell’opera di Antonio da Fabriano il punto di riferimento del Rinascimento maturo in città.

Andando verso il 1600, un’ opera molto importante esposta in Pinacoteca è il Presepe con San Nicola da Tolentino di Simone de Magistris da Caldarola.

La presenza di Orazio Gentileschi a Fabriano determinò un’importante influenza sui maestri locali e fu uno dei tramiti attraverso i quali si diffuse la lezione caravaggesca. Sotto, un’ opera di Orazio.

Purtroppo della nota adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano è presente solo una copia ma si sa che l’ originale è agli Uffizi perciò già non ci si illude. Peccato.

Il rapido giro finale di Fabriano ci consente di vedere la piazza principale con la sua bella fontana commissionata nel 1285 a Jacopo di Grondolo, che s’ispirò alla Fontana Maggiore di Perugia.
Sulla piazza si affacciano il duecentesco Palazzo del Podestà, il Palazzo del Comune, risalente al 1350 circa e ricostruito nel 1690, il seicentesco Loggiato di San Francesco con le 19 arcate,
il Palazzo Vescovile, riedificato a partire dal 1545 e e la Torre Civica, di origini medievali, crollata e poi ricostruita.

Dopo la visita, ci spostiamo a Mergo per la notte.

GIORNO 2: MERGO

Scegliamo di dormire come due anni fa a Mergo, presso Le Viole che hanno anche un eccezionale osteria. Salutiamo nuovamente il piccolo centro del borgo con la sua torre quadrangolare con l’ orologio, collegata al camminamento di ronda del XIV secolo e la chiesa di San Lorenzo originariamente del XII secolo e ricostruita nel XVIII secolo.

ASCOLI PICENO

Da Mergo ci spostiamo ad Ascoli. Il tempietto di Sant’Emidio alle Grotte è classificato come uno dei monumenti più importanti della città di Ascoli Piceno e rappresenta un simpatico prototipo di architettura barocca. Eretto in onore del patrono della città, si definisce “alle grotte” perché il suo ambiente interno è costituito da grotte e nicchie naturali.

Il tempietto fu costruito negli anni compresi tra il 1717 ed il 1720-21 da Giuseppe Giosafatti, al tempo presente in città poiché si stava occupando della sistemazione del palazzo dell’Arengo. Per la progettazione del tempietto, Giosafatti si ispirò allo stile di Pietro da Cortona ed alle opere di Gian Lorenzo Bernini, suo maestro. Il tempio è, infatti, definito come la sua opera più berniniana. All’ interno, un piccolo presepe occupa una grotta più interna.

Poco distante si trova l’ altro tempietto, sempre dedicato a Sant’ Emidio. La leggenda vuole che  in questo luogo -sopra alla pietra custodita sotto all’ altare- Sant’Emidio venisse decapitato e, in seguito, si incamminasse, con in mano la sua testa, verso le grotte. Là si rifugiava coi compagni durante le persecuzioni e quello divenne il posto del sepolcro. In questo secondo tempietto c’è anche un dipinto che in effetti lascia poco spazio all’ interpretazione…

La Pinacoteca Civica è piuttosto piccola ma ha qualche pregio. Interessanti le opere di Cola dell’Amatrice, un pittore di formazione umbro-laziale che arrivó ad Ascoli nel 1508 portando gli insegnamenti di Pinturicchio e Perugino. Nel 1512 si trasferí a Roma ed ebbe modo di conoscere le opere di Raffaello.

Federico Zeri scrisse che dopo gli anni venti del Cinquecento Cola dell’ Amatrice si fosse “perso in un clima irrimediabilmente provinciale” ma va capito che si dedicò all’architettura concentrando i propri sforzi su quello e delegò in maniera crescente le opere pittoriche alla bottega, allentando il controllo. In ogni caso le sue opere sono molto apprezzabili e sono una bella scoperta.

Purtroppo l’ opera di Crivelli del Museo è in pessimo stato di conservazione.

Al secondo piano, tra gli altri, sono esposti un Tiziano, un Luca Giordano, un dolcissimo Guida Reni, una coppia di mature morte di Cristofano Munari, e un Pelizza da Volpedo che somiglia al Girotondo che abbiamo a Milano.

Piazza del Popolo è la parte più bella di Ascoli: i portici vennero realizzati agli inizi del 1500 con 50 archi su colonne. L’ampiezza degli archi non è uniforme in quanto è regolata in base all’ampiezza delle proprietà retrostanti. L’obiettivo era proprio quello di uniformare visivamente le proprietà pre-esistenti per ottenere una piazza ordinata e piacevole. Al di sopra dei portici si aprono finestre uniformi e lunette con merli. La loggia dei mercanti venne edificata nel 1500 dalla corporazione della lana, su disegno attribuito a Cola dell’Amatrice. 

La loggia è addossata alla bellissima chiesa di San Francesco, iniziata nel 1258 e consacrata nel 1371. Le torri esagonali sono del 400 mentre la volta a crociera e la cupola risalgono alla metà del 1500. Molto bello anche il chiostro detto anche ‘piazza delle erbe’ visto che anticamente qui si svolgeva il mercato.

Molto bella anche Piazza del Duomo con l’antico Battistero. All’ interno del Duomo si trova un magnifico polittico di Carlo Crivelli che da solo vale la tappa ad Ascoli.

A conclusione della nostra giornata ad Ascoli ci concediamo l’anisetta all’antico caffè Meletti in piazza, consigliata da ogni guida.

GIORNO 3: SAN GIOVANNI ROTONDO

Dedichiamo il terzo giorno alla discesa a tappe verso San Giovanni Rotondo.

Attraversiamo Pescara con il bel Ponte del Popolo che è il più grande ponte ciclo-pedonale italiano ed uno dei maggiori d’Europa. La creazione del ponte nel 2009 ha consentito di mantenere la continuità della Ciclovia adriatica che parte da Ravenna e arriva a Santa Maria di Leuca.

(foto da internet)

Attraversiamo Abruzzo, Molise e Tavoliere delle Puglie e raggiungiamo San Giovanni Rotondo. La cittadina è evidentemente costruita intorno al Santuario della Madonna delle Grazie e attorno al Santuario di Padre Pio, o meglio, San Pio.

Il primo è del 1959,

mentre il secondo è stato commissionato dai frati minori cappuccini, progettata da Renzo Piano e costruita dall’impresa Pasquale Ciuffreda di Foggia. L’opera è stata quasi completamente finanziata dalle offerte dei pellegrini.

L’interno misura 6000 m² ed è in grado di contenere 7000 persone, risultando una delle chiese con la maggior superficie in Italia.

La parte più suggestiva è decisamente quella che presenta il corpo del Santo, il resto dal mio punto di vista è un po’ pomposo e poco coinvolgente.

GIORNO 4: MONTE SANT’ ANGELO

Monte Sant’ Angelo è un posto bellissimo. Bello il piccolo borgo, bellissimo il Santuario, incredibile il Battistero e stupenda la chiesa di Santa Maria Maggiore.

Simbolo di Monte Sant’Angelo è il Santuario di San Michele Arcangelo, patrimonio dell’umanità dal 2011 insieme ad altri luoghi dell’Italia Longobarda. Fu eretto sulla grotta in cui secondo la tradizione apparve l’Arcangelo Michele per tre volte alla fine del v secolo. Il santuario è preceduto da un campanile ottagonale del 1274 che ricorda le torri del Castello del Monte. La grotta delle apparizioni è molto suggestiva. È presente un altare seicentesco e una cappella del Sacramento barocca. Nella seconda grotta è presente un altare con la statua dell’Arcangelo del 1507 attribuita ad Andrea Ferrucci da Fiesole.

L’altro complesso eccezionale è quello di San Pietro che si trova poco distante. È preceduto dalla conca absidale della chiesa di San Pietro demolita nel 1894, sulla sinistra si apre il Battistero e a destra la chiesa di Santa Maria Maggiore.

Il Battistero di San Giovanni in Tumba è una meraviglia del XII secolo. Impropriamente era conosciuta come tomba di Rotari poiché si diceva contenesse la sepoltura del re longobardo ma probabilmente questi è sepolto a Pavia. I rilievi sono eccezionali.

All’interno si trova anche un esemplare del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto creato a partire dai pizzi donati da varie strutture e varie persone della zona, carceri comprese.

L’opera propone una riflessione tra passato, presente e futuro. I pizzi vengono sottoposti a un trattamento di metallizzazione con ottone dorato per rendere eterno ciò che è effimero, preservare una tradizione artigianale. L’utilizzo di materiali tradizionali come merletti indica anche la volontà di valorizzare e mantenere viva una tradizione locale.

A destra del cattino absidale della chiesa non più presente, si trova la porta di della chiesa di Santa Maria Maggiore del secolo XIV con un magnifico portale.

Nel punto più alto del borgo si erge il castello. Edificato nel IX secolo come torre di avvistamento e salvaguardia del Santuario per volere del vescovo di Benevento, fu trasformato in castello dai Normanni che ne fecero la dimora della signoria. Con Federico II fu ampliato acquistando grande importanza per la difesa dell’intero Gargano. Gli angioini lo utilizzarono come prigione di stato, poi, nel XV secolo, fu realizzato il fossato a causa dell’avvento delle armi da fuoco e gli Aragonesi costruirono altri tre torrioni. Tra questi, l’ultimo è attributo all’architetto militare Francesco di Giorgio Martini di cui abbiamo visto tante bellissime opere nelle Marche.

Grazie a un ottimo suggerimento risaliamo una piccola porzione di Gargano. Ci consigliano la spiaggia di Vignanotica e Baia dei faraglioni ma noi per motivi di tempo riusciamo ad arrivare solo a Mattinata che è comunque molto simpatica

BITONTO

Bitonto è un gioiello. Nasce entro una cinta muraria. In questa zona frequenti erano le scorrerie dei saraceni e i residenti dei casali del circondario decisero di unirsi in un unico sito alla fine dell’ XI secolo. Successivamente gli angioini decretarono la vocazione produttiva e commerciale della cittadina. Ancora successivamente gli aragonesi diedero maggiore importanza al borgo ed ecco quindi che comparvero numerosi palazzi dalle linee rinascimentali dei quali ancora vi è traccia.  Bitonto oggi impegnata nel recupero e nella rivalutazione del suo patrimonio architettonico.

La cattedrale è incredibile. Perfettamente conservata, perfettamente romanica. È un esempio di romanico pugliese del XII secolo e testimonia la diffusione del modello della basilica di San Nicola di Bari con i motivi occidentali giunti con i Normanni e i Benedettini e i motivi orientali.

L’interno rispecchia esattamente l’esterno con la rigorosa divisione in tre navate, è pura, pulita e – per una volta- non rimaneggiata. Qui il romanico si respira a pieni polmoni.

L’ ambone è un capolavoro della scultura medievale, è del 1229.

Sotto alla cattedrale si trovano la cripta del X-XI secolo caratterizzata da curiosi capitelli zoomorfi e affreschi del X secolo, e la struttura paleo-cristiana del VI secolo.

La decorazione pittorica rappresenta tra gli altri Santa Tecla, santa molto cara agli amici libanesi come ci fa notare una visitatrice mediorientale.

È presente anche un antico mosaico: il grifo è un simboli cristologico che sottolinea la dualità di Cristo divino e umano e dell’ animale mitologico tra falco e felino.

Nonostante le ridotte dimensioni del borgo, a Bitonto si trovavano ben 60 chiese. Tra le altre, una molto curiosa è la chiesa del Purgatorio con sculture decisamente inquietanti.

GIORNO 5: ALTAMURA

Terminiamo in mattinata la visita a Bitonto e ci spostiamo ad Altamura. Il primo borgo è databile al secondo millennio avanti Cristo ma fu distrutto dai saraceni e rifondato da Federico II con funzioni militari ed economiche. Comparvero allora la cinta difensiva, il castello e la cattedrale.

La cattedrale è l’unica Chiesa in Puglia costruita per volere espresso di Federico II che fece posare nel 1232 la prima pietra. Nel 1316 fu ricostruita in seguito a un terremoto. Nel 1500 subí rimaneggiamenti e nell’ottocento fu rifatto l’interno.

Gli esterni rimangono invece per lo più originali. Il portale è 300-400esco, ricco di bassorilievi. La decorazione prende l’avvio da Maria e l’angelo sui lati nel registro basso e procede con tutte le storie della vita di Cristo. Si conclude con la Madonna del trono al centro della lunetta e l’ultima cena con il bacio a Cristo sull’architrave.

Non riesco a nascondere che il rimaneggiamento degli interni mi infastidisce ma due elementi colpiscono in chiave positiva: l’ambone e un bellissimo dipinto di Domenico Morelli che rappresenta la caduta di San Paolo.

Oltre alla cattedrale, ad Altamura naturalmente c’è il pane!

Ci imbattiamo nel forno di Santa Caterina, il forno più antico di Altamura. Le sue origini risalgono all’anno 1392. Originariamente questo forno aveva la funzione di forno di comunità dove i cittadini residenti portavano il pane e altri prodotti a cuocere. Questa pratica è rimasta attiva fino alla seconda metà del Novecento quando la comunità ha smesso di preparare il pane in casa e sono comparsi i primi panifici al dettaglio. Oggi il forno è intitolato a Santa Caterina d’Alessandria figura molto diffusa nel sud Italia e in Francia. Il forno è grande 28 metri quadri è ancora funzionante, si trova leggermente sotto terra ed i proprietari sono molto gentili.

Molto interessante anche il percorso tra i vicoli e l’arco basso, parecchio basso…

MATERA

Matera è come un presepe. Incantevole.

Matera si divide in due rioni, il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano separati dallo sperone roccioso centrale della Civita sul quale si erge la Cattedrale e antichi palazzi nobiliari.


Il nome Sasso Caveoso, si identifica con le case-grotta che sino agli anni ‘50 sono state delle vere abitazioni. Abbandonate per ragioni igienico-sanitarie dagli anni ‘60, da alcuni anni sono oggetto di un programma di recupero e di ristrutturazione. Abbiamo trovato da dormire in una di queste antiche abitazioni e lo charme naturalmente è palpabile.


Il Sasso Barisano invece prende il nome da un’antica famiglia materana e in opposizione a quello precedente è ricco di portali scolpiti e fregi.

La Cattedrale, situata nel punto più alto della città di Matera, è stata eretta tra il 1230 e il 1270, ed è dedicata alla Madonna della Bruna e a Sant’Eustachio. In stile romanico pugliese, presenta sulla facciata principale molti elementi ornamentali di forte valenza simbolico-religiosa, come il portale finemente decorato sormontato da una nicchia in cui è posta proprio la statua della Madonna della Bruna.

Altro elemento di particolare rilievo è il rosone romanico al centro della facciata che richiama il tema della ruota della fortuna particolarmente diffuso in epoca medioevale. Ha due porte laterali: ad una si accede attraverso una scalinata;  la seconda è chiamata Porta dei leoni. Il complesso del Duomo di Matera si completa con il Campanile che termina con una cuspide su cui poggiano una sfera e una croce.

Innumerevoli sono gli scorci che si possono trovare per realizzare bellissime foto.

e talvolta ci sono delle sorprese come la chiesetta di San Giovanni Battista del 1200 trovata chiusa di giorno e aperta la sera.

GIORNO 6: TARANTO

Da Matera passando attraverso Laterza arriviamo a Taranto. Qui vediamo il Castello Aragonese, il Duomo, le colonne greche e il famoso Museo Archeologico.

La città si sviluppa in tre parti: la parte vecchia che sorge sul sito dell’antica Acropoli greca, la città nuova nell’area dove c’erano la polis e la necropoli e la zona di Porta Napoli nel triangolo di terraferma dove c’è la stazione. La città è antichissima più di 2500 anni fa era una ricca Polis greca ma esisteva già prima. Lo sbarco dei Greci cambiò usi i costumi e introdusse uno stile di vita molto progredito. Nel IV secolo a.C. la città contava circa 300.000 abitanti. Con Roma vi era un patto di rispettare i reciproci territoriali ma poi le navi romane violarono il patto e fu guerra. Pirro venne in soccorso di Taranto con i suoi elefanti ma la città fu schiacciata nel 272 a.C. Tentò di risollevarsi alleandosi con Annibale nel 212 a.C. ma fu definitivamente sconfitta. Da allora il declino fu inevitabile. Invasa da Longobardi e Saraceni, la città venne resa al suolo più e più volte. Cambiò poi diverse diverse dominazioni fino all’avvento degli Aragonesi nel 1463 che la fortificarono. Agli inizi del 1500 divenne spagnola, austriaca nel 1700, francese nel 1800 e lo rimase fino all’unità del Regno d’Italia. Fu bombardata durante la Seconda Guerra mondiale dall’aviazione britannica la notte dell’11 novembre 1940, “la notte di Taranto”. Nel 1965 venne inaugurato il polo industriale che cambiò le sorti della città con notevoli ripercussioni sulla struttura sociale economica urbanistica ma anche sanitarie.

Il Castello aragonese risale all’VIII secolo a.C. ma oggi lo vediamo con l’aspetto voluto a fine del 1400 da Ferdinando D’Aragona. Fu disegnato dall’architetto, che abbiamo già precedentemente incontrato, Francesco di Giorgio Martini Siena. Si compone di quattro torrioni cilindrici collegati a baluardi.

Il Duomo è dedicato a San Cataldo ed è originariamente dell’XI secolo ma la facciata è stata riedificata in stile barocco nel 1713. Anche il campanile è un rifacimento moderno e il soffitto a cassettoni ligneo è del 1713. Il ciborio è del 1600. Strepitose invece tre parti: le colonne con capitelli corinzi che dividono le navate e che sono di spoglio (vale a dire greche ma recuperate e riutilizzate in epoche successive), le tracce dell’originale pavimento a mosaico a grosse tessere e la cappella di San Cataldo in fondo alla navata a destra. Realizzata nel 1650 circa, è un tripudio di marmi. Ha lavorato qui Giuseppe Sanmartino, l’autore del Cristo velato della cappella di San severo di Napoli. Bellissimo l’altare con tarsie di marmi vari e madreperla.

Poco distante, sempre nel centro storico, incontriamo la chiesa di San Domenico del 1360 e palazzo Pantaleo.

Il Museo Archeologico è bellissimo, piccolo ma davvero molto moderno.

Al IV secolo a.C. risalgono Orfeo e le serene in terracotta. Si presume che questo gruppo adornasse un ricco sepolcro della città. Il mito di Orfeo è il simbolo del trionfo dell’armonia sul disordine, un concetto basilare del pensiero poetico filosofico pitagorico particolarmente diffuso in Magna Grecia e amato da Archita che governò a Taranto nella seconda metà del IV secolo. Questo opere hanno una storia particolare perché furono restituite dal museo Getty di Los Angeles dove erano approdate negli anni’70 tramite la Svizzera, non legalmente. È incredibile notare come sia sia ben conservato nonostante il fragile materiale.

Celebre anche lo Zeus in bronzo su capitello dorico, leggermente più antico perché del VI secolo a.C. La posizione e la ieraticità rispondono ai canoni del periodo arcaico.

Tra gli oggetti che mi colpiscono ci sono le antefisse, terracotte utilizzate in architettura collocate lungo la linea di gronda nelle coperture dei tetti a doppio spiovente. Il soggetto più documentato è senza dubbio quello della gorgone che aveva in origine e funzione apotropaica cioè allontanava le influenze maligne con il suo aspetto terrifico.

Incredibilmente intatti, tra i tanti purtroppo rotti, due crateri del V secolo a.C., bellissimi. L’uno con una scena di libagione sul collo e una scena mitologica del ciclo Troiano sul corpo, Aiace che cerca di strappare Cassandra dal Palladio presso cui si rifugiata. L’altro con una scena di combattimento tra un guerriero greco e un’amazzone.

Magnifico anche l’enorme cratere che raffigura da un lato i sileni che fuggono davanti a Perseo che mostra la testa di Medusa mentre sul registro inferiore Apollo. Dall’altro lato si può apprezzare la figura in Dioniso che, seduto su una roccia, assiste alla danza di una menade mentre Artemide avanza con una torcia.

Tanti anche gli esempi di vasi precedenti, quindi con figure nere sulla terracotta rossa. Fra gli altri, i vasi ritrovati nella tomba degli atleti. Il ricco corredo funerario si può fare salire al VI-V secolo a.C.

Corrono poi quasi due secoli ed è chiaro che lo stile si è molto evoluto tra figure nere su fondo rosso e le successive figure rosse su fondo nero.

Al 330 a.C. risale invece il cratere a mascheroni e figure rosse: sul collo vediamo una figura che siete tra un satiro con una fiaccola e una menade con una corona, nel registro inferiore, entro un edificio reso in bianco sovra dipinto, c’è un giovane vestito di corazza che regge la lancia e l’elmo.

Al retro Helios sul registro superiore e una serie di divinità nel registro inferiore.

Questo vaso è stato restituito dal Cleveland Museum of Art nel 2009, sempre a seguito di un’esportazione illegale.

Poi c’è lei, la figura simbolo del museo, in terracotta policroma, databile IV secolo a.C. 

Oltre ad essere una preziosa testimonianza di policromia, questa testa mostra anche l’uso del diadema e il modo in cui veniva indossato.

Al IV e III secolo a.C. risalgono i magnifici ori esposti, i famosi ori di Taranto.

Di epoca romana sono invece i mosaici, I secolo a.C.- III secolo d.C.

Il passaggio per ammirare le colonne doriche del IV secolo a.C conclude la nostra visita alla città di Taranto.

Terminiamo in mattinata la visita di Taranto e partiamo verso Gallipoli. Due le tappe intermedie che scegliamo grazie ai consigli ricevuti: Porto Cesareo e Santa Maria al Bagno.

GIORNO 7: PORTO CESAREO E SANTA MARIA AL BAGNO

Porto Cesareo si caratterizza per quattro torri d’avvistamento costruite nel XVI secolo per proteggere la penisola salentina dalle invasioni nemiche: Torre Cesarea, Torre Lapillo, Torre Chianca e Torre Castiglionea che oggi non è più visibile. Davanti alle spiagge si trova l’Isola dei conigli e la costa prosegue fino a Punta Prosciutto. L’acqua è cristallina e le diverse baie consentono anche di diversificare la visita. Anche il borgo marino è simpatico.

Santa Maria al Bagno conobbe grande fama in età romana. Oggi è contrassegnata dalla Torre del fiume nota come Quattro Colonne così chiamata per le acque che sgorgavano nei pressi. Le colonne sono i Torrioni angolari di un piccolo forte crollato nella parte centrale.

Anche qui il colore dell’acqua è incredibile.

GALLIPOLI

Gallipoli è bellissima. Si protende nel mar Ionio ed è divisa in due parti: il nucleo vecchio sull’isola e l’ espansione moderna che occupa il basso promontorio. Frequentata sin dall’antichità, Gallipoli ha da sempre un’importanza strategica perché si trova a metà strada tra Taranto e capo Santa Maria di Leuca. A lungo bizantina, cadde nelle mani dei Normanni nel 1071 e in seguito fu degli svevi e degli angioini che lasciarono tracce nell’architettura. Dal 1500 fu sotto il dominio aragonese, si moltiplicarono i traffici del porto e divenne una piazza commerciale estremamente importante soprattutto per l’olio.

Troviamo anche qui un castello disegnato da Francesco di Giorgio Martini a fine del 1400, poi rafforzato dagli angioini.

La cattedrale è dedicata a Sant’Agata protettrice della città. La costruzione prese l’avvio nel 1629 e terminò a fine secolo. All’interno molto importante il ciclo di dipinti seicenteschi che rivestono altari e soffitto, per la maggior parte del pittore locale Giovanni Andrea Coppola e del napoletano Nicola Malinconico, autore della tela monumentale di 100 metri quadri che occupa l’intera volta della crociera. Il coro ligneo è fastosamente intagliato.

Strada facendo ci imbattiamo in palazzi nobiliari e in belle chiese che ci confermano la ricchezza un tempo (e oggi) di questa cittadina.

Splendida la chiesetta di Santa Maria della Purità, ricoperta di tele settecentesche e pavimento coevo in maioliche.

La piccola spiaggia della Purità sulla punta del promontorio perfeziona il soggiorno in questa piacevole località.

GIORNO 8: GALLIPOLI

In mattinata terminiamo la visita di Gallipoli e riprendiamo il viaggio.

Procedendo verso Santa Maria di Leuca ci fermiamo in due rinomate spiagge: Baia Verde e Punta della Suina.

Più a sud, a Marina di Pescoluse, si trova la zona che chiamano le Maldive del Salento.

SANTA MARIA DI LEUCA

La nostra discesa verso sud si conclude con una breve sosta a Santa Maria di Leuca, punta estrema della Puglia. Il nome ha una radice greca (da leuké, bianca) e bianca appare a chi si avvicina con le sue eleganti ville in stile Moresco, pompeiano, gotico, liberty.

Nella parte più alta si trova il Santuario di Santa Maria di Leuca dove si dice sia sbarcato l’apostolo Pietro nell’anno 43. Il santuario è noto anche come Santa Maria de finibus Terrae. Distrutto più volte dai turchi e dai saraceni, il santuario è stato ricostruito nel 1720-55 con una facciata aggiunta nel 1926.

Suggestivo anche il faro alto 47 metri che si trova sulla stessa piazza.

Dalla piazza antistante il Santuario si gode anche una magnifica vista sul porto della cittadina.

Gli highlights della settimana

Dove trascorrere un weekend romantico: Bitonto. Monte Sant’Angelo. Matera.

Dove cenare:  Tenuto Chiachito, San Giovanni Rotondo. Il Torrione dei Sapori, Bitonto.

Dove dormire: Il poggio, Ascoli Piceno. Palazzo Siena de Facendis, Bitonto. Cave Room Sassi, Matera.

Dove trascorrere una settimana con amici: Gallipoli.

A spasso per musei tra Brescia e Bergamo

BRESCIA

Prima di immergermi nella visita della pinacoteca di Palazzo Martinengo per la quale sono venuta a Brescia, dedico un po’ di tempo al museo di Santa Giulia, parte di un ampio percorso che dal 2011 è Patrimonio UNESCO.

Desiderio, ultimo re dei Longobardi, fondò con la moglie Ansa nel nel 753 il monastero benedettino femminile di San Salvatore che costituisce l’inizio del percorso. Il complesso monumentale -nel quale Alessandro Manzoni ambiente la morte di Ermengarda, la figlia di Desiderio ripudiata da Carlo Magno- si è  arricchito nel corso dei secoli di edifici dedicati al culto e alla vita della comunità, finché non è stato tutto interrotto da Napoleone nel 1798.

A seguito di recuperi e valorizzazioni questo complesso è diventato quello che è oggi.

Il Museo di Santa Giulia include anche il parco archeologico ma cito solo alcune delle parti per non dilungarmi troppo.

Molto bella la basilica alto medievale di San Salvatore. L’impianto è da basilica bizantina- ravennate con tre navate e doppia serie di finestre. Comprende i resti di una domus Romana sottostante del I – IV secolo d.C. e strutture di età longobarda. Affascinante la cripta.

Sopra alla basilica, si erge il coro delle monache, riccamente affrescato da Floriano Ferramola.

Nel chiostro a fianco, la chiesa di Santa Maria in Solario mi lascia senza fiato.

Gli affreschi del 1513 sono di nuovo di Floriano Ferramola ma sotto si intravedono affreschi trecenteschi. Al di là della decorazione parietale, la croce che si erge al centro dell’ aula è magnifica.

Si tratta della croce di Desiderio, l’ultimo re dei Longobardi. La struttura lignea è rivestita di lamine metalliche ribattute sui fianchi e inchiodate. Sulle lamine sono incastonati 212 elementi decorativi tra pietre dure, cammei, pietre incise e gemme vitree. Sicuramente alcune delle pietre facevano parte di un tesoro di epoca precedente perché si intravede un ritratto addirittura romano. Il riutilizzo di cammei in un lavoro di oreficeria alto medievale è una delle prove dell’ammirazione dei popoli di origine germanica per l’antichità classica. Da sempre recuperare l’antico è fonte di continuità e legittimazione di nobiltà per chi segue, ecco perché a più riprese nella storia questa pratica viene rimessa in atto.

L’uso della croce era processionale e possiamo dire che risale in generale all’VIII secolo.

Un passaggio è doveroso anche al gigantesco Duomo Nuovo, edificato tra il 1604 e il 1825,

ma, giusto accanto, si trova il ben più affascinante Duomo Vecchio.

Costruito a partire dall’XI secolo sopra a una precedente basilica, ovviamente ha subito, nel corso dei secoli, numerosi ampliamenti e modifiche strutturali ma ha mantenuto l’originale struttura romanica, che lo rende uno dei più importanti esempi di rotonde in Italia e uno dei più significativi esempi dell’architettura romanica lombarda.

Bellissima anche la cripta del VI secolo.

Ed eccomi finalmente alla Pinacoteca di Palazzo Martinengo. Quattro tavole di Paolo Veneziano aprono il percorso

ma subito mi colpisce una grande tempera su tavola che raffigura San Giorgio e il drago.

Strano l’impianto e stranissimo il drago. Gotico nel gusto e nelle forme, quasi da miniatura nei particolari del drago.

La sala seguente è dedicata alla fine del ‘400 e inizi del ‘500 con alcuni affreschi staccati di Floriano Ferramola (quello della chiesa con la croce longobarda e del coro delle monache) e diverse opere di Vincenzo Foppa, artista bresciano, protagonista della scena lombarda prima dell’ arrivo di Leonardo.

Dalla freddezza lombarda si passa attraverso i colori caldi del bolognese Francesco Francia che porta istanze del Perugino

e attraverso Andrea Previtali arrivano influenze dal veneziano Bellini.

Si arriva cosi a Raffaello qui presente con un Angelo del 1501 in cui l’ influenza del maestro Perugino è molto forte, e un Cristo Benedicente del 1505.

Cito anche per completezza la Madonna dei garofani del 1520-30 di bottega raffaellesca, assolutamente divina.

Fa pensare subito al gruppo dei Preraffaelliti (attivi in Inghilterra a fine ‘800) il Ritratto di Gentildonna come Salomé di Alessandro Bonvicino (noto come Moretto da Brescia). Si sa che l’ intento del gruppo era di riprendere e riproporre i modelli raffaelleschi. Che si siano ispirati anche a quest’ opera? Molto probabile.

Moretto è uno dei protagonisti della Pinacoteca. Divertenti i suoi dieci Profeti annoiati negli affreschi staccati dal palazzo del Vescovo Ugoni a Brescia.

Moretto fu amico di Lorenzo Lotto, un grande artista veneziano che ho imparato a conoscere nelle Marche dove ha lasciato grandi capolavori. Negli anni venti del 1500 gli artisti si orientano, anche grazie alle influenze di Lotto, verso una comune attenzione alla natura con effetti chiaroscurali che rendono autentiche le presenze dei personaggi nelle ambientazioni architettoniche.

La scelta di Moretto è di aderire alla realtà come dimostra la grande pala della Natività. Ma è con il capolavoro Cristo e l’Angelo provenente dal Duomo vecchio che questa tendenza diventa chiara: la scena di disarmante semplicità è privata di ogni inutile aggiunta e la gamma cromatica si gioca su pochissimi colori unificati da un intonazione grigia.

Nella pala dell’ Incoronazione della Vergine e Santi emerge anche una spiccata sensibilità e coloristica.

Oltre a Moretto, molto presente in Pinacoteca, un altro grande artista bresciano del ‘500 fu Girolamo Romani detto Il Romanino. Suoi il San Gerolamo e il Cristo portacroce.

Verso la metà del ‘500 arriva forte e chiaro il manierismo con Lattanzio Gambara che si era formato a Cremona e che porta il colorismo veneto a Brescia.

Una sala è dedicata al ritratto come forma d’arte che si sviluppa nel ‘500 in questa zona con Romanino, Savoldo, Moretto, il bergamasco Giovan Battista Moroni e la cremonese Sofonisba Anguissola che era a capo del team delle sorelle, anch’esse pittrici.

Il Seicento in questa pinacoteca è rappresentato da artisti di diversa provenienza, non bresciani.  Troviamo il Sassoferrato e vari caravaggeschi come Tournier.

Il 1700 è più che degnamente rappresentato da Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto per via dei pitocchi (poveretti) che amava ritrarre.

Non era bresciano il Pitocchetto ma visse a lungo in città e lasciò un segno tangibile.

Il genere pauperistico si diffuse nel ‘700 anche perché spesso le scene non erano fini a se stesse ma vere allegorie con intento talvolta anche moraleggiante.

In seguito l’intento moraleggiante venne perso e rimase il realismo in esempi del bergamasco Antonio Cifrondi e poi nel milanese naturalizzato austriaco Giacomo Francesco Cipper (detto il Todeschini), a Milano tra il 1696 e il 1736. In lui prevale il divertimento.

Una piccola sala è dedicata al bresciano Giorgio Duranti e alle sue Nature Vive. Siamo a metà del ‘700

mentre la rappresentanza del rococò è affidata a Faustino Bocchi, specializzato in personaggi di piccola statura.

Per il Neoclassico, la Pinacoteca presenta, tra le altre, due opere di Giovanni Battista Gigola, noto come miniaturista.

Nell’ ultima sala, un omaggio a Paolo Tosio che mise insieme la raccolta, comprese le due enormi tele di Hayez e il ritratto di Canova che chiudono il ricco percorso.

Curiosa ora di saperne di più anche dei bergamaschi, mi sposto a Bergamo per visitare l’Accademia Carrara.

BERGAMO

Giacomo Carrara fondò l’Accademia Carrara nel 1796 con l’intento di unire il piacere della visita alla pinacoteca con l’istruzione alla scuola di pittura.

Sebbene le opere provengano dalla soppressioni degli enti ecclesiastici, dalla dispersione delle quadrerie aristocratiche e dai numerosi lasciti tra cui quello di Federico Zeri nel 1998, la Carrara non ha mai perso l’obiettivo originario di essere la casa del collezionismo privato.

Benozzo Gozzoli apre il percorso con un’incredibile Madonna con Bambino e Angeli in una cornice di preziosa vegetazione e un drappo d’oro punzonato come usava all’epoca. L’artista riprende gli esempi del suo maestro Beato Angelico ma non gli interessa la prospettiva, è come se i personaggi fluttuassero sul pavimento e la vegetazione e gli angeli delimitassero una quinta scenica. La minuzia dei dettagli è incredibile.


II Rinascimento si diffonde in tempi e modi differenti lungo la penisola. In Italia settentrionale non c’ è quasi soluzione di continuità tra il gusto tardogotico – con la sua passione per gli ori e per i materiali preziosi – e le novità rinascimentali.

A Milano, Pavia, Mantova e Ferrara si sviluppa una raffinata ed elegante civiltà di corte che guarda al mondo perduto dei cavalieri e delle loro gesta. Le opere di Pisanello, pittore e medaglista, lo dimostrano.

Suo il celebre Ritratto di Leonello d’Este del 1441- 1444 che conferma l’attaccamento al gusto tardogotico. Questa è, per per motivi conservativi, una delle poche opere sotto vetro della Carrara che, dopo il riallestimento in occasione di Bergamo Brescia capitali della cultura del 2023, ha deciso di proporre senza barriere la maggior parte delle opere.

A Venezia e nei territori della Serenissima questa stagione di passaggio è rappresentata da Antonio Vivarini e da Giovanni d’Alemagna; ma è soprattutto Jacopo Bellini, con il pungente naturalismo delle sue opere, a segnare questa fase della pittura veneta.


Intorno alla metà del Quattrocento Padova diventa importantissima: è l’avamposto delle novità del Rinascimento toscano nell’Italia settentrionale poiché Donatello è impegnato nella Basilica del Santo e la bottega del pittore Francesco Squarcione, è un crocevia tra allievi provenienti dai domini della Serenissima e dalle città dell’Emilia e delle Marche.

E’ a Padova che cresce Andrea Mantegna. Cruciale per il pittore è, oltre alla bottega di origine, anche il dialogo con Giovanni Bellini, figlio di Jacopo, di cui Andrea sposa la sorella. Dopo i primi successi a Padova e Verona, Mantegna si trasferisce a Mantova, al servizio dei Gonzaga, per i quali esegue lavori di grande importanza, come gli affreschi della Camera degli Sposi.  Inarrivabile per gli artisti della sua generazione la sua pittura solenne e monumentale, fortemente improntata all’arte antica.

L’ altro dipinto sotto vetro della Carrara è la sua Madonna con Bambino del 1480, realizzato a tempera e olio su tela.

Faceva parte della bottega di Squarcione anche   Carlo Crivelli che personalmente adoro per la sua opulenza.

Anche Cosmè Tura, artista ferrarese, fu allievo dello Squarcione ed è incredibile osservare esiti così diversi tra Mantegna, Crivelli e Tura. Qui è presente con la sua solita linea dura e tanto riconoscibile. Gli anni sono gli stessi, ’70 e ’80 del 1400.

Il percorso continua con il Veneto in particolare con Giovanni Bellini e le sue opere pazzesche.

Suo allievo fu Andrea Previtali che era di Bergamo e qui lo troviamo con una Madonna con Bambino e Santi che chiaramente rimanda agli insegnamenti del maestro.

Sono esposte anche due opere magnifiche di Altobello Melone, artista cremonese. Cremona all’epoca era contesa tra Venezia e Milano. Melone guardava soprattutto a Venezia.

Passando alla fine del ‘400, mentre nella Firenze dei Medici si impone Sandro Botticelli con la sua pittura luminosa, di limpida costruzione spaziale e di sofisticata eleganza delle forme, a Siena resistono il legame con la tradizione gotica e il gusto per le materie preziose e per l’oro. Le Marche invece, grazie alla raffinata corte dei Montefeltro di Urbino, si impongono come regione di passaggio capace di sintetizzare le varie istanze nell’arte del Perugino. Dalla sua bottega esce Raffaello Sanzio,  protagonista di una nuova stagione del Rinascimento italiano. In questa incredibile stanza, tra gli altri, ci sono tre Botticelli (immagini a seguire), un Perugino e un Raffaello.

Lo splendido San Sebastiano di Raffaello è stato realizzato prima dei suoi 20 anni.


In Lombardia la presenza di una corte dai gusti internazionali come quella degli Sforza determina una tenace fedeltà allo stile gotico. La tradizione locale si esprime nei cantieri ducali della Certosa di Pavia e del Castello Sforzesco e trova in Vincenzo Foppa un grande interprete. La raffigurazione è schietta. Dopo essersi confrontato da giovane con le esperienze venete e padovane, Foppa rielabora in maniera personale le ricerche spaziali di Bramante e quelle sulla luce di Leonardo.

Altro grande protagonista della pittura lombarda è il Bergognone che guarda ai fiamminghi e ne diffonde in Lombardia il gusto.

Ho una predilezione per il Bergognone proprio per quanto di fiammingo c’è nella sua arte.

Procedendo verso gli inizi del 1500, mentre a Milano arriva Leonardo e crea la sua cerchia, Bergamo vive una fulgida stagione grazie a Lorenzo Lotto che trascorre poco più di un decennio in città tra 1513 e 1525. Lotto è uno degli interpreti più sensibili della crisi religiosa che scuote l’Europa. Accanto a Lotto ci sono l’allievo di Bellini Andrea Previtali la cui pittura è semplice e coloratissima e Giovanni Cariani, un artista bergamasco che dopo un soggiorno in Veneto diffonde in patria le novità di Giorgione e Tiziano. I loro percorsi si incontrano con quello di Lotto.

Dopo una sala dedicata alla ritrattistica cinquecentesca di Giovan Battista Moroni, di cui ricordo il bellissimo Ritratto della piccola Redetti,

si passa al ‘600 che a Bergamo non viene interpretato con i fronzoli del barocco ma con le nature morte ricche di particolari ma piuttosto severe di Evaristo Baschenis.

Nel suo Ragazzo con canestra la lezione di Caravaggio è chiara.

Nel ‘700 invece emerge la figura di Fra Galgario che coniuga l’esuberanza della tradizione coloristica veneta con la vocazione lombarda alla durezza della realtà.

Insieme a lui Giacomo Ceruti è autore di una ritrattistica intransigente e specialista di poverelli (da cui il nome d’arte Pitocchetto).

Passiamo all’Ottocento e notiamo che il tratto romantico prende il sopravvento sul dato reale. Poco idealismo comunque da queste parti: la Scuola di pittura dell’Accademia Carrara fornisce un contributo rilevante allo sviluppo del genere – soprattutto con Piccio e Cesare Tallone – proseguendo quella tradizione per una ritrattistica schietta e sincera che già in precedenza aveva caratterizzato la storia artistica cittadina.

FOCUS LORENZO LOTTO

In occasione del temporaneo spostamento all’Accademia Carrara della Pala di San Bernardino, il museo propone un percorso di approfondimento dell’opera del maestro veneziano, intitolato Dentro Lorenzo Lotto e diffuso anche in città attraverso le chiese che ne ospitano le opere.

Lotto nasce a Venezia nel 1480 e durante la sua formazione entra in contatto con maestri molto diversi tra loro, da Bellini a Giorgione, da Bramante a Raffaello. Giunge a Bergamo nel 1513, quando riceve la commissione per la Pala Martinengo Colleoni, la cui predella è esposta qui alla Carrara mentre il resto è nella chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano.

Il soggiorno in città coincide con una fase di crescita per l’artista, che matura un linguaggio figurativo autonomo e personale, sempre aggiornato alle principali novità. Le caratteristiche di Lotto sono una grande naturalezza e originali soluzioni compositive. I suoi dipinti sono sempre ricchi di dettagli che raccontano tante cose e, anche se la composizione è di grandi dimensioni, la rendono sempre intima.

Il percorso sulle tracce di Lotto prosegue al primo piano, con la mostra fotografica di Axel Hütte, che porta il visitatore nelle chiese in cui l’artista ha lavorato

e termina al piano terra con la Pala di San Bernardino.

L’inquieto itinerario di vita di Lorenzo Lotto si conclude invece nel 1556 presso la Santa Casa di Loreto, nelle Marche, dove si era ritirato nel 1552, dove aver lasciato numerose opere in quel ricco territorio.

Al termine di questo week end dedicato all’arte antica, rifletto su come noi lombardi forse tendiamo a dare per scontate città come Brescia e Bergamo. Non dovremmo invece dimenticare che il passato ricco e colto di queste città le ha rese due centri di cultura in cui storia e arte si sono stratificate. Oggi, grazie a musei che sono delle eccellenze come la Pinacoteca Martinengo o l’Accademia Carrara, la ricchezza e la cultura del passato sono restituite alla collettività.

A spasso per musei tra Modena e Parma

Non c’ è niente che eguagli la visione diretta delle opere. Se si vuole imparare, affinare la propria sensibilità, godere del bello che il nostro Paese ci può offrire, basta spingere la porta di una delle nostre straordinarie pinacoteche e alzare lo sguardo sulle pareti. In Italia c’è davvero solo l’imbarazzo delle scelta.

Ho voluto dedicare una giornata alla pittura emiliana quindi ho scelto di visitare la Galleria Estense a Modena e il Complesso della Pilotta a Parma.

Alcuni artisti mi hanno colpita particolarmente.

Primo fra tutti Francesco Bianchi Ferrari, massimo esponente della pittura modenese fra Quattrocento e Cinquecento e probabilmente anche maestro di Antonio da Correggio. Questo straordinario pittore deve molto a Ercole di Roberti. L’uso che fa dell’olio è straordinario, quasi fiammingo. In questa sua maestria si intravede proprio il passaggio di Roger Van der Weiden a Ferrara. La Crocifissione del 1495 e l’Annunciazione del 1506- 1512 sono esempi straordinari della sua capacità.

Un misto di Antonello da Messina, Giovanni Bellini e Hans Memling confluisce nelle opere emiliane di questo periodo: è l’inizio del ‘500, lo stile rinascimentale italiano si diffonde in tutta Europa, il viaggio in Italia diventa una necessità per i pittori del Nord e le competenze si contaminano.

Ma la pittura modenese riserva altre sorprese perché all’inizio del 1500 i pittori modenesi si rivolgono ai grandi pittori ferraresi attivi a Bologna (Francesco del Cossa e Ercole de Roberti) che dipingono alla maniera moderna del Perugino e ai seguaci di Perugino in Emilia (Lorenzo Costa e Francesco Francia).

Esempio ne è Pellegrino Munari. Munari cerca di aggiornare la tradizione locale di Francesco Bianchi Ferrari con la Pala per la chiesa di Santa Maria della Neve di Modena che nell’impianto deve tanto a Ercole de Roberti.

C’ è davvero tanto di fiammingo invece in Marco Meloni, pittore attivo a Carpi. E tra le teste inclinate, gli sguardi trasognati e le pose aggraziate c’è anche tanto del Perugino.

Andando un po’ più avanti cronologicamente, arrivano a Modena le importanti opere di Correggio e dei maggiori pittori ferraresi che contribuiscono a rinnovare la scena artistica locale dove erano ancora attivi i seguaci di Bianchi Ferrari e di Francesco Francia.

Fa da collante invece con la tradizione romana il Garofalo, maggiore interprete della maniera romana a Ferrara. Le influenze di Raffaello arrivano da più fronti.

Il più importante esponente della pittura pienamente cinquecentesca modenese è Nicolò dell’Abate che combina suggestioni di Dosso Dossi, Parmigianino e di alcuni seguaci di Raffaello.

Protagonista del ‘600 invece è Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino che ebbe con la casata degli Estensi durevole rapporti, soprattutto con Francesco I d’Este.

Tre gigantesche opere dei Procaccini concludono il percorso delle Gallerie Estensi di Modena.

Non solo gli Estensi a Ferrara e poi a Modena furono grandi mecenati ma anche i Farnese a Parma e fra Cinquecento e Settecento diedero vita a una delle collezioni tra le più importanti del loro tempo. Alla fine del 1600 parte del patrimonio accumulato da Roma venne spostato a Parma dando vita così al primo nucleo di quello che oggi vediamo.

Da Roma ad esempio arriva l’opera di El Greco che apre il percorso al Complesso della Pilotta.

Notevole è anche l’ opera esposta a fianco, la Madonna con Bambino e Santi di Girolamo Siciolante, parecchio Raffaellesco.

Di un’intensità irresistibile la Schiava Turca del Parmigiano. Magnetica.

Come un’Epifania appare dietro a una parete La Scapiliata di Leonardo e allora penso che siamo proprio tutti matti a correre a vedere la Gioconda a Parigi e a non sapere quasi nemmeno di avere dentro casa un capolavoro che vale mille Gioconde. Non c’ è paragone di impatto, bellezza, intensità.

Si tratta di una tavoletta abbozzata con biacca e pigmenti di ferro e cinabro. Si dice che l’ opera fosse nella camera di Margherita la Paleologa, moglie di Federico Gonzaga e nuora di Isabella d’Este.

Comparve come ‘Scapiliata’ per la prima volta nell’inventario dei beni del duca Ferdinando Gonzaga, e poi giunse nel 1839 alla Galleria Nazionale di Parma.

Potrei restare per ore davanti a quest’opera, nella calma surreale che mi avvolge rispetta al caos che distintamente ricordo attorno alla Gioconda..

Proseguo nel percorso, grata per questo momento magico a tu per tu con Leonardo.

Durante la visita ho apprezzato moltissimo le opere di due artisti davvero originali della zona, Giorgio Gandini del Grano (artista rarissimo e di cui Carlo Orsi ha appena donato un’opera proprio alla Pilota di Parma)

e Girolamo Mazzola Bedoli, la cui modernità mi ha davvero sorpresa. La sua Madonna con Bambino e Santi sembra un dipinto ottocentesco come impostazione, come campiture di colori, come resa. Eppure è del 1538.

Incredibilmente moderno è anche Bartolomeo Schedoni, pittore modenese in servizio dal 1607 presso la Corte dei Farnese. Lui opera una sintesi tra le due correnti in auge in quel momento, quella dell’influenza di Correggio filtrato attraverso la pittura dei Carracci e la ripresa dei motivi caravaggeschi nell’uso della luce e nella gestualità dei personaggi.

Che dire poi delle opere dei caravaggeschi Giovanni Lanfranco e Lionello Spada? Bellissime.

Ben rappresentati ovviamente anche Guido Reni e Guercino che in questa zona hanno lasciato segno tangibile, così come visto a Modena.

E giusto per dimostrare che la raccolta è di altissimo livello, ci sono anche capolavori veneti, da Pittoni a Canaletto, da Canova a Sebastiano Ricci.

Chiudono il percorso due opere di Correggio da far girare la testa, La Madonna del S. Gerolamo e Il Riposo durante la fuga dall’Egitto, rientrati a Parma dopo le spoliazioni napoleoniche e collocati in queste sale ‘intime’ per facilitare i copisti dell’epoca. Questo ha contribuito a creare il mito di Correggio nei secoli ma anche a ripensare la contemplazione delle opere che da didattica diventa personale, da liturgica a devozionale.

Non che sentissi il bisogno di una conferma, ma questo giro è la prova del fatto che noi italiani abbiamo davvero tutto a portata di mano senza dover andare a cercare capolavori all’estero.

Io sono Leonor Fini.

Palazzo Reale, Milano

Artista particolarissima e poco conosciuta in Italia, Leonor Fini vive un’esperienza a 16 anni che le cambia la vita: vittima di un’ infezione oculare che la costringe a tenere gli occhi bendati per due mesi, alla guarigione decide di dedicarsi alla pittura, contro il volere della madre.

La cecità diventa metafora di una visione diversa, superiore, mentre le capacità tattili sviluppate nel periodo di cecità si riflettono nella resa dei tessuti e degli incarnati.

Esordisce con uno stile classico, naturalista ma nel 1931 si trasferisce a Parigi e lì adotta uno stile più sperimentale approccia i temi della ribellione, della sovversione. Incontra i Surrealisti ma pur subendone il fascino, non ne condivide le sbavature omofobe e misogine quindi rifiuta l’ affiliazione al movimento. Non nega però alcune influenze comuni a loro come quelle di Hieronymus Bosch, Piero di Cosimo e Giorgio de Chirico.

La vicinanza al movimento comunque le consente di conoscere importanti artiste come Dora Maar (Musa di Picasso), Leonora Carrington, Meret Oppenheim, Lee Miller, Frida Kahlo, Dorothea Tanning e Alice Rahon. Molto importante si rivela anche la vicinanza a Max Ernst e Victor Brauner, altri artisti protagonisti di quegli anni.

Macabro e meraviglioso si mescolano nella sua pittura, così come potere e sessualità. La sfinge diventa il simbolo della pittrice, creatura magnetica, ambigua, sospesa tra uomo e donna, tra animale e umano, evocazione ancestrale di una potenza femminile perduta, un mito che intreccia natura e cultura, civiltà e mistero.

Al di là della personalità estremamente interessante, questa artista aveva una padronanza delle tecniche veramente mirabile.

Sono molto contenta che sia stata dedicata a lei una mostra così interessante a Milano.

Tous Léger!

Ho un debole per Fernand Léger quindi la mostra sul lascito di Léger agli artisti che lo hanno seguito mi attira come un’ ape sul miele.

In Léger le forme e i colori diventano autonomi, sopprime il supporto fisico degli oggetti e li disperde nell’ambiente. Si affranca dalla legge della prospettiva, ingigantisce le forme e le frammenta con colori vivaci.
Persegue la bellezza formale e dal punto di vista stilistico sono tanti i punti di incontro con gli artisti Pop americani sui quali ha lasciato traccia.

In Europa, i Nouveaux Réalistes si appropriano degli oggetti, li accumulano, li
assemblano per rivelarne il potenziale plastico.
Le premesse con Léger sono comuni ma gli esiti sono piuttosto distanti.

Tous Léger!
Musée du Luxembourg, Parigi

Viaggio in USA: Chicago e la California

CHICAGO

Chicago è una città ambiziosa, bellissima, pulita ed estremamente facile da girare. Si può facilmente intuire la sua potenza economica dai palazzi e dagli imponenti grattacieli.

Chicago è la più grande metropoli dell’entroterra americano e la terza degli Stati Uniti per popolazione dopo New York e Los Angeles.

Trentacinque dei suoi grattacieli superano i 200 metri d’altezza. Trasformatasi nel XIX secolo da cittadina a importante metropoli, Chicago è stata definita come una delle 10 città più influenti al mondo. Per avere una visione di insieme e panoramica della città, consiglio di salire all’osservatorio al 94° piano del John Hancock Center (da prenotare) da cui si ha una strepitosa vista non solo sulla città ma anche sull’ immenso lago Michigan.

Un’altra attività che aiuta a comprendere meglio la struttura della città è la gita sul fiume che poi si getta nel grande lago. Numerose sono le proposte agli attracchi quindi è possibile scegliere all’ultimo momento su quale imbarcazione salire. I grattacieli che si ergono sulle sponde rendono davvero suggestiva la gita.

Imperdibile l’Art Institute che raccoglie alcuni capolavori di rilevanza mondiale.

Tra tutti, il più emozionante è Un dimanche après-midi à l’île de la Grande Jatte di Seurat, del 1884, manifesto ultra noto del puntinismo.

Tra gli altri capolavori, The Nighthawks del 1942 di Edward Hopper,

American Gothic del 1930 di Grant Wood,

e Tall figure del 1947 insieme a Walking Man II del 1960 di Alberto Giacometti.

Poco distante dall’Art Institut si trova uno dei punti più conosciuti della città che è il Millennium Park con il famoso “fagiolo” di Anish Kapoor.

La scultura -che in realtà si chiama Cloud Gate-è stata completata nel 2006 ed è una delle installazioni pubbliche più grandi al mondo.

Altre chicche di Chicago sono il Centro Culturale, proprio accanto al Millennium Park, con due cupole (tra cui una di Tiffany..)

è lo splendido il palazzo in cui è ospitato il grande magazzino Macy’s

su quello che è noto come Magnificent Mile, il miglio dello shopping.

Lasciamo Chicago e con un volo interno ci spostiamo a San Francisco.

SAN FRANCISCO

San Francisco è una città completamente diversa, fatta di un importante centro storico -sicuramente meno imponente di quello di Chicago- ma di quartieri residenziali con tipiche case vittoriane che fanno sentire benvenuti i visitatori. È una città molto accogliente e da scoprire di giorno in giorno.

Union Square e il Golden Gate sono senza dubbio le attrazioni più note,

ma io ho trovato molto più affascinanti le case e soprattutto le Painted Ladies, posizionate su una collina da cui si può godere di una vista mozzafiato sulla città. Queste sí che sono imperdibili.

Molto divertente è il giro sullo storico tram Cable Cab

e splendida è la spiaggia.

Molto interessanti anche il museo De Young che al momento della nostra visita ospitava la prima retrospettiva in America di Tamara de Lempicka

e il Legion of Honor che, oltre ad ospitare una bella mostra su Mary Cassatt,

espone la sua magnifica collezione permanente, da Guercino a Diego Riveira.

Per terminare una giornata culturalmente impegnativa, si può fare un salto oltre il Golden Gate, a Sausalito, dove trascorrere una serata può rivelarsi davvero piacevole e rilassante.

L’ultima nostra tappa prima di ripartire da San Francisco è nel quartiere di Mission per vedere i famosi murales dedicati alla storia del colonialismo.

Per proseguire nel nostro circuito californiano affittiamo un’auto a San Francisco e la restituiamo a fine viaggio a Los Angeles.

Con l’auto raggiungiamo il parco YOSEMITE.

Yosemite è il più vicino dei grandi parchi e merita davvero uno o due giornate di escursione. Tra le destinazioni imperdibili, le Bridaveil Falls

e la montagna El Capitan, davvero molto suggestiva.

Al di là delle bellezze artistiche e architettoniche, la California offre moltissimo anche in ambito naturalistico. È uno stato talmente vasto che offre davvero ogni spettacolo possibile: magnifiche spiagge, costa incontaminata, tramonti sul Pacifico e animali che convivono in piena armonia con gli uomini. 

Tornando sulla costa, una tappa obbligatoria è a MONTEREY, dove una colonia di leoni marini (imperdibili!) ha invaso il lungomare. A Monterey vale la pena dormire almeno due notte per esplorare anche il promontorio.

Sulla punta del promontorio che chiude la baia di Monterey, si trova un luogo incantato che è rimasto nel cuore mio e di mio marito dai tempi del nostro viaggio di nozze. Si tratta di PACIFIC GROVE, un agglomerato di deliziose case colorate che si ergono poco lontano dalle scogliere della costa.

Contro ogni attesa, questo incantevole e pacifico borgo nasconde un piccolo tesoro: una chiesa con vetrate di Tiffany.

Completa l’incanto di Pacific Grove l’oasi delle farfalle.

Poco distante da Pacific Grove si trova CARMEL BY THE SEA con le sue eleganti boutiques e soprattutto la sua magnifica spiaggia.

Scendendo lungo la costa del Big Sur si possono ammirare i tramonti al punto panoramico del Nepenthe,

tratti costa incontaminati,

e giganteschi elefanti marini dalle parti di Cambria.

Sosta obbligata infine per un hamburger con l’ottima carne dell’Hearst Castle, proprietà del magnate dell’editoria William Randolph Hearst.

LOS ANGELES

La visita di Los Angeles non può che prendere l’avvio da una giornata agli Studios, uno dei posti più divertenti al mondo, dalla ricostruzione del mondo di Harry Potter,

a quello degli amatissimi Pets,

alla ricostruzione di intere città, set di film,

e alla presentazione di quello che ad esempio fu il set del celeberrimo film “Lo Squalo”.

Non possono poi mancare ambientazioni di video games

e la relative attrazioni per visitatori intraprendenti.

Terminata la parte ludica della visita a Los Angeles, ci dedichiamo ad un giro di negozi su Rodeo Drive, l’ equivalente alla nostra Montenapoleone ma con palme.

Rodeo Drive termina con il magnifico hotel divenuto celebre grazie a “Pretty Woman”.

Se si ha la fortuna come noi di capitare in USA a fine ottobre, non si può trascurare il festeggiamento di Halloween, vero special moment nella vita degli americani. Ammetto che andare di casa in casa nel quartiere di Beverly Hills non è stato per niente male.

Dopo tutto il divertimento dei primi due giorni a Los Angeles, procediamo con un po’ di cultura. Ed eccoci al Getty.

Dal 1997, il Getty Center domina il quartiere di Brentwood, mentre la Getty Villa si trova a Malibu. Mentre la Villa, dove non siamo stati, custodisce capolavori archeologici, il Center presenta capolavori della storia dell’arte fino al XIX secolo. Pochissimi pezzi sono ascrivibili al XX secolo, mentre la biblioteca conta oltre 700.000 euro.

La struttura è già un capolavoro

ma all’interno naturalmente c’è di tutto, da arredi francesi del ‘700 a capolavori della pittura fiamminga, italiana, spagnola, francese, tedesca, etc etc etc…

Molto interessante la storia delle contese e delle polemiche che hanno dominato la scena negli ultimi anni. Marion True, che è stata curatrice del museo per i reperti antichi per molti anni, è stata processata nei primi anni 2000 per traffico di reperti rubati così come il noto commerciante statunitense di opere d’arte Robert Hecht e Giacomo Medici.

In una lettera al J. Paul Getty Trust, nel 2006, la True dichiarava di sentire su di sé tutto il “peso delle colpe” delle pratiche che erano conosciute, approvate, e giustificate dal Getty Board of Directors. C’è da chiedersi se sia vero che il Board di uno dei musei più importanti del mondo fosse al corrente delle scelte azzardate della curatrice ma bisogna anche riconoscere che una volta l’attenzione alle pratiche di acquisizione dei pezzi non era elevata come lo è oggi. Molto sono infatti i reperti progressivamente restituiti dal Getty a Italia e Grecia.

Dal Getty ci spostiamo nel centro finanziario della città per visitare un museo privato creato e aperto negli ultimi anni.

The Broad viene costruito a fianco della Walt Disney Concert Hall, nel distretto di Downtown, nel 2015.

La struttura è costata 140 milioni di dollari ai suoi fondatori, ovvero i coniugi Eli e Edythe Broad, magnati della TV, dai quali il museo prende il nome.

The Broad conserva circa 2.000 opere d’arte di 200 artisti, tra i quali Julie Mehretu, Kara Walker, Robert Therrien,  Basquiat, Jeff Koons, El Anatsui, Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Mark Bradford e Yayoi Kusama.

Los Angeles è una città estremamente energica e stimolante e tantissime sono le attrazioni a disposizione di chi la visita o la abita.

Per amor di sintesi, avendo già dedicato tanto spazio all’arte, mi limito a scegliere tre locations significative in città e nei dintorni: la Walk of Fame,

Malibu,

Santa Monica.

In conclusione di questa pagina di blog voglio sottolineare due aspetti positivi di un viaggio negli Stati Uniti:

1) per tante volte che si possa andare, si riuscirà sempre a vedere qualcosa diverso, anche nello stesso stato

2) che si amino la natura, l’arte, la scienza, lo sport, l’architettura o qualsiasi altro ambito, negli Stati Uniti si troveranno luoghi di interesse ed eccellenze.

Quindi…viaggio davvero

La Calabria. Dal Tirreno allo Ionio e ritorno.

Il nostro itinerario parte da Reggio Calabria, centro delle attività economiche della zona.

Il bellissimo lungomare è il punto focale della città, simbolo della rinascita a più riprese dell’abitato. Una prima volta venne disegnato dopo il terremoto del 1783, quando l’ingegner Giovan Battista Mori immaginò e realizzò uno spazio aperto, affacciato sul mare, con alle spalle una serie di edifici che seguivano la forma della costa che prese il nome di Real Palazzina. 100 dopo, l’ arrivo della ferrovia costrinse la città ad una risistemazione della via marina. Una successiva rinascita fu dopo il terremoto del 1908 che distrusse non solo Reggio ma anche Messina. 

Nel 2000 il lungomare rinacque una quarta volta con grandi lavori di riqualificazione, con la creazione di una serie di passeggiate a vari livelli che hanno riprogettato uno degli spazi pubblici più grandi d’Europa.

Tra i palazzi affacciati sul lungomare domina lo stile Liberty, frutto della ricostruzione post terremoto del 1908. Di particolare fascino sono il palazzo Zani, il palazzo Spinelli e villa Genoese Zerbi. Davanti ai palazzi sono esposte alcune opere di Rabarama, nota artista romana di origini ma padovana di adozione,

mentre dal lato mare è visibile l’ installazione permanente realizzata da Edoardo Tresoldi, a mio avviso molto poetica.

Si tratta di una sorta di tempio greco stilizzato con 46 colonne che raggiungono gli 8 metri di altezza, realizzate con rete metallica e incastonate in un magico angolo di vegetazione con affaccio sullo Stretto di Messina.

“Tresoldi gioca con la grammatica dell’architettura classica e la trasparenza per ricercare nuove poetiche visive in dialogo con il paesaggio circostante e i visitatori. Le colonne, archetipi fondanti del retaggio culturale occidentale, compongono una cornice aulica che conferisce al parco un’ulteriore chiave di lettura.

L’installazione delinea un’agorà mentale che trasporta i visitatori in una dimensione percettiva mutevole tramite giochi di altezze e profondità con il parco.”

Notevoli infine gli alberi che svettano tra i palazzi e la passeggiata.

A Reggio naturalmente è imperdibile il Museo Archeologico. Moderno e accogliente, il museo riserva il piano interrato ai bronzi di Riace, vera attrazione non solo di Reggio ma di tutta la regione.

Risalenti al 450 a.C. (la stessa epoca del Partenone!) i bronzi furono ripescati nel 1972 nel mare davanti a Riace dal subacqueo Stefano Mariottini a 8 metri di profondità. Per sollevare e recuperare i due capolavori, il Centro subacquei dell’Arma dei Carabinieri utilizzò un pallone gonfiato con l’aria delle bombole. Dopo un lungo periodo di pulizia, restauro ed esposizione tra Firenze e Roma, i bronzi tornarono a casa nel 1995. Oggi poggiano su due sofisticate basi antisismiche e sono protetti da un sistema di “pulitura” dell’aria simile a quello che accoglie i visitatori prima dell’accesso al Cenacolo di Milano.

Abbiamo la fortuna di vedere al Museo Archeologico di Reggio anche i bronzi rinvenuti nel 2022 nel santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni. Puliti e restaurati, questi eccezionali ritrovamenti sono stati esposti per ora solo a Roma al Quirinale. Da subito questi bronzi sono apparsi agli studiosi fondamentali per approfondire la conoscenza delle usanze del popolo etrusco.

La mostra presenta oltre venti statue e statuette, migliaia di monete in bronzo ed ex-voto che raccontano una storia di devozione, di culti e riti ospitati in luoghi sacri dove l’acqua termale era usata anche a fini terapeutici.

Gli oggetti risalgono ad epoche diverse, a partire dal III secolo a.C. La vasca esisteva già in età etrusca e poi fu ristrutturata e ingrandita durante il regno dell’imperatore Tiberio (I secolo d.C.) e accolse offerte votive fino al IV secolo d.C., ecco il perché della datazione diversa dei vari oggetti. 

L’eccezionale stato di conservazione delle statue all’interno dell’acqua calda ha permesso anche di tramandare lunghe iscrizioni in etrusco e latino che raccontano molto delle genti che frequentavano il luogo sacro, delle divinità invocate e della compresenza di Etruschi e Romani attorno all’acqua calda. Queste iscrizioni sono sapientemente riproposte dai curatori della mostra (tra cui Massimo Osanna) sulle pareti delle sale e rendono la visita alla mostra molto suggestiva.

Dopo il bagno di cultura di Reggio passiamo a tappe decisamente più naturalistiche.

Scilla è la prima tra queste.

Secondo la mitologia greca, Scilla era una ninfa marina che per gelosia fu trasformata da Circe in un mostro mentre faceva il bagno in una caletta presso Messina. Al posto delle gambe si ritrovò sei teste di cane che latravano, e lunghe code di serpente. La storia è raccontata nell’Odissea e nelle metamorfosi di Ovidio.

Come spesso accade, il mito nacqua da una paura: il passaggio tra la penisola di Scilla in Calabria e il capo siciliano di Cariddi era considerato in antichità estremamente pericoloso e dalla paura del passaggio tra i due capi nacquero nell’immaginario spaventosi mostri divoratori di naviganti. Al di là del mito, gli storici sono propensi a far risalire la prima fortificazione di Scilla agli inizi del V secolo a.C.

Oggi è un delizioso borgo che mantiene intatto il suo charme. All’orizzonte si vede chiaramente la costa della Sicilia.

Dopo Scilla lasciamo la costa tirrenica e ci avviamo verso la costa ionica.

Un mare incredibile ci aspetta da quella parte.

Iniziamo da Roccelletta di Borgia

e proseguiamo con Le Castella dove visitiamo la fortezza edificata nel XV secolo. Questa non ospitò mai la nobiltà del luogo, ma servì da ricovero per soldati impegnati contro gli attacchi degli invasori provenienti dal mare. Le fondamenta -visibili sotto al pavimento- risalgono al periodo Magno-Greco (400 a.c.). La fortezza fu utilizzata nel tempo anche dai romani e fu il rifugio di Annibale, in ritirata. 

Dopo Le Castella visitiamo la spiaggia di sabbia rossa di Capo Rizzuto

e quella magnifica di Pietragrande.

Estremamente godibili anche il lungomare di Soverato -più animato la sera- e quello di Catanzaro Lido, più calmo ma con lunghe spiagge sabbiose.

Dopo queste meravigliose tappe torniamo sulla costa tirrenica per visitare il Paradiso del Sub a Marina di Zambrone (le foto parlano da sole…)

e con la bellissima cittadina di Tropea, nota non solo per la sua bellezza ma anche per la sua storia.

Leggenda vuole che fosse fondata da Ercole quando, di ritorno dalle Colonne d’Ercole (oggi Gibilterra), che si fermò sulle coste del Sud Italia.

Nota per la sua caratteristica posizione di terrazzo sul mare, di lei scrissero anche Plinio e Strabone. Tropea ebbe un ruolo importante sia in epoca romana per la cava di granito che sorge a circa 2 km dal borgo, sia in epoca bizantina. Molti sono i resti lasciati dal bizantini, come la chiesa sul promontorio o le mura cittadine.

Dopo un lungo assedio, la città fu strappata ai bizantini dai pirati arabi, per poi essere riconquistata dai Normanni, sotto i quali prosperò.

Tropea continuò a prosperare anche sotto il dominio degli Aragonesi e oggi è più splendida che mai.

Senza dubbio questo viaggio in Calabria differisce molto da quello dell’ anno scorso nelle Marche, maggiormente caratterizzato dalla visita a borghi e da immersioni nella storia e nell’arte dei secoli passati ma la Calabria è una terra incredibile che pone l’asticella molto molto in alto per quanto riguarda le bellezze naturali.

Una nuova conferma del fatto che il nostro è un paese meraviglioso dove ogni tipo di viaggio è possibile e indimenticabile.

Tre giorni in Trentino Alto Adige

Il mio itinerario parte da Rovereto e termina a Bolzano ma se per motivi di opportunità si inverte il percorso, l’importante è che non si perdano cinque attrazioni culturali: il MART e Casa Depero a Rovereto, il Castello del Buonconsiglio a Trento, la Fondazione Antonio dalle Nogare e Museion a Bolzano.

A seconda dell’interesse si possono naturalmente aggiungere tappe le naturalistiche per le quali è famosa la regione -ad esempio il lago Smeraldo nei pressi di Bolzano-, oppure il museo delle scienze di Trento oppure ancora il museo che custodisce Ötzi a Bolzano. 

ROVERETO

Rovereto è un piccolo centro che offre un primo assaggio di Trentino. Si mangia bene ed è molto tranquillo. Il MART è una sorpresa: l’imponenza della sua struttura e l’importanza della sua collezione sono qualcosa che non ti aspetti. La collezione permanente vanta capolavori futuristi come un Gino Severini del 1913

e un Soffici del 1914,

mentre gli anni ’20 e ’30 sono compiutamente testimoniati da De Chirico, Savino e Campigli.

Bellissimo poi il nucleo di opere rappresentativo del Realismo Magico di Ubaldo Oppi, Pompeo Borra e Cagnaccio di San Pietro.

Un’audioguida per bambini e una caccia al tesoro contribuiscono a rendere ancora più godibile l’esperienza di visita in famiglia al museo.

Al momento, oltre alle opere della collezione permanente, è visibile la mostra Arte e Fascismo (fino al 1°settembre 2024), una mostra che racconta un ventennio stilisticamente molto ricco, dall’aeropittura, attraverso la monumentalità degli anni ’30, fino alla caduta del regime. La quantità e qualità delle opere esposte lasciano senza parole.

Al di là dei più noti Mario Sironi, Roberto Iras Baldessari, Tullio Crali e Thayaht,

sono presenti in mostra artisti che durante il Ventennio hanno rappresentato i temi cari al regime: da Carlo Bonacina, Gisberto Ceracchini e Pina Sacconaghi con la famiglia,

a Olmedo Mezzoli con lo sport,

da Luigi Vettori ed Afro Balsaldella con la fondazione delle città,

a Giuseppe Moroni con le colonie estive.

Integra la visita al MART, la visita a Casa Museo Depero.

Qui la multiforme ingegnosità di Fortunato Depero è ampiamente rappresentata: dalle pubblicità ai burattini, dai manifesti ai dipinti, dai mobili alle pubblicazioni, dai feltri ai disegni.

Ho sempre amato la poliedricità di questo artista grazie al quale innovazione, voglia di sperimentare con i diversi mezzi espressivi e coraggio hanno dato vita ad autentici capolavori di modernità.

TRENTO

Dopo Rovereto ci spostiamo a Trento. La città ricorda davvero molto Verona e trovo si veda anche l’influenza di Venezia.

Qui visitiamo il Duomo di San Vigilio dalle forme romanico-gotiche e naturalmente il Castello del Buonconsiglio.

Elegantissima la parte di castello più antica che risale al XIII (ricostruita successivamente), con la loggia e il torrione d’Augusto.

Oltre alla Loggia affrescata da Girolamo Romanino con scene bibliche, miti e storie di Roma che esortano l’uomo a controllare le passioni tramite l’esercizio delle virtú,

imperdibile è la Torre Aquila con gli affreschi dei Mesi dell’anno. Raffinatissimo esempio di gotico internazionale, questi affreschi sono un racconto di vita rurale e vita cortese. Curiosa la scena in cui i cortigiani giocano a lanciarsi le palle di neve: si tratta della prima rappresentazione di un paesaggio innevato giunta a noi.

BOLZANO

Dopo Trento ci spostiamo a Bolzano dove l’atmosfera è del tutto diversa. Dall’italiano si passa al tedesco e da una Trento che somigliava a Verona, passiamo decisamente ad una città dalle architetture austriache, prima fra tutte il Duomo.

Se vi fosse ancora qualche dubbio sulla ricchezza della provincia, lo stesso verrebbe fugato dalla visione di Museion: una meraviglia.

Purtroppo le opere in comodato al museo o della collezione del museo non sono visibili perché vengono esposte singolarmente in funzione delle mostre con le quali devono dialogare ma devo dire che questo consente di concentrarsi sulle opere degli artisti giovani esposte all’ultimo piano.

Tra le altre, le opere di Alipaloma propongono una riflessione sulla condizione della donna nella società. La stessa donna è come una spina nel fianco del patriarcato dalle cui catene è necessario liberarsi. La boa rappresenta invece la necessità del sostegno collettivo nella lotta per l’emancipazione.


L’opera di Davide Stucchi conferisce musicalità e poesia a dei calzini dismessi.


L’installazione di Binta Diaw indaga la migrazione e l’identità sociale e propone, tramite la riattivazione della tecnica del cucito, una riflessione sul senso di comunità.

Infine mi soffermo sull’opera di Tobias Tavella che indaga la presenza umana in relazione a processi biologici e geologici, l’interazione tra forme organiche e industriali. La collina rappresenta l’imprevedibilità della natura mentre la parabola -recuperata e trasformata in tamburo- rappresenta l’azione dell’uomo. Il suono del tamburo rappresenta il potere dell’uomo di fondere arte e natura.

L’opera che otterrà il maggior numero di voti da parte dei visitatori del museo verrà acquistata dal museo per la collezione permanente, un’operazione davvero molto democratica che si distanzia dalle molte altre esperienze italiane in cui è una giuria di critici a scegliere per tutti le opere vincenti.

Davvero molto interessante sempre a Bolzano, è la Fondazione Antonio dalle Nogare, un’istituzione no profit con un focus sulle evoluzioni di Arte Povera, Concettuale e Minimal.

Fino a febbraio 2025 è allestita una mostra di Andrea Fraser le cui opere dialogano con alcuni pezzi della collezione permanente.

L’artista americana adotta un approccio sociologico e psicoanalitico come lente per interrogare il mondo dell’arte, mettendone in luce contraddizioni, proiezioni, volontà e desideri. La Fraser contesta lo stesso mondo dell’arte tramite l’ allestimento e la riproduzione di performance molto intense. Tra queste, May I help you?, è una performance -replicata i diverse occasioni- in cui la Fraser impersona diversi personaggi (collezionista, esperta, avversative etc) e presenta sei diverse posizioni nei confronti dell’arte, ciascuna paradigmatica di una diversa classe sociale.

In un’altra installazione, Fraser pone in relazione il numero di opere vendute con il numero di carcerazioni intervenute in America: alla crescita del numero dei grandi investitori in arte, corrisponde anche la crescita di carcerazioni di persone indigenti che sottraggono beni di prima necessità. A corredo dell’opera viene anche proposta la riproduzione vocale di quanto accade nell’ora d’aria di una prigione americana.

Un’altra opera presenta un’indagine sulle relazioni tra politica ed istituzioni artistiche: la Fraser in questo caso documenta i contributi a partiti o gruppi politici versati dai consiglieri di amministrazione di 128 musei, scelti in rappresentanza di ogni stato USA.

La fondazione è tutta da scoprire. Io ho avuto la fortuna di avere come guida il collezionista Antonio dalle Nogare ma vengono settimanalmente organizzate visite guidate con mediatrici che spiegano le installazioni ed il rapporto delle stesse con alcune selezionate opere della collezione permanente.

Tra affreschi tardo-gotici e installazioni contemporanee posso dire che le mete culturali di grande interesse in Trentino Alto Adige non mancano.

Le Cinque Giornate di Milano

In occasione delle Cinque Giornate di Milano decido di visitare per la prima volta  il Museo del Risorgimento in via Borgonuovo.

Il museo raccoglie opere ed oggetti che raccontano la storia del nostro Paese tra l’incoronazione di Napoleone nel 1805 ed il 1861, l’anno dell’unità d’Italia, passando per le Guerre di Indipendenza naturalmente.

Danno il via al percorso – oltre alle divise degli Ussari e della Guardia Nazionale della Repubblica Cisalpina- un busto di Napoleone di Giovanni Battista Comolli nonché il manto originale indossato durante l’incoronazione a Re d’Italia nel 1805 nel Duomo di Milano. Se fossimo francesi intorno a questo solo oggetto avremmo costruito un Mausoleo ..

Sono esposti anche la corona con smeraldi e ametiste e lo scettro in bronzo e pietre preziose. Piuttosto affascinante il leone che lo sovrasta.

Dal busto in marmo di Napoleone rileviamo che l’Imperatore in quella occasione indossò anche la corona ferrea di Carlo Magno sopra ad una corona di alloro, richiamo ovviamente agli illustri precedenti. La corona ferrea fu fatta venire da Monza dov’è tuttora è conservata nel Tesoro del Duomo. Il busto mostra anche due nastri che scendono dalla corona sulle spalle con la raffigurazione di due api, spesso utilizzate in epoca napoleonica come simbolo di alacrità.

Molto interessanti -e caratterizzate dalla solita cura e precisione nei dettagli- le quattro opere a tempera su seta di Giovanni Migliara che rappresentano i disordini a Milano nel 1814 quando la folla inferocita assalì il palazzo del Ministro Prina che era diventato il simbolo dell’odiato fiscalismo napoleonico.

Dopo la caduta di Napoleone nel 1814 a Milano si verificarono proteste in diversi luoghi della città. A questo difficile momento seguì una reggenza provvisoria in attesa dell’arrivo delle truppe austriache.

Suggestiva la saletta-prigione nella quale sono esposti cimeli di Maroncelli, Pellico, Confalonieri e Pallavicino Trivulzio, patrioti condannati alla prigione a vita allo Spielberg nell’attuale Repubblica Ceca. Qui Silvio Pellicco scrisse Le mie prigioni che fu per l’Austria- reputazionalmente parlando- peggio di una battaglia persa.

L’anelito alla libertà, all’indipendenza ed alla fratellanza contro il potere austriaco era ormai un sentimento largamente condiviso dalla popolazione.

Da Le mie prigioni alla Giovine Italia il passo é breve. Tra le opere più belle di questa sezione, il busto di Pompeo Litta di Vincenzo Vela, grande scultore purtroppo poco conosciuto.

Ancora più breve é il passo dagli anni ’30 della Giovine Italia alle Cinque Giornate del 1848. Nella sala successiva si possono ammirare Episodio delle Cinque Giornate di Milano in piazza Sant’Alessandro di Carlo Stragliati,

Il combattimento a Porta Tosa di Carlo Canella nonchè alcuni delicatissimi acquerelli di Gerolamo Induno.

Bellissimi il Bivacco dei volontari e l’enorme Battaglia di Magenta di Gerolamo Induno,

ma per me l’opera più bella di tutto il museo è Il bullettino del 14 luglio 1859 che annunziava la pace di Villafranca, di Domenico Induno (fratello di Gerolamo), eccezionale esempio di restituzione di luce, di sentimento, di delicatezza che davvero porta a chiedersi se sia appropriato e giusto continuare ad idolatrare la pittura francese dell’800 e sottostimare quella italiana. La scena ha anche una valenza storica poiché racconta l’incredulità con cui i milanesi ricevettero la notizia dell’armistizio tra i franco-piemontesi e gli austriaci.

Una buona dose di Garibaldi e Garibaldini conducono in fondo al percorso.

Ultima curiosità: il museo, grazie ad un progetto di alternanza scuola lavoro con un liceo milanese, propone didascalie scritte da studentesse e studenti per evidenziare alcune figure femminili che si possono incontrare nel percorso museale.

Chiamare a raduno.Sorelle. Falene e fiammelle.Ossa di leonesse, pietre e serpentesse.

Fino al 21 luglio Chiara Camoni espone all’Hangar Bicocca.
Il titolo delle mostra è già di per sè un’opera ad’arte.

Chiamare a raduno.
Sorelle. Falene e fiammelle.
Ossa di leonesse, pietre e serpentesse.

Una retrospettiva dal sapore ancestrale, sciamanico, archeologico. Migliaia gli oggetti realizzati con pazienza e con la sapienza di chi all’Accademia Brera ha fatto scultura, e si vede. La resa dei colori scelta, voluta e cercata tramite le diverse cotture dei materiali ricchi di minerali.

Magnifici i pannelli di seta realizzati tramite la bollitura di elementi naturali avvolti nella stoffa.
Una manualità davvero mirabile.

Ricorda i primi lavori di Stefano Arienti, la passione per l’antropologia di Claudio Costa, Anselm Kiefer nelle figure di donna. Tanti i rimandi ma nessun riferimento esplicitato da questa interessante artista che, dopo la formazione in Brera, ha scelto di vivere nella natura con la famiglia e della natura ha fatto la protagonista della sua arte.

Uno pseudo carretto siciliano raccoglie e presenta gli oggetti cari che hanno ispirato la produzione nel corso degli anni.

Una mostra davvero poetica.

300 anni di manifattura: Ginori al Museo Poldi Pezzoli di Milano

L’occasione di questa mostra nasce dalla chiusura per ristrutturazione del Museo Ginori di Sesto Fiorentino (che detto per inciso è stato anche il primo museo di impresa di Italia) e dalla presenza di alcuni importanti pezzi di Ginori nelle collezioni permanenti di Gian Giacomo Poldi Pezzoli. La concomitanza di questi due fattori ha portato all’organizzazione di questa bellissima ed elegantissima mostra che accosta i prestiti del museo toscano ai pezzi del Poldi.

Se già il padre di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, Giuseppe, aveva acquistato porcellane della Manifattura Ginori, con Gian Giacomo la collezione arriva ad avere oltre 300 pezzi. E se consideriamo che la collezione di famiglia era una summa dell’ eccellenza di ogni forma artistica, non sorprende che anche le ceramiche siano eccezionali.

Della porcellana sappiamo che nacque in Cina e che mai la Cina lasciò uscire la ricetta del cosiddetto ‘oro bianco’. Con i commerci della Compagnia delle Indie l’Europa imparò a conoscere questo misterioso materiale ed a desiderarne la ricetta. Per questo, un personaggio a metà tra un chimico, un farmacista e un alchimista, Johann Friedrich Böttger, fu minacciato e imprigionato per anni dall’ambizioso Augusto II di Sassonia e successivamente da Federico di Prussia, finchè un giorno scoprì come ottenere questo ambito materiale.

La prima manifattura europea nacque così a Meissen nel 1710 e quando Meissen cadde in mano nemica, il responsabile del forno -fuggito nel regno austroungarico- diede vita a Vienna alla seconda manifattura europea. Era il 1718. A stretto giro in Italia, nacque Vezzi, la terza manifattura europea– che però ebbe vita breve – mentre la quarta manifattura europea fu proprio quella di Carlo Ginori, nata nel 1737 a Doccia, ora Sesto Fiorentino, in Toscana. Quando il Granducato di Toscana passò dai Medici agli Asburgo infatti, il Marchese Carlo Ginori ebbe occasione di visitare la manifattura di porcellane di Vienna e invitare gli specialisti in Italia.
Quello che decise di fare Ginori fu di realizzare, oltre a magnifici pezzi di dimensioni abituali, sculture di grandi dimensioni, chiamando anche i figli degli scultori fiorentini esperti di lavorazione in bronzo per lavorare e fornire quello che oggi chiameremmo know how. Mai era stata tentata la scultura di grandi dimensioni in porcellana. Eccezionali gli esemplari in prestito dal museo toscano.


Nel 1896 Augusto Richard acquistò la Ginori rendendola la Richard-Ginori nota in tutte le case italiane (se non altro per i servizi di piatti). Tra il 1923 ed il 1933 Art Director fu Gio Ponti che portò in mostra subito alcuni pezzi della manifattura alla Biennale di Monza (che divenne poi la Triennale di Milano) e nel 1925 a Parigi, rendendo la produzione nota in tutto il mondo.

In questa occasione la manifattura vinse il Grand Prix della Giuria e Ugo Ojetti, noto critico ed artista, commissionò a Ponti ed a Libero Andreotti, artista e decoratore, due importanti opere, donate poi dagli eredi al Poldi ed esposte in questa sede, quasi a raccontare che, partita dal 1737, la Ginori è arrivata in un attimo al XX secolo.

In un mondo di visitatori che ormai più indietro del 1850 fa fatica a guardare, il Poldi organizza sempre eventi e mostre incentrate sull’arte antica ma con una visione “moderna”, remando un po’ -con grande merito e perizia- controcorrente.

La personale di Ron Mueck alla Triennale di Milano

Nato a Melbourne da genitori tedeschi, Ron Mueck dal 1986 lavora nel Regno Unito dove ha partecipato alla celebre mostra Sensation: Young British Artists from the Saatchi Collection alla Royal Academy nel 1996-97 che ha portato al successo alcuni dei più noti artisti di oggi.

Nell’arco di 25 anni ha prodotto solo 48 opere. Perchè solo 48? Perchè sono incredibilmente minuziose, monumentali, spaventose.

La scelta di soggetto e di dimensione delle raffigurazione non è mai disgiunta. Nella prima opera che si incontra in mostra, la figura, le lenzuola ed i cuscini sono di dimensioni sono talmente impressionanti che lo spettatore diventa invisibile e lo sguardo della figura rappresentata sembra correre oltre o attraverso lo spettatore.

L’opera Mass, commissionata dalla National Gallery di Victoria (Melbourne) nel 2017, si compone di cento crani umani giganteschi disposti dall’artista nello spazio, in funzione dell’architettura di ogni sala espositiva diversa nella quale l’insieme è stato proposto. Il titolo è già di per sé significativo dello spaesamento che può suscitare nello spettatore: mass in inglese può designare un mucchio, un insieme, una folla o anche una cerimonia religiosa. L’iconografia del teschio è anch’essa ambigua come simbolo di vita ma anche di morte, memento mori onnipresente nell’arte e nella cultura popolare.

Del 2023 ed in prestito dal celebre gallerista Thaddaeus Ropac, En Garde rappresenta un trio di giganteschi cani da guardia (alti oltre 3 metri) pronti ad entrare in azione, minacciosi ed imprevedibili. Dopo 10 anni di riflessione, l’opera ha visto la luce alla Fondation Cartier di Parigi in giugno.

Le sculture di Ron Mueck sono impressionanti. Le dimissioni non corrispondono alla scala reale, sono intense, a tratti inquietanti. I particolari sono resi con una cura incredibile. Le opere offrono un’esperienza fisica e psicologica che pone lo spettatore di fronte alla contemplazione della propria mortalità.

Fondation Cartier ha tenuto una prima personale dell’artista nel 2005 seguita da una mostra più esaustiva nel 2013. Questo terzo progetto è la naturale prosecuzione del dialogo tra artista e istituzione e grazie alla partnership della Fondation con Triennale, è visibile a Milano fino al 10 marzo.

Moroni 1521-1580. Il ritratto del suo tempo.

La mostra alle Gallerie di Italia di Milano presenta non solo l’opera di Giovan Battista Moroni ma anche il suo rapporto con il maestro Alessandro Bonvicino, detto il Moretto, nonchè con Lorenzo Lotto. É certo che Moroni conoscesse le opere di Lotto poiché molte delle famiglie committenti avevano in casa sue opere ed è altrettanto certo che fu la conoscenza di Lotto a spingere Moroni allo studio della psicologia dei personaggi.

Nei ritratti di Moroni pare che i protagonisti si siano improvvisamente fermati, quasi noi spettatori fossimo giunti ad interromperli. Questo si nota in particolare nel Ritratto di Giulio Gilardi del 1548 conservato a San Francisco

e nel Ritratto di M.A.Savelli del 1545 jn prestito dal museo Goulbekian di Lisbona.

Incredibilmente moderno, quasi impressionista, il Ritratto di Capitano bergamasco del 1550.

Il manifesto della produzione di Moroni potrebbe essere un testo di Gabriele Paleotti del 1582 nel quale si legge “poiché si chiamano ritratti dal naturale, si dovria curare ancora che la faccia o altra parte del corpo non fosse fatta o più bella o più grave”. Vale a dire, bella o brutta che sia si deve raffigurare. A favorire l’immediatezza del tratto è anche l’assenza di disegno preparatorio che non pare fosse d’uso per Moroni.

Ho trovato il Ritratto di Gian Gerolamo Grumelli (il cavaliere in rosa) di Palazzo Moroni ancora più bello del celeberrimo Ritratto di sarto qui esposto in prestito dalla National Gallery di Londra. La scelta del colore e la cura del particolare rendono l’opera davvero eccezionale.

Estremamente interessante è l’ultima sezione della mostra, dedicata alla raffigurazione dell”orazione mentale’. Diversi testi parlavano di questa pratica religiosa, suggerendo che il devoto immaginasse e ricreasse le scene sacre mentalmente. Il testo più famoso era quello di Sant’Ignazio di Loyola pubblicato del 1548 che invitava alla “visita del luogo”. Ecco dunque nelle opere in mostra la compresenza di devoto e scena immaginata dallo stesso, con una partizione dello spazio davvero magistrale.

Non a caso prima Longhi e poi Mina Gregori scrissero che inizialmente Moretto e successivamente Moroni aprirono la strada a Caravaggio ed agli olandesi del Seicento. L’apporto del Moroni nella ritrattistica e nello studio dal vero fu fondamentalmente per i successori.

El Greco

Palazzo Reale a Milano presenta un’interessantissima mostra dedicata a El Greco, artista dal talento indiscutibile e dallo stile inconfondibile. Pochissimo sappiamo della vita di questo artista, Domenico Teotokopoulos. Sappiamo che nacque a Creta (all’epoca parte della Repubblica di Venezia), che esordì con un apprendistato come pittore di icone e che diventò maestro d’arte ma sappiamo che già a 26 anni, nel 1567, si trasferì a Venezia. Il soggiorno nella Serenissima fu cruciale per la sua crescita artistica poichè ebbe l’occasione di confrontarsi direttamente con le botteghe di Tiziano, Bassano, Tintoretto e Veronese. Nel 1570 si recò a Roma dove aprì una bottega propria ed infine si stabilì a Toledo dal 1577, città che raffigurerà molto spesso come sfondo nelle opere.

La base neobizzantina e l’horror vacui contraddistinguono la prima produzione di Teotokopoulos ma questa sembra una parentesi chiusa con l’arrivo in Italia.

Durante il soggiorno in Italia, El Greco modificò radicalmente il suo stile, inserendo elementi tratti dal manierismo e dal Rinascimento veneziano, ispirandosi a Tintoretto per le linee prospettiche, per il senso del movimento e per l’uso dell’illuminazione per enfatizzare le scene, a Tiziano per il colore. La mostra è ricca di confronti con gli importanti artisti che segnarono il percorso dell’artista ed influirono sulla sua arte.

Vediamo, messi a confronto, il San Giovanni Battista di Tiziano e quello di El Greco,

il San Martino visto da Jacopo Bassano ed il San Martino di El Greco,

i ritratti di El Greco a destra e quelli di Tintoretto a sinistra.

La gamma cromatica che contraddistingue il pittore greco e lo rende unico ed estremamente moderno si palesa in mostra con la Spoliazione del 1582,

nonchè nel Battesimo di Cristo, enorme tela in prestito da Toledo.

Postura, corporatura statuaria, accentuazione della muscolatura sono tutti rimandi invece a Michelangelo. Sappiamo che El Greco possedeva una copia delle Vite del Vasari, nelle quali il Vasari sosteneva Michelangelo fosse un gran disegnatore ma non un grande pittore. Nelle opere di El Greco troviamo eco della diatriba tra primato veneziano del colore e primato italiano del disegno.

La straordinaria modernità di questo artista si osserva anche nella sua capacità di declinare forme e colori a seconda della scena o del personaggio. La sua è una sorta di Pop Art ante litteram ma accostata, ad esempio, ad un intenso pauperismo nei tre dipinti di San Francesco posizionati quasi alla fine della mostra, a testimoniare anche le riflessioni di una fase più matura della produzione.

La mostra racconta bene l’intera parabola artistica dell’artista e rivela come, alla fine della stessa, egli sia tornato ad alcuni elementi tipici dell’iconografia bizantina, quali l’aureola romboidale e la rappresentazione del soggetto a mezzo busto, in netta contrapposizione con la rappresentazione della figura intera ormai prevalente da Tiziano in poi.

Un ritorno dunque alle sue origini ma dopo un percorso ricco di influenze, di innovazioni, di invenzioni che non si può dire non abbiano influenzato e segnato la storia dell’arte fino al XX secolo.

Tra Marche ed Umbria III

GIORNO 13: OFFAGNA E OSIMO

OFFAGNA

Molto caratteristico è il borgo di Offagna, anticamente di proprietà del Papato e poi ceduto alla città di Ancona in pagamento di un debito. Ancona seppe sfruttare la posizione con vista a 360° su tutti i territori circostanti, rendendo Offagna una rocca difensiva assolutamente perfetta con tanto di campana sulle mura -ancora presente- per avvisare della presenza dei nemici.

Entrando nel borgo, subito si incontra la chiesa di Santa Lucia, del 1600. La presenza di diversi rosai all’interno, ex voto e di una riproduzione in piccolo della grotta di Lourdes induce a pensare che si tratti di un luogo che esercita una certa attrazione e susciti devozione nei fedeli.

Ad Offagna è molto diffusa la rete delle botteghe tipiche e, tra tutte, quella di via dei Tornei è davvero particolare.

Procedendo verso la Rocca ed il Torrione si incontra la chiesa seicentesca di San Tommaso. L’ interno come al solito purtroppo è stato rimaneggiato.

Rocca e Torrione risalgono al 1400. All’interno della Rocca sono esposte diverse armi e una piccola raccolta di oggetti della Magna Grecia derivanti da un sequestro dei Carabinieri. Deliziosi i servizi da viaggio e da tavola.

Se dovessi tornare ad Offagna, lo farei a fine luglio, quando la Rocca si anima di gare e feste medioevali. Dicono sia bellissimo.

OSIMO

Osimo è di dimensioni decisamente maggiori rispetto ad Offagna. Che la città fosse ricca si può intuire dal numero dei palazzi aristocratici che ancora oggi sono visibili, almeno dall’esterno. Oggi il numero degli esercizi vuoti e in vendita ci rivela che la situazione non è forse rosea ma del resto oggigiorno tutte le cittadine di provincia di piccole dimensioni soffrono.

Incredibile è il numero di chiese in città. Molte di queste tra l’altro, durante la battaglia di Castelfidardo, ospitarono i feriti. Tra queste, la bella chiesa di San Marco risale al 1300 ma è stata trasformata nel 1600-1700, tanto per cambiare. All’interno vi è una pala del Guercino.

Procedendo in salita verso il Duomo si incontra la chiesa di San Pietro all’ospedale del 1500 trasformata però come al solito nel 1720.

Vi è poi il Santuario di San Giuseppe da Copertino che ha preso il posto di una chiesa dedicata a San Francesco del 1200 e ha subito nel 1700 le solite modifiche. All’interno sono visibili una bellissima Madonna in trono con Santi di Antonio Solario del 1503 e una Crocefissione di Francesco Solimena. Nella Sacrestia, la volta a crociera è decorata da affreschi di scuola giottesca.

Proseguendo, molto bello è il Duomo la cui parte più bella e nota rimane il laterale esterno destro.

Bellissima la decorazione scultorea romanica dei portali.

Meno interessante la facciata principale e gli interni fortemente rimaneggiati nel 1800.

Apprezzabile invece il Battistero accanto, con una pala d’altare raffigurante il Battesimo di Gesù del 1500 del
pittore Jelli incastonata in un altare ligneo di successiva fattura. Ligneo è anche il soffitto, commissionato dal vescovo di
Osimo Agostino Galamini al pittore Antonino Sarti che la
terminò in soli cinque mesi nel 1630. La superficie è decorata con episodi biblici legati all’acqua. Bello anche il grande fonte battesimale in bronzo del 1629, opera dei fratelli recanatesi Tarquinio e Pier Paolo Jacometti, è diviso in tre livelli: putti alati, alternati a nodi di nastri fermati da un fiore e scene sempre legate all’acqua che salva, decorano il tutto.

Da visitare anche la città sotterranea, molto suggestiva ma non adatta a chi soffre di claustrofia.

GIORNO 14: LORETO E PORTORECANATI

LORETO

La basilica di Loreto è uno dei più importanti monumenti gotico-rinascimentali d’Italia, dove lavorarono i più grandi architetti dell’epoca: tra gli altri, Baccio Pontelli, Giuliano da Sangallo, Giuliano da Maiano, Francesco di Giorgio Martini, Bramante, Andrea Sansovino e Antonio da Sangallo il Giovane.

Secondo la tradizione cristiana, gli angeli in volo trasportarono la casa di Maria da Nazareth dapprima in Istria e poi nelle Marche. La prima basilica venne eretta a metà del 1300 tutta intorno alla casetta stessa per raccogliere i pellegrini, ma ben presto risultò troppo piccola e nel 1400 fu aggiunta una parte, con la partecipazione di Donato Bramante e di alcuni dei grandi architetti sopra citati. Progressivamente la Basilica si espanse, pur custodendo ancora al suo interno in una struttura marmorea del Bramante, la casa di Maria. Per quello si chiama anche basilica della Santa Casa.

Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, pittore ufficiale di Papa Clemente VIII, fu incaricato di eseguire due cicli pittorici per la grande cupola del santuario tra il 1610 e 1615 ma a fine 800 la decorazione del Pomarancio risultava irrimediabilmente rovinata dalle infiltrazioni quindi fu chiesto a Cesare Maccari di rinnovare la il tutto. Cinque porzioni degli affreschi originali del Pomarancio furono staccati e riportati su tela e sono oggi esposti nel museo. Al museo è custodita anche una cupola modello 1/10 e i cartoni preparatori della decorazione di Maccari.

Prima di dedicarci alla basilica decidiamo di affrontare il museo. Tra le prime opere, un curioso dipinto raffigurante il trasporto della Santa Casa fin qui a Loreto. Si tratta di una copia dell’affresco del Tiepolo realizzata da Mariano Fortuny.

Sempre al museo sono conservati un San Nicola da Tolentino del Guercino, un Cristo di Reni e una Natività del Carracci ma la nostra attenzione va subito alle otto opere di Lotto che siamo venuti a vedere.

Lorenzo Lotto visse a Venezia, Treviso, Roma, Bergamo e a più riprese in Territorio marchigiano tra Recanati, Jesi, Ancona e altri luoghi. Divenne il pittore del santuario della Santa Casa nel 1552 e affrontò allora la sua ultima impresa: collocare alcuni suoi dipinti nel coro dei canonici della chiesa. Siccome cinque dipinti erano già stati realizzati prima dell’arrivo a Loreto, lavorò per renderli compatibili come dimensioni con lo spazio a disposizione nel coro. Due soli quadri dipinse appositamente a Loreto tra il 1555 ed il 1556 e sono l’Adorazione dei Magi e la Presentazione di Gesù al Tempio. A queste opere se ne aggiunge in esposizione una di soggetto profano in comodato da collezione privata, Fortezza che abbatte Fortuna, più volte menzionata dallo stesso Lorenzo Lotto nei suoi scritti, e un San Cristoforo che è esposto nel Santuario.

Le opere al museo sono Il sacrificio di Melchisedech del 1545, il Battesimo di Cristo del 1549, Cristo e l’adultera del 1548, la Presentazione di Gesù al Tempio del 1555, l’Adorazione del Bambino del 1549, Adorazione dei Magi del 1554-55, Combattimento tra Fortezza e Fortuna da collezione privata e, attualmente in restauro ma visibile, San Michele caccia Lucifero del del 1545.

Devo dire che Cristo e l’Adultera, collocata in posizione centrale nella stanza, è il vero capolavoro della sala non solo per la qualità pittorica ma anche per la disposizione dei personaggi il cui affastellamento in primo piano crea la tensione necessaria alla scena.

Nella sala seguente sono esposte due enormi opere di Antonio Mazzone dei Domenichi di Faenza che compongono La Vergine annunciata del 1513-14.
L’opera raffigura Maria nelle vesti di colta gentildonna delle corti rinascimentali, all’interno di una basilica con fuga prospettica di colonne, in atto di ricevere dall’Angelo l’annuncio. Le due tele costituivano le portelle dell’organo, voluto da Giulio II e realizzato sotto Leone X.

Alla conclusione del breve percorso museale, molto bella l’Ultima Cena di Simon Vouet del 1630 in cui emergono naturalismo e scelte luministiche caravaggesche. Il piede in primo piano strizza l’occhio al famoso piede della Madonna dei Pellegrini del Caravaggio nella chiesa romana di sant’Agostino.

All’interno della basilica non è possibile scattare fotografie ma, come si può immaginare, è un trionfo di decorazioni. La sua stessa fama di basilica importantissima per la cristianità però l’ha in qualche misura condannata a continue sistemazione e rimaneggiamenti quindi molti interventi pittorici paiono recenti e poco rimane delle decorazioni più antiche. Tra queste parti residuali, notevoli sono gli affreschi di Melozzo da Forlì nella cappella di San Marco sulla destra ed il grande dipinto di Lotto raffigurante San Cristoforo. Al centro della basilica, nella bellissima struttura marmorea di Donato Bramante, la casa di Maria in cui il fedele può entrare ma solo per pregare.

PORTO RECANATI

La visita a Porto Recanati è motivata dalla voglia di un tuffo in mare ed un momento in spiaggia (di sassetti) a km più o meno zero rispetto a Loreto e rispetto allo splendido casale in cui soggiorniamo. Simpatici il lungomare e la Torre alle spalle di esso ma davvero poco da visitare.

GIORNO 15: RECANATI E MACERATA

RECANATI

Recanati è una cittadina deliziosa e molto bene organizzata che si sviluppa su un asse centrale lungo il quale sono disposti più o meno tutti i punti di interesse. Non ha, per intenderci, la forma circolare della città romana nè gli impianti soliti che siamo stati abituati a vedere finora.

Iniziamo da Villa Colloredo Mels che è la sede del museo civico dal 1998. Il piano nobile ospita la sezione dedicata a Giacomo Leopardi con ritratti e scritti ma soprattutto ospita la pittura dal 1200 in poi, tra cui quattro opere di Lorenzo Lotto.

Tra le opere più apprezzabili ante-Lotto, un affresco raffigurante l’Annunciazione dipinto da Olivuccio di Ciccarello per la chiesa di Sant’Agostino e il polittico di San Vito di Pietro di Domenico da Montepulciano.

Di Lorenzo Lotto sono presenti il polittico Di San Domenico del 1506-1508, la Trasfigurazione del 1511, il San Giacomo maggiore del 1512-13 e l’Annunciazione del 1533-35.

Lotto arrivò per la prima volta nelle Marche nel 1506 chiamato proprio dai recanatesi che gli commissionarono il polittico Di San Domenico, secondo me il più bello dei dipinti qui esposti. La pala d’altare nacque come protesta verso l’ingiustizia compiute nei confronti di Recanati da Papa Giulio II che diede al papato la giurisdizione sul santuario di Loreto provocando alla città una grave perdita economica. Le chiavi appese alla cintura di San Domenico simboleggiano la buona custodia del santuario fino a quel momento ad opera dei recanatesi. Il polittico chiude il periodo giovanile del Lotto e spalanca le porte per Roma perché dopo questo andò ad affrescare gli ambienti del Vaticano dove entrò in contatto con Raffaello.

Di Lotto, 25 opere in tutto sono consevare nelle Marche ma questa, insieme allAnnunciazione di Jesi ed al Cristo e l’Adultera di Loreto, è un capolavoro.

Per quanto riguarda la celebre Annunciazione qui esposta, fu realizzata su commissione della confraternita dei mercanti di Recanati. La datazione oscilla tra il 1533 ed il ’35. Le particolarità di questo quadro sono l’ombra che l’Angelo lascia, quasi fosse terreno, l’atteggiamento di Maria che anziché voltarsi verso l’Angelo come avviene nell’iconografia più classica guarda spaventata lo spettatore, e il gatto che, terrorizzato dall’arrivo dell’Angelo,  potrebbe rappresentare il male che fugge davanti al bene.

Molto bello anche San Giacomo Maggiore  quasi una miniatura ad olio su tela. Il santo è raffigurato con la conchiglia, simbolo del pellegrino, che vuole essere anche un riferimento dell’artista a se stesso per l’errare incessante della sua vita.  

Uscendo dalla Pinacoteca incontriamo il Duomo che porta ancora i segni del terremoto che ha devastato il centro Italia, con le navate laterali dichiarate inagibili. Fu edificato nel 1600 e decorato successivamente. L’abside fu abbellita nel 1650 con stucchi ed affreschi tra cui il Martirio di San Flaviano, il martirio di Santa Paolina, l’Annunciazione, la Traslazione della Santa Casa di Loreto e la Natività della Vergine.

Procedendo attraverso la cittadina in direzione di casa Leopardi, si incontra la bella piazza Leopardi con la chiesa di San Domenico. All’interno dovrebbe esserci un affresco di Lotto ma purtroppo non riusciamo a vederlo.

Procedendo lungo la stessa arteria principale della cittadina, incontriamo la chiesa di Sant’Agostino che fu edificata alla fine del 1300. Rimangono però pochi affreschi quattrocenteschi a causa di un successivo rifacimento nel corso del quale per fortuna non venne toccato il portale progettato da Giuliano da Maiano e intagliato da Giovanni di Fiandra nel 1484. Appartiene al complesso di Sant’agostino la torre del passero solitario.

Sempre procedendo verso casa Leopardi si incontra anche la chiesa di San Vito.

Infine si giunge a casa Leopardi ed all’ermo colle. Onestamente siamo a Recanati per vedere Lotto e non Leopardi ma devo dire che un tuffo nel passato tra i suoi versi fa bene a me ed anche alle mie figlie che naturalmente prima o poi incontreranno questo grande poeta sul loro percorso scolastico.

MACERATA

Macerata è inaspettatamente bella, ricca di monumenti e di vita. È una città universitaria e si capisce dalla vivacità.

Simbolo della città è lo sferisterio o sferodromo, dal greco “palla e corsa”, un teatro all’aperto che si trova alle porte del centro storico della città. Progettato nel 1820 dall’architetto neoclassico Ireneo Aleandri, fu finanziato da un gruppo di cittadini maceratesi che decisero di donare alla città un luogo per organizzare le attività sportive. È ispirato all’architettura classica e rinascimentale, in particolare all’opera di Andrea Palladio.

Sulla piazza principale di Macerata si ergono il Comune, la Torre dell’orologio e la chiesa di San Paolo. Molto interessante il meccanismo dell’orologio che due volte al giorno si attiva con statuine dei Magi che escono da una porticina ed entrano nell’altra.

Procedendo dalla piazza verso Santa Maria della Misericordia si incontra la Loggia del grano del 1841, realizzata su disegno dell’ing. Agostino Benedettelli. Sussivamente utilizzata come mercato coperto, oggi è sede dell’università.

La chiesa di Santa Maria della Misericordia è la più piccola basilica del mondo e fu costruita in un solo giorno nel 1447. Misurava ‘3 passi per 3 passi’ secondo un detto dell’epoca. All’origine della costruzione, la necessità di chiedere nel più breve tempo possibile la grazia per la fine dalla peste che aveva colpito da città. Nei secoli successivi la piccola chiesa fu ricostruita e assunse l’attuale forma nel 1736-41 quando il celebre Vanvitelli accettò l’incarico di riprogettarla e riuscì a farne un vero e proprio scrigno di tesori tra marmi e illusioni ottiche. Gli affreschi sono del 1737 circa.

GIORNO 16: CIVITANOVA MARCHE, FERMO

CIVITANOVA MARCHE

Ci concediamo un po’ di mare e ci fermiamo per un bagno mattutino a Civitanova Marche. La spiaggia è molto ampia e molto bella e soprattutto è sabbiosa. Dopo la Romagna e, scendendo, Pesaro e Senigallia non ne avevamo più trovata di così bella. Il lungomare, impreziosito da una lunghissima fila di palme, ci fa pensare alla spiaggia di Frejus in Costa Azzurra. Un secondo bagno lo facciamo poco distante, a Porto St. Elpidio ma la sabbia è mista a sassetti e il lungomare meno piacevole. 

FERMO

Fermo ha origini antichissime. I primi reperti risalgono all’VIII secolo a.C., fu isola vollanoviana e poi fedelissima di Roma, tanto che si dice che il nome derivi dalla fermezza della sua fedelltà durante la prima e la seconda guerra punica. Dal 1336 la città di Fermo era talmente potente che correva il detto: Quando Fermo vuol fermare, tutta la Marca fa tremare. Il centro è delimitato da mura di epoca sforzesca (1400) ma proprio una rivolta contro gli Sforza portó all’abbattimento del castello. Al sui posto c’è un bellissimo parco pubblico.

Con o senza castello, Fermo è molto bella. Salendo da piazzale Carducci si incontrano il Monte di Pietà e la Chiesa del Carmine del 1300. Di gotico purtroppo rimane solo la facciata del Monte perchè radicali cambiamenti furono apportati a tutto il complesso nel corso degli anni: nel 1688 venne ampliato e fu ammodernato nel 1794 dall’architetto Pietro Augustoni. All’interno vi era un’ Adorazione dei pastori del Baciccio poi trasportata altrove. Sempre salendo nel borgo, si giunge al fulcro della città che è Piazza del Popolo.

Su di essa si affacciano eleganti palazzi con portici in mattoni e dimore cinquecentesche: il Palazzo dei Priori, il Palazzo degli Studi, il Palazzo Apostolico, il Loggiato San Rocco e la chiesa di San Martino. All’interno del Palazzo dei Priori sono visibili due capolavori: uno è il mappamondo settecentesco che misura 2 metri di diametro e il secondo è l’Adorazione dei pastori del 1608 di Rubens.

La salita porta al culmine della collina su cui si erge fiera la cattedrale… e che cattedrale!
Il Duomo venne costruito sopra un tempio pagano nel 1227 da Federico. La facciata è in stile romanico-gotico in pietra d’Istria, poi ristrutturata nel ‘700 dall’architetto Cosimo Morelli. Il portale in bronzo dello scultore Aldo Sergiacomi è sovrastato dalla statua in bronzo della Vergine e da un rosone.
Gli interni purtroppo sono rifatti in stile neoclassico, con una serie di colonne con archi a tutto sesto, cupole e opere di pregio come l’ Icona greco-bizantina di Maria con gli arcangeli Michele e Gabriele.

Segnalo volentieri, poco più a sud delle zone visitate, il magnifico Borgo Storico Seghetti Panichi che vanta sette secoli di storia. La posizione geografica -al confine con il Regno delle due Sicilie- ne decretò inizialmente la funzione di fortilizio militare difensivo nella vallata del Tronto, ma dalla fine del 1600 l’architettura venne modificata ed ingentilita. Alla fine del 1500 risale l’oratorio gentilizio che ospita un ciclo di affreschi della scuola di Biagio Miniera. Attualmente la dimora è in via di restauro a cura della famiglia nobiliare che la possiede e con amore e dedizione se ne prende cura ma è visitabile il Parco Storico Bioenergetico.

Questo, disegnato nel 1870 dal paesaggista Ludwig Winter, si presta anche come location per sessioni di Coaching Experience e di yoga, mentre per i bambini alla visita dei giardini vengono associati laboratori sensoriali.

Tutte le attività sono dettagliate sulla pagina facebook https://www.facebook.com/BorgoStorico?locale=it_IT mentre sul sito della dimora sono disponibili anche alcune suggestioni di itinerari ricchi di fascino https://seghettipanichi.it/itinerari/

GIORNO 17: ASSISI

Con dispiacere lasciamo le Marche per proseguire nel nostro viaggio. Il rammarico dura poco perchè passiamo in una regione altrettanto bella che è l’Umbria.

ASSISI

La prima cosa che scegliamo di visitare ad Assisi è la basilica di San Francesco. Inutile dire che si tratta di un sito di eccezionale importanza per la cristianità. Ma è anche un caposaldo fondamentale della storia dell’arte italiana: hanno lavorato qui Cimabue, Giotto, i Lorenzetti, Simone Martini.

La basilica è composta da una parte inferiore e da una parte superiore. Prima si visita la basilica inferiore che è la più antica. Lungo la navata centrale i meravigliosi affreschi pregiotteschi sono andati in parte perduti quando si decise di aprire le cappelle laterali. Tra queste, importantissima la prima a sinistra, affrescata con le Storie di San Martino da Simone Martini. Voluta e finanziata dal cardinale Gentile Partino da Montefiore, le storie di San Martino furono affrescate da nel 1313-1318. Il ciclo di affreschi di Martini è una delle opere più significative del maestro senese che vi lavorò a più riprese, intervallando i periodi ad Assisi con quelli trascorsi a Siena. Un’altra cappella importantissima è la terza a destra, affrescata da Giotto con storie della Maddalena.

Nel transetto a destra sono presenti un affresco di Cimabue e otto storie dell’infanzia di Cristo di Giotto

Sotto la basilica inferiore si trova la cripta, ricavata dai francescani per creare uno spazio dedicato alla preghiera. È scavata nel muro e circolare come il Santo Sepolcro. Nell’urna al centro fu trovato il corpo del santo. Sopra la tomba brucia una lampada con l’olio offerto ogni anno da una regione italiana diversa.

Nella chiesa superiore, ci sono i famosissimi affreschi di Giotto che illustrano, in 28 quadri, la vita di San Francesco e altre opere di Cimabue. Tra le scene più intense, quella in cui Francesco si spoglia dei suoi abiti per restituirli al padre.

Terminata la visita alla basilica di San Francesco torniamo in centro ad Assisi, dove si trova la piazza del Comune. Costruita nel luogo del Foro romano, è delimitata dal Tempio di Minerva, dalla Torre del Popolo e dal Palazzo dei Priori. La Torre fu costruita a partire dal 1276 per ospitare la famiglia del Capitano del Popolo. Di fronte alla Fontana dei tre leoni c’è il Palazzo dei Priori, oggi sede del Municipio. Sotto la piazza è visitabile l’antico Foro Romano.

Nonostante la fama, non è la basilica di San Francesco il Duomo della città ma è San Rufino. La facciata è gotica ma molto austera, così come la facciata di Santa Chiara, con tre rosoni e tre portali. Molto bella lunetta con il Cristo in trono tra sole e luna, la Madonna che allatta a sinistra e San Rufino a destra. L’interno purtroppo, ancora una volta, è stato rimaneggiato nel 1700 e non presenta più ciò che ci si aspetterebbe.

Coerente invece tra esterni ed interni è la basilica di Santa Chiara. È in stile gotico ma è davvero molto vicino al romanico. L’interno è suddiviso in tre navate ed è presente un transetto. Accanto alla navata di destra si apre un oratorio con il Crocifisso che parlò a San Francesco nell’Eremo di San Damiano e fu alla base della sua scelta di vita. di Giotto.

GIORNO 18: PERUGIA

Perugia è una città antichissima, prima etrusca, poi romana con il nome di “Augusta Perusia”, fu distrutta dai Goti di Totila (547 d.C.), conquistata dai Bizantini di cui divenne uno dei capisaldi contro l’espansione del Ducato Longobardo di Spoleto. Restò bizantina fino all’VIII secolo poi passò sotto il Papa, nell’anno 1000 si costituì in libero Comune ma restò alleata del Papato. La sua fine fu decretata quando distrusse Foligno, alleata anch’essa del Papa: da quel momento tra lotte per il potere e faide interne perse la sua autonomia e con Papa Paolo III (1531) il controllo della Chiesa divenne definitivo.
Stragi e distruzioni furono la risposta del Papa ad ogni tentativodi ribellione, finché nel 1860 fu unita al Regno d’Italia.

Per prima cosa visitiamo la Galleria Nazionale dell’Umbria ospitata all’interno del magnifico Palazzo dei Priori.

Devo dire che le trovo qualche difetto: le didascalia non sono di immediata lettura, in qualche caso mancano e per le opere assenti per prestito non ci sono nè indicazioni su dove siano esposte e per quanto, nè fotografie. Per i bambini poi mi sarei aspettata qualcosa e invece tutti i programmi o laboratori sono concentrati su scolaresche o piccoli perugini, niente per i forestieri. Esiste un libro della Pimpa sulla pinacoteca ma lo si scopre uscendo ed è comunque adatto per chi torna e ha tempo di prepararsi, non per i turisti di passaggio.

Note molto personali a parte, tra gli artisti da notare vi sono Gentile da Fabriano,

Beato Angelico con il polittico Guidalotti del 1447-49

e Benozzo Gozzoli con la pala della Sapienza Nuova del 1456.

Questi furono artisti fondamentali per il passaggio dal tardogotico alle novità del rinascimento fiorentino. Negli anni ’40 a Perugia era passato Domenico Veneziano che aveva portato con sé da Firenze anche le innovazioni del Ghiberti e di Masaccio.

Pazzesca la pala di Piero del Francesca: se si osserva la parte centrale, l’impianto è tradizionale e probabilmente lo è per rispondere alla richiesta di una committenza ancora ancorata agli stilemi tardogotici, ma se si osserva la parte superiore si noterà quanta innovazione Piero introduce, sia nelle forme che nella prospettiva.

Dopo Piero si passa a Perugino che dopo aver appreso l’arte a Firenza dal Verrocchio, prende le distanze dal maestro e lo dimostra con l’Adorazione dei Magi del 1475.

Rispettivamente di 15 e 20 anni dopo sono l’Annunciazione e la delicatissima Madonna della Consolazione.

Più ‘stanche’ forse le ultime opere del Perugino, come il polittico di Sant’Agostino concluso poco prima della morte.

La pinacoteca custodisce anche diverse opere di Benedetto Bonfigli e Bartolomeo Caporali che hanno raccolto l’eredità del Perugino ma protagonista della scena a Perugia oltre al Perugino fu sicuramente il Pinturicchio di cui presso la galleria è esposta la pala di Santa Maria dei Fossi del 1495.

Di Raffaello invece non rimane nulla qui poichè poiché Scipione Borghese requisì per la propria collezione e portò a Roma il celebre Trasporto di cristo al sepolcro. Qui ne restano alcune copie.

Di Raffaello a Perugia rimane l’affresco della Trinità e Santi a San Severo, finito dal Perugino dopo la morte dell’allievo a Roma nel 1520. Raffaello iniziò a dipingere la parte superiore attorno al 1505 quando, ormai pittore maturo, aveva lasciato Perugia per stabilirsi prevalentemente a Firenze, ma non lo terminò, essendo stato chiamato a Roma per decorare gli appartamenti papali. L’opera segnò per Raffaello il superamento dello stile di Perugino in favore di nuove suggestioni ispirate dai dipinti e dalle sculture di Leonardo e Michelangelo. Perugino terminò la parte inferiore nel 1521 e morì di peste tre anni dopo il suo allievo, nel 1523. Nel 1700 i monaci abbatterono la chiesa quattrocentesca e con il materiale di risulta ampliarono il monastero ed edificarono l’attuale chiesa che conserva la parete affrescata.

Tornando idealmente sui nostri passi, sulla stessa piazza su cui si affaccia il Palazzo dei Priori si trova la cattedrale di San Lorenzo. Al suo interno, nella cappella di San Bernardino da Siena è esposta la monumentale tela della Deposizione di Barocci del 1567.

La Sacrestia maggiore invece è stata decorata nel 1500 da Giovanni Antonio Pandolfi con al centro la scena del martirio di San Lorenzo.

Dietro al Palazzo ed al Duomo si trova piazza Matteotti sulla quale si affacciano due palazzi magnifici, attualmente occupati l’uno dalle Poste e l’altro dal Tribunale. In particolare quello occupato dal Tribunale risale al 1472-81 ed in origine era molto più alto, poi, a causa dei danni provocati da un terremoto, fu ridimensionato.

É davvero molto bello.

Ultima nota prima di ripartire, tra via del Fumo, via della Viola e la chiesa di san Fiorenzo si snoda un quartiere curioso, tra l’artistico ed il trasandato, tipico di una città universitaria popolata di ragazzi creativi.

GIORNO 18: LE CASCATE DELLE MARMORE

La cascata delle Marmore è formata dal fiume Velino che si getta nel Nera. Affluenti del Tevere, si incontrano a 7 km da Terni dando vita alla più alta cascata artificiale d’Europa e tra le più alte del mondo, con un dislivello complessivo di 165 m, suddiviso in tre salti. Il nome deriva dai sali di carbonato di calcio nelle rocce che le fanno sembrare marmo bianco. Il biglietto per l’ingresso al parco ed i percorsi è a pagamento ma per i bambini è una tappa bellissima.

GIORNO 19: FERENTILLO E ORVIETO

Su consiglio di una signora del luogo, decidiamo di visitare il museo delle mummie di Ferentillo. I corpi di uomini e donne del 1700 mummificati furono trovati dai frati cappuccini mentre ripulivano la cripta della chiesa. Con gli anni si scoprì che il processo di mummificazione naturale avveniva per la composizione della terra ricca di sali igroscopici che disidratavano i corpi. Muffe e microrganismi ne evitavano la decomposizione e il clima secco e freddo completava il processo. Piuttosto impressionante.

ORVIETO

Durante la risalita verso Milano ci fermiamo a Orvieto per mostrare alle bambine la magnifica Cattedrale. A quanto sembra dagli studi più recenti, la facciata fu iniziata contemporaneamente al resto della struttura, alla fine del XIII secolo e non nel 1310 come si pensava fino a tempi recentissimi. Non si conosce il nome del primo scultore che vi lavorò ma si sa che Lorenzo Maitani subentrò come capomastro ai primi del 1300 e che vi lavorò fino alla sua morte nel 1330. Maitani inserì elementi gotici, decorò a bassorilievo tutta la parte inferiore della facciata, cambiò il progetto da monocuspidato a tricuspidato e diede alla facciata l’aspetto che ha oggi. Impressionante, tra le tante decorazioni, il rosone del 1300.

L’interno custodisce un numero davvero importante di opere ma spiccano per importanza gli affreschi della Madonna in trono con angeli e Santi di Gentile da Fabriano del 1425 (entrando a sinistra) e il transetto destro, decorato in due fasi: Beato Angelico intervenne con Cristo giudice e i Profeti, mentre Luca Signorelli dopo 50 anni lasciò un segno indelebile nella storia dell’arte italiana, raffigurando gli Apostoli, i Simboli della Passione, i Dottori della Chiesa i Martiri, i Patriarchi, le Vergini, il Finimondo, la Predicazione dell’Anticristo, la Resurrezione della carne, Gli eletti, L’inferno, il Paradiso, poeti, letterarti e filosofi.

Con questo meraviglioso ultimo colpo di scena terminiamo il nostro incredibile viaggio alla scoperta del centro Italia… “Parte Prima” dovrei dire perchè dovremo tornare per vedere meglio alcune cose, ritrovare i nostri amati casali e vedere tanti altri luoghi che questa volta non siamo riusciti ad includere nel nostro itinerario. 

Casali consigliati per dormire: Ermo Colle, Recanati

Osterie consigliate: La torre antica, Recanati (a 10 min dal casale Ermo Colle), La taverna dell’artista, Montelupone (a 15 min dal casale Ermo Colle), L’osteria del Donca, Ponte Pattoli (Perugia, praticamente uno stellato non ufficiale), Osteria dello Sportello (vicino alla Cascate).

Dove tornerei? Osimo, Macerata

Dove passerei una settimana? Recanati

Week end romantico? Ad Assisi

Nel cuore delle Marche II

GIORNO 8: SENIGALLIA E JESI

SENIGALLIA

Molto gradevole è la cittadina di Senigallia con un bel centro storico ed ariose piazze. Merita una giornata intera se si considera anche la sosta sulla bellissima spiaggia di sabbia fine lunga 14 km. Qui tornerei anche per una settimana. C’è molto da vedere e, come a Rimini, le visite culturali possono essere ben integrate da tanto divertimento in spiaggia.

Naturalmente vi è una Rocca Roveresca, imponente e ben conservata. La costruzione originari risale al 1350 quando il cardinale Egidio Albornoz chiese di progettare una “rocchetta non molto granda” ma fu Giovanni Della Rovere -genero di Federico da Montefeltro e fautore anche della bella Rocca di Mondavio- con gli architetti Laurana e Pontelli a dare alla Rocca la forma attuale, nell’ultimo quarto del XV secolo.

Tra tutte le numerose chiese della città, la chiesa della Croce è la più bella. Risale al 1608 ma vi era un’antica chiesa precedentemente, nella quale il 20 maggio 1582 venne posizionato un dipinto di Federico Barocci. Sullo sfondo della pala dedicata alla Sepoltura di Cristo si vede il Palazzo Ducale di Urbino.

Interessante anche la pinacoteca cittadina che si affaccia su Piazza Garibaldi. Ospita un importante dipinto del Perugino.

Il Foro Annonario in stile neoclassico, risalente al 1834, è caratterizzato da un portico circolare con 24 colonne in stile dorico. Qui si svolge il tradizionale mercato.

JESI

Jesi è una cittadina di modeste dimensioni e diversi punti di interesse quindi è bene riservare una mezza giornata.

Jesi ha una cinta muraria edificata sul precedente tracciato romano tra 1200 e 1300 e ampliata nel 1400 dal grande architetto militare Baccio Pontelli che in questa zona lavorò moltissimo.

La pinacoteca di Palazzo Pianetti è stata una bellissima sorpresa, con personale qualificato e disponibile a raccontare le vicissitudini della collezione. Alla sua costituzione contribuì Orfeo Tamburi, nato proprio a Jesi. Il Palazzo, del XVIII secolo,è noto per ospitare ben cinque opere di Lorenzo Lotto e una bella galleria di stucchi rococò.

Al pianoterra è esposta la parte archeologica della collezione, al piano nobile i dipinti dal 1300 al 1600 -e qui si trova anche la nota galleria degli stucchi-, al secondo piano una raccolta di opere moderne e contemporanee.

I lavori in stucco, attribuibili a Giuseppe Tamanti, Giuseppe Simbeni e Andrea Mercoli, furono effettuati tra il 1766 e il 1770. Gli elementi decorativi si rapportano con la decorazione pittorica e sono disposti secondo rapporti di ordine ideologico e simbolico legati al nuovo pensiero illuministico: quattro stagioni, quattro arti liberali, quattro continenti e quattro elementi.

Belle in particolare le lunette dedicate alla musica ed all’architettura.

La raccolta di dipinti antichi inizia con Pietro Paolo Agabiti, pittore e scultore nato a Sassoferrato nel 1470, e prosegue con altri artisti locali per poi arrivare a Lotto.

Lotto venne a Jesi per la prima volta il 18 ottobre 1511 dove firmò l’accordo con la Confraternita del Buon Gesù per un dipinto raffigurante la Deposizione realizzato nel 1512.

L’Annunciazione invece è datata 1525 ed era parte di un trittico di cui è andata persa la parte centrale che raffigurava San Giovanni. Davvero un capolavoro di colori e leggiadria.

Bellissima la Pala di Santa Lucia del 1523 commissionata dalla confraternita di Santa Lucia. La predella raffigura Santa Lucia davanti alla tomba di Sant’Agata, Lucia condannata, Lucia trascinata dai buoi.

La Corporazione di San Francesco al Monte commissionò le due opere della sale seguente di cui una purtroppo non visibile perchè in restauro. La Madonna delle Rose è datata 1526.

Il secondo piano è dedicato alle opere d’arte contemporanea tra cui una singolare Annunciazione di Michelangelo Pistoletto ed una di Omar Galliani che dovrebbero dialogare con quella di Lotto. Amo Pistoletto ma quest’opera non mi fa impazzire.

Tra le altre, opere di Valeriano Trubbiani di Virgilio Guidi, di Renato Guttuso e di Floriano Bodini

e alcune ovviamente di Orfeo Tamburi.

Usciti da palazzo Pianetti e passeggiando per le vie si trovano il monumento a Pergolesi, nato nel 1710 qui a Jesi, davanti al settecentesco Santuario delle Grazie,

la chiesa di San Nicolò, la più antica di cui si conservi memoria scritta, di origine romanica ma rimodellata in forme gotiche,

Piazza della Repubblica, con il Teatro Pergolesi, originariamente denominato “della Concordia”, edificato tra il 1790 e il 1798 (con un’ottima e storica gelateria sulla sinistra, da Rosita),

palazzo Ricci del 1500,

e il palazzo della Signoria bellissimo esempio di architettura civile di Francesco di Giorgio Martini, incontrato in questo viaggio già a Urbino ed a Mondavio come architetto di architetture militari.

Piazza Federico II con la Cattedrale di San Settimio si apre in fondo a via Pergolesi. Sia Federico II di Svevia nel 1194 che Giovanni Battista Pergolesi nel 1710 nacquero a Jesi e la città, nei nomi delle vie e nelle placche commemorative, non ha dimenticato i suoi due più celebri figli.

GIORNO 9: GROTTE DI FRASASSI E ARCEVIA

GROTTE DI FRASASSI

Io non so quanti visitatori all’anno possano contare le Grotte di Frasassi ma sicuramente ne meriterebbero a milioni. Non hanno davvero niente da invidiare al Gran Canyon, sono uno spettacolo naturale di intensa bellezza, eleganza, armonia. Non c’è niente da fare, sono una delle meraviglie del nostro paese. Credo anche però che questa zona non reggerebbe all’impatto di un numero più alto di visitatori rispetto all’attuale e probabilmente verrebbe stravolta nella sua autenticità. E invece si possono ancora assaggiare i cappellacci con salsiccia e funghi della signora Viola a Mergo o i ravioli con zucchine in fiore fatti a mano alla Taverna dei Ribelli.

Scoperte per caso da un gruppo di giovani speleologi di Ancona nel 1971, le grotte sono divise in diverse ‘sale’. Tra le più belle, la sala delle candeline.

Ad alcune formazioni é stato dato addirittura un nome: al centro, la stalagmite bianca è Dante e ha tra i 120.000 ed i 150.000 anni.

Come se fosse necessario aggiungere altro, se si percorre una salita di circa 700 metri sotto il sole si possono raggiungere la Santuario della Madonna di Frasassi del 1029 e il Tempietto Valadier del 1828 incastonati nella montagna. Imperdibili.

ARCEVIA

Arcevia è molto piccola e un paio di ore per visitarla bastano a meno che non si vogliano vedere anche gli altri castelli della zona. Belli anche da queste parti gli itinerari in bicicletta. La chiesa di San Giovanni Battista del 1200 accoglie i visitatori alle porte del paese.

Sempre del 1200 sono la chiesa di San Francesco e il Palazzo Comunale.

La chiesa della Collegiata custodisce invece i due dipinti di Signorelli che siamo venuti a vedere, una bellissima Madonna con Bambino dei della Robbia e una Madonna con Bambino e Santi Domenico e Caterina da Siena del 1642 di Simone Cantarini, artista pesarese.

Appena si varca l’ingresso si intuisce che la pala d’altare, del 1507, è un’opera devozionale e non è collocata in modo da facilitarne la visione ai visitatori: è in alto e troppo arretrata rispetto all’altare, quindi non è praticamente visibile. Diversa la collocazione del Battesimo di Cristo, sempre di Luca Signorelli, collocato per fortuna in una cappella laterale e decisamente più fruibile.

Incredibile l’altare in terracotta invetriata dei Della Robbia: databile intorno al 1510-13, è un assemblaggio realizzato in parte da un’opera di Giovanni della Robbia e in parte da un’opera di Marco della Robbia.

GIORNO 9: MERGO, ANCONA E SIROLO

MERGO

Mergo merita una visita anche solo per mangiare all’Osteria delle Viole dove noi abbiamo anche soggiornato per essere vicini alle grotte di Frasassi. Spesso in questo viaggio abbiamo avuto la fortuna di trovare casali ristrutturati o antiche case e questa è stata una di quelle volte. La signora Viola ha ristrutturato una casa del 1850, ha creato cinque deliziose camere e l’ha arredata con il gusto di una volta, dagli arredi alle porte.

Il borgo è delizioso con la chiesa di San Lorenzo eretta nel XII secolo.

La facciata quadrata in cotto presenta al centro una finestra ornata di timpano e un portale in mattoni. All’interno si trovano l’opera Madonna del Rosario con San Domenico e Santa Caterina da Siena del pittore di Arcevia Ercole Ramazzani del ‘500,  il dipinto di Orazio Orazi di Camerino San Pietro dell’800 e un reliquiario del ‘700.

Poco fuori Mergo si trova anche la Chiesa di Santa Marciana.

ANCONA

Ancona si presenta come una grande città portuale ma nasconde ancora un nucleo romano molto pittoresco. C’è molto da vedere quindi occorre almeno una giornata per la sola città. Noi siamo rimasti tre notti per visitare, partendo da qui anche il Conero. Bello l’arco di Traiano che accoglie all’ingresso della città nei pressi del porto e la porta san Pietro della prima metà del 1200.

La Pinacoteca della città ospita un’opera di Lorenzo Lotto, una di Carlo Crivelli e, temporaneamente, due Tiziano.

Bellissimo il nucleo di opere di Francesco Podesti cui è intitolata la Pinacoteca. Il pittore, nato ad Ancona nel 1800 è rappresentato qui da Eteocle e Polinice del 1824

e dall’enorme tela del Giuramento degli anconetani che raffigura l’assedio di Ancona da parte di Federico il Barbarossa. Molto bello.

Interessanti le opere di Olivuccio di Ciccarello nato a Camerino nel 1365 e morto ad Ancona nel 1439.

Piccolissimo gioiello è la Madonna con Bambino del 1480 circa di Carlo Crivelli, pittore nato a Venezia nel 1430 e morto ad Ancona. Il suo uso della tempera è straordinario. A Milano ci sono diverse sue opere ma questa è davvero molto raffinata. Interessante anche per i bambini la simbologia che sottende: la mela simbolo del peccato originale ed il libro per Maria che la connota come Mater Sapientiae.

Di Lorenzo Lotto invece è la Pala dell’Alabarda. Il dipinto si rifa alle Sacre Conversazioni venete. I quattro Santi hanno ognuno un attributo: una pietra per Santo Stefano, un’aquila per S. Giovanni Evangelista, la graticola per San Lorenzo e l’alabarda per San Simon Giuda. Stefano e Lorenzo sono i protettori della città di Ancona mentre bisogna dire che l’alabarda allude alla fine della tirannide del cardinale Benedetto Accolti sugli anconetani.

Nella stassa sala del Lotto sono esposti due Tiziano in prestito temporaneo. La pala Gozzi è la prima opera datata del pittore, 1520.

mentre più tarda é la Crocefissione.

Numerose le opere dell’anconetano Andrea Lilli che nei Quattro Santi in estasi testimonia il forte impatto del Barocci.

Anche Carlo Maratta, massimo artista barocco marchigiano, è ben rappresentato.

Presenti Sassoferrato e Guerrieri,

mentre due enormi Guercino completano il percorso nell’antico.

Nella sala dedicata al moderno, da citare Valeriano Trubbiani che era maceratese,

Corrado Cagli che era anconetano,

Orfeo Tamburi che era di Jesi

e Anselmo Bucci che era di Fossombrone.

Molti sono i punti di interesse di Ancona oltre alla pinacoteca. Bellissima la chiesa di San Francesco alle scale con facciata in parte Romanica e in parte gotica.

All’interno, l’Assunta di Lorenzo Lotto, 1550.

e un Battesimo di Cristo di Pellegrino Tibaldi del 1560.

Non lontano da San Francesco si trovano due bellissimi edifici quattrocenteschi: Palazzo Benincasa e

la splendida Loggia dei Mercanti. La costruzione del palazzo iniziò nel 1442 ad opera dell’architetto Giovanni Pace detto Sodo, in un periodo molto florido per la città ma la facciata, in stile gotico veneziano, è dell’architetto Giorgio da Sebenico che vi lavorò dal 1451 al 1459. Situato molto vicino al porto, da sempre fulcro degli intensi scambi mercantili indispensabili per l’economia di Ancona, questo luogo era deputato a riunioni di mercanti e trattative.

Poco distante dalla loggia si trova la chiesa di Santa Maria della Piazza del 1000-1100, costruita sui resti di una basilica paleocristiana. È un gioiello di architettura romanica, raro nella sua autenticità perché molte delle chiese viste finora dall’aspetto esterno medievale sono state rimaneggiate all’interno nel corso del ‘700.

Sotto l’attuale chiesa si conservano ancora ben visibili i resti dei mosaici e delle pitture paleocristiani, del IV e poi del VI secolo con stratificazioni differenti.

Proseguendo nell’esplorazione del centro storico verso il Duomo, troviamo Palazzo Ferretti del 1500 che ospita oggi il museo Archeologico, oltre ad affreschi di Pellegrino Tibaldi e una torre medievale.

Si trovano poi a sinistra la chiesa dei Santi Pellegrino e Teresa ed a destra il bellissimo palazzo del Senato del 1100.

Dopo una salita che con le temperature estive assume le sembianze di un calvario, si giunge infine al Duomo di Ancona che è davvero una meraviglia. Si tratta di un perfetto connubio tra romanico, gotico e bizantino, con pianta a croce greca, piuttosto rara se ci si pensa. Sui resti di un’antica chiesa ellenistica, fu costruita a partire dal VI secolo una basilica paleocristiana dedicata a San Lorenzo ma a partire dall’anno 1000 la stessa venne intitolata a San Ciriaco, patrono di Ancona, e da allora è il Duomo della città. La facciata verso il porto venne arricchita nel 1200 da un protiro in pietra bianca del Conero e marmo rosso di Verona. La cupola si erge all’incrocio dei bracci ed è decorata con pennacchi di fattura bizantina.

Ovviamente strepitosa la vista dall’alto della città e dell’ampio porto.

SIROLO

A fine giornata -visto che prima dell’imbrunire è impossibile parcheggiare- ci rechiamo a Sirolo. Il villaggio è carino, con una bella piazzetta e qualche piccola via. Bella la chiesetta di San Nicolò di Bari del 1700.

GIORNO 11: PORTONOVO E NUMANA

PORTONOVO

L’unica parte del viaggio che non sono riuscita a organizzare preventivamente è stata quella del Conero. Le spiagge più note sono quasi impossibili da raggiungere con l’auto ma purtroppo sono quasi altrettanto difficili da raggiungere con i mezzi pubblici. In una rovente Piazza Cavour ad Ancona abbiamo trovato la linea interurbana 94 per Portonovo. Dalla piazzetta di Portonovo dove ferma il bus per accedere al mare bisogna attraversare un piccolo bosco: scendendo verso la destra si trovano gli stabilimenti attrezzati, scendendo a sinistra si arriva al ristorante più vecchio di Portonovo e alle capanne dei pescatori di moscioli, la variante locale delle cozze.

Dopo un bagno a Portonovo ci si può spostare con navetta gratuita a Numana.

NUMANA

Numana è molto simpatica e più grande di Sirolo. Si sviluppa su più piani, dalla cima della collina fino al porto. Nel centro si trova il bel Municipio e sul punto più panoramico della cittadina, quanto rimane della torre che serviva per controllare l’arrivo dei pirati.

Dal porto di Numana poi ci sono bus di linea extraurbani che con un po’ di fortuna riportano a Piazza Cavour ad Ancona.

Ci sono parti di costa che sono visibili solo dal mare poichè l’accesso via terra non è possibile quindi vale sicuramente la pena fare una gita in barca, anche breve, per vedere almeno le due sorelle, una bellissima coppia di scogli così chiamata per la somiglianza a una coppia di religiose in preghiera. Dal mare sono chiaramente visibili anche l

Casali e b&b consigliati per dormire: Osteria delle Viole, Mergo (nei pressi delle grotte)

Osterie consigliate: Osteria delle Viole, Mergo (stessa proprietà del b&b). La Taverna dei Ribelli, Mergo.

Dove tornerei? A Mergo per mangiare alle Viole

Dove passerei una settimana? Senigallia

Week end romantico? Ad Ancona

Tra Romagna e Marche I

Un viaggio tra borghi e spiagge, tra capolavori gastronomici e castelli. Un itinerario di 19 giorni principalmente nelle Marche ma scendendo dalla Romagna e spingendoci fino in Umbria, per fare onore e a un Paese che per bellezza non ha eguali.

Borghi e cultura ma anche mare per alternare tappe più faticose a momenti più leggeri e soddisfare così noi adulti e le nostre bambine.

GIORNO 1: RAVENNA

La splendida cittadina è stata capitale per ben tre volte, prima dell’ Impero romano di Occidente tra il 402 ed il 476, poi del Regno Ostrogoto tra il 493 ed il 540 ed infine dell’Esarcato bizantino tra il 584 ed il 751. Di questo passato conserva bellezza e ricchezza infatti dal 1996 è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Un comodo biglietto unico consente la visita ai cinque siti più importanti: Sant’Apollinare Nuovo, il Battistero Neoniano, il Museo Arcivescovile, la Basilica di San Vitale e il Mausoleo di Galla Placidia.

SANT’APOLLINARE NUOVO

BATTISTERO NEONIANO

MUSEO ARCIVESCOVILE CON CAPPELLA

BASILICA DI SAN VITALE

MAUSOLEO DI GALLA PLACIDIA

GIORNO 2: RIMINI E GRADARA

RIMINI

Rimini conserva impianto e monumenti di epoca romana ma anche uno dei capolavori dell’arte rinascimentale, il Tempio Malatestiano. Da non perdere l’arco di Augusto, il ponte di Tiberio, i resti dell’anfiteatro e la Pescheria Vecchia, sui cui lunghi banchi le donne in passato vendevano vongole.

TORRE DELL’OROLOGIO
L’ARCO DI AUGUSTO VISTO DAL CENTRO CITTÀ
I PALAZZI COMUNALI E LA FONTANA DELLA PIGNA
LA VECCHIA PESCHERIA
L’ARCO DI AUGUSTO VISTO DA FUORI LE MURA

Il Tempio Malatestiano è il capolavoro rinascimentale di Leon Battista Alberti, iniziato nel 1453 e finito a inizio 1500. All’interno sono custoditi anche un crocefisso ligneo di Giotto e l’affresco di Piero della Francesca raffigurante Sigismondo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo.

IL CELEBRE TEMPIO MALATESTIANO DI LEON BATTISTA ALBERTI
PIERO DELLA FRANCESCA, RITRATTO DI SIGISMONDO PANDOLFO MALATESTA
IL CROCEFISSO DI GIOTTO

Bellissime anche le lunghe spiagge di sabbia finissima. Una visita con i più piccoli è necessaria!

GRADARA

Poco distante da Rimini ma già in territorio marchigiano si trova Gradara, un affascinante e misterioso borgo medioevale, reso celebre dalla tragica storia di Paolo e Francesca narrata nel V canto dell’inferno dantesco. Il castello é il cuore del borgo mentre le strette vie si snodano all’interno della cinta muraria percorribile tra una torre e l’altra. Ecco questo è uno di quei posti che entra nel cuore e ci resta per tutta la vita.

GIORNO 3: SAN MARINO

San Marino è il terzo stato più piccolo d’Europa ed è ritenuta la più antica repubblica del mondo con origine nel 300 d.C. È incredibile che in tutti questi secoli sia riuscita a mantenere la propria indipendenza. Non ha sbocco sul mare ma lo vede dall’alto delle torri della cinta muraria così come vede la verde campagna circostante. Vista e borgo sono davvero incantevoli.

IL PALAZZO PUBBLICO

GIORNO 4: PESARO

Pesaro è una città piuttosto curiosa. Non dà l’impressione di essere ricca ma lo è, questo territorio ospita molte delle imprese che hanno fatto grande il nome dell’Italia nel mondo. Tanti gli eleganti signori e signore a spasso in bicicletta. Pesaro infatti vanta una delle piste ciclabili più lunghe di Italia e sia centro storico che lungomare sono adatte all’utilizzo di questo mezzo. La città è stata guidata da alcune delle famiglie più celebri d’Italia tra le quali i Malatesta, i Della Rovere (che diedero due Papi a Roma) e gli Sforza. I musei civici sono ospitati all’interno di palazzo Mosca dal 1936. L’impianto originario dell’edificio risale al XVI-XVII secolo ma risale al 1700 l’importante ristrutturazione voluta dalla proprietà che ne ha decretato la fisionomia. Tra gli altri, qui soggiornò Napoleone.

I MUSEI CIVICI

Accoglie i visitatori nella prima sala la bellissima pala dell‘Incoronazione della Vergine di Giovanni Bellini del 1475 circa, realizzata a tempera e olio su tavola. Il corollario di santi a destra e a sinistra e le scene della vita dei santi sulla predella impreziosiscono la scena principale, creando un notevole complesso iconografico da osservare con calma. Strepitosi in particolare la Crocifissione di Pietro e il San Gerolamo.

GIOVANNI BELLINI, L’INCORONAZIONE DELLA VERGINE

Nella stessa sala, molto interessanti anche la Crocefissione di Alvise Vivarini del 1470 e il Cristo deposto di Marco Zoppo del 1471.

ALVISE VIVARINI, LA CROCEFISSIONE
MARCO ZOPPO, CRISTO DEPOSTO

All’interno del museo si trovano la collezione Mazza di 400 esemplari e la meravigliosa collezione della famiglia Mosca, proprietaria del palazzo. Interessanti i mobili (tra gli altri una console del 1675-1725) e le maioliche alle quali giustamente è lasciata larga parte dello spazio espositivo. Le manifatture locali sono note in tutto il mondo.

Deliziosa infine la serie di troppe l’oeuil di Antonio Gianlisi Junior del 1716 che saluta il visitatore in uscita dal piccolo ma ricchissimo museo.

ANTONIO GIANLISI JUNIOR, TROMPE L’OEUIL

La città si presta alla visita con calma, dal Palazzo Ducale al lungomare reso celebre dalla scultura di Arnaldo Pomodoro, simbolo della città, che si specchia nell’acqua. La Sfera Grande è una sorta di metafora del mondo: all’esterno è levigata e lucida, all’interno è un groviglio di ingranaggi e di linguaggi cuneiformi.

Molto belle anche le ville che corrono lungo il viale che porta al mare e le sculture pubbliche diffuse sul territorio.

PALAZZO DUCALE
LA PIAZZA PRINCIPALE
LE VIE DEL CENTRO
IL DUOMO
ARNALDO POMODORO, SFERA GRANDE
VILLINO RUGGERI

PIETRO CONSAGRA

Per alleggerire il tour naturalmente si può approfittare delle magnifiche spiagge di sabbia fine che corrono da Pesaro a Fano, raggiungibili comodamente dal centro città anche in bicicletta.

GIORNO 5: URBINO

Che dire di Urbino: un tuffo al cuore per chi ama la storia di Italia ed il Rinascimento. Cinta da mura prima romane, poi medioevali e infine rinascimentali, Urbino deve il 90% della sua fortuna ad un uomo, un cavaliere d’armi (oggi diremmo mercenario) che riuscì, grazie alla ricchezza accumulata con incarichi di guerra, a chiamare a sè gli artisti più importanti del suo tempo e a costruire uno dei ducati più forti, solidi ed indipendenti di tutta Italia: Federico da Montefeltro. Ad Urbino nacquero Raffaello e Federico Barocci ma da fuori arrivarono gli straordinari architetti Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini che edificarono il Palazzo Ducale, nonchè Piero della Francesca ed il matematico Luca Pacioli lasciarono la loro indelebile impronta a Urbino.

Per cominciare la visita alla città in maniera ‘graduale’, si può partire dall’Oratorio di San Giovanni Battista, sede dell’omonima confraternita fondata nella 1300 e tuttora attiva. Gli affreschi sono di Lorenzo e Jacopo Salimbeni da San Severino Marche e sono tra i capolavori del gotico internazionale, la stagione artistica che chiude il medioevo. Il ciclo pittorico fu terminato intorno al 1416. Tra le scene meglio realizzate, la Decollazione del Battista e il Battesimo di Cristo.

Nel vicino Oratorio di San Giuseppe é invece esposta una copia dello Sposalizio della Vergine del 1606 del pittore Giovanni Andrea Urbani. L’originale di Raffaello é esposto alla pinacoteca di Brera di Milano.

Esposta anche una Madonna con Bambino di Domenico Rosselli, scultore molto amato da Federico da Montefeltro.

Proseguendo nella visita alla città ci si imbatte nel Duomo, disegnato originariamente da Francesco di Giorgio Martini ma poi rimaneggiato nel 1790. Qui si trovano due importanti opere di Federico Barocci, un San Sebastiano e un’Ultima cena.

Accanto al Duomo si trova la perla di Urbino, il Palazzo Ducale voluto e vissuto da Federico da Montefeltro. Il primo piano oggi è dedicato ad alcuni dei capolavori più noti del Rinascimento italiano: la Madonna di Senigallia e La Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca, la Città ideale la cui attribuzione è ancora discussa, la Muta di Raffaello. Oltre a questi, sono esposte alcune opere di Giovanni Santi, padre di Raffello e grande pittore, un ritratto di Federico da Montefeltro di Pedro Berruguete e gli arazzi realizzati dalle manifatture fiamminghe a partire dai cartoni commissionati dal Duca a Raffaello.

PIERO DELLA FRANCESCA, MADONNA DI SENIGALLIA
PIERO DELLA FRANCESCA, LA FLAGELLAZIONE DI CRISTO
LA CITTA’ IDEALE
RAFFAELLO, LA MUTA
GIOVANNI SANTI, L’ANNUNCIAZIONE
GIOVANNI SANTI, MADONNA CON BAMBINO E SANTI
PEDRO BERRUGUETE, RITRATTO DI FEDERICO DA MONTEFELTRO CON GUIDUBALDO BAMBINO
GLI ARAZZI

Di incredibile bellezza è lo studiolo di Federico, con tarsie lignee raffiguranti gli studi letterari, filosofici e matematici del Duca.

Magnifica anche la porta lignea che si dice sia stata disegnata da Sandro Botticelli e che racconta appieno la concezione del Duca: un ducato guidato da cultura e forza, popolato da architetture perfette. In alto Apollo, dio della musica e della cultura, e Atena, dea della guerra ma con la lancia a punta in giù a indicare la pace, simboleggiano ciò che occorre al potere (cultura e forza). Sotto, vedute prospettiche di edifici simboleggiano la città ideale che solo un Signore colto e forte può ottenere.

Il secondo piano del palazzo è dedicato alla pittura del Centro Italia, con Simone Cantarini -che era pesarese-, Federico Barocci – urbinate-, di Giovanni Battista Salvi -detto il Sassoferrato per la sua provenienza dai dintorni di Ancona- e di Giovan Francesco Guerrieri che era di Fossombrone, borgo poco distante da Urbino. Un’ ampia sala è dedicata anche qui alle maioliche.

FEDERICO BAROCCI, MADONNA CON BAMBINO E SANTI
FEDERICO BAROCCI, LA CROCEFISSIONE CON I DOLENTI
FEDERICO BAROCCI E VENTURA MAZZA, ECCE HOMO
GIOVAN FRANCESCO GUERRIERI, SAN VITTORE
SASSOFERRATO, MADONNA CON BAMBINO
GIOVANNI SANTI, SACRA FAMIGLIA

GIORNO 6: FANO

Come diverse altre città di questa zona, Fano è circondata dalla cinta muraria romana, risalente all’Imperatore Augusto e completata nel IX secolo d.C. circa. La fortificazione è ben conservata e ci riporta a un glorioso passato. Per accedere alla città di può oltrepassare la Porta di Augusto, a forma di arco con tre fornici, costruita con grandi blocchi squadrati di pietra calcarea del Monte Nerone.

Proseguendo, si giunge alla Cattedrale di Santa Maria, eretta nel 1140 dall’architetto Magister Rainerius, in stile romanico-rinascimentale, abbellito da un bel portale del XII secolo con colonne marmoree. All’interno Domenico Zampieri affrescò in sedici episodi la Vita della Vergine.

IL DUOMO

A parte le vestigia dei Malatesta -tra cui la Rocca Malatestiana eretta allo scopo di difendere Fano- la città è disseminata di bellissime chiese, in numero persino eccessivo rispetto agli abitanti.

LA ROCCA MALATESTIANA

Tra tutte, bellissima la chiesa di San Francesco senza copertura, l’ultima nelle foto qui a seguire. Fu eretta nella seconda metà del XIII secolo d.C. ma un terremoto nel 1930 la lasciò priva di tetto.

SANT’ANTONIO
SAN TOMMASO APOSTOLO
SAN SILVESTRO PAPA
LA PIAZZA PRINCIPALE
L’ARCO DI AUGUSTO CON LA LOGGIA QUATTROCENTESCA
PALAZZO DEL CASSERO

Bellissimo il portale scolpito e, accanto ad esso, la tomba di Pandolfo III Malatesta, disegnata pare da Leon Battista Alberti, e quella di Paola Bianca, capolavoro tardogotico.

Arte a parte, non si può lasciare Fano senza aver assaggiato la crescia, la variante marchigiana della piadina romagnola. Una meraviglia! Anche la sosta in spiaggia è doverosa, trattandosi di una cittadina di mare. La sabbia è mista a sassetti qui ma se si preferisce la sabbia morbida, basta tornare poco più a nord alle bellissime spiagge di Pesaro, magari noleggiando una bicicletta e sfruttando la lunga ciclovia di cui ho scritto prima.

FOSSOMBRONE

Fossombrone è un gradevolissimo borgo tra le colline. Vi sono diversi palazzi del 1700, il palazzo del Magistrato del 1300 e un bellissimo Duomo.

PALAZZO DEL MAGISTRATO
PALAZZO VANDI
LA CATTEDRALE

Se si sale nella parte superiore del borgo e si giunge alla corte alta si può godere di un magnifico panorama. Qui si trova anche una piccola chiesa a pianta ellittica. Abbiamo avuto la fortuna di parlare con il signor Daniele che sta restaurando (quasi pro bono e senza corrente elettrica) questa chiesa della Madonna del Popolo chiusa da 45 anni. La chiesetta risale al 1700 ed è stata voluta da uno dei signori del borgo, Alessandro Zandri che, soffrendo di gotta ai piedi e non potendo più scendere alla cittadina per la Messa, aveva ricevuto dispensa papale per la costruzione di una chiesetta davanti al suo palazzo, ora distrutto. All’interno si trovano sculture di Sant’Aldebrando, patrono di Fossombrone, e di San Filippo Neri. Interessante anche la Sacrestia in via di ripristino, sempre a cura del volonteroso signor Daniele. Gli stemmi all’esterno sono stati realizzati in pietra arenaria dagli scalpellini di Sant’ Ippolito mentre tutte a mano erano fatte le grate applicate alle finestre e ora in fase di pulitura.

Purtroppo la visita del Duomo, del museo e dei sotterranei della città sono da concordare con preventivo anticipo poichè sono chiusi a causa di mancanza di personale.

Qui servirebbe uno dei tanti nostri bravi influencer di cultura per promuovere un borgo che merita sicuramente attenzione e un numero di turisti congruo.

MONDAVIO

La rocca di Mondavio fu edificata fra il 1482 ed il 1492, per volontà di Giovanni Della Rovere, signore di Senigallia, del Vicariato di Mondavio e genero di Federico di Montefeltro. Fu realizzata su progetto del celebre architetto senese Francesco Di Giorgio Martini, responsabile e principale artefice del sistema architettonico difensivo del Ducato di Urbino sotto i Montefeltro. Questa imponente e suggestiva rocca è unanimemente ritenuta un capolavoro assoluto dell’architettura militare rinascimentale. Nel fossato sono visibili le antiche catapulte.

Merita davvero la visita degli interni che presenta la ricostruzione degli ambienti e delle scene di vita.

Bello anche il teatro Apollo, giusto accanto alla rocca.

Interessante la chiesa di San Francesco che si trova sulla piazza del Comune. La tradizione vuole che la chiesa sia stata voluta proprio da San Francesco di Assisi in occasione di una sua sosta a Mondavio nel 1200. Un riassetto degli interni purtroppo ne ha cambiato la fisionomia interna. Tra le opere, un l’Immacolata concezione del pittore fanese Giuliano Persciutti del 1535.

A Mondavio si teneva ogni anno la rievocazione della medioevale caccia al cinghiale ma purtroppo quest’anno non sono stati raccolti i fondi necessari e la festa non avrà luogo. Dispiace constatare che qui, come a Fossombrone, manchi una progettualità in grado di promuovere il borgo come meriterebbe. Anche qui gli influencer culturali troverebbero pane per i propri denti.

CORINALDO

Tutta un’altra aria si respira a Corinaldo dove l’azienda di promozione turistica è decisamente molto più energica. Il borgo è anche più grande in tutta onestà e ben si presta anche ad un turismo più strutturato. Belle la chiesa dell’Addolorata del 1500 ma ricostruita nel 1700

e la chiesa del Suffragio de 1600-1700 che presenta all’interno una opera del Ridolfi ma anche, in questi giorni, un’installazione di Michele Motiscause, artista pisano, che accompagna tre opere su carta con una pista sonora di oltre tre ore.

Da visitare anche la chiesa di San Francesco ma come al solito in questa zona purtroppo l’esterno è del 1200-1300 mentre l’interno è stato rifatto nel 1700. Presenti alcune opere di Claudio Ridolfi, apprezzabile pittore Veronese che si stabilì nella bella Corinaldo.

Di dimensioni più importanti la chiesa oggi intitolata a Santa Maria Goretti, precedentemente intitolata a Sant’Agostino, che risale al 1746.

Corinaldo ha giocato anche un ruolo molto importante durante la seconda guerra mondiale e grazie al coraggio di militari come Alfonso Casati è riuscita a respingere i tedeschi. Su qualche muro si vede ancora traccia dei colpi. Al nome del giovane Alfonso è stata intitolata a Corinaldo una Fondazione per gli studi storici, che tra l’altro ha pubblicato le sue lettere dal fronte mentre molti Comuni della Brianza, terra d’origine dei Casati, gli hanno intitolato vie, scuole, palestre. A Milano, in via Soncino, sul palazzo Casati-Stampa, dove il giovane abitava, è stata apposta una lapide, che ne ricorda il sacrificio per la libertà.

Casali consigliati per dormire: La pineta del borgo, Ravenna. Dai Ventu, Pesaro.

Osterie consigliate: La Guercia, Pesaro. I nove Tarocchi, Corinaldo.

Dove tornerei? Urbino

Dove passerei una settimana? Rimini

Week end romantico? A Gradara

Henri Matisse e Tom Wesselmann

Oggetto di interesse di giapponesi americani, italiani, il museo Matisse di Nizza presenta in queste settimane un’interessante mostra sul rapporto tra l’artista americano Tom Wesselmann e il grande maestro francese.

Prima di partire in quarta su quello che Matisse ha rappresentato per l’arte moderna e contemporanea è bene sapere che l’avvio della sua carriera è stata indiscutibilmente ottocentesco sia cronologicamente che stilisticamente. Chi direbbe mai che il maestro della Danza è stato allievo di Gustave Moreau alla Scuola di Belle Arti negli anni novanta del XIX secolo e che le sue prime opere rilevanti avevano questo sapore?

Tra il 1890 ed il 1897 la firma cambia radicalmente così come il tratto,

poi cambiano la prospettiva,

la tecnica, con sperimentazioni alla Signac,

e infine il colore. Questa evoluzione porta Matisse a liberarsi dalle costrizioni di un’arte che non sentiva più sua e che non corrispondeva più al suo tempo. Erano gli anni dei Fauves e delle prime sperimentazioni di Picasso.

Il Museo Matisse disegna molto bene i passaggi avvenuti nella decina di anni cruciali tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, tra bronzi, matite, chine di produzione del grande artista e oggetti che facevano parte del suo studio e che esercitavano su di lui forte fascinazione -dai maestri antichi alle culture islamiche-

e ci porta al Matisse che tutti conosciamo, quello della sintesi delle forme nello spazio.

A partire dal 1940 Matisse utilizza spesso la tecnica dei papiers gouachés découpés e ne fa un uso ancora più intenso quando, ormai molto anziano e con mobilità ridotta, riesce ancora in questo modo a lavorare con forme e colori.

Una sala è dedicata alla Piscine che Matisse preparò per se stesso in carta quando ormai anziano e malato non poteva più nuotare. “J’aime le regarder parce que j’ai toujours adoré la mer et maintenant que je ne peux plus aller nager, je me suis moi-même entouré de l’ocean”. Così scriveva al direttore del Moma Alfred Barr nel 1952.

Il lavoro originale su carta che ricopriva le pareti del suo studio è conservato al Moma ma il nipote dell’artista ha fatto ricreare l’opera da Hans Spinner in ceramica e l’ha donata al museo di Nizza nel 2011. In mostra le bellissime foto d’epoca che ritraggono l’appartamento nel 1952 sulle cui pareti si trovava l’installazione.

All’ingresso del museo l’imponente Sunset Nude with Matisse Odalisque del 2003 introduce Tom Wesselmann e la mostra temporanea in corso.

Tom Wesselmann prende l’Odalisca di Matisse e la trasforma in icona pop trasformando nel corso degli anni il suo rapporto con Matisse da citazione, ad ammirazione e poi ad eredità quanto a concezione di forme e colori. Ma chi era Tom Wesselmann? Era un eccellente artista seguito da quella grande galleria che fu la Sidney Janis Gallery di New York. Nel 1962 partecipò alla mostra consacrativa International Exhibition of the New Realists con Jim Dine, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, Robert Indiana e Andy Warhol nonchè Arman, Christo, Rotella, Tinguely e Schifano che portavano le loro istanze dall’Europa. Sebbene Wesselmann non volesse essere celebrato come artista Pop, quella fu la mostra che possiamo dire diede l’avvio al ‘movimento’.

Bellissima l’opera Blue Dance realizzata in alluminio tra il 1996 ed il 2002. Accostati ad essa, tre bozzetti in cartoncino, materiale plastico e scotch che per sovrapposizione mostrano chiaramente l’iter progettuale e creativo dell’opera.

Numerosi i riferimenti di Wesselmann a Matisse nel corso della sua carriera

e persino una citazione diretta con la copia di un autoritratto del grande maestro inserito in Sunset Nude with Matisse Self-portrait del 2004, una delle opere più significative in mostra.

Le opere di Wesselmann ci permettono di guardare meglio all’Odalisca di Matisse che sì attraversa i decenni per la sua modernità ma nasce in un contesto storico ben preciso, dove i modelli vestiti all’orientale si ispiravano a Delacroix ma incontravano la moda del primo dopo guerra affascinata da quell’Oriente lontano ma in fondo non così misterioso.

Un’ultima sezione del percorso museale è dedicata alla cappella di Santa Maria del Rosario di Vence alla quale Matisse si dedicò tra il 1949 ed il 1951.

Molto bella la mostra temporanea e assolutamente da vedere la collezione permanente di questo museo, vera perla di Nizza.

Masaccio ospite del Museo Diocesano di Milano

Ospite d’eccezione della mostra al Diocesano fino al 7 maggio è la Crocefissione di Masaccio del 1426 in prestito dal museo di Capodimonte di Napoli. Cuspide del magnifico polittico della Chiesa del Carmine di Pisa -polittico smembrato nel corso dei secoli e suddiviso tra il Getty di Malibu, la National Gallery di Londra, Berlino, Pisa e appunto Napoli- questo dipinto è il culmine di una bellissima mostra dedicata ai fondi oro.

Accompagnata da un ciclo di conferenze, la mostra celebra la donazione della collezione di fondi oro del giurista Alberto Crespi (1923 -2022) al museo Diocesano e offre l’occasione per un ‘ripasso’ della figura di Masaccio dopo tutta l’arte moderna assoluta protagonista di questi tempi recenti.

Al pari di Van Eyke per la pittura nordica, Masaccio fu caposcuola della pittura italiana. Il giovane Masaccio, vedendo le sculture di Donatello, si chiedeva come mai in pittura non si riuscissero a rendere le forme ed i volumi allo stesso modo… E questo interrogativo lo portò a riflettere per primo sulla luce.

Incredibile è l’evoluzione della sua arte nell’arco della sua breve vita, soli 27 anni.

Il Trittico di San Giovenale, decisamente tardogotico (è datato 1421), è il suo punto di partenza: il trono e la soglia se vogliamo non sono nemmeno perfetti prospetticamente ma le dita in bocca del Bambino lasciano intravedere qualcosa di estremamente moderno e spontaneo.

Quale fu il contesto in cui si inserì l’evoluzione di Masaccio? In quel periodo il pittore più in voga a Firenze era Lorenzo Monaco con le sue figure senza peso. Già cominciava a farsi conoscere Masolino e Gentile da Fabriano veniva chiamato dagli Strozzi per la celeberrima Adorazione dei Magi del 1423, gemma oggi degli Uffizi.

Nel 1424 troviamo Masaccio e Masolino -spesso contrapposto a Masaccio ma in realtà pittore raffinatissimo- lavorare insieme sulla tavola nota come Sant’Anna Metterza, conservata oggi nella Galleria degli Uffizi di Firenze. L’opera è uno dei dipinti chiave non solo della produzione dell’artista ma anche del passaggio dal tardogotico al Rinascimento.

Ma è nel 1424-1425 alla Cappella Brancacci che troviamo la massima espressione di Masaccio.

Celeberrimi gli Adamo ed Eva di Masaccio (e quelli ‘più classici’ di Masolino) ma tra le parti da lui affrescate, ogni figura è davvero riconoscibile. Masaccio all’epoca aveva solo 23 anni anni. Le ombre che si allungano sui malati e gli storpi consentono a Masaccio di ribadire l’importanza della luce e delle ombre per la resa dei volumi e delle prospettive.

Il precedente era Giotto e sappiamo che sia della Cappella Bardi che della Cappella Peruzzi in Santa Croce Masaccio fece delle copie quindi le conosceva bene e senz’altro ne aveva preso spunto. I richiami sono molti soprattutto in termini di sintesi volumetrica ma si vede il salto in avanti di Masaccio rispetto all’illustre predecessore. Bernard Berenson disse di lui «Giotto rinato, che ripiglia il lavoro al punto dove la morte lo fermò». Per sessant’anni poi la Cappella Brancacci rimase incompiuta finchè nel 1485 Filippino Lippi terminò gli affreschi.

Il Polittico dei Carmelitani di Pisa da cui proviene la Crocefissione oggi esposta a Milano è stato realizzato in 4 mesi nel 1426. Forse Masaccio intuiva che sarebbe morto giovane? Questo non lo sappiamo ma vediamo come il trono su cui siede la Madonna sia chiaramente esemplificativo dell’evoluzione di Masaccio se confrontato con quello del Trittico di San Giovenale.

Nel 1426 Masaccio dipinse la Crocefissione in Santa Maria Novella che dimostra l’ulteriore e decisiva evoluzione dei suoi studi sui volumi e sulle prospettive.

Purtroppo nel 1428 Masaccio non ancora ventottenne morì a Roma tra atroci dolori non si sa ancora dovuti a quale malattia.

In un mondo che corre troppo e guarda solo all’arte di oggi, questa mostra offre la possibilità di fare un tuffo nel nostro passato e vedere da dove veniamo.

DALI’, MAGRITTE, MAN RAY E IL SURREALISMO

La mostra dei capolavori dal Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam attualmente in corso al Mudec di Milano è un’ottima opportunità per approfondire la conoscenza dei surrealisti e per indagare i rapporti che ebbero con i dadaisti, anch’essi ben rappresentati in questa occasione. Un ulteriore aspetto di interesse della mostra è che le opere in prestito non sono sempre tutte visibili al museo di Rotterdam.

Esposte nelle prime sale, due delle opere più interessanti e rappresentative: Couple aux têtes pleines de nuages di Dalì del 1936

e Le modèle rouge III del 1937 di René Magritte, enigmatico capolavoro in cui non c’è traccia nè di rouge nè di III ma è forte la recriminazioni verso una civiltà, la nostra, in cui l’uomo ha dovuto indossare della calzature e ha perciò perso il rapporto con la terra e con la natura genuina.

Il surrealismo nasce nel 1924 con il manifesto scritto da André Breton che propone di realizzare una rivoluzione della mente. I primi surrealisti si raggruppano a Parigi in seguito alla fine della prima guerra mondiale e questa non é solo una concomitanza casuale: a causa della guerra gli artisti hanno perso ogni fede nel progresso e, rifiutando valori e convinzioni tradizionali per la loro società, propongono di creare una nuova realtà.

Il surrealismo è senza dubbio legato a doppio filo al dadaismo che l’aveva preceduto di pochi anni. Scrittori ed artisti dadaisti furono i primi che, indignati per orrori della guerra, diedero vita a un primo moto di irrazionale e assurdo dovuto al rifiuto di quell’ ordine e di quella logica che avevano condotto l’uomo all’aberrazione della guerra.

Esemplificativi di questo profondo turbamento legato alla storia sono i due dipinti del più celebre tra i surrealisti, Salvador Dalì: terribile Le visage de la guerre del 1940 in cui teschi si intravedono in teschi che presentano altri piccoli teschi

e España del 1938 dove un brandello di carne insanguinata che pare anche un mantello da torero esce da un cassetto di un mobiletto-plinto al quale si appoggia una personificazione della Spagna quasi invisibile: i suoi seni sono collegati da lance impugnate da cavalieri mentre il suo viso (omaggio alla Scapiliata di Leonardo) emerge se si osservano i cavalieri che si scontrano. Oltre al dramma del conflitto mondiale infatti, gli artisti spagnoli recavano anche le ferite nell’anima per la guerra civile che insanguinava la loro terra. Chiari in diverse opere di Dalì i riferimenti al Nord Africa da cui erano partite le truppe di Francisco Franco.

Il Surrealismo non è definito da un’estetica chiara, ogni artista lo interpreta come crede ma i presupposti e gli intenti sono comuni a tutti i componenti del gruppo e mentre il Dadaismo intende distruggere il passato ed è come se osservasse il presente senza proposte per il futuro, le proposte dei surrealisti vanno nella direzione della psicanalisi e del marxismo: la rivoluzione del pensiero deve proseguire anche in rivoluzione sociale. Anche l’uso di droghe fa parte del mondo surrealista e Dalì è uno dei primi che dagli inizi degli anni ’30 non si nega al delirio interpretativo.

Interessante e pertinente l’approfondimento dedicato al legame tra Surrealismo e culture native extra-occidentali indagato nella sessione della mostra curata dal prof. Alessandro Nigro. Già nel 1923-24 a Parigi si tiene una mostra di arte indigena delle colonie francesi, nel 1926-27 sulla rivista La révolution surréaliste diventa una rubrica fissa. Anche le gallerie surrealiste si distinguono per inusuali esposizione di oggetti etnografici. Gli artisti integrano i manufatti nel loro programma artistico. É sincero il loro impegno politico nella difesa delle popolazioni native ma talvolta contraddittorio rispetto alla loro attitudine collezionistica.

La mostra ha anche il pregio di presentare artisti meno conosciuti al grande pubblico come Paul Delvaux, Piet Ouborg, Victor Brauner, Unica  Zürn o Kristians Tonny che lavorarono negli stessi anni dei grandi maestri ma che per motivi di critica e mercato sono rimasti più indietro e vengono riscoperti solo ora.

Infine, una stanza dedicata interamente a Magritte rende omaggio al grande artista in chiusura alla mostra e lascia senza parole i visitatori: non vedere ciò che si dovrebbe vedere e vedere ciò che non dovrebbe essere visibile, abbandonare il dejà vu per entrare in un jamais vu… credo non basterebbe una settimana in queste sale per capire davvero le opere e gli artisti surrealisti…

Alle Gallerie d’Italia di Milano la mostra Dai Medici ai Rothschild. Mecenati, collezionisti, filantropi.

Il ruolo del collezionista è già stato di recente indagato dalle Gallerie di Italia con la mostra sui marmi Torlonia e questa esposizione prosegue nella stessa direzione ampliando lo sguardo sulle diverse figure e/o famiglie che hanno lasciato il segno nella storia del collezionismo.

La mostra copre un arco cronologico che va dal Rinascimento al Novecento con opere di altissimo livello perché la committenza eccellente non poteva che selezionare opere eccellenti, non certo di bottega. 

Tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento emerge la necessità di sviluppare e di garantire il mercato creditizio perciò nascono le banche e inizia l’ascesa di alcuni personaggi la cui grande fortuna è direttamente connessa allo sviluppo di questa attività. Gli Scrovegni di Padova sono tra i primi a cristallizzare la propria notorietà nella cappella per la quale chiamano Giotto. Gli Arnolfini tra Firenze e le Fiandre lasciano a imperitura memoria il celeberrimo ritratto di coppia commissionato a Van Eyck, oggi conservato alla National di Londra. Come loro, anche i Portinari e -primi fra tutti – i Medici raccolsero attorno a sé i migliori artisti del loro tempo (Verrocchio, Botticelli, Michelangelo, Bronzino…). Dal mecenatismo dei Medici prende avvio la mostra, dalla preziosa Madonna della Scala di Michelangelo Buonarroti (1490 circa conservata a casa Buonarroti a Firenze) e dal Ritratto di Lorenzo il Magnifico del Bronzino del 1565 in prestito dagli Uffizi.

Nel ‘500 a Roma vi fu l’importantissima figura di Agostino Chigi che commissionò a Raffaello la famosa Loggia di Psiche a villa Farnesina, mentre nel ‘600 fu la famiglia Giustiniani a Roma a raccogliere le opere più preziose. Tra i capolavori presenti in mostra, il San Gerolamo del Caravaggio attualmente custodito a Montserrat.

Tra i grandi collezionisti presentati, anche Heirich Milyus, banchiere e imprenditore tedesco vissuto a Milano, amico di Manzoni e mecenate di Hayez, l’americano John Pierpont Morgan, affarista statunitense, la cui collezione d’arte fu donata al Metropolitan di New York, von Fries, Wagener e ovviamente i Rothschild. 

Sono presenti capolavori di Verrocchio, di Van Dyck, dei caravaggeschi Gherardo delle Notti e Valentin de Boulogne, del Veronese e di Angelika Kauffmann.

Degna di menzione anche la parete di disegni della collezione di Everhard Jabach, da Baccio Bandinelli a Vasari, da Agostino Carracci a Francesco Primaticcio.

Particolare attenzione è poi posta sul banchiere “umanista” Raffaele Mattioli, ammiratore di Van Wittel, di Fattori, di Giacomo Manzù e di Giorgio Morandi, protagonista della rinascita economia e culturale nell’Italia del dopoguerra e soprattutto riferimento per le prime acquisizioni della Banca Commerciale che ora con il “Progetto Cultura” vuole proseguire come Intesa Sanpaolo. 

La mostra è organizzata in collaborazione con la Alte Nationalgalerie – Staatliche Museen di Berlino e con il Museo del Bargello di Firenze, è a cura di Fernando Mazzocca e Sebastian Schütze.

120 le opere in prestito dai più prestigiosi musei internazionali come la National Gallery di Londra, il Musée du Louvre di Parigi, la Albertina di Vienna e The Morgan Library & Museum di New York. 

Fondazione Prada e la mostra Recycling Beauty

Fondazione Prada è una cittadella di 19’000 metri quadri dedicati all’arte, un insieme di edifici recuperati da una distilleria degli anni ’10 del 1900 ai quali sono state aggiunte tre nuove costruzioni: il Podium, il Cinema e la Torre.

All’ultimo piano di quest’ultimo curioso edificio di nove piani, disegnato da Ron Koolhaas, dopo aver percorso un piccolo e claustrofobico labirinto al buio, troviamo gli ormai famosissimi funghi di Carsten Höller. Chi non ha fatto un selfie con fungo?? Io l’ho fatto. E in più occasioni, confesso.

L’onirica atmosfera che pervade questo divertente spazio è davvero unica. Carsten Höller è un artista straordinario, visionario, fuori di testa ma al contempo molto scientifico nelle ricerche che porta avanti. Come nelle installazioni del 2016 all’Hangar Bicocca, Höller vuole portare il visitatore a ragionare fuori dagli schemi, estraniarlo dalle proprie consuetudini, sovvertire la realtà e le certezze ataviche. L’alterazione percettiva come medicina per l’uomo moderno. È assolutamente geniale.

Sullo stesso piano dei funghi troviamo l’installazione Blue Line di John Baldessari che propone una riflessione sull’immobilismo della fotografia del Cristo disteso di Holbein in rapporto al movimento del visitatore filmato da una telecamera e riproposto nella sala attigua. Il lavoro è del 1988 quindi propone un approccio pionieristico alla videoarte.

Scendendo troviamo un piano quasi interamente dedicato a Damien Hirst. Le sue opere sono sempre difficili da digerire, anche quelle qui in Fondazione: le riflessioni sulla caducità dell’uomo e sulla morte trovano qui esemplificazione nelle installazioni con mosche e nel monocromo a parete composto da piccoli cadaveri… Non c’è alcuna volontà di ‘indorare la pillola’ allo spettatore: la realtà dura e pura della morte viene senza mezzi termini rappresentata nelle opere di Hirst.

Decisamente più ludici, rilassati (e parecchio scenografici!) gli altri piani dedicati a Pino Pascali e a Walter de Maria, mentre bello e significativo mi è parso l’accostamento di Jeff Koons a Carla Accardi che punta un faro su una grande protagonista femminile dell’arte italiana in parallelo al conosciutissimo americano Koons.

Mentre i coloratissimi Tulips dalla serie Celebrations di Koons esposti in centro alla sala ribadiscono il continuo fascino dell’artista per le suggestioni dell’infanzia, ricreando in scala ingigantita oggetti generici (in questo caso tulipani), i sicofoil della Accardi esposti a parete risalgono alla fase più matura dell’artista che sperimenta ed esplora colori e materiali moderni. Tanto ci sarebbe da dire anche sulla bellissima ceramica di Fontana esposta al ristorante dell Torre ma è la mostra Recycling Beauty ad attirare l’ attenzione in queste settimane poichè a breve chiuderà i battenti, mentre le opere nella torre fanno parte della collezione permanente e sono sempre visibili

La mostra è dedicata al tema del riuso di antichità greche e romane nel periodo dal Medioevo al Barocco. A scuola ci insegnano che il motivo per cui tante opere o architetture non sono rimaste integre fino ai giorni nostri -al di là dalle aggressioni del tempo e dell’incuria dell’uomo- è che sono state prelevate dai siti originari e riutilizzate in altri contesti, dove servivano. In primis colonne e pietre ma anche rilievi, sculture, capitelli. Questa è la premessa di questa interessante mostra ma lo scopo finale è offrire una lettura attuale del fenomeno del riutilizzo che significa non solo prelievo e ricollocazione, ma anche nuova valorizzazione del pezzo, un “risveglio” che in qualche modo dobbiamo interiorizzare e riproporre ai giorni nostri.

La modalità espositiva è in forte contrapposizione con l’antico: è moderna, originale, sperimentale e questo amplifica la modernità del messaggio proposto da Salvatore Settis, grande archeologo, e da Fondazione Prada. Alcune collocazioni sembrano postazioni da lavoro, con addirittura sedie da ufficio davanti, quasi a stimolare lo studio dei pezzi esposti.

Appena entrati troviamo una preziosa coperta di evangelario che risale all’epoca di Carlo Magno (IX secolo d.C. circa), rilegata a fine 1400 e che include un prezioso cammeo dell’epoca di Costantino (IV secolo d.C.): l’inclusione dell’antico cammeo è esempio della virtuosa attitudine al riciclo celebrata dalla mostra.

Di epoca tardo imperiale è anche il dittico in avorio commissionato nel 487 d.c. per celebrare l’inizio del consolato di Manlio Boezio. Il protagonista con scettro d’aquila imperiale decreta la partenza degli aurighi per le gare. Riutilizzato 200 anni dopo, il dittico reca sul retro due miniature epoca longobarda, reciclate da un registro liturgico.

Il pavone in prestito dal Vaticano, risale invece al II secolo. Simbolo di immortalità, questo pezzo, insieme ad altri ormai perduti, decoravano nel II secolo il Mausoleo Adriano, poi diventato Castel Sant’Angelo. In seguito, questo ed un altro pavone furono utilizzati per decorare una fontana davanti alla basilica di San Pietro.

Salta all’occhio in mostra per presenza scenica e raffinatezza il grande cratere scolpito con scene bacchiche dallo scultore ateniese Salpion nel 50 a.C. È inserito in mostra come exemplum di riciclo perché per anni è stato usato come fonte battesimale nella cattedrale di Gaeta e poi come colonna d’ancoraggio per le imbarcazioni in un porto. Entrato nel Real Museo Borbonico di Napoli nel 1805, fa parte oggi delle collezioni del Museo Archeologico di Napoli.

Il Camillus esposto accanto al cratere risale invece al I-II secolo d.C. ed era stato donato da Papa Sisto IV al popolo di Roma. Con altri, questo pezzo andò a formare il primo nucleo della collezione dei Musei Capitolini.

Altro interessante esempio di riciclo sono la Zingarella ed il Moro realizzati per il cardinale Scipione Borghese dallo scultore francese Nicola Cordier nel 1600. Nel caso del Moro, Cordier recupera una testa antica, una parte di torso e parti antiche e le ricompone per restituire una figura di respiro barocco. Lo stesso procedimento adotta per la Zingarella. E sei lei è rimasta nella collezione Borghese, oggi il Moro fa bella mostra di sé al Louvre. Le due figure sono state qui riunite dopo tantissimi anni.

Emblematica del tema del riuso è la trasformazione del tondo di età romana che rappresentava la deposizione di Meleagro: nel 1500, tramite l’aggiunta di aureole, la scena è diventata una deposizione di Cristo. Il tondo venne utilizzato come decorazione sopra una finestra in un palazzo a Velletri ed è oggi in prestito dal Museo Civico Archeologico della città.

Da segnalare infine, tra le altre numerose opere esposte, il Colosso di Costantino ricostruito per la prima volta in grandezza 1:1. Il Colosso era una delle opere più importanti opere della scultura romana tardo-antica e per aggiungere qualità alla spettacolarità della ricostruzione, sono esposti accanto ad esso due monumentali frammenti marmorei, la mano e il piede destro, in prestito dal Palazzo dei Conservatori a Roma (IV sec. d.C.). Il colosso mostra come la figura, originariamente di Giove, sia stata già nell’antichità trasformata in un Costantino tramite un semplice taglio di barba, sempre nell’ambito del riciclo.

Ciò che la mostra trasmette è che riciclare nel caso dell’antichità ha significato conservare. Decontestualizzare, ricollocare e riutilizzare sono state le azioni che hanno consentito all’uomo di trasmettere reperti e l’invito è che siano elementi chiave anche della nostra contemporaneità.

I prestiti da musei prestigiosi come il Louvre, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, i Musei Capitolini, i Musei Vaticani e gli Uffizi conclamano al Fondazione Prada come uno dei più autorevoli e interessanti poli culturali di Milano.

La prima retrospettiva in Italia dedicata a Max Ernst

Nel 1916 nasceva il dadaismo al Cabaret Voltaire di Zurigo, nel 1919 era possibile sfogliare in un bar di Monaco la rivista metafisica di De Chirico Valori Plastici e nel 1924 prendeva vita il surrealismo a Parigi. Se mettiamo questi elementi in uno shaker, aggiungiamo filosofia, alchimia e psicanalisi, otteniamo Max Ernst.

400 le opere in mostra a Milano per questa grande retrospettiva.

Il dipinto che accoglie i visitatori è Edipo Re, del 1922, in prestito da un’importante collezione svizzera. L’arto trafitto, la noce, gli animali legati, la mongolfiera che vola libera nel cielo, hanno tutti significati ben precisi e piuttosto contorti che rimandano in larga parte alle riflessioni freudiane sulla sessualità.

Max Ernst predilige tecniche che prevedono una sorta di riuscita casuale dell’opera -come il frottage e la collotipia- e mettono in discussione l’intervento reale dell’artista.
Il ruolo di chi crea viene quindi rivisto ed indagato sulla base della spontaneità, del surrealismo, della casualità.

Civiltà del futuro, Palazzo di Cnosso, piramide Maya? Straordinaria e modernissima La città eterna del 1936 in prestito di nuovo da una collezione privata svizzera.

Nel 1937, lo stesso anno del Guernica di Picasso, Ernst dipinge il mostruoso Angelo del focolare, evidente presagio di sventura.

Con un’opera del 1939 porta all’estremo le indagini sulla casualità, appendendo un barattolo di pittura -bucato e colante colore- sopra ad un foglio. Dripping ante litteram alla Pollock?

Dopo complicate vicende amorose e a causa della guerra dilagante in Europa, dal ’41 al ’53 Max Ernst è in America, prima con Peggy Guggenheim e poi con l’amatissima Dorothea Tanning. L’America influenza non poco Ernst che assiste (e contribuisce?) alla nascita ed allo sviluppo dell’espressionismo astratto, mentre gli artisti americani si accostano alle tecniche ed alle sperimentazioni alle quali lui ormai era avvezzo. L’espressionismo astratto americano prende moltissimo dal surrealismo, mentre un’ opera grande come Tessuto di menzogne del ’59 dimostra come le dimensioni delle opere americane colpiscano e diventino parte della poetica dell’autore.

Nel 1954 viene premiato alla Biennale di Venezia ma, sebbene non sia un artista vanitoso, viene espulso nel ’55 dal surrealismo dall’irritabile (e forse invidioso) Breton.

Spunti da artisti a lui contemporanei sono ravvisabili nelle opere degli anni ’50. Tra tutti, Tancredi e Dubuffet.

Se la fisica è per gli scienziati, la metafisica per i filosofi, la patafisica è per quelli come Ernst che pensano alla logica dell’assurdo e alla scienza dell’impossibile. L’ultima sezione della mostra è popolata da criptografie, microcosmo e macrocosmo in una sintesi ideale degli studi di questo incredibile letterato, filosofo, genio.

La Fondazione Rovati di Milano

Cultura, tecnologia, innovazione.
Ecco che cosa è la Fondazione Rovati.

Sposa un concetto completamente moderno. È un museo per sottrazione. Espone pochi oggetti su cui è inevitabile concentrarsi.

Intrigati dal mistero di questa struttura inaugurata il 7 settembre ma celebrata e introdotta da diversi mesi tramite interessanti conferenze, i milanesi accorrono a visitare il nuovo museo. Si incontrano ragazzi e ottantenni in questo luogo che ha voluto e saputo creare suspense.
Eccola l’Etruria antica raccontata da immagini semplificate, disegnate, immediate come devono essere oggi, di veloce comprensione.

Mario Cucinella, architetto di fama internazionale, ha creato questo posto pazzesco all’interno di uno dei palazzi più belli di Milano, con affaccio sui Giardini Pubblici di Porta Venezia.

Nell’ipogeo, quattro nuclei centrali raccontano la vita degli etruschi, dagli spazi domestici alle attività produttive, dai commerci alle pratiche devozionali. I reperti, risalenti ai secoli tra il nono ed il secondo a.C., accolgono gli incantati visitatori. Le opere sono tutte in perfetto stato di conservazione.

Un curioso candelabro bronzeo del V secolo a.C. si affianca a tazze, secchi, coppe e oggetti di uso comune.

Un vaso di Picasso tenta di nascondersi tra i vasi etruschi, un grande piatto di Fontana racconta la sua Battaglia in mezzo alle battaglie antiche, una Testa di Medusa di Arturo Martini del 1930 spicca tra le coppe mentre il Naso che cammina di William Kentridge si confonde tra gli ex voto anatomici del III e II secolo a.C.

Una piccola area è dedicata anche all’oreficeria con straordinari manufatti intervallati da oggetti di grandi artisti della modernità come Giacometti e De Dominicis. Anche nel corso del XIX secolo l’oreficeria etrusca è stata apprezzata e copiata (pensiamo alla celebre famiglia di orefici Castellani) ma permettetemi di dire che nulla può competere con le paperelle in filigrana del VII secolo a.C.

Al piano nobile un lampadario di Giacometti accoglie i visitatori.


Nella seconda sala, la Danza Rituale di Andy Warhol si racconta accanto al bestiario raffigurato sulla selezione di reperti esposti.

Nelle vetrine i disegni di Augusto Guido Gatti che alla fine del 1800 rappresentò con straordinaria abilità i reperti etruschi.

Le Polaroid di Paolo Gioli completano questa innovativa sala, valorizzata anche dal recupero della magnifica boiserie.

La stanza seguente ospita un’installazione realizzata da Giulio Paolini espressamente per la fondazione. L’istallazione avvolge una strepitosa colonna figurativa della prima metà del II secolo.

E chi più di Giorgio De Chirico si è fatto catturare dalle antichità? Nella sala successiva un bellissimo Cheval del 1929, accostato ad un’armatura del 1590, ad una specchiera di Marianna Kennedy e ad un cavallo caduto di Ai Weiwei.

La stanza riempita dall’installazione di Sabrina Mezzaquì non necessita di commento. Troppo bella.

Persino Luigi Ontani, nella sala successiva, riesce qui a piacermi.
Un gesso di Fontana aiuta a rendere la sala gradevole così come l’azzeccatissimo colore delle pareti.

Ciliegina sulla torta di un museo perfetto un prato con un cartello che recita “Per preservare il giardino vi chiediamo di non calpestare l’erba…a meno che non siate bambini”.

Joaquín Sorolla, pittore di luce

Dopo aver ospitato Monet, Palazzo Reale a Milano ha aperto le porte a Joaquín Sorolla y Bastida, artista poco conosciuto in Italia ma estremamente noto e amato in Spagna. La sua fama è stata oscurata negli anni dai cugini francesi ma merita di essere conosciuto e apprezzato. La mostra -di gran lunga più bella di quella dedicata a Monet- chiuderà purtroppo i battenti a breve ma lascerà un segno memorabile sugli amanti dall’impressionismo e della Belle Époque che -concentrati unicamente sui francesi- non avevano forse mai sentito parlare di lui.

In una Spagna tormentata dalle tensioni sociali, negli anni 90 dell’800 Sorolla si concentra inizialmente sui temi sociali. La Tratta delle bianche ne è una prova: l’azzardata prospettiva ed il realismo dei colori suggeriscono che probabilmente quest’opera sia stata dipinta ‘in loco’, vale a dire su un treno durante il trasferimento di alcune giovani prostitute accompagnate dell’anziana protettrice. Già in questa fase l’artista lascia lo studio per gli esterni, scelta che resterà una costante della sua carriera.

A parte questa prima opera che racconta gli esordi dell’artista, tutta la mostra è l’esemplificazione della passione di Sorolla per la luce e per la pittura en plein air.

Cucendo la vela del 1896 è la prima opera di grandi dimensioni esposta. La cucitura della tela è davvero una scena poco eroica ma protagonista dell’opera non è l’azione svolta ma la luce nella quale i personaggi sono immersi. La tavolozza è gestita con assoluta sicurezza. Presentata a Parigi, l’opera fu da subito un successo. Esposta alla Biennale del 1905, venne acquistata con lungimiranza dal Comune di Venezia e destinata a Ca Pesaro.

L’assenza di contorno e la libertà del tocco sulla tela ci ricordano la lezione dell’impressionismo, rispetto alla quale temporalmente Sorolla è leggermente in ritardo ma che tradurrà in maniera molto personale e protrarrà per anni.

I ritratti di famiglia gli consentono di sperimentare le tecniche che utilizzerà nei ritratti ufficiali, poiché in vita è stato apprezzato come ritrattista da aristocratici e reali.

Nel 1906 un viaggio a Biarritz porta Sorolla a rinfrescare la sua tavolozza. In Istantanea, Biarritz, la moglie Clotilde tiene in mano una piccola Kodak.

Un inno alla joie de vivre. Il mare cangiante, le pennellate rapide, la luce sui corpi dei bimbi… opere favolose nascono in questo periodo.

Clotilde, Maria ed Elena ed una cugina riposano nella tela 1911 intitolata giustamente La siesta. Il punto di vista rialzato e la posa delle protagoniste, raccontano anche l’ audacia di questo straordinario artista che, trovata la propria strada, ha comunque continuato personali ricerche sul colore sulla prospettiva.

La fortuna di Sorolla si deve anche all’amore che per lui nutrirono i collezionisti americani. Grazie al mecenate Archer M.Huntington, fondatore della Hispanic Society di New York, Sorolla ebbe l’occasione di farsi conoscere negli Stati Uniti e di potersi confrontare con un’arte più ‘giovane’, libera dalle tradizioni europee e già matura per digerire e premiare artisti straordinari come Mary Cassatt. L’opera più bella del periodo americano è il ritratto di Mr.Tiffany a Long Island.

Dopo la parentesi dedicata alle opere commissionate dalla Hispanic Society americana, la mostra torna a concentrarsi sulla luce e ci porta alle opere valenciane del 1915 e 1916. Nella delicatissima opera La veste rosa si ravvisano gli elementi appresi a Roma negli anni 80 del 1800, studiando la classicità e la raffigurazione del panneggio.

Magnifico il dipinto Dopo il bagno del 1915. La scena, di grande spontaneità, è ancora una volta invasa dalla luce dell’estate.

La lezione sulla luce di questo eccezionale artista lascia il segno a Milano e non solo in chi ama impressionismo e Belle Époque ma anche in tutti coloro che apprezzano nell’arte la celebrazione della vita.

Leonor Fini. Italian Fury

Ultima chance di visitare domani a Milano la mostra dedicata da Tommaso Calabro a Leonor Fini. Soprannominata dall’amato Max Ernst Italian Fury, Leonor fu un perfetto mix di “scandalosa eleganza, capriccio e passione” come lo stesso Ernst scrisse. Nata a Buenos Aires nel 1907 ma cresciuta nella Trieste di Saba, di Svevo ma soprattutto di Leo Castelli, Leonor frequentò l’Accademia di Brera con Achille Funi, poi visse a Parigi dove morì nel 1996.

Affascinante ed intrigante, Leonor era anche avvezza ai travestimenti poiché la madre da piccola la travestiva da maschietto per proteggerla dai tentativi di rapimento del padre… Un personaggio complesso, di grande fascino.

La sorprendente mostra prende l’avvio dall’opera di Stanislao Lepri che nel dipinto la Chambre de Leonor del 1967 raffigura la camera della pittrice. A questo dipinto è ispirato l’avvio della mostra milanese.

In un allestimento assolutamente geniale voluto dall’artista Francesco Vezzoli curatore della mostra, illusione e realtà si incrociano e nella camera dipinta sono appese opere reali.

Dalla camera di Leonor prende l’avvio la mostra che si snoda nelle varie eleganti stanze della galleria Tommaso Calabro. Le indubbie capacità pittoriche di Leonor sono qui confermate da una serie di ritratti della fine degli anni 40, inizi anni 50.

Presenti anche opere degli amici come Max Ernst stesso e Giorgio de Chirico.

In Présence sans issue del 1966 Leonor Fini pare si diverta a lavorare con un colorismo quasi klimtiano su una base di simbolismo, con qualche elemento che impreziosisce ulteriormente la tela. Lo stesso dicasi per Le retour des absents del 1965 in cui ci sono addirittura particolari che emergono dalla tela quasi fossero in filigrana.

L’opera L’amitié del 1958 è il manifesto del simbolismo che permea tutta la produzione di Leonor Fini e sorprende per intensità e modernità, così come i paraventi esposti a seguire.

Francesco Vezzoli, curatore della mostra, non poteva non concludere il percorso con il ricamo-omaggio alla pittrice Enjoy the New fragrance (Leonor Fini for Greed) del 2009,

ma, per quanto Vezzoli sia molto amato in patria e all’estero, l’opera più bella rimane un disegno di Leonor, Girl with Shells, del 1947 utilizzata per la copertina del numero di giugno di Harper’s Bazaar. Magnifico.

48 ore di arte e cultura in Veneto

Dopo la giornata all’insegna del Rinascimento di Giulio Romano e di Mantegna a Mantova, il nostro peregrinare a caccia di arte digeribile per i bambini ci porta in Veneto, dove decidiamo di visitare -o almeno dare una prima occhiata- a Verona, Padova e Vicenza. In viaggio con i bambini si sa, non si può avere la pretesa di vedere tutto ma si può certamente cominciare a dare un’idea dei territori e delle città.

Tra lo stupore di alcuni beni mai visti prima ed il piacere di ritrovarne ben conservati altri già visti in un passato colpevolmente troppo lontano, mi sento di affermare che il Veneto sia una regione bellissima e ricchissima la cui conoscenza non può limitarsi a Venezia.

VERONA

Alla prima volta in Veneto, non si può prescindere dal visitare Verona. E da qui infatti partiamo con l’Arena del I secolo, famosa in tutto il mondo al pari del Colosseo. Certamente più piccola del cugino romano, l’Arena ha fornito la base intorno alla quale la città si è sviluppata nel corso dei secoli e naturalmente risulta subito di forte impatto per i bimbi.

L’altra attrazione macroscopicamente imperdibile di Verona è il balcone di Giulietta. Il maestro Franco Zeffirelli, con le scene più salienti del film del 1968, mi facilita il compito di raccontare la tragedia dei due giovani veronesi. E qui le foto sono proprio d’obbligo.

STRA, VILLA PISANI

All’interno della Villa Pisani di Stra si trova l’ultima opera di Giambattista Tiepolo realizzata in Italia prima di partire per l’estero.

Gli arredi e le decorazioni della magnifica villa rivelano i vari passaggi di proprietà nei secoli. Tra tutti gli ospiti illustri va senza dubbio citato l’imperatore Napoleone che qui si fermò nelle notti del 28 novembre e del 13 dicembre 1807. La villa fu donata dall’imperatore al Vicerè d’Italia Eugenio Beauharnais. Le pitture ottocentesche di Giovanni Carlo Bevilacqua impreziosiscono molti dei soffitti, mentre gli arredi valorizzano gli spazi.

Giuseppe Maggiolini -il massimo esponente dell’ebanisteria neoclassica italiana- aveva organizzato un’importante bottega per rispondere alle commissioni di Ferdinando d’Austria, allora Arciduca del lombardo-veneto. I motivi figurativi dei mobili di Maggiolini qui presenti, pur di origine classica, sono proposti attraverso la mediazione del gusto rinascimentale.

Un salto indietro nel tempo ci porta alle decorazioni di Jacopo Guaranà (1720 1800) con scene ispirate al mito di Bacco e Arianna.

Nonostante tutto, sono la vasca da bagno e la toilette d’epoca a destare maggiore sorpresa…

…almeno fino ad arrivare al salone. La vera meraviglia arriva infatti con il salone da ballo affrescato da Giambattista Tiepolo nel 1761. Il committente Luigi Pisani viene ritratto accanto ai suoi figli insieme alla Divina Sapienza, alle Virtù, alle Arti, alla Pace, all’Abbondanza, alla Discordia, all’ Eresia, ai Continenti, all’Italia e a Venezia. Satiri con le zampe a penzoloni arricchiscono gli angoli mentre la famiglia Pisani, che aveva partecipato alla terza crociata, viene guardata con benevolenza dalla Vergine al centro del soffitto accompagnata dall’angelo della fama, mentre le allegorie dei Continenti sono visibili dall’altro lato del soffitto.

PADOVA

L’ ambiziosa prima giornata si conclude con la Cappella degli Scrovegni, la tappa in realtà più importante di tutte. Realizzata nel 1305 circa da Giotto, la cappella fu commissionata da Enrico degli Scrovegni, figlio del ricco banchiere al quale Enrico desiderava garantire un posto in paradiso con questa commissione.

Approfittiamo delle aperture serali per godere della cappella in notturna: il nuovo sistema di illuminazione della iGuzzini consente di godere appieno dei colori in tutte le fasi del giorno poiché la luce artificiale si regola in base alla luminosità che penetra dalle finestre, garantendo tra l’altro il 60% del risparmio energetico rispetto a prima. Prima dell’ingresso nella cappella è necessario il passaggio in una sala apposita per consentire una corretta conservazione degli affreschi, così come avviene al Cenacolo di Milano. Ormai si sa che le visite hanno un impatto problematico sugli affreschi per via dell’inquinamento e del respiro dei visitatori, ma con questi accorgimenti ed una permanenza ridotta nella cappella, si cerca di ovviare il più possibile al degrado delle pitture.

La cappella è magnifica: sulla sinistra dell’ingresso si apre la parte absidale decorata poco dopo l’intervento di Giotto e qui si conservano le sculture di Andrea Pisano. Il resto della Cappella è diviso in quattro registri con un programma iconografico molto preciso: nel registro superiore sono rappresentate le storie di Gioacchino e Anna, subito sotto storie di Giuseppe e Maria, sotto e ben visibili le storie della vita di Cristo e infine, nel registro più basso ad altezza uomo, Vizi contrapposti a Virtù, gli uni sulla parete di destra, le altre sulla parete di sinistra. Tra le scene più belle il primo bacio della storia dell’arte tra Gioacchino e Anna davanti alla porta di Gerusalemme, la Natività di Cristo, la strage degli Innocenti, il tradimento di Giuda, Giuda stesso con il diavolo alle spalle e la crocifissione. Straordinarie le novità introdotte da Giotto: il linearismo, il colore, l’espressività dei volti. Tutto contribuisce a rendere questo ciclo di affreschi una pietra miliare nella storia dell’arte a livello mondiale.

In alto, lo strazio nei volti delle madri nella scena della Strage degli Innocenti. I corpicini colpiscono per la posa scomposta, assolutamente innovativa.

L’espressività del volto di Cristo.
Innovativa la posa di spalle del personaggio che sembra tirare un sipario.

Incredibile nella Natività la naturalezza della posa di Maria

VICENZA

Poco fuori Vicenza abbiamo modo di visitare la magnifica Villa Valmarana ai nani. La leggenda racconta che una principessa nana venne rinchiusa dai genitori in questa villa e circondata solo da nani perchè non si rendesse conto della sua diversità. Ma un giorno la realtà irruppe nella villa, la principessa si rese conto di tutto e decise di uccidersi gettandosi dalla torre. La morte della fanciulla portò alla pietrificazione dei nani nelle 17 statue che ora si trovano sul muro di cinta. Qui le collocò la nuora di Giustino Valmarana alla fine del 1700. Da allora la villa si chiama Valmarana ai nani.

Da subito, appena si entra, ci si trova confrontati agli affreschi di Giambattista Tiepolo nel salone centrale: il Sacrificio di Ifigenia in cui il sacerdote Calcante, con un pugnale in mano, si appresta a uccidere la giovane alla presenza di tutti, mentre Agamennone si copre il volto per non vedere il sacrificio della figlia.

Sul soffitto è raffigurata la dea Diana, committente dell’orrore, mentre sulla parete di fronte si vede, nascosto tra le colonne, Giustino Valmarana, proprietario della villa, commosso davanti alla scena. Dalla parte opposta, si nota un bellissimo cane, come spesso si ritrova nei dipinti di Tiepolo. Dietro a Giustino Valmarana si intravedono le vele delle navi greche che si preparano a salpare. Dopo il sacrificio di Ifigenia infatti, la flotta di Agamennone poteva ritenersi nuovamente autorizzata da Diana a prendere il mare.

Nella seconda sala, affrescata questa volta da Giandomenico Tiepolo -il figlio di Giambattista-, Agamennone commissiona il rapimento della schiava troiana di Achille, Briseide. Sulla seconda parete Achille viene tenuto per i capelli da Atena, dea della guerra, mentre sulla terza Achille viene consolato dalla madre Teti che emerge con una Nereide dai flutti del mare. La quarta parete invece è dedicata ad una scena campestre ma Cupido ci ricorda che tutte le scene rappresentate parlano di amore.

La stanza dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto è dedicata all’amore tra Angelica e Medoro. In una prima raffigurazione Angelica è legata ad uno scoglio e sta per essere divorata da un’orca marina, quando Ruggero, cavalcando un Ippogrifo, arriva a liberarla. Sulla seconda parete, Angelica incontra Medoro, lo cura e si innamora di lui. Sulla terza parete i due sono ospitati da due contadini ai quali Medoro regala un anello d’oro. Sulla quarta parete si vede Angelica incidere il nome di Medoro su un tronco.

La stanza seguente è dedicata alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso ed alla storia della maga Armida. Nell’intento di proteggere l’esercito saraceno, Armida con un canto riesce ad addormentare il cavaliere crociato Rinaldo e, con l’aiuto di uno specchio e di un incantesimo, lo fa innamorare di sé, allontanandolo dalla battaglia. Ma Goffredo di Buglione, comandante dell’armata Cristiana, manda due soldati alla ricerca di Rinaldo per riportarlo sul campo di battaglia e questi -grazie a uno scudo incantato nel quale si specchia- capisce di essere stato vittima di un sortilegio. Il valoroso combattente decide quindi di ripartire per la guerra, nonostante Armida cerchi di trattenerlo a sè.

Nella sala dedicata all’ Eneide, Enea sbarca dopo una tempesta sulla costa africana. Gli viene in aiuto la madre Venere, Dea dell’Amore che gli suggerisce di incontrare la regina Didone. Enea si innamora perdutamente di Didone -complice Cupido- ma in sogno gli compare Mercurio che lo esorta a lasciare Cartagine e a riprendere il viaggio verso il Lazio dove poi sposerà Lavinia.

Tutta diversa è invece la Foresteria, affrescata da Giandomenico Tiepolo, il figlio di Giambattista. Le scene di vita campestre sostituiscono le scene dei miti e degli eroi, ormai non ritenute più di attualità. La prima sala è dedicata alle cineserie per come nel 1700 l’Europa vedeva la Cina.

Il pennello torna al padre nella sala dedicata all’Olimpo, l’unica da lui affrescata nella foresteria.

La sala che segue è dedicata al carnevale e i due magnifici scaloni raffigurati sono una vera prova dell’abilità dell’artista in ambito prospettico. Un moro scende le scale con alcune tazze per la cioccolata: è Alì, un servitore rappresentato molto spesso nelle scene di Giambattista Tiepolo.

Nell’ultima, insieme ai putti che giocano, troviamo il pappagallo dalle piume policrome, simbolo e firma dei Tiepolo.

Entrando a VICENZA, lascia senza parole il Teatro Olimpico, ultima opera di Andrea Palladio. Primo teatro moderno al chiuso, fu realizzato nel 1584 per volontà dell’Accademia Olimpica. Straordinario per l’illusione della profondità, il teatro è davvero un unicum mondiale per ricchezza delle decorazioni e magnificenza delle linee prospettiche.

Ma l’impronta Palladiana è ovunque a Vicenza, dalla basilica alla cattedrale. La costruzione della cattedrale prende l’avvio dal 1482 ma è solo nel 1557 che finalmente viene completata. Il responsabile del progetto è anche in questo caso Andrea Palladio.

La basilica invece vede l’apporto di Palladio dal 1500 per la parte che si va a sovrapporre al loggiato preesistente. Il nome di basilica inganna i turisti che si aspettano di entrare in una chiesa ma la meraviglia è tanta anche se di chiesa non si tratta poiché la volta interna è una sorta di chiglia di nave lignea rovesciata.

Bellissima anche la chiesa della Santa Corona che contiene opere di Montagna, di Domenico Veneziano, del Veronese, del Pittoni, del Bellini -attualmente in restauro- oltre a due lunette pressoché nascoste di Michelino da Besozzo e la cripta del Palladio.

Visitiamo anche le Gallerie d’Italia all’interno di Palazzo Leoni Montanari. La parte che colpisce di più è senza dubbio la Galleria della Verità affrescata da Giuseppe Alberti nel 1600 e decorata dagli stucchi del 1688 di Andrea Pelli e Giacomo Aliprandi: muse, putti, virtù e vizi rendono questa sala davvero molto opulenta.

Simpaticissimi i putti che nella sala degli stemmi sostengono lo stemma dei Leoni Montanari con i simboli del leone e dell’aquila. In questa stessa sala una selezione di dipinti di Pietro Longhi ci riporta alla quotidianità veneziana del Settecento.

Bellissima la loggia esterna con stucchi di nuovo di Giacomo Aliprandi

Magnifiche le vedute veneziane da Canaletto a Francesco Guardi, da Michele Marieschi a Luca Carlevaris esposte a seguire. La sala è dominata da una scultura in marmo di Carrara raffigurante la Caduta degli Angeli ribelli del 1725 di Francesco Bertos.

Prima di tornare a Milano ci concediamo un’ultima visita a Palazzo Chiericati e di nuovo troviamo Giambattista Tiepolo che ci dà il benvenuto con la tela La verità svelata dal tempo, del 1744. Insieme a lui, due Pittoni del 1720 circa danno l’avvio al percorso museale.

Il ciclo dei lunettoni dei Podestà, qui riunito per la prima volta dopo secoli, rappresenta simbolicamente il massimo splendore della città avvenuto tra Cinquecento e Seicento, grazie al grande rinnovamento architettonico palladiano. Sviluppatasi attorno a un nucleo di epoca romana, Vicenza conosce grandi sconvolgimenti durante il medioevo ma la fase di stabilità e di benessere che segue gli scontri di potere tra le fazioni vicentine, favorisce il clima culturale in cui vive Andrea Palladio e questi trasforma la sua amata città. Interessante il ciclo di Francesco Maffei e le raffigurazioni dei Podestà che erano collocate nel palazzo dei podestà che sorgeva di fianco alla Basilica Palladiana ed è stato distrutto dai bombardamenti del ’45.

Il primo piano di Palazzo Chiericati è dedicato alla scuola vicentina, dopo un passaggio tra Domenico Veneziano e Hans Memling. Massimo esponente della scuola vicentina fu Domenico Montagna molto ben rappresentato qui. Bellissima la Madonna con il Bambino sotto un pergolato tra i santi Giovanni Battista e Onofrio e magnifici i Globi di Vincenzo Coronelli.

Anche la pittura del 1600 è molto ben rappresentata con diverse tele di Luca Giordano ma anche di artisti locali come Antonio Balestra e Pietro Bartolomeo Cittadella.

Francesco Maffei e Pietro della Vecchia sono i due vicentini celebrati nelle sale che seguono. Pietro della Vecchia fu tra gli artisti più originali della scena veneta del 1600 per il suo eclettismo, il gusto per il grottesco, per la caricatura e per l’allegria. Adottò una tavolozza cupa e austera ma poi la abbandonò per dedicarsi allo studio dei grandi maestri veneziani del secolo precedente, in particolare Tiziano e Veronese. Lavorò anche accanto alle opere di Tintoretto, ebbe modo di studiarne stile e colori e la sua pittura nonché la tavolozza ne subirono l’influenza.

Pietro della vecchia Il chiromante, 1650

Con questo approfondimento sulla pittura antica si chiude il nostro weekend veneto e torniamo a Milano. Negli occhi tanta bellezza e nel cuore la speranza di riuscire a a tornare sulle rive del Brenta presto per vedere le altre meraviglie di questa zona.

Tiziano a Palazzo Reale

Devo dire che la mostra in corso a Milano non mi ha emozionato particolarmente. Per carità, le molte prestigiose provenienze rendono l’esposizione ricca ma non ho trovato quel ‘quid’ che cerco in una mostra per definirla SUPER.
Basti dire che le opere che mi sono piaciute maggiormente sono state lo strepitoso ritratto di bimba di Moroni e le due coppie di promessi sposi di Paris Bordone e Bernardino Licinio.. quindi non proprio Tiziano.

La grandezza di Tiziano si comincia ad assaporare solo nella sala dedicata a Lucrezia dove, precedute da un bel Veronese, una Lucrezia del 1515 ed una del 1572 vengono messe a confronto. Ne emerge con forza l’evoluzione pittorica di Tiziano che passa da un tratto assolutamente ‘classico’ a qualcosa di incredibilmente moderno. Se non fosse un’eresia, direi quasi che sembra un’opera ottocentesca.

Già la Lucrezia del 1515 pare molto determinata, quasi un’eroina moderna che decide per se stessa con ferma decisione ma… quanta forza nella Lucrezia del 1572 che si difende con tutte le sue forze dell’aggressore!

Anche la Lucrezia di Veronese che divide la sala con queste due di Tiziano è realizzata nell’ultima fase della vita del pittore (1580 circa) ma emerge con chiarezza che mentre Veronese ha continuato per tutta la vita a lavorare su colori e luci, Tiziano ha trovato altro…si direbbe che abbia trovato il sentimento e che l’abbia indagato non poco negli ultimi anni.

Dopo una sessione dedicata alle belle veneziane e la sessione dedicata a Lucrezia, troviamo raffigurazioni di altri personaggi femminili ed eroine delle Scritture, da Giuditta a Susanna, che nella splendida tela del Tintoretto, si trova insidiata dai due vecchioni, contrapposti con goffaggine alla sua eleganza

Torniamo a trovare forte il sentimento di Tiziano nella tela Venere, Marte e Amore in prestito -come buona parte delle opere- dalla Gemäldegalerie del Kunsthistorishes di Vienna. Un appassionato bacio ci sorprende per la data, 1550,

e di poco lo seguono Venere e Adone, opera in cui la modernissima torsione di Venere è vera protagonista.

La mostra si conclude poche opere dopo, senza davvero lasciare -a mio modesto parere- un gran segno.

L’orgoglio di presentare Mantova alle mie figlie

Ma quanto è bello far scoprire il mondo ai bambini?

Noi cominciamo da Mantova, culla del Rinascimento.

Dopo tanti anni di assenza ritrovo una cittadina piacevole, pulita, molto ben organizzata e davvero a misura di famiglia.

Cominciamo da Palazzo Te perchè -per quanto cronologicamente successivo al Castello di San Giorgio- è più impegnativo e con i bambini è consigliabile programmare le tappe più faticose per prime. Subito Mantova ci sorprende per l’organizzazione, fornendo alle bambine due mappe per una caccia al tesoro all’interno delle sale…E per questo ai miei occhi Palazzo Te guadagna già 1000 punti!

La bellezza degli affreschi lascia tutti senza parole e procediamo segnando diligentemente sulle mappe quanto richiesto.

Da una sala all’altra, le bambine si mostrano sempre più sorprese dalla ricchezza dei particolari e si aggirano con la loro mappa a caccia delle risposte da fornire per procedere nel gioco. Al di là dell’aspetto ludico, racconto loro di Giulio Romano, del Manierismo, del Rinascimento e del ruolo che ha avuto Mantova in tutto questo come centro propulsore delle arti.

Arriviamo alla sala dei Giganti: le enormi figure, le colonne che sembrano crollare per davvero, l’ espressività dei mostruosi personaggi… tutto qui dentro è impressionante. Questo palazzo è davvero unico al mondo ed è bene che questo sia chiaro da subito nelle giovani menti italiane. Se c’è una cosa di cui l’Italia può essere fiera è questa: il suo patrimonio artistico.

Dagli equilibri e dalle armonie di Palazzo Te ci spostiamo nel centro città dove la prenotazione al Castello di San Giorgio ci consente di entrare senza attesa e qui… BAM! Subito nella Camera degli Sposi! Che emozione!

Qui ho l’occasione di raccontare cosa sia la prospettiva, quale straordinaria trovata sia il far passare le figure dietro alle colonne, di quanto Mantegna abbia saputo utilizzare le architetture a proprio favore: gli angeli poggiano sulla sommità della porta, mentre una tenda aperta mostra la scena come fosse uno spettacolo. Ogni particolare è stato lungamente studiato dal Mantegna e le scene meritano tutte le attenzioni ma…inevitabilmente gli occhi sono puntati all’incredibile sfondamento del soffitto. L’oculo, celebre in tutto il mondo, si apre sopra di noi e l’emozione è fortissima. Gruppi di turisti stranieri aspettano il proprio turno per entrare subito dopo di noi nella Camera, ma..siamo sicuri che gli italiani (o almeno i lombardi) siano già stati qui? Di nuovo mi chiedo se noi italiani ci meritiamo tutta questa meraviglia, se siamo all’altezza per custodirla, se ci diamo la pena di conoscerla prima di andare in Messico, alle Maldive o a Parigi. Se non altro mi conforta vedere la quantità di turisti stranieri che girano per la città.

Le sale del Castello di San Giorgio si susseguono una dietro l’altra, ognuna con la propria storia. Interessante il parallelo proposto tra rilievi romani e affreschi cinquecenteschi. Sappiamo quanto abbiano impattato sull’arte rinascimentale i ritrovamenti della Domus Aurea e del gruppo del Laocoonte a Roma tra la fine del’400 e l’inizio del’500 e questo fortissimo legame è qui esemplificato dal parallelismo tra rilievi romani e affreschi.

Ho raccontato alle mie figlie la storia di Isabella d’Este, dell’autorevolezza e del peso che ha avuto sull’arte e sulla cultura del suo Ducato, in un’epoca in cui cultura e studi non erano per niente scontati per una donna. Un grande regalo che fa Mantova ai suoi giovani visitatori è il fumetto Isavincetutto, disponibile su Instagram, in cui una moderna Isabella d’Este, primogenita dei duchi di Ferrara, si ritrova Signora di Mantova a seguito del matrimonio con Francesco Gonzaga. Il fumetto racconta di lei, degli Este, dei Gonzaga, di Ludovico il Moro al quale va in sposa la sorella di Isa, Bea.

Un momento storico come questo in cui la parità di genere viene ricercata in tutti gli ambiti ed un anno come questo in cui la Biennale di Venezia viene dedicata alla visione dell’arte da parte delle donne, risultano favorevoli alla rilettura più onesta della storia, che consente di dare il giusto peso a figure femminili che meritano di essere non solo ricordate ma anche valorizzate e studiate.

Complimenti a Mantova per il coraggio, le energie e l’orgoglio con i quali si presenta al mondo.